Mese: settembre 2006

“Cuore troppo signoreggiato da un sembiante”

f.jpg“Quelli affetti erano guisa padroni di tutto me e incorporati colla mia mente, che in nessun modo né anche durante il sonno mi poteano lasciare. Svegliatomi prima del giorno (né più ho ridormito), mi sono ricominciati, com’è naturale, o più veramente continuati gli stessi pensieri, e dirò pure che io avea prima di addormentarmi considerato che il sonno mi suole grandemente infievolire e quasi ammorzare le idee del giorno innanzi specialmente delle riforme e degli atti di persone nuove, temendo che questa volta non mi avvenisse così. Ma quelle per lo contrario essendosi continuate anche nel sonno, mi si sono riaffacciate alla mente freschissime e quasi rinvigorite. […] Avanti d’addormentarmi ho previsto con gran dispiacere che il sonno non sarebbe stato così torbido come le notti passate, e così è successo, ed ora tutti quegli affetti sono debolissimi, prima per la solita forza del tempo, massimamente in me, poi perché il comporre con grandissima avidità quei versi, oltre che m’ha e riconciliato un poco colla gloria, e sfruttatomi il cuore, l’avere poi con ogni industria ad ogni poco incitati e richiamati quegli affetti e quelle immagini, ha fatto che questi non essendo più così spontanei si sieno infievoliti. Ma perché essi mi vadano abbandonando, non me ne scema il voto del cuore, anzi più tosto mi cresce, ed io resto inclinato alla malinconia, amico del silenzio e della meditazione; e alieno dai piaceri che tutti mi paiono più vili assai di quello c’ho perduto. E insomma io mi studio di rattenere quanto posso quei moti cari e dolorosi che se ne fuggono: per li quali mi pare che i pensieri mi si sieno più tosto ingranditi, e l’animo fatto alquanto più alto e nobile dell’usato, e il cuore più aperto alle passioni. Non però in nessun modo all’amore (se non solamente verso il suo oggetto), che il fastidio d’ogni altra bellezza umana è, posso dire, dei moti descritti di sopra quello che più vivo e saldo mi si mantiene nella mente. […] Il guardare o pensare ad altro aspetto […] mi par che m’intorbidi e imbruttisca la vaghezza dell’idea che ho in mente, di maniera che lo schivo a tutto potere”. Giacomo Leopardi Diario del primo amore

Scrivere nell’oltrelinguaggio

proclo.jpgRicevuto l’S.O.S. di Kafka, recepisco ora un’istruzione. Essa è semplicemente un prodromo che permette di comprendere come e cosa sia il continuum vuoto a cui guardo, secondo svolte della scrittura recentemente consumatesi, ma preparate per un decennio almeno. L’istruzione è un banale commento all’opera del neoplatonico Proclo. Dice così e non augura buona fortuna:

Le concezioni dualistiche prevedono la compresenza di Due Principi opposti e irriducibili che dovrebbero spiegare tutta la realtà; le filosofie monistiche invece intendono appiattire la ricchezza del reale su un solo Principio, e per questo sono considerate riduzionistiche; la non-dualità, detta così perché si sottrae all’assolutizzazione della dualità, si sottrae anche al riduzionismo monistico, poiché riconosce vari gradi di realtà che non sono riducibili ad uno solo. L’Uno di cui essa tratta, infatti, non ha simili pretese: Esso figura come ospitale e sconfinata dimora, o come il filo sottile che collega la molteplicità degli enti e degli stati di esistenza, non annullando le loro differenze. Di conseguenza, il metodo della non-dualità non può che essere unitivo e non-oppositivo, aperto all’Illimitato.

S.O.S. Kafka

soskafka.jpg“Prima non capivo perché la mia domanda non ottenesse risposta, oggi non capisco come potessi credere di poter domandare. Ma io non credevo affatto, domandavo soltanto”. Questo punto di svolta è enunciato da Franz Kafka negli Aforismi di Zürau (in economica Adelphi usciti quasi tre anni orsono) e sta a bilanciare questo estremo pensiero: “Questa sensazione: «Qui non getto l’ancora» e subito sentirsi trascinati dai flutti ondeggianti”.
Non trovo parole più semplici e indagabili, con livelli multipli e tutti sotterranei, per esprimere quanto accade alla scrittura e al rapporto con la scrittura a un certo momento dato: che per me è giunto, e che mi allibisce di ora in ora. Quando enuncio il desiderio di sfondare la barriera archetipa, sono serio, anche se consapevole che non si sentirà. Lo sfondamento è la linea che unisce i due poli enunciati da Kafka, che non sono nichilismo ed euforia, non morte e divenire, bensì un unico continuum interiore da cui si vedono affiorare immagini singole, metope dissepolte, tra le quali scattano gli archi voltaici delle storie. L’occhio è capovolto e vede questo continuum, se non è preoccupato dall’emergere delle metope.
Questo continuum è, al momento, nero.

