Hitler - romanzo

Il romanzo cresce nelle Feste: niente Feste per il romanziere

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Il romanzo è l’estremità del romanzo dell’orrore e quindi non ha nulla di festaiolo o di celebrativo: si tratta, anzi, di un’anticelebrazione. E’ terminata la fase di studio della sua spina dorsale. Ora si procede con la prima, cartesiana “scalettatura” della mia vita: una gigantomachia, il cui campo di battaglia sono quattro fogli bristol. Tale “scalettatura” verrà realizzata entro il 7 gennaio. Dal giorno successivo: la stesura.
Niente da festeggiare nemmeno per l’autore, quindi, da qui all’Epifania.
Invece, tantissimi auguri ai lettori che stanno affluendo sempre più numerosi a questo sito, che offre loro soltanto testi meditativi o tecnici: un abbraccio a tutti perché trascorriate un felice Natale e perché il capodanno sia divertente e l’anno nuovo apportatore di serenità.
PS. E a te, papà, nel primo anniversario della transustanziazione, un abbraccio alla numinosa forma che chissà se è e dov’è.

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Fuga del giorno che viene

ffdx.jpgDove ritorna cava la casa è la presenza Tua che recrimina su altro da sé e ridonda in domestici rumori: seta che sfiora pareti, palmo alle pareti, anca che scosta l’anta della madia bianca e l’atto vuoto torna normale, cittadino. Un filo non visibile e verticale, che lega orizzontale me a Te, è ciò che resta, la permanenza non svanisce, immota, non muta davanti ai residui che restano disanimati: il biglietto, la forcella, l’elastico, le locandine – le umanissime dimenticanze.
Io Regno dei Cieli vi dico che sono questa Presenza non detta, non vista, agente, interiore.
I cieli bassi delle campagne in nebbia a sud di Lombardia.
Trafori muri spessi di vaporoso nulla.
Sulla autostrada confacendo a te stessa, aderendo agli spostamenti, interiori.
Fede bianca al dito che reca la parola “Essere”.
Bianco dito lungo, minimo fuso, da lieve a tremulo, a volte, dolcificato dalla sostanza dell’umore umano.
E io rimango aderendo allo stampo vuoto. Vedo le tracce del permanere. Laddove. Laddove…
Nel gelo, abbattendo barriere silenziose, stretti nel capogiro intorno la città, fino all’inferno di un circo dispiaciuto, fino all’inverno che unisce e separa, unisce e separa. O dondolio, o amore…
Umane paure, tremori: l’umano fuso, l’umana neve.
Uomo, pietra dolomia.
Uomo, erpice rugginoso.
Uomo, cielo distante.
Uomini-cristallo avanzano parlando.
Circo: un personaggio con voce grave ammonisce dal palco che ha perduto tutto quanto aveva guadagnato, dice che fugge a piangere e non piange. Parole sante di Reiner Maria Fassbinder stravolte nella loro santità, rotolate ai nostri piedi paralleli come mota metallizzata.
Tutto finito, tutto iniziato, la cresta dei momenti che saliamo e quindi discendiamo, a ritmi diseguali, la parola non è garantei significati, un attimo prima dell’enunciazione è la paura che tutto avanzi a farci indietreggiare.
Questo, amore, è il debito delle resistenze, la crestomanzia dei giorni a venire, gli immediati: gli immediati dintorni immagini il centro della pianura senza fine gelida, disseminata.
“Dipende da quanto Lei saprà o potrà…”.
Presenza.
Oro bianco.
Essere Tu.
Davanti lo sguardo si apre lo sperato buio, la disperata luminanza che non conosco.
Vedi: brucio immobile come il martire orientale.
Io, avvitato al fondo dell’anulare Tuo, freddo, ho incise in me le prime, le ultime sillabe.
Noi siamo quelle.

