Hitler - romanzo

Ciò che spinge il romanzo è non visto

x2.jpgCiò che sospinge la scrittura del romanzo, che è estenuante per l’esposizione continua all’orrore e per l’impossibilità di rappresentare il Male e distruggere l’illusione di un romanzo storico finzionale, è il non visto, ciò che soltanto occhi viventi posso avere visto e non la vista monocola di uno scrittore o di un lettore. Eppure, il non visto è visibile. Visibile, esso non è visto. La riprova sta qua sotto. Quella che segue è l’immagine che fa da buco nero al gorgo di questo libro, necessario perché immondo. E’ un’immagine d’epoca, scattata male. La sua innocenza è apparente. La sua qualità precipua è di essere quasi unica. L’incomprensibile avviene qui sotto i nostri occhi, trasmesso col pudore di una denuncia impossibile – ed è impossibile accorgersi della denuncia. Ingranditela, cliccandoci sopra. Osservate gli alberi, immaginate lo stormire silenzioso. Questa finestra muta. La confusa scena che si svolge nel minimo appezzamento. Il tempo fermato che non redime. Questa immagine è tutta la poetica del romanzo. Io stopperò lo sguardo dei lettori, per non farlo scivolare nell’oscenità assoluta. Io esorcizzerò, maledicendo chi inventa, chi sovrappone finzione a realtà. Questa immagine richiede un simile silenzio, questa immagine punta il dito sulla letteratura, sulla sua criminogena irradiazione.

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“L’uomo senza speranza”

nigredoalbedo.jpg“L’uomo senza la speranza non può assolutamente vivere, come senza amor proprio. La disperazione medesima contiene la speranza, non solo perchè resta sempre nel fondo dell’anima una speranza, un’opinione direttamente o quasi direttamente, ovvero obbliquamente contraria a quella ch’è l’oggetto della disperazione; ma perchè questa medesima nasce ed è mantenuta dalla speranza o di soffrir meno col non isperare nè desiderare più nulla; e forse anche con questo mezzo, di goder qualche cosa; o di esser più libero e sciolto e padrone di se, e disposto ad agire a suo talento, non avendo più nulla da perdere, più sicuro, anzi totalmente (se è possibile…) sicuro in mezzo a qualunque futuro caso della vita ec.; o di qualche altro vantaggio simile; o finalmente, se la disperazione è estrema ed intera cioè su tutta la vita, di vendicarsi della fortuna e di se stesso, di goder della stessa disperazione, della stessa agitazione, vita interiore, sentimenti gagliardi ch’ella suscita ec. Il piacere della disperazione è ben conosciuto, e quando si rinunzi alla speranza e al desiderio di tutti gli altri, non si lascia mai di sperare e desiderar questo. Insomma la disperazione medesima non sussisterebbe senza la speranza, e l’uomo non dispererebbe se non isperasse. Infatti la disperazione più debole e meno energica è quella dell’uomo vecchio, lungamente disgraziato, sperimentato ec. che spera veramente meno. La più forte, intera, sensibile, e formidabile, è quella del giovane ardente e inesperto, ch’è pieno di speranze, e che gode perciò sommamente benchè barbaramente della stessa disperazione ec.
Quelli che meno sperano, meno godono della loro disperazione, e meno anche disperano, e conservano più facilmente una speranza benchè languida, pur distinta e visibile in mezzo alla disperazione. Tale è il caso degli uomini lungamente sventurati, e soliti ed assuefatti a soffrire e a disperare. Viceversa dico degli altri. La disperazione poi dell’uomo ordinariamente felice, è spaventevole.
Siccome non v’è infelicità che non possa crescere, così non v’è uomo tanto perfettamente disperato che sopraggiungendolo una nuova, impreveduta e grande sciaura non provi nuovo dolore. Anzi bene spesso quando anche sia preveduta, quando anche sia quella medesima per cui si disperava. Dunque la speranza gli restava ancora. E nessuno è mai tanto disperato che, se bene si dia a credere di non esser più suscettibile di maggior dolore, e di star sicuro nella sua piena disperazione, non sia realmente soggetto a sentire l’accrescimento del male. Non v’è infermo così ragionevole e capace di conoscer da se di avere necessariamente a morir del suo male (come sarebbe un medico ec.), che al ricever l’avviso di dover morire non si turbi fuor di modo. Dunque sperava ancora di non morire. […] E come non v’è tanto gran male che non possa esser maggiore, così non v’è disperazione umana che non possa crescere. Dunqu’ella non è mai perfetta per grande ch’ella sia, dunque non esclude mai pienamente la speranza.
Osservate quell’uomo disperatissimo di tutta quanta la vita, disingannatissimo d’ogni illusione, e sul punto di uccidersi. Che cosa credete voi ch’egli pensi? pensa che la sua morte sarà o compianta, o ammirata, o desterà spavento, o farà conoscere il suo coraggio, a’ parenti, agli amici, a’ conoscenti, a’ cittadini; che si discorrerà di lui, se non altro per qualche istante con un sentimento straordinario; che le menti si esalteranno almeno di un grado sul di lui conto; che la sua morte farà detestare i suoi nemici, l’amante infedele ec. o li deluderà ec. ec. Credete voi ch’egli non tema? egli teme, (sia pur leggerissimamente) che queste speranze non abbiano effetto. Io son certissimo che nessun uomo è morto in mezzo a qualche società senza queste speranze e questi timori, più o meno sensibili; e dico morto, non solo volontariamente, ma in qualche modo. E s’egli è mai vissuto nella società ec. morendo anche nel deserto, e quivi anche di sua mano, spera (sia pur lontanissimamente) che la sua morte quando che sia verrà conosciuta ec. Tanto è lungi dal vero che la speranza o il desiderio possano mai abbandonare un essere che non esiste se non per amarsi, e proccurare il suo bene, e se non quanto si ama“.
Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri, 22 agosto 1821

