Mese: dicembre 2007

Dal romanzo Hitler: l’installazione APOCALISSE CON FIGURE

hitlercovermedia.jpgCome già annunciato, tutto il romanzo Hitler ruota attorno a una crepa, a una rottura, i cui lembi sono due pagine nere: si tratta del kaddish personale Apocalisse con figure (un titolo mutuato da Grotowski), il cui testo è stato anticipato inedito da l’Unità e letto a Officina Italia a Milano, in una versione ridotta e differente rispetto alla sezione interna al libro. Potete leggere una delle versioni qui e qui ascoltarne la lettura, mentre qui è acquistabile il libretto cartaceo della versione integrale stampato su Lulu.com.
Prima della chiusura per ferie invernali, su questo sito ho deciso di tentare la traduzione in slideshow di Apocalisse con figure: si tratta ovviamente di un analogon, che cerca di rispettare il comandamento poetico ed etico che viene conferito da Claude Lanzmann a qualunque tentativo di intrudersi storicamente o, peggio, esteticamente, nella questione della Shoah. Non ho dunque creato un’installazione come quelle già realizzate – qui non esiste alcun intento artistico, bensì il tentativo di abolire la vista a favore di quella che Lanzmann chiama “trasmissione” e Celan “testimonianza”.
Non è dunque un’installazione: come il romanzo Hitler è un romanzo, così questa è una installazione.
Al solito: essa è scaricabile e visionabile in versione html per Mac e Pc, oppure solo per Pc in file eseguibile (per vedere a schermo intero, cliccare sulla freccina obliqua arancione in basso, una volta downloadato il file e fattolo partire). Dato il peso, che si aggira intorno ai 5 megabyte, si consiglia il download a chi disponga di adsl o banda larga.
Apocalisse con figure – slide – versione html (4.9M)

Perché il romanzo Hitler oggi?

hitlercovermedia.jpgQualcosa si sta muovendo, in un momento in cui lo psichismo occidentale è vòlto alla preoccupazione di un decadimento che include perfino i fantàsmata apocalittici (e non per questo meno reali della concreta possibilità che si avverino) dell’estinzione di specie e di un mutamento definitivo del pianeta per mano umana (umana? Questa è la domanda…). Conati e rigurgiti del passato in forma di presente su cui incombe un futuro spettrale, tecnologie intrusive e aggressive al servizio della morte indotta, vizi e agghiaccianti comportamenti sociali, ricorso terapeutico a supporti artificiali – dove abbiamo visto prendere forma contemporanea tutto ciò? Io sostengo (e me ne prendo tutta la responsabilità) che la secolarizzazione avvenuta nel Novecento, grazie a radici ben più profonde e che affondano in tempi antichi, ha acquisito un senso nuovo rispetto a quello che poteva conferirvi un bigotto del XIX secolo. La secolarizzazione che viviamo per me coincide con l’incapacità umana di affrontare il nodo metafisico “Hitler”: coincide con l’incapacità di ridurlo a ciò che è – cioè a ciò: che non è. Si tratta dell’inoculazione del non-essere tra persona e persona, nella comunità umana ferita irrimediabilmente nella sua componente che, a occidente, ha condotto ad apparenza il Libro, non letto, stravolto, non praticato intimamente. E’ ciò che io intendo per fase terminale dell’umanesimo: noi non viviamo tempi umanistici, ma tempi antiumanistici. La fenditura da cui il non-essere penetra e dissolve pietas ed empatia tra umano e umano è l’apparire del non-essere stesso – cioè del non spiegabile non nel senso della teologia negativa, poiché nulla di divino o demonico connota questa apparenza che non è. Si tratta del non-essere che appare: questa “cosa” che appare non essendo è per me Hitler. Il Male che ha perpetrato non può essere sciolto con gli strumenti della morale semplice. In questo senso, il racconto supera la semplice morale e la semplice memoria.Il racconto deve essere vendetta, come recita il saggio di Pier Vincenzo Mengaldo sulla letteratura della Shoah.
Già, ma quale vendetta?
Io non perdono il non-essere, poiché non si può perdonare ciò che non è. Quindi io ho soltanto un canto da elevare: a ciò che è essere al massimo grado. Ciò che è al massimo grado dell’essere è l’obbiettivo del non essere che appare: sono i milioni sterminati, sono i Santi reclusi, separati. Compiere questa vendetta, che si struttura in una infinita dazione di amore verso coloro che mi fanno essere, cioè le vittime innocenti di Auschwitz Sobibor Dachau Varsavia Treblinka e delle altre innumeri locazioni di sterminio – compiere questa vendetta è conferire amore ai Santi. Questo, perlomeno, è il significato che dò al perno del libro, la sezione che è posta a tre quarti del romanzo, cioè Apocalisse con figure, e che interrompe momentaneamente, per forma contenuto e intensità di amore, la narrazione di una vicenda che testimonierebbe l’ingresso dell’antiumano nel cuore stesso dell’umano. In questo senso Hitler è per me un enorme esorcismo contro l’antiumano, condotto nei termini di una enunciazione in canto di parole non mie, e amorose, di testimonianza verso ciò che l’umano ha subìto e che ancora regge, sostanzia noi e il nostro essere nell’umanità umana ancora oggi, impegnati (epperò così in pochi rispetto a quanto dovrebbe l’umanità intera…) a suturare quella ferita, ad accoglierne la benedizione che essa irradia, secondo quanto dice il Libro stesso a proposito di Giacobbe.
Per questo pubblico di seguito un vecchio articolo di Marek Halter da La Repubblica: il ricordo di quanto accade nel giorno del Kippur 1941 a Babi Yar e come la commemorazione contemporanea vendichi attraverso amore l’opera di dissoluzione del non-essere che smangia, divora, stermina l’essere. Questo amore che ci mantiene passa necessariamente per il Canto dei Morti in devozione (non semplice memoria: devozione e gratitudine) per il popolo ebraico – ciò che le altre religioni monoteiste, come evidenzia l’articolo, non hanno ancora compreso, perpetuando la crepa tra umano e umano, essendo esse stesso veicolo di quel nuovo tipo di secolarizzazione che è il nemico della pietas, tratto che è il fondamento dell’apparire dell’umano ovunque esso appaia.