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Il romanzo: primo svuotamento del Mito

x.jpgIn medias res: l’incipit del romanzo assolverà da subito i due compiti precipui e di sfondo del libro stesso, cioè l’abbattimento del mito e l’entrata dell’umano nell’ambiguità. Sarà, con tutta probabilità, una scena muta. La mitologia umana che va a perdere indipendenza, si ricolloca nell’umano, non invade né spinge all’azione l’umano, bensì lo giustifica e ne è, eventualmente, contenitore della colpa collettiva. L’idea del Male si presenterà di fronte alla Cosa che fa il Male e rinuncerà al proprio statuto: non metastatizza demonicamente nella Cosa e quindi non la “riempie” e, in ultima analisi (qui: la prima tra le analisi) non ne giustificherà la azioni. E’ il primo nemico del libro a venire abbattuto. Secondo avversario da affrontare sarà l’idea della psicostoria: l’ambiente e la formazione come determinanti nello spiegare le azioni postume – e qui si procederà per successivi svuotamenti. L’idea metafisica non può essere espressa nella prima parte del romanzo e risulterà solo all’omaggio verso gli innocenti e all’incapacità della letteratura di riparare la Storia.
Finalmente lo studio centrale della vicenda storica che regge il romanzo verrà terminato (o quasi) entro stamattina. Dopo comincerà la fase molto ardua della “scalettatura” – pratica a cui sono disabituato, non avendo scalettato che una volta soltanto, in occasione del Dies Irae, con l’esito che, appena mi sono messo a scrivere, quella scaletta è saltata dalla prima scena. Nel caso del romanzo, per la delicatezza dei temi, la precisione storica richiesta da una pressione etica irrefutabile e il rispetto verso una santissima umanità, la scaletta deve essere rispettata. Sarà una fase di prescrittura molto puntuale, quasi maniacale, verso la quale mi prende sconforto: e sarà il mio Natale, il mio capodanno, la mia Epifania.
Intanto, ecco la figurazione mitica che, da subito, verrà stracciata di contenuti propri: la sua leggenda, che conduce allo Helter Skelter, cioè all’apocalisse in terra e in cielo, dovrebbe chiarire, a vantaggio di chi ancora non l’avesse intuito, il soggetto al centro del romanzo

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Irritazione al grido iperletterario

