Mese: gennaio 2008

Ancora il “Corriere della Sera”: Cordelli sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgFuoriesco per un attimo dal protocollo essenziale del romanzo Hitler (non importa l’autore, non importa il libro: importa la prospettiva a cui si guarda la “cosa” – prospettiva che si invoca non essere unica, che si chiede venga anche contestata) e rimetto i panni dello scrittore che ha pubblicato Hitler. In questi panni, oggi, mi accade di essere felice come non mai. Cosa può infatti desiderare un autore, se non una visione critica (che muove anche appunti importanti) da parte di colui che l’autore stesso da sempre giudica un Maestro? Oggi mi è infatti capitato questo: Franco Cordelli, il critico e scrittore che giudico un Maestro (qui l’intervento che tempo fa gli dedicai sulle pagine dei Miserabili) ha scritto un elzeviro per me sconcertante nella Terza Pagina del Corriere della Sera. Perché sconcertante? Perché Cordelli, come so e come dovrebbe essere risaputo, fa la critica per come la critica dovrebbe essere fatta – non c’è intenzione, riferimento o prospettiva a cui io abbia guardato che Cordelli non enunci, analizzi e discuta. Il discorso generazionale che fa è esattamente rispondente alla mia percezione e alla mia intenzione (rimando a quanto ho scritto sullo sfondamento del genere storico a proposito di Antonio Scurati e altri su Carmilla). La memoria, la cultura, la sensibilità al servizio non tanto della legittimazione, quanto dell’affrontamento del testo: io desidererei che l’atteggiamento critico di Cordelli, che a mio avviso ha il suo apice ne La democrazia magica (Einaudi – scomparso dal catalogo; e sarebbe urgente riproporlo, per tutta la mia generazione), fosse la spina dorsale dell’umanismo che guarda al testo come centro fondamentale di ciò che la letteratura irradia, se riesce a irradiare qualcosa.
Desidero ringraziare moltissimo Cordelli per la sua attenzione e per questa sconcertante profondità di sguardo che mi ha regalato, e voglio anche ringraziare la redazione culturale del
Corriere, che ha permesso che il romanzo Hitler venisse discusso sulle pagine del quotidiano di via Solferino ben due volte e da due prospettive diverse. Davvero: grazie.
Riproduco in due modalità l’intervento di Cordelli: può essere letto in pdf cliccando qui sotto o letto direttamente in html di seguito.
L’elzeviro di Franco Cordelli su Hitler (pdf)
franco_cordelli.jpgElzeviro – Il romanzo biografico di Genna

