Hitler - romanzo

A chiusura del romanzo: il senso di fallimento

x2.jpgIl romanzo è terminato. Ora comincia la seconda stesura. L’impianto, a mio avviso regge. E dunque?
E’ il fallimento.
Questo momento in cui tutto è sbagliato, la scrittura è inadeguata, l’obbiettivo è mancato, l’incidenza del testo sulla realtà risulterà minima, il lettore non abbraccerà l’autore nel nucleo invisibile dell’immaginario, individuale e collettivo, che dilaga nella sua immane potenza, i protocolli non sono stati rispettati. Ho sbagliato. Sono andato oltre o sono rimasto al di qua. Non ho sfondato la barriera delle parole, non ho raggiunto il silenzio. Le citazioni sono troppo evidenti. Il montaggio non è armonico alla struttura. La struttura non fa affondare sotto la struttura, dove non è la struttura, ma la cecità che mai sarà sfondata e incanta. Non ho espresso libertà, non sono stato libero a sufficienza. Ho studiato, ma dovevo studiare di più. Sono niente, le parole sono prive di senso.
Sono felice.
Ecco, dunque, la pressione psichica a metà dell’opera: l’opera è già conclusa. Questo avvertimento intimo, questo sentore di mandorla amara, di cianide spezzata tra i denti, questo effettivo rapporto col premorte e col postmorte contemporaneamente. Questa divaricazione schizoide. Questa percezione dell’imprecisione di sé nel testo. Questa pia madre stremata. Tutto ciò è quanto lo scrittore affronta “nel mezzo del cammin” della sua opera. Il colore è verde scurissimo: ciò che deve germogliare è lugubre. I nodi appaiono non sciolti, in tutta la loro evidenza – e sono nodi psichici.
Ecco, dunque, il mestiere dello scrittore.
Da domani, si interviene. Mestiere e cecità su qualcosa che è già stato visto.
historiek_Muller.jpgEppure… Eppure il sogno non abdica. Sotto, occulto, al di sotto del romanzo, non visibile, è il buco nero che piega la luce, la disgrega. Questa disgregazione ha una forma ultima, che è ciò che sta sotto e oltre la forma-romanzo. Per darne un esempio, ricorro ancora a Heiner Müller: uno dei numi tutelari del libro e anche di altro. Questa forma è ciò che io chiamo Installazione.

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Scusate: me e i miei libri. Dialogo a distanza con lo scrittore/lettore