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Amorosa sottrazione

ff2x.jpgIo non so cosa mi tiene unito – mi tiene unito a me.
L’erba
marfisa lupina cura dai morsi magicamente, dalle contaminazioni e dalle mutazioni, sotto il plenilunio la metamorfosi avanza. Vedi gli arti rigonfiarsi e i nervi contratti, crescere, le ossa ispessirsi, il cristallino è giallo, la bocca si dilata nella smorfia, le narici insufflano lo zolfo. Questa, la patologia. L’erba si trova in fondi segreti di certi crepacci nello Himalaya. Maestri, un tempo adepti del medesimo dolore, ne conoscono la precisa locazione. La individuano. La nascondono. Gli affari umani si riconfigurano, stravolti, nella medesima forma sempre. Cosa li tiene uniti a sé?
Oh dolce, vaporoso stampo umano…
Allora andiamo, tu ed io, quando la sera si stende contro il cielo.
Come un paziente eterizzato sul tavolo operatorio.
Oserò
turbare l’universo?
Non oso, non so. Il cielo è un calco, un immenso organo umano, fossilizzato, bianco. La mia Colchide mi sfugge. Oh, Colchide…
Thomas Stearns Eliot scrive nella casa dove i termosifoni fanno eco all’acqua rotta da bolle d’aria: “Ho i nervi a pezzi stasera. Sì, a pezzi. Resta con me. Parlami. Perché non parli mai? Parla. A cosa stai pensando? Pensando a cosa? A cosa? Non lo so mai a cosa stai pensando”. Tu pensi.
D’inverno nessuno porta arance, nascoste nella giacca, alla città in assedio, innevata.
Occhio d’oro, osserva il mio luccichio tanto nero.
Sulla punta del mio indice si ravvoltola il verme della putrefazione: è minimo e biancastro. E’ l’ultimo pontefice. Crede di esserlo, fermamente.
“Non sorrido più”.
Signora tra tre leopardi bianchi. Mercoledì delle Ceneri, ogni giorno reiterato. In quale fuoco brucio? Dove sono io?
Exeunt omnes.
Genero solo prede, non c’è unione di ossa.
Installo sillabe. Faccio il mio lavoro, pagato. Arriverò a essere un servo inutile, finalmente?
Congedi assenti, dove le strade affondano, dove le strade sorgono.
Non c’è immagine di te, amorosa mancanza, nube di ozono che soffoca le prede, azzera l’ossa, non c’è immagine di te.
A volte, in angoli inaspettati, oppure no, a sorpresa, al centro del pavimento, sottile, un capello tuo ramato.
La memoria fu forte, oltre le ossa. Non è più. E’ ora.
La sostanza non può che sgretolarsi: la sostanza non si sgretola.
E più delira e più è savio quegli, che scorre le sue ore in non amorosa solitude e ne teme il giogo.
Incatenato. Congedato. Incongedato. Spaventato. Inadatto al silenzio. Occhio d’oro che non vedrò se non al varco. Incatenato. Regnato. Ricondotto alla bianca landa.
La visione dorata riappare.
Io vedo gli occhi ma non le lacrime.