558182.gifIerisera, a una cena esclusiva, molto mondana, la crème dell’editoria. Convocate più di 150 persone che “contano”. Salotti milanesi mobilitati. Io ci sono e sto a un tavolo, accanto a una nota e storica pubblicitaria, una teorica della letteratura, tre editori e una amministratrice delegata. Per tutta la sera, ascolto discorsi intelligenti e posati, buon senso comune placcato a 24 carati, mentre mi piacerebbe stare vicino a uno dei tre editori, che è una persona geniale e che considero un amico di lunga pezza: è il “mio” editore. Impossibile intavolare con lui, a causa della posizione delle sedute, un discorso per me fondamentale che lui ha iniziato. Nello sviluppo della cena, resto solo con la storica pubblicitaria, un docente universitario, la teorica della letteratura, l’amministratrice delegata, un’esperta formidabile di arte contemporanea e i due editori restanti (il “mio” editore è stato risucchiato ad altri tavoli). Stimolato da non so quale domanda circa lo stato delle cose in letteratura, esprimo, per l’irritazione della pubblicitaria (che si alza e se ne va, indignatella, mentre sto parlando) e del docente universitario, all’incirca questa posizione: “Deve essere garantito uno spazio, che nulla ha a che vedere con l’editoria, di ricerca personale di letteratura artistica. Sto parlando di una ricerca che non discute l’esistenza di libri di letteratura. Parlo di un’esplorazione nell’inesplorato, della libertà a priori di prescindere da ogni lettore odierno, di tentare di parlare al lettore che vivrà tra cinquant’anni. Questa cosa non ha alcuna rilevanza sociale, è diversa dalla letteratura. Esorbita la forma-libro per come la conosciamo. Questa cosa è precisamente il cartafaccio di Amerika di Kafka, che doveva essere bruciato. O l’allucinante manoscritto semi-crittografato di Petrolio di Pasolini. Questo, di cui parlo, è un momento di ripiegamento dello scrittore su se stesso e di meditazione circa i semi che gli altri scrittori trascorsi hanno lanciato a fiore di terreno: semi che lo scrittore può fare fiorire, per piantare ulteriori semi. Questa attività è un gioco personale. Ed è l’unico modo, a mio parere, di compiere un salto che la letteratura in sé, per come è stata canonizzata dal contemporaneo, impedisce di compiere. Dov’è l’equivalente letterario di Arvo Pärt o di Anselm Kiefer? L’attività artistica a cui guardo può anche essere definita come estranea alla letteratura. Per compiere questo passo, io ho pensato di saltare del tutto l’editoria. L’editoria, con tutti i pregi che comporta, non può accettare il lavoro che matura e al limite deperisce nel cassetto. Per questo, riguardo all’opera a cui sto lavorando da anni, mi è chiaro che non si verificherà alcuna uscita editoriale. Pezzi sparsi dell’opera vanno già ora in Rete o appaiono come lacerti nei miei libri, ma l’opera in sé, a cui io guardo come a un’enorme installazione d’ordine nemmeno solo testuale, perché ci sono immagini, dvd acclusi o addirittura nascosti tra due pagine cucite tra loro, deve rimanere morta, per vivere eventualmente dopo. E’ in via di sottoscrizione un contratto con un museo estero, dove una delle due copie di questa opera finirà sotto teca. Contemporaneamente, essa, nella sua forma digitale, sarà messa totalmente a disposizione in Rete. La cosa fondamentale è che l’editoria, nel caso sia interessata a un lavoro retorico come quello che sto compiendo, arriverà per ultima. Industria e mercato, comunque, saranno gli ultimi attori, e solo in certa eventualità: che io non abbia commesso un errore marchiano, che sarei comunque felice di compiere quale segno della libertà che mi sono avocato esclusivamente in questo caso. Se il testo interesserà, l’editoria si muoverà. Per contratto stipulato, tuttavia, io sarò non vivente, in quel momento, e l’opera sarà anonima, non recherà il mio nome. Qui si affrontano gangli che io considero fondamentali per un futuro dell’arte: gangli essenzialmente comunitari, che l’attuale comunità non comprende come non è compreso Burroughs – dobbiamo attendere ancora vent’anni perché Burroughs sia compreso, perché Lynch sia compreso: perché i loro gesti e le loro posture accolgano il senso che la comunità identifica come intercettato da quelle forme particolari – e questo accadrà se Burroughs e Lynch non hanno sbagliato. E se hanno sbagliato, non importa, perché finché c’è l’umano questi gesti e queste posture vengono realizzati. Il problema è di questo tempo e non è della comunità che vive questo tempo: è un problema dei creatori che non riescono, tranne poche eccezioni, a rendere rappresentazione di questo tempo e, nello stesso istante, dell’assenza del tempo. Mirare agli universali esige una fase preparatoria di silenzio, in cui è necessario essere liberi, totalmente liberi”.
La pubblicitaria se ne è andata irratata, convinta che io parlassi di letteratura. E non era di letteratura che stavo parlando.