Devo scusarmi, ma sento la necessità di parlare di me e delle mie cose.
sl.jpgOggi, incontro con un bravo scrittore, che non è stato compreso a pieno, finora. Scopro che è un lettore dei miei libri. Ne parliamo e io parlo come secondo me si parla di letteratura, e quando io dico: “A me, i miei libri non soddisfano, non è quello che voglio fare e nemmeno quello che volevo fare”, l’uomo manifesta delusione, rabbia, incomprensione. Dice: “Hai fatto marchette, in pratica? Nel nome di Ishmael è una marchetta?”. Cerco di spiegargli. Non ha letto Assalto a un tempo devastato e vile, e quindi mi identifica con i tre libri che hanno per protagonista Lopez (escludo Catrame, che è un libro breve e non un thriller). Cerco di spiegare che a me la narrazione attraverso romanzo non ha più nulla da dire. Che la mia poetica è un’altra. Che per me è fondamentale sovvertire e spaccare la forma romanzo. Alludo al romanzo, dicendogli: il prossimo libro è pensato come un insieme di metope. Lui risponde: “Sì, ma lo stile… Il tuo stile… Ishmael, Il Drago e Grande Madre Rossa hanno il medesimo stile, è il tuo stile!”. Rispondo che io non ho stile. La delusione si ingrossa. Argomento: lo stile è zero, è difesa psichica, a me la scrittura e l’opera servono come arco di dissoluzione delle difese psichiche. C’è un’intenzione, per ogni libro, che è quella di arrivare a punti di me in cui la coscienza non è previamente giunta, e ciò non ha nulla a che fare con lo stile. La lingua è inesistente, il suo primato è superficiale. Faccio l’esempio di ciò a cui io guardo: i monumenti sacri induisti e buddhisti, scolpiti da anonimi che cercano di arrivare a dissolvere la psiche perché ritengono che l’uomo non sia solo corpo e psiche, sono opere che non vengono restaurate, perché essi stessi non sono il monumento: il monumento è il tempo che erode il monumento. Io guardo a questa cosa qui. Il romanzo tradizionale (che non esiste; diciamo, grezzamente, il romanzo che narra chiudendo, più o meno linearmente) non è più da me avvertito come forma veritativa: cioè, non mi fa calare in zone che non conosco. Posso raccontare storie, certamente, riutilizzare lo stile delle storie a cui certi lettori si sono abituati (lo scrittore/lettore in questione, per esempio, si è talmente abituato che il Dies Irae lo percepisce in continuità con la trilogia di Lopez). Mi continua a rispondere che i lettori così vengono delusi, che la mia è un’operazione elitaria. Gli controbatto che ciò a cui io penso e a cui mi piacerebbe lavorare è un’installazione, un ciclo di installazioni, di cui certi inserti e il finale del Dies Irae costituiscono un esempio. Si inalbera quando dico che non mi importa se i lettori saranno trecento. Dice: “Trascuri il lettore”. Non trascuro il lettore. Il lettore è il tempo dei monumenti induisti: è l’erosione del libro, che viene consumato dai climi mentali e dalle ore di attenzione e di differenti comprensioni e prospettive spese da chi legge un romanzo del sottoscritto. Quanto alle marchette, si tratta di un falso problema: io ho scritto e scrivo con il massimo dell’onestà, in una forma che sorgivamente farei germogliare in altro modo, rendendomi impubblicabile. Ho scelto, invece, di usare squarci in strutture di genere consolidato, ma il genere non esiste, non ha per me più senso che esista. Per me: non per gli altri scrittori o per i lettori. La fatica che ho speso nell’organizzare e nel portare a termine un romanzo che nessuno aveva tentato prima, per esempio, è il mio tentativo di dissolvere il genere storico. Se sbaglio, vividdio: posso sbagliare, sono libero di sbagliare… giunigredo.jpgDi fronte a ciò che sogno, l’autore/lettore arretra, abbastanza deluso: questo ciclo aperto, in cui il lettore non è più guidato, anzi, è portato a provare il dolore della mancanza di riferimento, il punto silenzioso che prima fa paura ed è nero, poi si illumina e diventa incandescente, dove non è più differenza tra me che scrivo e il lettore che legge – il punto preciso dell’abbraccio, del coito, dell’osmosi, della ricongiunzione di due parti innaturalmente separate… La polemica continua. Cito Hugo, Wallace Stevens, Eliot, Kafka, Celan, Burroughs, Petrolio di Pasolini: scrivevano calcolando i lettori del proprio tempo? Oppure si inabissavano alla ricerca di ciò che sarebbe stato abbracciabile dai lettori di ogni tempo?
Ognuno, ovviamente, ha la propria estetica: sia lo scrittore sia il lettore. Ognuno prende questo relitto, questa reliquia, che è il libro, messaggio lanciato privo di bottiglia, e lo legge come vuole. L’autore abbandona il proprio parto. Io sento questo, altri sentiranno altro.
Mi spiace che lo scrittore/lettore sia rimasto deluso e abbia percepito in me una falsità inesistente, nel momento in cui ho detto che, se dovessi giudicarmi, Assalto a un tempo devastato e vile e alcuni stralci di Dies Irae sono le cose scritte da me che mi soddisfano a pieno, perché mi hanno consentito un lavoro di inabissamento e incanto. I thriller erano votati alla fine del genere thriller, alla comunicazione di determinate informazioni, alla scrittura che poteva spaccarsi e permettere finestre sull’oscurità che non si sa: a me interessano quelle finestre. I lettori sono liberissimi di apprezzare non i buchi, ma il pieno. Ho scritto anche il pieno. Lo avrei scritto diversamente, date altre condizioni storiche. Un libro non è per sempre, nel mio caso. Lo stile è molti stili, poiché ciò che conta, per me, è l’indole della lingua, avvertire l’indole della lingua e starci. L’indole della lingua non è la lingua e non è lo stile.
Infine, il rapporto col popolare. Cosa fa uno scrittore? Intercetta. Intercetta ciò che è immaginario puro e comunitario, a più livelli. Gli immaginari fioriscono o sono già fioriti. A me interessa ciò che può fiorire. Se sbaglio a intercettare, sono un cattivo scrittore, epperò libero. Questa libertà il nostro tempo mette a repentaglio, io avverto la pressione di un simile repentaglio. Io spero di sfuggire al repentaglio e di potere scrivere fuori da ogni repentaglio: lo sguardo dell’altro non mi mette a repentaglio, a meno che non sia uno sguardo giudicante, la pupilla che percepisce in base a ciò che è avvenuto. La pupilla è aperta, essa stessa presenta il fundus oculi come un buco nero. Andare nel buco nero è la mia ambizione. L’esaurimento della letteratura, questo fallimento a priori praticato con inesausto amore, è la mia ambizione. La penultimità della letteratura è l’ambizione a questo esaurirsi, che fa la letteratura: l’eterno tentativo (eterno quanto è eterna la forma umana: quindi, è già terminato…) di avvicinare la letteratura all’ultimità che “significar per verba non si porìa”. Tu sei quello che tu vuoi, ma non sai quello che tu sei.