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Giorni dopo giorni dopo il giorno

giunigredo.jpge il giorno è quello nero, si diffonde, aria secca, aria umida, flusso statico ostacolato, e si marmorizza – dove io non sono. Asfodeli neri. Indivie marcite. Nella palude l’acqua non è stagnante, la fauna non è amica. I belati furono sorrisi un tempo, non ricordo più. Non ricordo più gli anni trascorsi, i mali, le gioie, le accanite disperazioni: santità. Oblio che è buono scivolo e mi salvi, capovolgi il tuo parto discendente, radia i giorni a venire.
L’ipocrita erosione della tarma nell’armadio, meccanica, intenta intorno al pullover che fu mio un tempo, che fui io un tempo. Dove sono?
Mattine e sere si susseguono come danni muti, come esplosioni contenute nelle pire d’ossigeno dall’acqua oceanica. Sismi sotterranei, disse il veggente Hanussen, nel 2200 causeranno un’onda anomala e Nuova York ne sarà sommersa – così disse, e vestiva scarlatto, nel suo Palazzo Occulto.
Nomi dimenticati, lapidi dimenticate, sillabe che non hanno sfiorato il livido che liquido si espande. Assenze. Non desiderate intrusioni. Interruzioni. Poche salvifiche parole. “Tra barbarie e alienazione noi viviamo, o il paradiso artificiale sudafricano della scrittrice Karen Blixen” – così ha detto. Annuisco, salvo presso la mia meridiana umana. “Non piangiamo più – hai visto?” – così ho detto io.
Sono collaterale.
Uomo nudo, in controluce incarbonito, di spalle, nell’immenso prato piano che fu vivace, ora è spoglio, le mani a conca dalla gola alle narici: urlo.

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Lo Jakob von Gunten di Walser nel romanzo

