blog

Chuck Palahniuk: “La Chiesa delle Storie”

di CHUCK PALAHNIUK

palahniukchurchofstories

La rivista Nerve ha chiesto a Chuck Palahniuk un racconto e lui ha risposto con la proposta di fondare una nuova chiesa: una Chiesa della Superletteratura. Traduco io e, quindi, non essendo io un traduttore, accontentatevi! 🙂 gg]

Nel 1998, mentre mi trovavo a Los Angeles durante le riprese di Fight Club, sono andato insieme ad amici a visitare il Getty Museum. Tutti quegli antichi manufatti, gli oggetti decorativi, le teorie infinite di opere d’arte, contemplate in un silenzio stordito dai turisti: che eravamo io e i miei amici. Quella sfilata senza fine di capolavori. Era troppo. Come in un assalto ai saldi: gli occhi che tentano di classificare ogni oggetto, un luogo nella storia, una storia. Troppe storie famose accrocchiate su quella collina fuori Los Angeles.
Naturalmente quella giornata è diventata un racconto.
Negli anni Settanta, quand’ero ragazzino, i musei erano più alla mano. Andavi nelle gallerie d’arte e distruggevi le opere. Prendevi un martello pneumatico e demolivi il naso della Pietà. Baciavi un quadro e ci lasciavi sopra il rossetto. Lavoravi di spray sulla Gioconda, innescavi un ordigno a tempo per ridurre dei Mirò a spazzatura. Di questi tempi, si sa, il Getty ha invece custodi armati e plexiglas e detector.
Così mi sono trovato a chiedere ai miei amici: “E se invece di assaltare o distruggere le opere messe in mostra, un artista frustrato andasse a piazzare i suoi quadri nei musei?”. Questo artista farebbe il suo quadro a casa, lo incornicerebbe, ci applicherebbe il nastro biadesivo, se lo metterebbe sotto il cappotto. Arriverebbe qui come noi, aprirebbe il cappotto e appenderebbe il quadro alla parete tra i Picasso e i Renoir.
Questa ipotesi scherzosa divenne presto un racconto, intitolato Ambition, e si trasformò in sceneggiatura. E’ la storia di un artista che dispera di passare alla storia e io l’ho usata in un libro che si intitola Haunted e sta per essere pubblicato, insieme ad Ambition, a maggio.
Il 13 marzo, al Metropolitan Museum hanno trovato un delizioso ritratto in cornice dorata di una donna che indossava una maschera antigas, appeso tra i quadri esposti. Il 16 marzo, al Brooklyn Museum, hanno trovato il ritratto di un ufficiale d’esercito del diciottesimo secolo che ha in mano una bomboletta spray. Il 17 marzo, al Museum of Modern Art, hanno trovato un quadro che rappresentava una confezione di zuppa di pomodoro. Al Louvre e alla Tate hanno trovato quadri del genere appesi sui muri.
Secondo il New York Times, si tratta dell’opera di un artista graffitaro di nome Bansky, il quale indossa un impermeabile e una barba finta, e va ad appendere i suoi lavori tra i capolavori.
Coincidenza? Oppure siamo tutti la stessa persona molto più di quanto siamo disposti ad ammettere? I miei pensieri sono pensieri vostri a un tale punto che faccio davvero fatica a qualificarli come pensieri miei. Per quanto teniate nascosta la vostra più morbosa fantasia, un altro ci si arricchirà andando a cantarla in radio.
E’ meglio nascondere la vostra più orrenda idea e sperare che gli altri facciano lo stesso, oppure rappresentarla e condividerla?
Durante la stesura di Fight Club, parlai ai miei amici dell’idea di un proiezionista che inserisce sequenze porno nei film per famiglie. Ci fu un mio amico che mi disse di non usare nel libro quell’idea: avrebbe spinto un sacco di gente a inserire sequenze porno ovunque. Quando il libro uscì, un numero enorme di persone mi contattò rivelandomi che avevano già nascosto sequenze di sesso in film Disney, pisciato nelle portate da servire nei ristoranti, fondato dei fight club. Da decenni.
Perciò: facciamo più danni quando rendiamo condivisibili le nostre fantasie morbose, esplorandole attraverso racconti, canzoni o quadri? Oppure quando le deneghiamo e le censuriamo?
Le storie sono come gli esseri umani digeriscono le proprie vite: trasformando gli eventi in qualcosa che possono ripetere e controllare, raccontandoli fino a che esauriscano la loro carica. Fino a che non facciano più ridere o piangere o stupire. Fino a che sia possibile assorbire e assimilare anche il peggiore degli eventi possibili. La nostra cultura metabolizza eventi producendo versioni sempre più deboli dell’originale. Dopo che una nave è affondata o una bomba è esplosa – la Tragedia Originale -, ecco che abbiamo la versione dei tg, la versione del film tv, la versione del programma in radio, la versione blog, la versione del videogioco, la versione del piatto commemorativo, la versione dell’Happy Meal McDonald’s, il riferimento nei Simpson. Eco che sfumano.