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Il romanzo al traguardo. Della prima stesura…

Mancano otto scene, di cui due assai complesse, ma è ufficiale che il romanzo viene chiuso nella sua prima stesura entro domenica 11 febbraio. La seconda stesura si rende necessaria non per perfezionare i dati storici, ma per tagliare la sommatoria di caratteri, che esorbitano notevolmente i limiti che questo libro, per sua natura, deve avere. x2.jpgSi tratta di compiere inoltre ricognizioni su alcune aree dove la carne viene a mancare. Scrivere un libro sullo Zero che irradia il Male e dice di sé “Io appartengo a un’altra specie umana”, forzosamente, desertifica dall’umano – e l’umano è la letteratura. Confermo, mentre sto terminando, che questo è il libro più necessario, difficile, titanico, impegnativo che io abbia mai scritto. Non tanto è in discussione l’esito, come al solito, quanto la mia esperienza interna. I nervi sono stremati dalla concezione della struttura, dalla scrittura cautissima e attenta e tanto diversa dallo stile mio personale – e soprattutto dall’esposizione a un orrore senza fine, dalla responsabilità che grava su ogni parola scritta, dalla renitenza impostami a non inventare: nulla è di fatto inventato, tutto è invece osservato e lo sguardo è montaggio. Le metope sono poste sul frontone del tempio umano. Ora si torna, metopa per metopa, a scalpellare le imperfezioni. E a ragionare sul testo: l’officina teorica non è chiusa – tutt’altro, siamo ancora a metà…
[Nella foto superiore, cliccabile: Livio Berruti taglia il traguardo nella gara dei 200 metri piani ai Giochi della XVII Olimpiade di Roma del1960]

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Il discorso del Grande Inquisitore nel romanzo

Dostoevskijdgi.jpgSono stremato. Ho superato i 5/6 della stesura del romanzo, ma oggi ho dovuto affrontare una scena, soltanto una, la più difficile, la più complessa, la più estenuante: si tratta del discorso che simula quello del Grande Inquisitore dostoevskijano e che viene fatto allo Zero umano che irradia il Male, il protagonista del mio nuovo libro. il personaggio, come da premesse esposte più volte nell’officina teorica che sto allestendo, deve essere non soltanto deshakespearizzato, ma anche dedostoevskijzzato, pena il fornirgli un rilievo mitopoietico che sarebbe osceno e giustificherebbe lo stesso Male che irradia da questa figura (credo che figura sia un termine più appropriato di personaggio, in questo caso). Svuotato di ogni finzione, dunque, stando fedelmente aderente alla storia effettiva, lo Zero umano trova Dostoevskij fuori di sé, nell’unica scena di finzione, che è esterna alla storia, prima del finale, che sarà un postmortem e quindi ovviamente una finzione. Il discorso non è quello di Dostoevskij, poiché non è il Cristianesimo a venire investito dal giudizio. x2.jpgQuesto è un discorso metafisico che denuncia l’a-metafisicità, e quindi il corollario della non-diabolicità e di qualunque altra giustificazione, della figura centrale del romanzo. La responsabilità è metafisica, l’uomo è angelico? Ho impegnato Eliot, Celan e altre fonti che mantengo occulte, per riuscire a imbastire un discorso che è mondano e ultramondano, laddove l’ultramondano per necessità non deve investire il destinatario del discorso.
Questa scrittura mi ha devastato. Accade, nel corso della stesura, che la devastazione trionfi e lo sconforto dilaghi. La cosa che ho da dire sembra davvero sopravanzare le mie capacità di scrittore. Non è questione tematica e nemmeno di stile. E’ che il libro non riesce a stare nel libro: è la tensione che si sperimenta nel momento preciso in cui la letteratura non ce la fa a contenere la cosa. La letteratura è destinata a non esserlo. L’ambizione, qui, non c’entra. Non sto parlando di entrare nella storia della letteratura. Sto parlando di un’esperienza: l’estrema tensione mentale, della concentrazione e dell’emozione, che trabocca da se stessa, esorbitando il linguaggio. In questi casi, la meta è sempre la redenzione (e non in termini cristiani). L’impossibilità della letteratura a redimere è uno dei nuclei intorno a cui sta gravitando la mia scrittura in questo momento. Speriamo che l’opera ne sia all’altezza.
Propongo, comunque, una straordinaria riflessione su Dostoevskij, a cura di Andrea Oppo: serve per un parallelo che accosta, ma non coincide con, il lavoro che sto tentando.