Adolf da vicino
un tipo allucinato

di FRANCO CORDELLI
Se fosse un film, Hitler di Giuseppe Genna (Mondadori) sarebbe rubricato come biopic. Ma è un romanzo, più difficile stringerlo nel genere biografia. Ciò che in esso colpisce è la spasmodica lotta per sfondare i limiti del genere. Si tratta, insomma, di una lotta per lo stile. In senso strutturale il testo si presenta come somma di momenti culminanti, ben centoundici, più uno denominato «Postmortem». Ma questi culmini, tutti insieme, o uno dietro l’altro, formano una storia, più precisamente una biografia, dal principio alla fine, senza clamorose varianti rispetto all’abbondanza di cognizioni in nostro possesso. A proposito di Hitler, è notevole che l’interesse per questo personaggio, benché continuo, vada a ondate. C’è l’onda alta degli anni Cinquanta, da Trevor-Roper a lord Russell a William Shirer, da Grass a Weiss; c’è l’onda degli anni Settanta, con quella fremente speculazione filosofica che è Il processo di San Cristobal di George Steiner, con Canetti geniale lettore di Speer memorialista del suo Führer, e con l’insuperabile summa che è Hitler, un film dalla Germania di Hans Jürgen Syberberg; c’è infine un altro ritorno nei nostri anni: penso al lavoro di Joachim Fest, a Moloch di Sokurov, a Him di Maurizio Cattelan, l’umile-umiliato pupazzo che ora il regista di Fanny e Alexander, Luigi De Angelis, ha messo in scena in rapporto a Il mago di Oz di Fleming; e c’è, infine, The Castle in the Forest di Norman Mailer, che i lettori italiani ancora non conoscono.
Forse è a quest’ultimo (lo dico intuitivamente) che si può agganciare il testo di Genna. Con il grande scrittore americano Genna ha in comune il vitalismo, se non lo sfrenato bisogno di letteratura, o addirittura di scrittura. Al di là di questi dati, di tipo storico, o sociologico, resta l’abnormità dell’impresa e che essa segua a distanza di poco più di un anno Dies irae, un romanzo- romanzo, di ancor più impegnativa mole. D’altra parte, poiché tra le persone ringraziate alla fine del libro figura Antonio Scurati, come non pensare al suo Una storia romantica? Come non pensare che era un libro di mole considerevole e che sia l’epopea di Scurati sia Hitler di Genna sono romanzi storici, di autori nati nello stesso anno, il 1969? Insomma, ciò che a noi appare sovradimensionato, rispetto alle abitudini recenti, per l’ultima generazione è normale, normale che un romanzo debba avere una certa consistenza e che, evadendo dal genere (nella fattispecie la biografia), di nuovo approdi in antico, al romanzo storico.
Sfogliando una qualunque, buona biografia, per esempio La regina Vittoria di Edith Sitwell, si riscontrano stilemi in Genna assai frequenti. «Guardate — dice la scrittrice inglese — guardate Gladstone che, nel Colosseo, al lume di luna, fa la sua proposta di matrimonio a colei che diverrà sua moglie »; e poco dopo: «Guardate Disraeli, lucciola attempata ma sempre luminosa, che altri biografi definiscono una specie di Byron mediterraneo». Questo invito all’attenzione in Genna è costante. I suoi «guardate », «osservate», «preparatevi » sono così incalzanti da conferire al testo tutt’altra dimensione rispetto alla Sitwell. La Sitwell è discorsiva, ci richiama all’ordine in modo incidentale. Avvertendo l’attuale mancanza di fiducia nel romanzo come opera d’arte, Genna è imperativo. Anzi, percussivo, martellante. Per usare l’aggettivo che più spesso ricorre nel testo, è esorbitante. Per Genna, non c’è ritratto che non sia survoltato: «Il volto largo e unticcio di Bormann si sporge verso il Führer, la bocca dalle labbra a ciliegia». Ma Hitler (cioè l’oggetto della sua narrazione) è una non-persona, un punto di vuoto, ovvero il male, anzi il Male: per Genna la Storia è un’entità allegorico- metafisica. Antagonista, rispetto a questo inestimabile deserto (il deserto è dove appare il diavolo), è, nell’inerzia della struttura biografica, lo stile, anzi l’eccesso stilistico: in Hitler di Genna tutto è euforico, esclamativo, lapidario. A soggetto posticipato, o ripetuto e posticipato, ogni frase è breve, fino a configurare una specie di monstrum paratattico.
Ogni frase, come nella psiche di Hitler quale descritta da Genna, è un inizio e una fine, una fine e un inizio. Rapidamente, si passa dagli espressionisti tedeschi ai romanzieri storici di oggi, tutti soggetto e verbo. Hitler davvero non è più una biografia, bensì un libro forsennato e, più precisamente, un allucinato libro di storia allucinatoria.

Altieri su “Border Fiction”: sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgAlan D. Altieri, autore della memorabile Trilogia di Magdeburg, di cui su questo sito si è accennato, mi fa l’onore di occuparsi del romanzo Hitler. Lo fa con una recensione che mi imbarazza, per l’entusiasmo e la prosa che Altieri (di cui va assolutamente visitato il forum a lui dedicato) impiega in questo esercizio interpretativo, con cui ribalta la mia personale prospettiva sulla “non-persona” Hitler. La recensione sta su Border Fiction, sito letterario frequentatissimo, che si occupa di genere, fiction e realtà, o, meglio, come dice la sottotestata, di “storie di frontiera”. Riproduco, col permesso dell’autore, l’articolo, che si trova qui su BF, con la possibilità eventuale di commentare.
Mi sento in dovere di esprimere tutta la mia gratitudine ad Altieri, il cui parere è per me fondamentale trattandosi di uno scrittore che ammiro indicibilmente, e a Border Fiction che ha dato ospitalità alla recensione.