Poi, come accade agli aneddoti che si raccontano alle feste e che strappano sempre risate, quelle storielle tipo come abbiamo bevuto acido solforico e divorato mezza pelliccia una notte senza accorgercene, ecco che a un punto quegli aneddoti smettiamo di raccontarli. E NON perché essi abbiano smesso di fare ridere la gente – ma perché noi abbiamo metabolizzato quell’evento. E’ risolto, finito; a chi racconta non serve più raccontare quella storia.
Forse è per questo che i Radiohead non suonano più Cree ai loro concerti.
Forse ̬ per questo che si fanno sogni Рcompulsivi racconti che facilitano la digestione delle nostre esperienze, come cibo ptialinizzato, perfino quando dormiamo.
Ma le storie che abbiamo il terrore di raccontare, di controllare, di rappresentare Рquelle non escono, le uccidiamo prima. O meglio: questo ̬ quanto ho detto ai miei amici quando mi hanno consigliato di starmene zitto e non raccontare storie pericolose. Non dare alla gente nuove idee.
Questa è la mia storia sul raccontare storie che raccontano storie.
Questo è il mio modo di metabolizzare.
Dico ai lettori: prima raccontiamo una storia, prima riusciamo a tirarla fuori e a farne un cliché, e meno potere quell’idea potrà esercitare.
Fino al secolo scorso, le religioni ci hanno fornito di un luogo dove era possibile raccontare le nostre storie più tremende. Dove rappresentare le nostre più terribili intenzioni. Una volta alla settimana si potevano trasformare i propri peccati in un racconto e narrarlo ai nostri simili. Oppure a un’autorità, la quale ci avrebbe perdonato e accettato all’interno della nostra comunità. Ogni settimana ci si confessava, si era perdonati, si riceveva la comunione. Non ci si è mai smarriti al di fuori della comunità, poiché si disponeva di questo regolare permesso. Forse l’aspetto più importante della salvezza è disporre di questo spazio, di questo permesso e di questo ascolto – per potere esprimere le nostre vite in una storia.
E’ un luogo talmente sicuro da permetterci di apparire tremendi.
Ma appena le chiese sono diventate un posto dove la gente va per sembrare buona, invece di essere l’unico posto sicuro in cui permettersi il rischio di apparire tremendi, ecco che abbiamo perso quel luogo comune in cui potere regolarmente raccontare le nostre storie. E la salvezza, la redenzione e la comunione che questo raccontare permette.
Al posto delle chiese oggi si va alle terapie di gruppo, alle comunità di autoaiuto, nelle chat, sulle linee erotiche, perfino ai workshop tenuti da scrittori – per potere trasformare le proprie esistenze e le proprie malefatte in storie, per esprimerle, per darne una rappresentazione, e nel fare questo per potere essere riconosciuti dai propri simili. Rispediti nel gregge per un’altra settimana. Accettàti.
Avendo in mente questo: il nostro bisogno di trasformare anche la più orrenda componente delle nostre vite in storie; il nostro bisogno di raccontare queste storie ai nostri simili; il nostro bisogno di essere ascoltati, perdonati e accettati dalla nostra comunità – avendo in mente precisamente questo, che ne dite se fondiamo una nuova religione?
Potremmo chiamarla Chiesa delle Storie. Sarebbe un posto dove la gente viene a esaurire le proprie storie, un posto di performance in parole, musica o scultura. Una scuola in cui la gente può apprendere le migliori modalità per lavorare sulla rappresentazione, così da avere un maggiore controllo sull’espressione delle proprie storie e quindi sulle proprie esistenze. Un posto in cui esercitare un po’ di distacco dalla propria vita e riflettere, abbastanza distaccati da riconoscere comportamenti angoscianti o paure irrazionali o debolezze caratteriali, e iniziare a cambiare tutto questo. Dove scrivere e riscrivere il proprio futuro. Se non altro, un posto in cui la gente può venire ascoltata e così andare avanti.
Sarebbe un luogo talmente sicuro da permetterci di apparire tremendi. Di esprimere idee terribili.
Nella storia moderna, gente frustrata e deprivata di ogni potere si è ritrovata nelle chiese. Durante gli ultimi anni della segregazione razziale, la gente incontrava i propri simili nelle chiese e sapeva allora di non essere sola. I loro problemi personali non erano esclusivamente loro, ma anche di altri.
Questa Chiesa delle Storie fornirebbe tutti di un luogo in cui connettersi e incontrarsi. Qui tutti noi disporremmo di un luogo e di un tempo in cui regolarmente è permesso raccontarsi le storie. invece di ignorare questo bisogno o appagarlo da Starbuck’s nello spazio di un cappuccino – oppure indossando una barba finta e andando a piazzare le nostre storie abusivamente su un muro di museo – potremmo mettere a disposizione di tutti la possibilità e la struttura di cui hanno bisogno per incontrarsi. Per raccontare storie. Per raccontare storie migliori. Per raccontare grandi storie. Per vivere grandi vite.