Quinta meditazione sull’iper-romanzo a venire

achab5.jpgL’ossatura di Moby Dick è necessariamente veterotestamentaria? Questa è la vulgata critica: sì, non si prescinde dai riferimenti biblici nell’esegesi del testo di Melville, che a sua volta è un’elaborazione dinamica e ipernarrativa dell’esegesi. Di questo sguardo morto, perché novecentesco, non mi interessa nulla, se penso a quanto ho da fare con una materia che è, soprattutto, universale. Il tentativo sarà quello di togliere all’ossatura la sua pellicola scritturale, senza sostituirla con alcunché di culturale secondo la valenza che il Novecento ha concesso all’aggettivo. O si supera il piano delle Scritture e si sfonda il livello degli archetipi, o l’opera è fallita.
Di seguito, un inedito intervento che costruisce analogie tra un commento di Sant’Ambrogio e Moby Dick. Già in questa analisi, che pone Nabot a fianco di Achab, io ritrovo nuclei che non possono essere esclusivamente ascritti alla Bibbia. Non guardo al sincretismo: guardo all’epoché praticata, che si condensa in immagini e parole distanti dall’evenienza scritturale del cosiddetto sacro. Mi interessa l’universale, cioè il tragico, come fenomeno generalizzato della coscienza che si incarna, e non come genere o come eventualità psichica.

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Quarta meditazione sull’iper-romanzo a venire

Dopo le precedenti meditazioni (qui, qui e qui), mi rifaccio a un forum sull’ermetismo, in cui trovo definizioni simboliche del bianco che, nel caso di Moby Dick [nel quadro simbolico a sinistra, ingrandibile cliccandoci sopra: l’evidenza delle due fasi alchemiche Nigredo e Albedo], interrogano ulteriormente e la domanda che si solleva è: a quale fase psichica e a quale meta coscienziale allude il bianco del Mostro? Ecco i due testi in questione:

Bianco il momento della purezza, anche fuori dalla sintesi si può dire poco direttamente, è l’agire pulito, se la parte nera in maniera più o meno densa o sottile è riconducibile al manifesto, il bianco è legato al non manifesto, è legato all’agire senza agire, è il fuoco interno che nel Nero impariamo ad accendere utilizzando gli attriti con le forze oscure, qui ormai la fiamma arde a pieno regime e brucia costantemente tutte le nostre impurità, ciò implica che comunque ne creeremmo… ma finchè la fiamma interna brucia il “sistema” si manterrà “pulito” e se non è pronto si preparerà al grande Fuoco, se nel Nero si impara a padroneggiare la prima attenzione, nel Bianco si lavora sulla seconda attenzione.

Considerando la valenza del ‘Bianco’, inteso nella grande opera, che è poi quella che ritroviamo nella visione popolare occidentale cristiana, non ho potuto fare a meno di richiamare quella che gli fu attribuita da Herman Melville in Moby Dick.
Qui il simbolo del bianco va oltre la purezza, qui il bianco racchiude tutto, attrae, inganna, nel bianco vi è la spettralità, è la ricerca che va oltre la comprensione, la decisione di andare avanti spinti da un fatale impulso. La forte valenza simbolica che venne attribuita qui al bianco della balena,ha reso nuove interpretazioni del bianco stesso. Richiama pure le false luccicanze che ritroviamo nel Libro Tibetano dei Morti, in cui queste attraggono le anime, che non riconoscendo la vera luce, finirebbero per perdersi.

Terza meditazione sull’iper-romanzo a venire

moby61.jpgDopo questa e questa, io che non sono battezzato e nemmeno simpatizzante cattolico (altra cosa è invece il rapporto che intrattengo con il nucleo esoterico del Cristianesimo pre-Nicea), mi affido alle riflessioni di un grande esegeta cattolico contemporaneo, cioè Gianfranco Ravasi. Che nel brano seguente affronta uno dei vari buchi neri dell’interpretazione veterotestamentaria, cioè Giona. Perché ho da rispondere alla domanda: chi è più di Giona? E: chi è più di Achab? E: cosa significa risorgere? Da quale morte si risorge?