Giuseppe Genna’s “Hitler”

di ALAN D. ALTIERI
ALTIERI_HITLER.jpgLA MAPPA DEFINITIVA DEL MALE UMANO
Uno spettro si aggira per (i cieli dell’) Europa. No, non e’ una inedita ideologia collettivistica (o qualsivoglia grottesca distorsione globalizzata della medesima). Non e’ nemmeno una stella cometa portatrice di pace/fede/speranza (o qualsiavoglia ridicola illusione psicotica delle medesime). Questo spettro e’ una entita’ mostruosa. Un osceno lupo deforme, il Fenrir, scaturito da un abisso di incubi. Ha una missione: trovare un araldo in grado di spalancargli le porte del Ragnarok, la Fine dei Giorni. Non deve cercare a lungo. L’araldo del Fenrir ha gia’ un volto, ha gia’ un nome. E dopo il suo passaggio sulla terra, nulla, nulla in assoluto, sara’ piu’ lo stesso.
Quanto sopra e’ l’inizio, pura rivisitazione del gotico scandinavo, di Hitler, il nuovo, grandioso romanzo di Giuseppe Genna, Mondadori Editore, collana Scrittori Italiani e Stranieri. Poco meno di dieci giorni dall’uscita e gia’ alla seconda edizione.
Non tentiamo neppure di nasconderci dietro orpelli piu’ o meno ipocriti: la storia dell’uomo E’ la storia degli sterminatori dell’uomo. Alessandro Magno e Giulio Cesare, Gengis Khan e Timur Lenk, Albrecht von Wallenstein e Napoleone Bonaparte. Eppure, nessuno di questi super-killers riesce ad avvicinarsi neppure lontanamente ai trionfi, genocidari e non solo, di Adolf Hitler.
Molto si e’ scritto su Adolf Hitler, molto altro si scrivera’. Sempre pero’ in forma di saggistica. In un suo libro non troppo conosciuto, Norman Mailer esploro’ la strada di tramutare Hitler in personaggio. Con dubbi risultati.
A tutti gli effetti, questa e’ la prima volta, la prima volta in assoluto, che un autore in generale — un autore italiano in particolare — affronta la sfida impossibile di Adolf Hitler protagonista di un’opera di narrativa.
Giuseppe Genna non vince questa sfida: Giuseppe Genna la annienta… L’uomo in questione non e’ alieno da imprese temerarie. E straordinarie. In Nel Nome di Ishmael ha ridefinito il thriller di cospirazione. In Grande Madre Rossa ha tramutato Milano in una distorsione di Dresda. In Medium — singolare proposta narrativa a diffusione (per ora) solamente Internet — fonde tragedia personale e intrigo esoterico. Per questo autore pressoche’ unico sulla nostra scena letteraria, Hitler rappresenta una nuova frontiera. In tutti i senti. Se la lingua italiana avesse un equivalente del genitivo sassone, il titolo esatto di questolibro dovrebbe essere “Giuseppe Genna’s Hitler”. Il motivo? Tanto semplice quanto agghiacciante:
“Giuseppe Genna’s Hitler” E’ la mappa definitiva del Male umano.
Basate su ricerche storiche di precisione cartesiana, queste 623 pagine — ben pochi autori, italiani e non, hanno un simile respiro narrativo — ipnotizzano e spiazzano, affascinano e coinvolgono, demoliscono e vorticano, denudano e giudicano. Esatto: giudicano. L’autore non si colloca fuori dalla storia, esistita e narrata. L’autore vi si getta dentro, alla massima profondita’. E trascina dentro anche il lettore.
“Giuseppe Genna’s Hitler” e’ la radiografia ad alta definizione di come un patetico idiota maligno, una non-persona (nel senso di antitesi umana) possa assurgere al ruolo — sanguinoso, sanguinario e molto, troppo temporaneo — di “Re del Mondo”. Nessuna mitizzazione, nell’analisi di Giuseppe Genna, nessuna assoluzione. Certamente nessuna redenzione. Per spiegare il sorgere della Bestia, non e’ sufficiente un’infanzia fottuta (chi non l’ha avuta, un’infanzia fottuta?). Non e’ sufficiente nemmeno un’adolescenza ingombra di demenze erotiche pregresse (sai che novita’). Di certo non basta un breve, quanto duro, transito nelle trincee della Grande Guerra (c’e’ andato solamente lui, in trincea?).Nulla di tutto questo spiega semplicemente perche’ non-puo’ spiegare.