Annunci
blog

Houellebecq: Mondo supermarket

di Michel Houellebecq

houllebecq2I miei personaggi non sono né ricchi né celebri; non si tratta di emarginati, di delinquenti o di esclusi. Si trovano nelle mie pagine segretarie, tecnici, impiegati statali, quadri aziendali. Gente che talvolta perde il lavoro, che talvolta cade in depressione. Quindi, gente che in definitiva è media e che a priori ha ben poco del fascino romanzesco. È senza dubbio questa presenza di un universo banale, raramente oggetto di descrizione (anche perché il più delle volte pressoché sconosciuto agli scrittori) che ha sorpreso nei miei libri – in particolare nel mio primo romanzo. In effetti sono pervenuto alla descrizione di quelle menzogne abituali e patetiche che la gente si racconta per riuscire a tollerare l’infelicità della propria esistenza.

Viviamo da sempre istanti inesplicabili, di un’enorme densità, per i quali la poesia si costituisce come mezzo di traduzione naturale e immediata. Quello che è tipicamente moderno è che questi momenti sono divenuti scarsamente inseribili in una continuità che abbia e trasmetta senso. Ecco una cosa che molti avvertono: per brevi momenti, vivono; ma la loro vita, se considerata nel suo insieme, non ha direzione né senso. È per questo motivo che è divenuto assai difficoltoso scrivere un romanzo onesto, denudato dei cliché, nel quale però sia possibile realizzare una progressione romanzesca. Non sono per nulla sicuro di avere trovato una soluzione; ho piuttosto l’impressione che si possa procedere attraverso iniezioni brutali di teoria e di storia nella materia del romanzo.
Ciò che si chiama “liberazione sessuale” soddisfa piuttosto i maschi, che vi ravvedono l’occasione per una moltiplicazione degli incontri sessuali. Ne è seguita una dissoluzione della coppia e della famiglia – vale a dire le ultime comunità che separavano l’individuo dal mercato. Credo che questa sia a tutti gli effetti una catastrofe umana; e anche che siano le donne a soffrirne di più. In situazione tradizionale, l’uomo evolveva in un mondo più libero e aperto di quello delle donne: cioè un mondo più duro, competitivo, egoista e violento. Secondo i canoni classici, i valori femminili erano improntati all’altruismo, all’amore, alla compassione, alla fedeltà, alla dolcezza. Anche se valori simili sono oggi sottoposti allo scherno, bisogna dirlo senza indecisioni: sono valori di civilizzazione superiori, la cui sparizione costituisce un’autentica tragedia.
Dopo il settembre 1992, quando abbiamo commesso l’errore di votare il sì a Maastricht, un nuovo sentimento si è diffuso nei paesi: il sentimento che gli uomini politici non potevano fare nulla, non avevano alcun controllo sugli eventi e che ne avrebbero avuto sempre meno. Per un’obliqua fatalità economica che pare inesorabile, la Francia ondeggia lentamente verso la zona delle nazioni medio-povere. Ciò che il popolo prova nei confronti del ceto politico, in simili condizioni, è un evidente disprezzo. I politici lo avvertono, e si disprezzano essi stessi. Assistiamo a un gioco truce, malsano, funesto. Di tutto questo è difficile prendere coscienza.
Se l’arte pervenisse a dare una rappresentazione abbastanza fedele del caos attuale, credo che già quest’opera sarebbe enorme; e che non si potrebbe chiedere di più. Se uno si sente capace di esprimere un pensiero coerente, è perfetto; se si hanno dei dubbi, va bene ugualmente. A titolo del tutto personale, mi sembra che l’unica prospettiva sia di continuare a esprimere, senza compromessi, le contraddizioni che mi lacerano; sapendo che queste contraddizioni appariranno, con tutta probabilità, rappresentative della mia epoca.
Sebbene sia dolorosamente cosciente della necessità di una dimensione religiosa, quanto a me sono fondamentalmente a-religioso. Il problema è che nessuna religione è attualmente compatibile con lo stato delle conoscenze; ciò di cui avremmo bisogno è una nuova ontologia. Simili problemi potrebbero apparire esageratamente intellettuali e tuttavia credo che comporteranno conseguenze enormi e assai concrete. Se non si giunge a produrre qualcosa su questo versante, a mio avviso la civiltà occidentale non ha futuro.

blog

Carlo Dossi: “Celeste”

[Riproduciamo il “Sesto Cielo” in Amori di Carlo Dossi]

Celeste

Dai sogni ad occhi aperti, fin quì descritti, a quelli ad occhi chiusi, mìnima è la distanza. Basta, a varcarla, un moto di pàlpebra.
Quale filòsofo abbia detto ciò, non ricordo (sono tanti i filòsofi e tanti i lor dispareri!) ma certamente fu detto che in ciascuno di noi esìstono parecchie individualità e che si vive, successivamente, più di una vita. Se questo sia esatto, riguardo alla maggior parte degli uòmini, non giurerèi: di molti anzi potrebbe dirsi che non s’accòrgono pure — e sìano pur lunghi gli anni durante i quali rùminano la bassa lor erba terrestre — di aver vissuto una volta sola. Riguardo però a mè e ad altri sognatorelli mièi pari, la molteplicità della vita è cosa interamente vera. Soltanto, non mi accorderèi con que’ signori filòsofi sulla successività delle diverse nostre esistenze, essendo queste — a mio avviso — piuttosto contemporanee, paragonàbili quindi a più cavalli attaccati, in una sola schiera, ad un ùnico giogo di cocchio. Fatto è, che quando, coricàndomi, dall’esistenza che chiamerèbbesi verticale, trànsito alla orizzontale, mi si àprono a due battenti le porte di un altro mondo e là rivedo cose e persone, non rifritture di quelle che già conosco, e là ritrovo le fila di avvenimenti e di affetti, rimasti sospesi nell’intervallo del dì, alle quali mi riannodo. E allora mi desto — dirèi — dalla veglia quotidiana.