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Quello che nel romanzo Hitler non c’è: il nazismo magico

hitlercovermedia.jpgHo sempre covato una certa irritazione per gli storici che hanno appuntato la propria attenzione a un determinato tipo di sensazionalismo, intorno a Hitler e al nazismo. L’impostazione del famoso saggio di Giorgio Galli, Hitler e il nazismo magico, che nasce da una pregressa intuizione de Il mattino dei maghi di Louis Pauwels e Jacques Bergier, mette in luce incontestabili legami di ordine esoterico tra esponenti del Reich e massonerie varie, con il risultato di spiegare il nazismo stesso alla luce delle tenebre (o di quelle che il piacere del lettore complottista ritiene essere tenebre). La verità vera sarebbe altrove: ed ecco la distrazione fatale, ecco che Hitler non basta più a se stesso, dopo essere bastato a sei milioni di deportati ebrei e ad altri svariati milioni di caduti in guerra, civili e non. Questo tipo di modulo storiografico non sposta di un millimetro la realtà e la responsabilità connessa di ciò che avvenne. Non spiega minimamente il perché e il percome di certe apparenti anomalie che permisero al partito neonazista, lo NSDAP, di prendere il potere: l’aiuto bancario (anche grazie ai buoni uffici di Prescott Bush, patriarca della famiglia regnante USA), quello di Henry Ford (fitta la sua corrispondenza ideologica con il futuro Führer, a partire dal 1921), della Standard Oil, dell’IBM hanno in sé la risposta, che è dell’ordine del mercato. Tali e tanti furono i ventilati contatti esoterici di Rudolf Hess, che se lo tennero in carcere in Inghilterra fino al termine del conflitto. Hitler aveva un mago di fiducia (Hanussen: lo fece uccidere poco dopo l’autoincendio al Reichstag) e credeva negli oroscopi: e allora? Fatto sta che nel ’38 molti esponenti della Società Thule, la cricca esoterica di Von Sebottendorff, che veramente è l’ultima Thule dei revisionisti esoteristi, furono mandati nei campi, che a quei tempi erano ancora centri “di rieducazione” e non ancora di sterminio. Hitler non smetteva di parlare male, tra gli intimi, delle “pacchianate pagane” di Heinrich Himmler. Il quale, dal canto suo, è vero che giunse a credere di essere la reincarnazione di Enrico il Plantageneto e organizzò secondo canoni di esoterismo pratico l’ordine delle SS.
Nella stesura del romanzo Hitler è stato scartato da subito è proprio questa tentazione non soltanto di spiegare Hitler (che è cosa ben più seria e mette in scacco l’ontologia di qualunque hitlerologia storiografica), quanto di spiegare Hitler con una sottospiegazione, che ha in sé una fascinazione pericolosa, inquinante oltremodo, fumosa al punto che lo sguardo – che deve essere testimoniale e lucidissimo – non riesce a vedere oltre la cortina spessa e livida di quel tenebroso vapore. Cortina fumosa che diviene, nei nostri decenni, uno degli elementi portanti del Mito di Hitler (la medesima operazione non ha funzionato col tentativo, pure effettuato, di legare Evola al regime mussoliniano). Proprio per questo, considero l’ermeneutica esoterica una delle emanazioni di quella che si potrebbe convertire nella “vittoria postuma” di Hitler: ciò che il romanzo si propone di impedire sul piano letterario e metastorico.
A tale proposito, pubblico una significativa intervista che giorgio Galli ha rilasciato al periodico 30 giorni, diretto da Giulio Andreotti.