Lo Hitler di Giuseppe Genna “e’ un cretino”. Testuale inizio di capitolo. E restera’ un cretino fino all’abisso conclusivo nel Bunker. E’ un miserabile che si aggira per la Berlino post-bellica (sempre la Prima Guerra) delirando di architetture infernali e di grandiosita’ blasfeme. Mentitore e illuso, giocoliere e vile, istrione e schizoide. Ha un unico punto di forza dalla sua: una logorrea tanto dilagante quanto trascinante. E di che cosa potra’ mai parlare, la non-persona? Del vuoto, del nulla, del niente. Hitler visto da Giuseppe Genna e’ un untore del nihil. Lo sparge come un virus. Lo diffonde come una metastasi. E in un corpo gia’ malato per la depressione economica, gia’ prostrato dalla fame cronica come quello della Germania della repubblichetta di Weimar, la metastasi non puo’ che tramutarsi mega-metastasi. Cosi’ il blocco canceroso originario diviene un putrido bubbone rigonfio di altre non-persone, ani dementi meno carismatici ma ugualmente grotteschi, parimenti atroci. Il tossico Goering, il turpe Röhm, il pervertito Goebbels, il viscido Hess, il subdolo Himmler.
Una irrestibile ascesa, quella della non-persona e dei suoi nani dementi. Dal tragicomico “putsch della birreria”, all’infamante incendio del Reichstag, dalla feroce “Notte dei Lunghi Coltelli”, ai grondanti pogrom anti-ebrei, fino alla millenarista apoteosi pre-apocalittica della “Notte di Norimberga”.
Di questa agghiacciante epopea, Giuseppe Genna non ci risparmia — ne’ si risparmia — nulla.
Mentre i potenti d’Europa e d’America stanno a guardare — in folgorato equilibrio instabile tra ammirazione e soggezione, acquiescienza e diffidenza, ardore e terrore — la piu’ grande delle tragedie europee avanza verso l’inevitabile compimento della Seconda Guerra Mondiale. Ed e’ proprio in questa sezione del libro, il terzo atto, che Giuseppe Genna si riscopre prodigioso cantore dell’epica della distruzione. Un garrote la sua descrizione dello sterminio perpetrato dai famigerati Einsatzkommando. Un turbine la sua mis-en-scene dei bombardamenti sull’Inghilterra. Un tifone di metallo la sua rappresentazione dell’attacco all’Unione Sovietica. Uno tsumani bianco il contracco russo d’inverno alle porte di Mosca. Un’orgia del caos il suo affresco della Battaglia di Stalingrado. Una valanga di disperazione la sua cronaca del progressivo collasso del Terzo Reich. Un delirio al limite dell’onirico la sua autopsia gli ultimi giorni della non-persona in una Berlino da girone dantesco.
Uno stile, quello di Giuseppe Genna, esplosivo quanto il fiume del suo raccontare. Niente concessioni alla “bella prosa dei fasulli”, in Hitler. Niente intorcinamenti da “salotto buono dei fighetti”. Ogni singola frase e’ un colpo di maglio, perfino quando quella frase e’ composta da un’unica parola. Tutto questo integrato in una struttura della storia narrata ben piu’ solida del “Patto d’Acciaio”.
“Giuseppe Genna’s Hitler” non e’ affatto un ennesimo libro su Hitler. “Giuseppe Genna’s Hitler” arriva addirittura a scavalcare la mappa del male umano che esso stesso traccia. “Giuseppe Genna’s Hitler” e’ la parola terminale in materia della farneticazione distruttiva e auto distruttiva insita nella mente.
Ma “Giuseppe Genna’s Hitler” e’ anche, e soprattutto, un appello privo di compromessi sulla necessita’ della memoria — inevitabile e struggente l’Apocalisse con Figure nell’ultima parte del testo.
Capolavoro e’ una parola da usarsi con cautela, d’accordo. Ma se Hitler non e’ un capolavoro, certamente da queste pagine si riesce a vaderlo. Un autore da NON ignorare e un libro da NON perdere. A nessun costo.