Oh sogni benedetti — delirio muto della salute che dorme — quanto vi debbo mai! e quanto più vi dovrò! Finchè voi non mi abbandoniate, non potrò dirmi infelice. Se, delle ventiquattr’ore, che fòrmano il sòlito giorno, ne possiamo solo contare — contro quattòrdici o sèdici di desiderio e dolore — otto o sei di soddisfazione e piacere, basta: la vita ci è largamente indennizzata. Or, da voi, ebbi tutto ciò che quasi sempre invano si ambisce, ricchezza, potenza, amore; e sopratutto gustài quel lìbero arbitrio, che, ad occhi aperti, non è più lungo della catena di circostanze, di tradizioni, di casi, alla quale ciascuno è legato. Ma, nel sogno, polsi e mallèoli sono fuori da ogni strettoja lògica e convenzionale, nessuna fìsica legge, a cominciare da quella della gravità, ci preme le spalle, la materia, di cui siamo schiavi e figliuoli, ci obbedisce a sua volta, nè la riflessione più insorge a turbare la schietta òpera del sentimento. Tutto, dinanzi a noi, piega. Dio, che cercavamo inutilmente nel cielo, troviamo in noi.
Quanto io viaggi, la notte, negli spazi e ne’ tempi è indescrivìbile! Non vi ha treno-lampo, non vi ha palla lanciata dal più potente cannone, che mi possa seguire. Liberato dal peso del corpo, io mi sento quasi mutato in una di quelle creature fatte di trasparenza e luminosità del “Paradiso” di Dante, che guìzzano come raggi di luce nell’empireo e cantando vanìscono “come, per aqua cupa, cosa grave.”
Ne’ mièi voli trapasso le scene di cui si compone la storia del globo, da esso sollevàtesi come strati d’imàgini, come fogli carbonizzati di un libro, e diffondèntesi, per gli spazi inteplanetari, nella eternità.
Io attraverso i paesaggi più vari. Ecco l’ampia terra: le pioggie e le nevi di sìlice sònosi appena indurite in sabbie e macigni, e forme spettacolose di neri mostri si muòvono per le valli e pe’ monti o nuòtano nel mare fumante. Altre belve, che saranno poi uòmini, si aggìrano in selve che sèmbrano lacerare coi rami il cielo, e l’èrebo colle radici, e parecchie si bàttono a colpi furiosi di clava. Una donna, ferinamente bella e non coperta che della chioma rossa, stà alle fàuci di un antro, a guardarli. I lottatori procòmbono uno appresso all’altro, massacrati. Uno solo, benchè acciaccato di colpi, è ancora in piedi, e la donna gli si getta, gli si avvinghia al villoso torace, baciando avidamente il sangue che da lui cola, misto a quello de’ suòi rivali. E si dona al più forte.
Ma le secolari piante prèndono aspetto di gigantesche colonne dai capitelli a fiore di loto e il sacro orror della selva si diffonde in un tempio. La vèrgine figlia di Faraone siede alta su un trono, dinanzi la mìstica cella, circondata dai sacerdoti di Ammone, stretta la fronte da regie bende, il braccio destro appoggiato al ricurvo bastone dei pastori d’uòmini. A lei si presèntano i giòvani eredi de’ regni vicini, e i sacerdoti pòngono loro quistioni più enigmàtiche delle sfingi della grande allèa del tempio, più acute degli obelischi che èrgonsi innanzi ai venerati piloni. Pur quì non si tratta di piegar l’arco pesante del rè d’Etiopia nè di vincere al corso la leggera gazzella nè di atterrare furibondi leoni, e i prìncipi, poderosi di membra, gràcili d’intelletto, impallidìscono e si ritràggon confusi. Non ne rimane che uno, a sostenere, a superare lo sguardo astuto e la insidiatrice loquela de’ sacerdoti, che, a volta loro, allibìscono. La principessa si alza imperiosa, e invita a sedersi seco sul trono — dolce promessa del tàlamo — il vincitore. Ella ha eletto il più saggio.
La scena ancor cangia. Nel cielo immacolatamente azzurro, su una tondeggiante collina, posa un tempio dòrico, dalle colonne pinte di bianco e di rosso e dal frontone ornato di trìpodi d’oro, scintillanti al sole. Una processione ascende, a larghe spire, il pendìo: vecchi con rami d’ulivo, fanciulle in càndida veste con canestri di frutta sul capo, uòmini armati di lancia e di scudo. Solennemente rècano al tempio il nuovo peplo di Pàllade, ricamato dalle vèrgini della città. La intatta figlia dell’arconte regge il peplo e và a deporlo, inginocchiàndosi, sull’altar di Minerva. Ma il cuore di lei prega Vènere. E Vènere l’esaudisce. Un giòvine ardito, e splendente come l’Apollo sagittario, sorge a lato dell’ara. Ella non è più di sè stessa: è del più bello.