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La linea storica del romanzo Hitler: Fest vs Kershaw

hitlercovermedia.jpgUno dei molteplici problemi che ci si deve assumere per scrivere un romanzo su Adolf Hitler, poetiche ed estetiche di rappresentazione a parte, consiste nella scelta di una linea storica da seguire. Si intenda per linea storica: la successione degli eventi, che dalle biografie emergono ambigui perfino nelle date, nelle grafie, nelle decisioni su cosa inserire nell’ovale luminoso e cosa lasciare in ombra. Il problema, per il narratore, coincide dunque con un problema ancora più profondo: che è quello di emendare l’invasiva interpretazione che gli storici hitlerologi hanno dato di Hitler, cercando la spiegazione, tentando di isolare elementi che potessero indicare il punto o la dinamica di trasformazione da un supposto Hitler edenico (spesso: il bambino, che sarebbe stato innocenza) allo Hitler che è pronto a sterminare un popolo. La scelta personale è caduta su un mix di testi biografici e di saggi specifici (tematici: per esempio Erich Schaake, ma non solo lui, sulle donne di Hitler; oppure teorici, come quelli di George Mosse o quello di Ian Kershaw sull’enigma del consenso, che per me non ha nulla di enigmatico). Sono il testimone diretto William L. Shirer (con l’aggiunta dei reportage in Qui Berlino) e il biografo Joachim Fest (con l’appendice de La disfatta) le scelte che ho compiuto – emendando ogni giudizio, tranne quello, per me già formulato e ritrovato in Fest, di Hitler come vivente una bolla vuota: la non-persona che ho tentato di rappresentare. Ho totalmente evitato, invece, l’interpretazione iperstoricistica, che a mio parere va a deflettere la colpa e l’estremalità ontologica di Hitler, data da Ian Kershaw, la cui monumentale biografia è virata secondo un preciso indirizzo, contestato dallo stesso Fest.
Di una simile cotestazione è testimonianza una fondamentale intervista che Fest rilasciò al Corriere della Sera in occasione dell’uscita della biografia di Kershaw e che qui di seguito riproduco: vi si leggerà come perfino i più rigorosi storici lanciano un appello (del tutto inascoltato) alla letteratura, poiché a questo li constringe l’estremalità di cui si diceva.