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Mitografia

idmito.jpgUno scrittore venuto a trovarmi a casa: “Non può essere visto soltanto dalla prospettiva dell’aggregazione comunitaria, il mito. Altrimenti si giunge alla persuasione, occulta o palese, alla calcolabilità. Che cos’è il mito?”
“Una domanda aperta. Si pone nello spazio oscuro per cui dall’essere, misteriosamente, si giunge all’esserci del mondo, al divenire – un salto buio, dove non vediamo. La letteratura mitizza quando si pone, non in forma di risposta, ma in forma di immagine che domanda, in quello spazio. Non dipende dalla percezione. Il mito viene configurato dalla percezione della specie che mitizza (mettiamo: lo stupor mundi), ma la potenza da cui emerge è della natura e prescinde dalle specie che percepiscono. Estinta quella umana, non le stesse configurazioni mitiche, ma le potenze da cui il mito scaturisce influenzerebbero anche altri apparati percettivi. La forma dura e materiale, il divenire tutto pone la domanda del mito”.
“Quindi è una domanda sul fatto che il disumano, o l’assenza dell’umano, sia nell’umano e il metafisico nel fisico. E’ la natura che irradia il mito, secondo te?”
“E’ l’essere. Nel passaggio di creazione (sia il Big Bang o altro), vi sono dimensioni che non sono parallele, ma interlacciate al tessuto universale che cogliamo soltanto nella sua dimensione materica, ma si tratta di mondi non captabili da percezioni e nemmeno da protesi tecnologiche delle percezioni. E’ l’etere aristotelico o l’akasha degli orientali. Lì dimorano le potenze. Il pianeta Giove, la sua forma, irradia comunque una potenza, a disposizione di qualunque apparato percettivo, cioè coscienziale, che intercetti quella forma. La dualità in toto esprime la potenza mitica”.
“Dunque il tragico utilizza il mito come forma primaria, specifica della specie umana. Ma il mito risiede nel regno delle potenzialità. E’ già la tesi della filosofia della natura di Schelling”.
“E riconduce l’uomo alla natura: cioè al non pensare, all’essere che accade, senza che linguisticamente (cioè attraverso l’intelligenza dialettica) sia possibile descrivere questo accadimento dell’essere”.
“Bisogna apprendere dunque a modificare il meno possibile ciò che emerge nell’atto della scrittura. Fare in modo che ciò che si scrive (o da cui si viene scritti) appaia già conformato in forma mitica. Intercettare…”
“Questa è la mia posizione. Poi ce ne sono molte altre. Però per me il centro totale è questo: è questo che determina la ‘penultimitività’ della letteratura”.
“Sì: che è ‘penultima’ perché non può rappresentare il mito fuori dal linguaggio e, quindi, fuori della specie”.
“Esatto. Questa è la mia poetica: la mitografia dell’aperto e del misterioso in questo senso…”

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Umano e Disumano: Homo sapiens e Homo demens per Morin

x.jpgNonostante io desideri perseguire una poetica di mimesi che si autodistorce (il motto popolare che la realtà supera la fantasia), il romanzo, percorrendo i binari della realtà non conduce soltanto a una soglia insuperabile in cui la rappresentazione DEVE arrestarsi (pena: un’esplosione di oscenità che altro non è che l’inveramento del Male propalato), ma porta direttamente a una finzione storica autentica, che è il delirio. Va detto che la Cosa che irradia il Male, per tutto lo svolgimento della sua indegna esistenza, è un atto di finzione dietro l’altro, ma con modalità politiche per cui sappiamo perfettamente come un politico indossi maschere a seconda dei momenti. Qui si tratta tuttavia di una finzione storica estrema, perché espressione di un’eccezione e comunque mirata a un fine che non coincide affatto con le mire delle finzioni stesse operate dal politico, secondo le apparenze. E tuttavia, avvicinandomi alla fine, storicamente, ecco che ravvedo emergere il delirio dell’epilettico. Se alla finzione, assai poco interessante in quanto preventivamente calcolata e quindi pessimamente letteraria, dei discorsi pubblici (la letteratura ad usum del Male: ecco a quale punto si è giunti…) intendevo sostituire una finzione più vera della realtà, mettendo in bocca al posto delle arringhe pubbliche i discorsi privati dello “zero” che fa da protagonista al libro, a un dato momento droghe e nervi contribuiscono all’emersione della veracità degli intenti sepolti e manifesti, trattenuti e trascinati per decenni: le reali intenzioni, che sono il Male, in forma di finzione retorica vera, un paradosso soltanto apparente, poiché si tratta di uno sconfinamento, anche linguistico, in zone di immaginario megalomaniaco e patologico: in delirio veritas.
Si pone, dunque, prima della fine, un nuovo estremo problema, che riguarda questo “zero”. Non potendo farne una deità lovecraftiana, devo comunque rappresentarne il delirio. Prima di quell’istante, il delirio e l’epilessia sono calcolati; nel periodo finale, il delirio è autentico. E dice più verità del delirio attoriale.
morin.jpgSoccorre, per le pratiche retoriche intorno a questo genere di delirio, un saggio di Edgar Morin [a destra], che precisamente va ad appuntarsi sul nesso iniziale e finale di cui il romanzo cerca di tratteggiare la vicenda: si intitola Cultura e barbarie europee (Raffaello Cortina Editore, pagg. 91, 9 euro) e ne riproduco un brano, qui di seguito. E’ un discorso pericoloso, che io utilizzerò ex contrario: esso testimonia il tentativo di fare reggere il principio dell’Umanismo (l’uomo che fa il male crede di fare il bene) che proprio la Cosa del romanzo ha spezzato per l’Occidente industrializzato del suo futuro, che è il nostro presente.