Poi tanta festa di luce si abbuja in un labirinto di ùmidi corritòi sotterranei. Senonchè, amore è sceso là pure. Guidate da una fanciulla in bigia stola e reggente una làmpada accesa, parecchie altre procèdono ràpide e zitte nel cunìcolo, le cui pareti, vestite di marmi scritti, ricòrdano, a un tempo, la morte e la vita perpetua. Sèmbrano gente in fuga. Or sòstano in un’àula dalle ampie nicchie dipinte, e sèggono sul gradino di un sarcòfago-altare. Cercano incoraggiarsi con ammonimenti di pietà ed esempi di virtù. Tutte ripètono il nome di un nuovo loro fratello, il giòvane centurione, confortatore de’ mesti, difensore degli innocenti, preparato al martirio. Una insòlita tenerezza inonda il seno della fanciulla, che nelle tènebre arrossa. L’agnello di pace, la pura colomba che ella adora, prèndono in lei forma umana. Ella sarà del più buono.
Ritorna la luce. Ma è luce di candelabri riflettèntesi e raddoppiàntesi nei grandi specchi e nelle dorature di un appartamento. Dapertutto uòmini in nero e donne in rosa. È il dì natalizio della signorina di casa, ed essa, una pupa di quìndici anni, dall’aria fresca ed ingenua, accoglie gli omaggi ed i doni dei molti che la desìderano. A lei i forti ed i belli, pavoneggiando, s’inchìnano; a lei i buoni sospìrano; a lei sussùrrano gli intellettuali gentilezze poètiche. Ma ella a tutti ride, non sorride a nessuno. Quand’ecco, dalla via, un rumore di ruote e uno scalpitìo di cavalli. L’occhio di lei gitta un lampo. Sono sèdici ferri che bùssano il selciato, a non contare i due del padrone dell’equipaggio. Entra il losco milionario banchiere, sfolgoreggiante gemme, nella più innocente di cui giace almeno la ruina di una famiglia. La verginella a lui corre e gli stende, semplicetta, le mani, già venduta al più ricco…
Ma in mezzo a tante imàgini di cose che già fùron quaggiù o ancor sono, altre càcciansi, di cui non ravviso la provenienza — imàgini forse che si distàccan da mondi che non sono il terrestre, e si confòndono, negli spazi, con quelle diraggiate dal nostro.
Perocchè l’ànima mia erra talvolta in baratri di oscurità, in cui gallèggiano accese lanterne di mille forme e colori. Globi rossi s’incòntrano e s’accompàgnano con cubi azzurri, coni gialli con òvoli violacei, stelle bianche con triàngoli verdi, e sèmbrano parlottare amorosamente tra loro. Altre, invece, lìtigano e còzzano una contro dell’altra, finchè si ròmpono e spèngonsi. Quì, è una processione di lampioncini càndidi, seguita da un lanternone color caffè, e si direbbe una fila di collegiali che sia uscita a passeggio; là parecchie variopinte lanterne, accoppiate, dànzano a tondo mentre tre o quattro, più grosse, bàttono loro il ritmo; più in là una porpurea lanternina corre appresso — quasi moglie infuriata — ad un lungo e verdastro lampione, il marito; da ogni parte è una viva popolazione di mòccoli e carta oliata e dipinta, varia, mobilìssima.
Ma, di colpo, come a soffio improvviso, lanterne e lampioni scòppiano, e le loro innùmeri luci si fòndono in un chiarore ùnico, vivacìssimo. Èccomi in una immensa città, tutta fabbricata di fiori; case di gelsomino con tetti di geranio sanguigno e persiane di làuro; campanili che altro non sono se non altìssimi gigli, suonanti dalle loro campane profumi: sospesi ponti di glìcini, sotto i quali scòrrono fiumi di argenteo ginerio. Le vie sono affollate di belle ortensie e amarìllidi, di olee fragranti e camelie, di aspèrule odorose e balsamine momòrdiche, con girasoli, astri, adònidi primaverili, begli-uòmini e tulipani che loro pòrgono il braccio o fan l’occhiolino. Una reseda s’incontra con una viola del pensiero e pìgolansi sottovoce mille cose affettuose. Prìmule-cameriere, fritillarie-cuoche, margherite-bonnes, petunie e orchidèe-istitutrici, grisantemi-domèstici, vanno a fare la spesa, o condùcono i bimbi — bottoncini di rosa — a spasso. In una piazza, dinanzi una chiesa fatta di passiflora fiorita, un papàvero prèdica, da una specie di pùlpito, ad una dormente assemblèa di matricarie e erbe-savie, mentre tussilàggini odorose (priore della dottrinella) gìrano seccando il pròssimo, ed ùmili violette chièdono la carità. Ma l’assemblèa dell’erbe si desta, ma la folla dei fiori si ritràe a spalliera sul marciapiede, e due giganteschi cactus-carabinieri si pòngono in posizione per il saluto. Scortata da rose e da gigli, Sua Maestà passa — e anch’io mi inchino a lei — la mia graziosa quanto sensìbil regina, Mimosa pudica.
Nè lo spettàcolo finisce qui, perocchè i fiori trasfòrmansi a poco a poco in penne ed in piume di tutti i colori. Ali di piccioni, di tacchino, di fagiano, di falco, si dispòngono a colline, a vallate. Sterminate penne paonine s’innàlzano come piante isolate; penne di cigno e di struzzo, si aggrùppano a boschetti. Una lanùgine da collo di tòrtora si stende — quasi erba — sul suolo, quà e là smaltata da penne papagalline e da uccello-mosca Si avanza una penna d’oca. È probabilmente un poeta che gira in cerca della poesia. E intanto una respirazione soave, qual di bambino, fà tremolar tutto il paesaggio di piume, ed io passo di leggerezza in carezza.