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Avvicinamenti al romanzo HITLER: Paolin su Littell

hitlercovermedia.jpg1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell’errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio – Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell
9. Avvicinamenti al romanzo: la rappresentazione del Male
10. Avvicinamenti al romanzo: rappresentare le vittime del Male, rappresentare chi fa il Male
11. Avvicinamenti al romanzo: Giglioli su Littell
12. Avvicinamenti al romanzo: Sebald e Austerlitz


Demetrio Paolin era già intervenuto, a proposito della nozione di “Zona Grigia”, nel dibattito su Littell e il suo Le Benevole. Sulla splendida biblioteca di Babele recensoria che è Bottega di lettura, ha adesso pubblicato un articolo, che condivido in ogni sua sillaba, circa la struttura poetica e immediatamente morale del romanzo di Littell, soffermandosi tuttavia anche sulle implicazioni strutturali e stilistiche, e proponendo un paragone che, ai critici letterari, può apparire scabroso, ma che di fatto non lo è, in quanto è emblematico della leggerezza etica che implica l’atteggiamento poetico di Littell. Ripresento qui di seguito l’articolo di Paolin, che rimane una panoramica penetrante, poiché fa riflettere su temi centrali, che sono poi ancora più centrali per uno scrittore che ha tentato di affrontare la rappresentabilità non del nazismo, bensì di Hitler stesso.

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Il romanzo HITLER: fare ed evitare La caduta

hitlercovermedia.jpgUno dei protocolli rappresentativi che potevano interessarmi, nel rappresentare in forma di romanzo quel buco nero che è Hitler, non è letterario, poiché non avevo alle spalle letteratura che mi sostenesse: è un protocollo rappresentativo cinematografico. Si tratta del film La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler, del regista Oliver Hirschbiegel, dove Hitler è interpretato da uno strepitoso Bruno Ganz. Ciò che mi interessava erano i momenti che potevano risultare (ma non erano) documentaristici, mentre rigettavo tutto ciò che di collaterale e inventato veniva inserito. Il film fu realizzato con la consulenza di Joachim Fest, sulla traccia della testimonianza resa dalla segretaria personale del Führer, Traudl Junge (testimonianza peraltro contestata). Soltanto un hitlerologo può comprendere un’operazione come quella che Hirschbiegel compie a tratti – e sono i tratti per me decisivi: è dagli ultimi filmati in cui si scorge Hitler e dalle foto finali che partono alcune delle sue scene, le quali, sviluppandosi, si attengono al dettato di Fest (per esempio, il momento in cui Hitler esce coi gerarchi dal bunker, per premiare i bambini della Hitlerjugend che difendono Berlino: un calco dell’ultimo filmato originale che riprende in vita il dittatore). Lo storico si chiudeva nel camerino con Ganz per due ore, prima che una scena venisse girata. A risultato concluso, Joachim Fest ritirò la firma della consulenza. Perché? Non si conoscono i motivi, anche se si sospetta che coincidano con le ragioni che spinsero Wenders a contestare duramente la pellicola: ne veniva fuori un Hitler troppo umano. Ed è vero: per cui, La caduta si pone come possibile modello rappresentativo e anche come il suo opposto – cioè ciò che non si deve fare, la concessione empatica a Hitler. Questa empatia viene soprattutto enfatizzata dal soffermarsi della cinepresa sul tremito parkinsoniano della mano che Hitler nasconde dietro la schiena. La si vede troppe volte, è un segno che Hitler è umano ed è il corrispettivo dell’appello dell’SS Max Aue, in incipit delle Benevole di Littell: “Fratelli umani”. Nego questa fratellanza. Questa fratellanza va negata. L’impostazione della Caduta diviene, tramite empatia, il dramma di un uomo, aspirando a rappresentarne la tragedia. Non riesce a rappresentarne la tragedia perché il tragico è altra cosa, ma riesce a rappresentarne il dramma, che presuppone una continuità tra Hitler e l’umano che, per lo stesso Hitler, non esisteva (Hitler stesso disse all’ambasciatore spagnolo, Espinosa: “Sono un uomo, ma di altra specie” – si deve partire di qui, a mia detta).
Il problema di rappresentazione di Hitler, a mio parere, può attenersi soltanto al movimento di dilatazione oculare circa ciò che è accaduto, affinché sia mostrato il vuoto che Hitler incarna. Questo vuoto è non-essere, negazione dell’empatia e apertura della faglia e della ferita tra umano e umano. Si tratta di qualcosa di estremamente contagioso, che funziona per metastasi, e a cui soprattutto l’artista deve opporsi. Non però con i mezzi dell’umanesimo occidentale che figlia Hitler, realizzandosi nell’opposto di se stesso: nell’antiumanesimo. C’è da ragionare circa il perché Hitler appare in Occidente: io non credo nella determinazione da parte della tecnologia, nella destinalità della tecnologia che figlia Hitler (la questione dei campi come possibilità tecnologica che, prima di Hitler, non era data: non è questo il cuore del problema, per me – e non soltanto per me). L’umanesimo occidentale accumula nubi per secoli, finché le nubi non scaricano sulla terra un fulmine – qualcosa di elettrico, impulsato, che lascia sentore di ozono dove cade, dove cade brucia tutto e lo annichila, separando anziché unire il cielo e la terra: è, insomma, qualcosa di totalmente altro dall’umano.
A ciò si aggiunga una difficoltà ulteriore: rappresentando Hitler nel modo in cui vado dicendo, sfumerebbe la possibilità di dire che nessuno è immune dall’essere nazista. Io non credo a questa celebre massima: è la linea di discrimine in cui l’umanità si trova sempre. Alla prova dei fatti, quando era possibile diventare nazisti, molti non lo diventarono e pagarono con enormi, o insuperabili sul piano ontologico, sofferenze e orrori la propria scelta – a riprova che bisogna rovesciare questo ulteriore truismo in una verità meditata: ciascuno è libero di scegliere di non diventare nazista, conoscendo ciò che comporterà per lui tale scelta che ribadisce l’umano e la libertà autentica.
Infine, un’altra distanza dalla Caduta. Il film si erge come LA pellicola definitiva sulla fine di Hitler. Questo sogno di unicità è esattamente l’umanismo rovesciato, è un sogno artistico demiurgico che esprime la retorica precisa con cui Hitler appare e si impone. Quindi, il romanzo Hitler ha predisposte in sé le difese, tutte annidate nel testo, per evitare tale retorica: lo Hitler che ho scritto non è il romanzo finale su Hitler, anche e soprattutto perché è il primo a essere scritto.
Riproduco una sintetica ma puntualissima recensione cinematografica a La caduta, pubblicata su Cinemavvenire, a firma Guido Vitiello: concordo su ogni punto evidenziato dal critico, a parte il giudizio dato sulla biografia hitleriana di Fest, che definirebbe il Führer come figura “eroica e plutarchiana”: tutt’altro, se è vero che il lungo capitolo centrale è una rigorosissima meditazione su Hitler come “Non-Persona”, e non esiste altra biografia che testimoni della vuotaggine e dell’abulia idiota di Hitler lungo tutta la sua esistenza.