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Velocità e oblio: il contrario del romanzo

delillonl.jpgBisogna entrare in area DeLillo per comprendere che in ciò che egli lavora come mitologia collettiva non si configurano modi per me utilizzabili nell’affrontare un’estremità della Storia. Qualunque analisi circa l’elaborazione del mito ai nostri tempi è la conferma di uno degli obbiettivi civili che mi pongo, mentre mi avvicino alla stesura della prima struttura del romanzo. Da un lato, il mito viene oggi abbassato – è il mito laico: diventa larga condivisione di motivi deboli, che col mito poco hanno a che vedere, se si guarda alle tradizioni popolari e culturali e religiose; dall’altro, è la velocità di elaborazione e acquisizione della conoscenza e dell’esperienza a minare il sedimentarsi storico di una vicenda che, di norma, potrebbe costituirsi a mito. Così, anche gli scrittori. A queste analisi si oppone, secondo modalità del mito sacro (sebbene per costruire l’antimito), un’autentica e coraggiosa ideologia della memoria, presa nella trappola dello schematismo che impone ogni ideologia: richiama il proprio contrario, ed è costretta a spettacolarizzarsi per rintuzzare l’oblio che la contemporaneità stende su tutta la storia. Eppure, proseguendo negli studi pesantissimi (sotto ogni riguardo) che preparano il <delromanzo, è molto chiaro che la sussidenza di un mito falso, propalatosi come scarico di un senso di colpa per il Male che si è manifestato, è la risultanza di una persistenza del mito sacro e la radice ultima per cui il romanzo va scritto. x.jpgE’ neceessario riportare la Storia alla storia, il disumano nell’umano, certo, ma in forma di eccezione, non tacendo le corresponsabilità di un progetto ben più profondo di quello che si è manifestato storicamente: si tratta del progetto antiumanistico che ha costruito l’intera vicenda occidentale, si tratta del compimento di quel progetto. Il mito del Male, che riempie e giustifica con oscenità uno “zero” – cioè la Cosa che irradia il Male e che è protagonista del romanzo -, non può esimere lo “zero” da responsabiilità umane e noi stessi dall’assunzione di simili responsabilità, al contempo: ma non attraverso la finzione di una storia condivisa in modalità dilettantesche. Parodia di un mito, questo mito del Male resta come uno spettro tra noi, e impedisce che l’umanità occidentale si faccia carico davvero di quanto deve farsi carico.
E la letteratura? La letteratura, rispetto a questa Cosa, tace o la tratta attraverso finzione al quadrato: non è letteratura. Oppure agisce sull’evento storico (uno qualunque tra i successivi alla materia del libro a cui lavoro), esaltando gli effetti di quel Mito sbagliato, osceno esso stesso. Come è desumibile dal saggio che riporto integralmente di seguito: Il Muro di Berlino da Don DeLillo a Joyce Carol Oates. Nessuna delle categorie che Roberto Cagliero individua negli autori analizzati può testimoniare per i testimoni: la letteratura si è arresa (e, da notizie delle ultime ore, continua ad arrendersi) al volto del disumano incarnato nell’umano – rappresentarlo senza finzione di finzione non viene in mente ai grandi scrittori e, nel caso gli venga in mente, eccoli procedere a una riempitura dello “zero” che, in ultima analisi, è una giustificazione del Male in terra e una teodicea al contrario, una mitologia che distorce la memoria.
La letteratura abdica qui, a questa estremalità.

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