Segnalazioni e schede del romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgNel week-end sono state pubblicate, da diversi quotidiani e magazine, segnalazioni e schede che riguardano il romanzo Hitler. Si tratta di brevi interventi, comunque significativi, che ho recuperato in forma di jpg. Da Caterina Soffici de il Giornale a Rossella Martina de il Giorno a un piccolo ritaglio su Anna. Ringrazio per l’attenzione e i pareri espressi, che, pur nella brevità, mettono in luce alcuni elementi chiave del libro e mi consentono di riflettere intorno all’eventuale scarto tra intenzioni ed esito del romanzo (come, per esempio, Soffici che si chiede che bisogno avessi di rischiare: mi viene spontaneo pensare a cosa sia effettivamente la necessità in letteratura e questo è un punto che mi piacerebbe dibattere molto, non solo per quanto riguarda me, ma tutti gli scrittori in generale). Li metto a disposizione qui in calce, per chi fosse interessato.
Caterina Soffici su il Giornale
Rossella Martina su il Giorno
La segnalazione su Anna

Il romanzo Hitler 11° in classifica: grazie!

classificademoskopeamini.jpgNon è mai accaduto ad alcun libro scritto da me: secondo la classifica Demoskopea, riportata oggi dal Corriere della Sera, il romanzo Hitler è undicesimo nella sezione della narrativa italiana, grazie a mille copie vendute nei cinque giorni di rilevazione [cliccando sull’immagine, la classifica completa]. E’ una partenza davvero inaspettata, visti la mole, il prezzo alto e la materia del libro. Sono sorpreso e, più che lusingato, felice se la “cosa” che il romanzo affronta coglie l’interesse dei lettori ed, eventualmente, di altri scrittori. Le classifiche, si sa, sono transeunti, per cui è probabile che il libro non si assesti in questa posizione, ma l’evento è per me emblematico. L’urgenza del libro, come vado ripetendo, non ha a che vedere con l’autore, che si assume in questo caso la responsabilità pesante di avere trattato, in un determinata prospettiva, una materia ignorata dalla letteratura – hitlercovermedia.jpgl’urgenza ha a che vedere con la necessità di non garantire vittorie postume a Hitler, secondo il comandamento talmudico enunciato da Emil Fackenheim, che, insieme a Claude Lanzmann, è il Maestro a cui ho guardato per stendere la rappresentazione di Hitler come “non-persona”.
E’ mio desiderio ringraziare, uno per uno, i lettori che finora si sono dimostrati interessati a confrontarsi con la prospettiva che Hitler avanza, acquistando il libro e ricavandone qualunque impressione, anche ostile – nel qual caso invito a esporre le ragioni del disaccordo, poiché il romanzo è un invito al dialogo e ogni prospettiva alternativa od opposta a quella contenuta del libro mi farebbe piacere discuterla. Perciò, se avete desiderio di farlo, inviatemi pure interventi di contestazione a quanto letto – è anche nel “no” che si sutura la ferita all’empatia e all’umanismo perpetrata dal carnefice del Terzo Reich, è anche in un dialogo tra opposte posizioni che si impedisce la vittoria postuma a Hitler.

Il romanzo Hitler su l’Almanacco di “Repubblica”

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La vita di Hitler, “l’uomo che non è”

di GIUSEPPE LEONELLI
Non si può dire che la figura di Hitler abbia ispirato molti narratori. Fra essi, fa parte l’ultimo romanzo di Mailer, The Castle in the Forest, dedicato all’infanzia e all’adolescenza del dittatore, un breve e bellissimo racconto di Buzzati, Povero bambino. Nel grosso volume fresco di stampa Hitler, Giuseppe Genna, affrontando il personaggio, rispolvera l’idea manzoniana secondo la quale il romanzo risuscita e illumina i fatti storici non tanto per cercare una spiegazione al loro farsi, ma per coglierne l’inquietante essenza umana. Gli avvenimenti, privati e pubblici, della vita di Hitler, definito l’uomo che non è, tornano a stagliarsi davanti a noi. Riemergono da un buio gorgo biografico gli anni della miserabile giovinezza, la povertà, le frustrazioni di artista fallito, la solitudine quasi assoluta, cui seguono l’incredibile ascesa politica, la soggezione stolida prima della nazione tedesca e poi di tutta l’Europa.
Risorge nella sua evidenza drammatica la tragedia di un male che non ha radici metafisiche, ma, come pensava Hanna Arendt, sembra svilupparsi dal grigiore e dalla banalità di esistenze qualunque, quelle del futuro Führer e della trista corte di persone che lo circondarono e collaborarono al folle progetto del Reich millenario: hitler_almanaccorepubblica.jpgGöring, il grassone morfinomane; Goebbels e Himmler, ometti da nulla; Hess, poco più che un idiota. Tutti eroi da parodia wagneriana, che incarnarono un complesso raffazzonato di cascami sottoculturali, facendone armi spaventose. Dov’eri, uomo?, si sarebbe chiesto, di fronte a tanti orrori, Heinrich Böll nei suoi romanzi.
Il romanzo di Genna orchestra, con altalenante efficacia stilististica, una materia lutulenta e forse sovrabbondante. Averlo scritto, ci diciamo, pensosi e un po’ spossati sull’ultima pagina, è un’impresa che merita comunque rispetto.