Talora, invece, viaggio negli abissi infiniti della bontà. Ciò mi accade, per sòlito, quante volte ho subito ad occhi aperti la mortificazione di non aver potuto o voluto fare o ajutare un’òpera buona, oppure fremetti d’indignazione udèndone o vedèndone commèttere una malvagia, senza potèrmivici opporre. Senonchè, nel campo de’ sogni, io mi rifaccio lautissimamente. Tutte le utopìe de’ poeti, dalla generosità inspirate, tutti i disegni dei filàntropi dalla utilità suggeriti, divèntano, sul mio notturno guanciale, cose vere e certe. La navigazione aerea, che ne’ mièi sogni è già un fatto compiuto, ha cancellato, rendendo impossìbile il mantenimento delle frontiere, le nazioni. Annientato lo spìrito nazionale, ogni ragione o bisogno di guerre cessò e i soldati fan quell’orrore che fanno oggi i carnèfici. Torna il ferro, non più omicida, alla gleba e il pane si pareggia alle bocche. Ogni donna ha l’uomo che la fà madre e non l’abbandona, ogni bambino una mamma che lo nutre e lo bacia. L’ànima mia non scorge se non visi felici e nella contentezza altrùi trova la sua.
Ed è pure in queste corse notturne della fantasìa, non distratta dal mondo esteriore, che io spesso riprendo, come dissi, qualcuna delle mie individualità, le quali, durante il giorno, stan mescolate e sbiadite in una media insignificantìssima. Ne’ sogni, dunque, io mi riveggo potente signore, potente solo, s’intende, nel fare il bene, o trovatore di paradisìache melodìe inesaurìbili, o scopritore e domatore di nuove leggi della natura; e rientro in tante e tant’altre personalità, una più miracolosa dell’altra; e mi ritrovo perfino — chi il crederebbe? — donna.
Geniale amica, non rìdere! Io non so se tra quella legione di mèdici che mi sperò e tambussò e pesò, colùi che disse, che — aperto e frugato sul tavolaccio anatòmico — il mio corpo avrebbe embrionicamente tradito i segni della femminilità, spropositasse meno degli altri, ma l’apparenza è, che, non rado, quando la morte quotidiana mi grava il ciglio, la metamòrfosi del poeta Tiresia in mè si ripete. E della donna io ho conosciuta l’infanzia e l’adolescenza, quando, sognavo, fanciullo, di giocare alla bàmbola, e, giovinetto, di starmi, come educanda, in un monastero, e così via, fino a raggiùnger quest’oggi, in cui m’illudo, dormendo, di èsser ragazza — benchè un po’ matura — da marito.
Che faccio ora, è presto detto: amo. Donna che non ami, non appartiene al sesso gentile. Ma io faccio qualche cosa di più: amo bene. A mè — che allora mi chiamo Celeste — amor si presenta come una varietà delle òpere caritatèvoli. Il divino maestro ne invita a cibare chi ha fame e a dissetare chi ha sete: anche l’amore è sete ed è fame e noi donne dobbiamo placarlo.
Celeste cerca dunque il suo amante. Intorno a lei molti fan ressa ed ella scorge nei loro occhi brillar desideri, nè le vèngon taciuti. Ma sì grossolani sono que’ giòvani sotto le loro fine vernici, sì ottusi alle poesìe della vita, sì soddisfatti di sè medèsimi, che amore non potrebb’èsser per loro che uno svago, una carnale dilettosità, un affare matrimoniale, non un bisogno dell’ànima.
Celeste cerca ancora. Finalmente incontra la pupilla di un giòvane che spìa timidamente la sua. Nessuna fronte più pensierosa di quella di lui: nessun sorriso, del suo più melancònico. Si direbbe che l’ànima di quel giòvane, sebbene pronta a elevarsi ai più sublimi ideali, giaccia oppressa, accasciata sotto il peso di una umiliazione profonda. Oltre amore, in quelli occhi, è infelicità: egli ha dunque necessità di èssere amato.
E Celeste lo ama, e gliel dice. Investito dalle fiamme di lei, le ìntime forze del giòvane si risvègliano tutte ed eròmpono. Ella gli inspira tra le sue braccia l’entusiasmo che crèa: e l’ingegno di lui divien genio, la timidità, ardire. Di questo giòvane ignoto, Celeste potrebbe fare un guerriero invincìbile, un uomo di stato non eguagliàbile, un poeta immortale; e fà un poeta.
E, in brev’ora, egli, che già stanco sedeva sul màrgine della via a lui destinata e non ancora percorsa, l’ha tutta compiuta, e deve, per avanzar nuovamente, aprirsi altra strada.
Ora, Celeste più non gli occorre. Ei l’ha lasciata e fors’anche la dimenticò. Ma ella, pur piangendo, è felice. Il mondo ammira il nuovo grand’uomo e le madri lo addìtano ai bimbi ad esempio. Nella folla che applàude è pur confusa Celeste, ma le foglie di rosa e di làuro versate in capo al poeta, vòlano al conscio cuore della ignota sua musa.