Mentre scrivo, tutto si muove. La pangea teorica iniziale si rombe, dalle falde esce lava, si infilano oceani, si formano nuove concrezioni geomorfiche. E’ soltanto dopo avere superato la metà del libro che mi è chiaro come il mio protagonista, lo zero che è umano e non-umano e irradia il Male, abbia già un’occorrenza nella letteratura. Mi attendevo di trovarla in Kafka, ma ierinotte, ritornando da una cena con un amico scrittore, con cui si è parlato della distruzione del romanzo storico, mi è venuta alla mente l’isolata figura, la figura perfettamente isolata e metafisica di Jakob von Gunten, il protagonista omonimo del romanzo di Robert Walser, con cui lo scrittore svizzero distrugge il romanzo di formazione, trasformandolo in narrazione metafisica. Un indimenticabile scritto di Giorgio Agamben, letto in rivista anni fa (la rivista si chiamava Marca), si addentrava nello “zero assoluto di Jakob con il passo che avrebbe condotto lo stesso Agamben, insieme a Deleuze, a passeggiare per il linguaggio esistente e non-esistente di Bartleby lo scrivano di Melville. Jakob von Gunten e Bartleby non fanno il Male, ma pongono il mondo fuori gioco. Lo fanno (e non è la conclusione né di Agamben né di Deleuze) rinunciando all’empatia. La chiave che lega il protagonista di Walser, quella caricatura di Hölderlin che osserviamo morta nella neve, al personaggio di cui nel romanzo si opera l’autopsia è proprio questa: l’incrinatura dell’empatia, del legame tra sé e l’altro – il legame di specie. x2.jpgLa differenza è che Jakob resta nella superficie vuota che è sé, mentre lo zero umano e non-umano non resta in sé: esorbita, irradia. Di qui, l’orrore. Jakob von Gunten non esorbita e non comunica orrore, ma soltanto vertigine. Egli è metafisico; il mio personaggio no. Egli è simile, anche se non identico, a un illuminato; il mio personaggio è l’opposto di un illuminato, anche se si crede un illuminato. Tuttavia la chiave retorica è quella: è Walser che devo usare.
Da uno splendido articolo di Giorgio Vasta su Nazione Indiana, desumo le citazioni dal romanzo di Walser che definiscono certamente Jakob e, per paradosso, si attagliano perfettamente al buco nero che sto esaminando mentre stendo il romanzo

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Io

Un saggio ha detto:
Vi chiedo di non credere a nulla che non possiate verificare voi stessi.
Uno dei gravi errori dell’uomo, di cui ci si deve ricordare, è la sua illusione riguardo al suoi Io. L’uomo così come lo conosciamo, la “macchina-uomo,” l’uomo che non può “fare” e con cui ed attraverso cui tutto “accade” non può avere un Io permanente e singolo. Il suo Io cambia con la stessa rapidità dei suoi pensieri, sentimenti ed umori, ed egli commette un grave errore nel considerare se stesso sempre una sola stessa persona; in realtà, egli è sempre una persona differente, non quella che egli era un attimo fa.
Cercate di comprendere che ciò che di solito chiamate “Io” non è Io; vi sono molti “Io,” ed ogni “Io” ha un desiderio differente. Cercate di verificarlo. Voi desiderate cambiare, ma quale parte di voi ha questo desiderio? Molte parti di voi vogliono molte cose, ma solo una parte è reale. Sarebbe molto utile per voi cercare di essere sinceri con voi stessi. La sincerità è la chiave che aprirà le porte attraverso le quali vedrete le vostre parti separate, e vedrete qualcosa di nuovo. Dovete continuare a cercare di essere sinceri. Ogni giorno indossate una maschera, e dovete toglierla poco a poco.
L’uomo non ha un Io permanente ed immutabile. Ogni pensiero, ogni umore, ogni desiderio, ogni sensazione dice “Io.” Ed in ogni caso sembra si prenda per scontato che questo Io appartenga al Tutto, all’uomo intero, e che un pensiero, un desiderio o un’avversione siano espressi da questo Tutto. Nella realtà dei fatti, questa supposizione non ha alcun fondamento, Ogni pensiero e desiderio dell’uomo compare e vive in modo del tutto separato ed indipendente dal Tutto. Ed il tutto non si esprime mai, per la semplice ragione che esso esiste, di per sé, solo fisicamente in quanto cosa, ed in astratto quale concetto. L’uomo non ha un Io individuale. Vi sono, invece, centinaia di migliaia di piccoli Io separati, molto spesso interamente sconosciuti gli uni agli altri, che non vengono mai in contatto oppure, al contrario, ostili l’uno all’altro, reciprocamente esclusivi ed incompatibili. Ogni minuto, ogni istante, l’uomo dice o pensa, “Io.” E ad ogni istante “Io” è differente. Ora è un pensiero, ora è un desiderio, ora una sensazione, ora un altro pensiero, e via di seguito, senza fine. L’uomo è una pluralità. Il nome dell’uomo è legione.