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Ontologia poetica del romanzo

Franz_Rosenzweig.jpgNihil humanum a me alienum puto: è il cardine intorno a cui ruota il romanzo. In questo caso, però, va pensata estranea l’invenzione. A questa si sostituisce un’ontologia, che è una poetica. E’ il filosofo Franz Rosenzweig [a sinistra], ne La stella della Redenzione (1921) a esprimere questa ontologia poetica a cui mi attacco come una boa, in mezzo ai flutti, per evitare di essere risucchiato, nell’atto della scrittura (giunta ai 5/6 del totale), in un abisso che stabilirebbe illusioni metafisiche in forma di giustificazione di questo Zero assoluto dell’umano da cui il Male irradia. La scrittura del romanzo è molte lotte: ma la principale è contrastare questa tentazione, l’invenzione che finge la giustificazione e legittima l’oscenità. Bisogna contare sugli antichi, sui padri, in questi casi. Rosenzweig è il padre antico a cui mi sto aggrappando, aggiungendo a quanto egli nomina “filosofia” ciò che io chiamo “letteratura”, e alla parola “suicidio” ben altro – ciò che fa uscire dalla natura:
“Dalla morte, dal timore della morte prende inizio e si eleva ogni conoscenza circa il Tutto. Rigettare la paura che attanaglia ciò ch’è terrestre, strappare alla morte il suo aculeo velenoso, togliere all’Ade il suo miasma pestilente, di questo si pretende capace la filosofia. x2.jpgTutto quanto è mortale vive in questa paura della morte, ogni nuova nascita aggiunge nuovo motivo di paura perché accresce il numero di ciò che deve morire. Senza posa il grembo instancabile della terra partorisce il nuovo e ciascuno è indefettibilmente votato alla morte, ciascuno attende con timore e tremore il giorno del suo viaggio nelle tenebre. Ma la filosofia nega queste paure della terra. Essa strappa oltre la fossa che si spalanca a ogni passo. Permette che il corpo sia consegnato all’abisso, ma l’anima, libera, lo sfugge librandosi in volo. Che la paura della morte nulla sappia di una pretesa divisione in anima e corpo, che essa urli: io, io, io! e non voglia saperne di far risalire la paura esclusivamente al ‘corpo’, che importa questo alla filosofia? L’uomo si appiatti pure come un verme nelle fenditure della nuda terra davanti al sibilare dei colpi della cieca morte implacabile, e poi senta violentemente, inevitabilmente senta quanto altrimenti non avrebbe mai percepito: che se mai morisse, il suo io sarebbe soltanto un ‘illud’ e perciò, con tutta la voce che gli resta in gola urli, urli ancora il suo io in faccia all’implacabile che lo minaccia di un cosí inconcepibile annientamento. A tutta questa miseria la filosofia rivolge il suo vacuo sorriso e alla creatura, che è squassata in tutte le membra dalla paura del suo aldiqua, mostra con l’indice teso un aldilà di cui essa nulla vuol sapere. Perché l’uomo non vuole affatto sottrarsi a chissà quali catene, vuol rimanere, vuole vivere. La filosofia che davanti a lui esalta la morte come la propria prediletta e come la nobile occasione per sottrarsi alle angustie della vita, sembra soltanto prendersi gioco di lui. L’uomo sente fin troppo bene di essere condannato alla morte, ma non al suicidio. E quella raccomandazione filosofica saprebbe soltanto suggerire il suicidio, non rendere accettabile la morte che a tutti incombe. Il suicidio non è la morte naturale, bensí quella assolutamente contro natura. La raccapricciante capacità di suicidarsi distingue l’uomo da tutti gli esseri che conosciamo e che non conosciamo. Essa designa addirittura l’atto di uscire dall’ambito complessivo della natura. Certo è necessario che almeno una volta nella vita un uomo si spinga fuori; egli deve accostare a sé almeno una volta in trepida meditazione la fiala preziosa, egli deve essersi sentito almeno una volta in tutta la propria terribile povertà, solitudine e lacerante separazione dal mondo intero ed essere rimasto un’intera notte faccia a faccia con il nulla. Ma la terra lo reclama di nuovo. Non gli è concesso, quella notte, bere fino in fondo la pozione. Per sfuggire alla strettoia del nulla un’altra via gli è destinata, una via diversa da questo precipitare nelle fauci dell’abisso. L’uomo non deve rigettare da sé la paura terrena, nel timore della morte egli deve rimanere”.