blog

Antonio Porta: “Europa cavalca un toro nero”

di Antonio Porta
[da “I rapporti”]

1.
Attento abitante del pianeta,
guardati! dalle parole dei Grandi
frana di menzogne, lassù
balbettano, insegnano il vuoto.
La privata, unica, voce
metti in salvo: domani sottratta
ti sarà, come a molti, oramai,
e lamento risuona il giuoco dei bicchieri.

2.
Brucia cartucce in piazza, furente
l’auto del partito: sollevata la mano
dalla tasca videro forata.
Tra i giardini sterili si alza,
altissimo angelo, in pochi
l’afferrano e il resto è niente.
3.
In su la pancia del potente
la foresta prospera: chi mai
l’orizzonte oltre l’intrico scorgerà!
Fruscia la sottoveste sul pennone,
buone autorità, viaggiano in pallone,
strade e case osservano dall’alto.,
gli uomini sono utili formiche,
la folla ingarbugliata, buone
autorità, cervello di sapone,
sopra le case giuocando scivolate.
4.
Un incidente, dicono, ogni ora,
una giornata di detriti, crescono
sulla piazza gli aranci del mercante.
Il pneumatico pesantissimo (tale
un giorno l’insetto sfarinò)
orecchie livella occhi voce,
le scarpe penzolano dal ramo,
evapora la gomma nella frenata.
5.
Il treno, il lago, gli annegati,
i fili arruffati. Il ponte nella notte:
di là quella donna. Il viola
nasce dall’unghia e il figlio
adolescente nell’ora prevista dice:
“Usa il tuo sesso, è il comando.”
Dentro la ciminiera, gonfio di sonno
precipita il manovale, spezzata la catena.
6.
Cani azzannano i passanti, uomini
raccomandabili guidano l’assassino,
fuori, presto, scivoli.
Negri annusano il vento.
Ambigua è la sciagura,
le sentinelle, i poliziotti.
I due voltarono le spalle.
Rete, sacco: volati
in basso come pompieri.
Spari, vibra l’asfalto,
alla porta di una casa, il tonfo.
7.
Con le mani la sorella egli
spinge sotto il letto. Un piede
slogato dondola di fuori.
Dalla trama delle calze sale
l’azzurro dell’asfissìa. Guarda,
strofina un fiammifero, incendia
i capelli bagnati d’etere
luminoso. Le tende divampano
crepitando. Li scaglia nel fienile
il cuscino e la bottiglia di benzina.
Gli occhi crepano come uova.
Afferra la doppietta e spara
nella casa della madre. Gli occhi
sono funghi presi a pedate.
Mani affumicate e testa
grattuggiata corre alla polveriera,
inciampa, nel cielo lentamente
s’innalza l’esplosione e i vetri
bruciano infranti di un fuoco
giallo: abitanti immobili,
il capo basso, contano le formiche.
8.
Osserva l’orizzonte della notte,
inghiotte la finestra il gorgo del cortile,
l’esplosione soffiò dal deserto
sui capelli, veloce spinta al terrore:
tutto male in cucina, il gas
si espande, l’acqua scroscia,
la lampada spalanca il vuoto.
Richiude la porta dietro di sé,
e punge gli occhi il vento dell’incendio,
corre sugli asfalti, cosparso d’olio:
saltano i bottoni alla camicia estiva,
la ferita si colora, legume
che una lama rapida incide.
9.
Vide dal suo posto le case
roventi incenerirsi e in fondo alla città
i denti battono sotto le lenzuola
e guizzano i corvi dall’ombelico.
L’A è finestra e oltre
si agita la pianura di stracci.
L’O si apre e si chiama
lago ribollente fango.
“Galoppate a cammello nel deserto!”
Fa acqua l’animale sventrato
dal taxi furibondo: si ricordò
d’avere atteso tanto, la gola
trapassa il sapore dei papaveri:
cala veloce nelle acque dentro
l’auto impennata, volontario
palombaro, con un glù senza ricambio.
10.
Un coro ora sono, ondeggianti
nel prato colmo di sussulti.
“Lo zoccolo del cavallo tradisce,
frana la ragione dei secoli.”
Urla una donna, partorisce,
con un bambino percosso dalle cose.
Con un colpo di uncino mette a nudo
l’escavatrice venose tubature,
e radici cariche di schiuma
nel vento dell’albero antico,
spasimano, gigante abbattuto.
Quattromila metri di terriccio
premono le schiene, e un minatore
in salvo ha mormorato:
“Là è tutto pieno di gas.”
Un attimo prima di scivolare
nella fogna gridò: Sì.