Intervista a “Grazia” sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgDue pagine su Grazia dedicate a un’intervista che la critica Silvia Bergero ha fatto al Miserabile sottoscritto. Ore di conversazione con una giornalista che esorbita per sua natura la professione giornalistica e che mi ha sottoposto a domande spiazzanti, paralleli illuminanti, osservazioni che mi hanno dato molto da riflettere. Poi il tutto va condensato, come è ovvio, in un articolo. Sono perciò in debito con Silvia Bergero per quella che non è stata un’intervista, bensì un’esposizione di prospettive diverse e di sguardi che tengono presente uno spettro amplissimo, esito evidentemente di una sommatoria di letture ed esperienze esistenziali a dire poco invidiabili. Il mio ringraziamento a Silvia Bergero e alla direzione di Grazia, per l’attenzione e l’interesse dedicato al romanzo Hitler.
Qui sotto, la prima parte dell’intervista, che è visionabile in jpg nella sua integralità e impaginazione originale cliccando i due link qui sotto.
La prima pagina dell’intervista a Grazia
La seconda pagina dell’intervista a Grazia

«HITLER È SEMPRE STATO HITLER»

di SILVIA BERGERO
grazia_mini.jpgUna bolla vuota, una non-persona, il non-essere, Hitler. Giuseppe Genna, al suo dodicesimo libro, dopo il
noir – d’autore e esorbitante il genere – dopo le trame e le stragi del nostro passato, le sette, i complotti internazionali che sono stati sostanza della sua narrativa (Catrame, Nel nome di Ishmael, Non toccare la pelle del drago, Grande madre rossa, Mondadori), dopo L’anno luce (Saggiatore) e Dies Irae (Rizzoli), affronta l’inaffrontabile: quell’ombra nera e lunga che ha scavalcato il secolo breve (e tre generazioni, altre guerre e genocidi), senza che la coscienza dell’Occidente l’abbia elaborata o superata. E l’affronta non da storico o biografo, da narratore (Hitler, Mondadori). Racconta una storia, Genna, dove sono ammessi salti cronologici, dotato di una potentissima lente d’ingrandimento, messa a fuoco su una persona, un episodio, li guarda con l’immaginazione, li vede, li “sente” e li restituisce con le parole della sua poetica.
Perché Hitler?
«Perché non bisogna concedergli nessuna vittoria postuma, neppure come male assoluto, nessuna mitologia, neanche negativa. Nessuna giustificazione psico-sociologica: il padre violento, la povertà, la frustrazione delle sue velleità artistiche perché significherebbe deresponsabilizzarlo. Hitler è una non-persona, il vuoto, non prova emozioni, nessuna empatia, finge di provare, di piangere. È solo gelo. Io non lo spiego, l’ho guardato in faccia: è l’unica cosa da fare»….

Audiofile: l’intervento a “Fahrenheit” su “Hitler”

romanzo_hitler_mini.jpgfahrenheit_hitler.jpgCome anticipato, ieri il Miserabile sottoscritto è stato ospite dei microfoni di Fahrenheit, su Rai RadioTre, per una conversazione con Tommaso Giartosio sul romanzo Hitler, davvero alta e intensa. Devo ringraziare per l’ospitalità, l’attenzione, la competenza e l’intelligenza delle domande il conduttore e lo staff tutto della trasmissione. Per ascoltare, basta cliccare qui sotto, disponendo di Real Player.
Ascolta l’intervento a Fahrenheit [in streaming]