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Da L’eclissi dei Subsonica: CANENERO

canenero.jpgCome annunciato, ne L’eclissi, lo splendido album appena fatto uscire dai Subsonica (e di cui si raccomanda l’ascolto dei singoli La glaciazione e L’ultima risposta – quest’ultimo, un autentico prodigio testuale), una canzone, Canenero, è ispirata a una scena del Dies Irae. Per ringraziare Boosta, Samuel, Max, Vicio e Ninja, ho dedicato alla canzone un’installazione, che questa volta rovescia i termini: la musica e il suo testo sono più fondamentali del breve passo che mutuo dalla scena del Dies Irae, minimo cut-up di appoggio.
Data la particolare natura della scena e, conseguentemente delle immagini scelte per l’installazione, si consiglia il download ad anime disposte a fare quanto hanno fatto i Subsonica: effettuare la denuncia dell’orrore, che è tra noi, di cui si parla poco, contro cui ancora meno si fa in Italia.
L’installazione, come sempre, è visibile per Mac e Pc in versione html, oppure solo per Pc in un file eseguibile (downloadare, cliccare sull’icona azzura due volte o permettere di eseguire se Windows lo chiede e, per visualizzare a schermo intero, cliccare la freccina arancione obliqua che è in basso alla schermata).
Dato che il peso dell’installazione si aggira sui 5 mega, si consiglia il download a navigatori che dispongono di banda larga o adsl.
CANENERO – da L’eclissi dei Subsonica – versione html
CANENERO – da L’eclissi dei Subsonica – file .exe per Pc