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Io e il romanzo e la storia: Szondi su Benjamin

“C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è cosi forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”.
x2.jpgQuesto, che Benjamin descrive nel suo saggio Tesi di filosofia della storia in Angelus Novus, è la descrizione perfetta del rapporto che intrattengo con la materia del romanzo che sto scrivendo. Ho superato ampiamento i 2/3 della prima stesura, per cui la prova dell’officina teorica qui allestita può dirsi compiuta. Ciò che ha resistito all’incalcolabilità a priori della scrittura, è questo atteggiamento: il tentativo impossibile di richiamare in vita la storia fatta a pezzi e gli innocenti che hanno subìto il male. L’angelo sono io scrittore, è il lettore. wben.jpgCiò che Benjamin [a fianco] chiama “progresso” è ciò che costituisce il futuro dopo l’estinzione della materia storica narrata nel romanzo. L’impresa non è possibile. Comunque, qualcosa avviene. La letteratura non redime nulla, in particolare ciò che essa stessa (è una delle tesi del libro) ha prodotto.
Non dell’Angelus Novus scrive il geniale critico Peter Szondi, nello splendido intervento che vi propongo, uscito nel 1982 sulla rivista Aut-Aut. Scrive tuttavia del tempo, della vicenda di Benjamin stesso, facendo perno sull’Infanzia berlinese e giungendo esattamente alle medesime latitudini tempestuose in cui l’angelo benjaminiano constata la propria impotenza a compiere quanto dovrebbe e vorrebbe, mentre qualcosa comunque accade, sta accadendo. Scrive infatti Szondi: “Benjamin non costruì l’arca solo per i morti, la costruì in grazia della promessa che egli aveva trovato nella sua propria vita passata. Giacché la sua arca non doveva salvare soltanto se stessa. Essa partì nella speranza di poter raggiungere anche quelli che avevano considerato come una feconda inondazione quello che in realtà era il diluvio universale”.
Per leggere lo straordinario intervento di Szondi su Benjamin [in formato pdf], basta cliccare qui sotto.
acrobaticon.jpgSzondi: Speranza nel passato. Su Benjamin

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“Sarà tutta spaccata la terra”

isaiaterra.jpgGli esperti dell’Ipcc ritengono con una probabilità compresa tra il 90 e il 95 per cento (“very likely“) che il riscaldamento climatico sia dovuto alle emissioni di gas serra determinate dalle attività umane. L’impatto di questi effetti durerà per gli esperti almeno un millennio. Entro la fine del secolo la temperatura superficiale della Terra crescerà da 1,8 a 4 gradi centigradi. Per quanto improbabile, non si può però neppure eslcudere la possibilità di un aumento fino a 6,4 gradi. I numeri citati dall’Ipcc non considerano l’effetto dell’aumento del livello dei mari dell’Antartico e della Groenlandia, resi noti da studi recenti, stabilendo che l’incremento alla fine del 2100 dovrebbe essere compreso fra i 19 e i 58 centimetri. In realtà i nuovi dati fanno ritenere che si possa arrivare a superare il metro.
Inascoltata, la voce di Isaia pronunciò parole oscure…

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