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Kafka e gli Aforismi di Zurau nel romanzo

kafkanl.jpgNegli Aforismi di Zürau di Franz Kafka (curati da Roberto Calasso ed editi nell’economica Adelphi) sono racchiuse le minimali verità sul rapporto che mi lega al libro che sto scrivendo – libro che mi erode, mi espone a visioni e letture d’orrore. Libro che dichiara demonica la letteratura.
Vivo un disagio complesso, interrotto da brevi illuminazioni, nel buio terrifico di un tunnel che ho intrapreso a percorrere volontariamente, per scelta più morale che estetica, il che dovrà x2.jpgessere meditato, perché qui io intendo non aderire al paradigma dell’opposizione bello/brutto, bensì a quello del conflitto vero/falso, smascherando il falso, non concedendogli nemmeno un millimetro di spazio – ragione per cui la finzione non si aggiunge alla vicenda che narro e l’opera è letteraria nella trattazione attraverso posture di sguardo, tagli di sguardo sulla materia bruta, che tutti credono di conoscere e invece non conoscono affatto.
Kafka definisce l’apocalisse umano, il qui e ora sempre costanti, sempre presenti, il non sfuggibile presente.
Per esempio, la secca definizione kafkiana che si attaglia a me mentre scrivo (e che si allarga metafisicamente a me come uomo incarnato):
È ridicolo come ti sei bardato per questo mondo.
E’ una pretesa ridicola, in effetti, quella che tento di realizzare nel romanzo. Lo è almeno finché l’io non sia abraso, scarnificato e, altrettanto ridicolmente, venga assunta una parola che parli per tutti, per tutti gli umani esposti alla vittoria postuma del male, che è l’interruzione empatica. Kafka conosce questo saldo legame empatico, sa che soltanto la distrazione, la dimenticanza e l’oblio della non consapevolezza possono inficiare questo rapporto – che attualmente mi pare incrinato, e tale incrinatura mi sembra inaugurata proprio dal soggetto/non-soggetto che è il personaggio di cui il nuovo libro tenta l’autopsia:
In teoria vi è una perfetta possibilità di felicità: credere all’indistruttibile in noi e non aspirare a raggiungerlo.
L’indistruttibile è uno; ogni singolo uomo lo è e al tempo stesso è comune a tutti, da qui il legame fra gli uomini, indissolubile come nessun altro.

Di mezzo, c’è l’arte. Non sottovalutate la sua natura serpentina, bifida. Lo zero che irradia il Male è il soggetto del romanzo in quanto viene identificato con la degenerazione della letteratura, della potenza di consapevolezza o non consapevolezza che la letteratura irradia, esorbitando e agendo nel mondo. L’arte è duplice. Dualis est numerus infamis diceva Tommaso. C’è del demoniaco nell’arte:
La nostra arte è un essere abbagliati dalla verità: vera è la luce sul volto che arretra con una smorfia, nient’altro.
Per cogliere quell’abbaglio, bisogna indentrarsi. La percezione, che è anche memoria, fornisce la carne immaginifica che si muove, agisce e opera nella letteratura, fa emergere la verità accecante. A chi scrive resta l’abbaglio, la smorfia. Non ha altro da fare che indentrarsi, come nota Kafka:
Non è necessario che tu esca di casa. Rimani al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare neppure, aspetta soltanto. Non aspettare neppure, resta in perfetto silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere smascherato, non ne può fare a meno, estasiato si torcerà davanti a te.
La rappresentazione di un mondo estasiato che si torce: è il primo effetto di irradiazione del Male, su cui sto lavorando, abbacinato, la bocca distorta in una smorfia.