La trama del Libro di Giona si compone di quattro episodi. Il primo lo troviamo nel primo capitolo. Giona, figlio di Amattai, riceve da Dio l’ordine di andare a Ninive per proclamare che la malvagità dei suoi abitanti è salita alla presenza di JHWH.

Giona non ci vuole andare e, per fuggire lontano dalla presenza di JHWH, scende a Jaffa e salpa sopra una nave diretta a Tarsis. Il Signore però suscita una tempesta che mette in pericolo la nave. Mentre i marinai si mettono a pregare i loro dei perché li scampino, Giona dorme nel fondo della nave. Siccome però la tempesta non cessa, essi, dopo aver alleggerito la nave di tutta la zavorra, gettano le sorti per sapere chi è il colpevole di quel castigo e scoprono che è proprio Giona, il quale rivela di essere ebreo, adoratore di JHWH, creatore dell’universo, al quale ha disobbedito, non avendo voluto compiere la missione affidatagli. Per far cessare la tempesta chiede di essere gettato in mare, benché i marinai siano riluttanti e tentano di riportare la nave a terra. La tempesta però rende vano ogni sforzo, perciò i marinai, accogliendo la cosa come volontà di Dio, gettano Giona in mare; subito la tempesta cessa e tutti ringraziano Dio di essere salvi.
Nel secondo capitolo troviamo il secondo episodio. Giona gettato in mare, non è inghiottito dai flutti, ma, per volere di Dio, lo inghiottisce un grosso pesce, nel cui ventre rimane per tre giorni e tre notti; quindi, per ordine di Dio il pesce lo restituisce vivo sulla spiaggia. Durante la sua permanenza nel ventre del pesce Giona recita un canto di lode a JHWH che lo ha salvato.
Il terzo episodio, che troviamo nel corrispettivo terzo capitolo, racconta l’ordine ricevuto, per la seconda volta: andare a Ninive a proclamare che Dio tra 40 giorni distruggerà la città. Questa volta l’ordine è eseguito e, appena i Niniviti hanno udito il messaggio divino, fanno subito lutto e penitenza. Anzi il re emana un decreto per obbligare tutti ad un solenne digiuno e ad una sincera conversione, per muovere Dio a risparmiare la città. Dio accoglie la penitenza dei Niniviti e la città è salva.
Nel quarto episodio troviamo Giona che si indispettisce del fatto che Dio abbia risparmiato Ninive e se ne lamenta con Lui, perché non approva che Dio perdoni Ninive e desidera la morte. JHWH però non approva il modo di pensare di Giona, che non si dà per vinto e spera di vedere compiere il suo messaggio, cioè la distruzione di quella città. Ma Dio, attraverso la storia del ricino, sorto e morto in un giorno, fa capire a Giona la sua volontà misericordiosa per tutti gli uomini.
[…]
Gesù volendo dare ai Giudei increduli un segno della sua missione divina, afferma che “come Giona era rimasto tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così anch’egli sarebbe rimasto nel seno della terra tre giorni e tre notti” (vedi Mt 12,40; Lc 11,29-30). Gesù rifacendosi al fatto di Giona, voleva non solo affermare che dopo la sua morte sarebbe risorto, ma che nella sua morte e risurrezione avrebbe realizzato la salvezza misericordiosa per tutti gli uomini, di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Il testo del Vangelo di Matteo fa proseguire la citazione con queste parole sulla bocca di Gesù: “Quelli di Ninive si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno, perché essi si convertirono alla predicazione di Giona. Ecco, ora qui, c’è più di Giona” (Mt 12,40; Lc 11,32).

Dies irae su Brik/Libri: “Un Gilgamesh nazionale”

coverbig.jpgdi GIUSEPPE PETRALIA
[da Brik-Libri]

Giuseppe Genna – imprevedibile ed eclettico autore che divide la sua esistenza tra studi e pratiche di intelligence, esperienze al limite del soprannaturale, pubblicazioni di stranissimi thriller che hanno conquistato molti Paesi, come gli Stati Uniti – ci conduce in un maelstrom impressionante, che dal 1981 arriva a oggi, allestendo una saga corale, una specie di epica contemporanea in cui nessun personaggio è un eroe omerico, ma ha qualcosa da dire e molto da soffrire.

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