blog

Speciale Beppe Salvia

beppesalvia2Ci sono davvero, nella storia della letteratura italiana, alcuni grandi che meritano un riconoscimento assoluto, che attualmente è loro negato. Tra questi, Beppe Salvia: forse il migliore tra i poeti italiani cresciuti editorialmente negli anni Settanta e, con tutta probabilità, destinato a giganteggiare in questo povero presente. Il che non è, poiché Beppe Salvia morì sciaguratamente nell’85. Aveva animato la leggendaria rivista romana Braci, aveva pubblicato su Nuovi Argomenti e Prato Pagano. Non ebbe la fortuna di sfogliare Cuore (cieli celesti), il libro edito nell’88. Si attende che qualche grande editore superi i problemi di diritti che scellerati eredi pongono da anni a un’uscita degna della grandezza di Beppe Salvia, di cui il critico Arnaldo Colasanti ha scritto che “cerca con i suoi versi finestre accese in cielo; così non scrive un canto alla sua donna, ma una lettera votiva alla musa: a quella sconosciuta Serena, invocata appena in un soffio, quasi fosse il cuore stesso della poesia e di tutta l’esistenza dinanzi agli incanti delle cose”.

I begli occhi del ladro
di Gabriella Sica

Ci voleva un manipolo di poeti del Veneto (Munaro, Cecchinel, Casagrande e Di Palmo stesso) – che ha varato una sigla, Il Ponte del Sale, da un antico ponte di Rovigo dove operano – per pubblicare, con elegante e ineccepibile e celestina veste grafica, I begli occhi del ladro di Beppe Salvia. L’Italia culturale di oggi, troppo spesso misera e inadeguata, non ha ancora saputo ricambiare la generosità di un così magnifico frutto poetico maturato in pochi anni, dieci per la precisione, tra la seconda metà degli Anni Settanta e la prima metà degli Ottanta. Con le sue belle poesie, quasi un vademecum, Salvia ha magnificamente raccolto l’insegnamento che Petrarca ci ha lasciato sulla scienza del cuore e quella scienza lui ha rilanciato con freschezza e sapienza.
Ci volevano altri poeti per curare un altro, già grande poeta e riconosciuto autore cult delle nuove generazioni, scomparso ormai quasi venti anni fa, un sabato, il 6 aprile del 1985. Nel giorno della Passione, lui che compare in alcune foto, tra le sue rare, intento ad una memorabile lettura, una delle sue poche, tra le rovine del teatro di Tusculum, illuminato solo dalla luna e curvo, appoggiato ad una colonna di tortura, come Cristo nel giorno della Passione: «e io pallido e stanco come un mondo / intero dovessi sopportar tutto / su la mia schiena, faticavo tanto / m’immaginavo mondi tutti assai / più lievi e volatili di questo mio, / che tanto m’affliggeva e tormentava, e vaneggiavo di nascoste verità / e cieli quieti di pensieri chiari». In un giorno di primavera, «tra odori di mari lontani e queste vicine / piante di odori. La salvia la menta», dove il suo nome riprende scherzando, come era anche nella sua natura, l’umile natura di pianta officinale.
«Non ho pazienza più per niente, niente / più rimane della nostra fortuna». Non aveva avuto più pazienza Beppe per sopportare la vita dolorosa, accettarne l’ineluttabile dipanarsi, e in un giorno primaverile, lui che era un poeta che aveva riportato la lingua della poesia aduna nuova e splendida primavera, era volato via. Ma quando è morto, lui che aveva scritto «e non ho tempo e non ho vero verso», aveva già lasciato ai posteri la sua eredità: «Io ricordo, e d’ogni memoria niente mi è possibile mutare. Questo v’insegno: v’è arte e seppiatela usare».
Pasquale Di Palmo ha approntato una magnifica scelta antologica dai tre introvabili libri di Salvia, usciti tutti postumi. A cominciare dal primo, Elisa di Sansovino, che lui stesso aveva comunque preparato insieme a me per i «Quaderni di Prato pagano», Cuore (cieli celesti) ed Elemosine eleusine, entrambi curati da Arnaldo Colasanti. Ed ha aggiunto anche tre belle prose, tra le sue, tutte ancora inedite, che sanno dell’amato Landolfi anche visitato a Pico dov’è la sua tomba. Il veneto Pasquale Di Palmo sa, da lontano, finalmente vedere il Salvia romano ed anche rendere omaggio ad una stagione romana della poesia, insolitamente osservata con rispetto e cura nell’introduzione, Beppe Salvia o dell’«aerea vita». Chissà che non sia stato per Di Palmo anche un libro «scaramantico» e «un sentiero arioso» per tornare nell’Italia centrale, come aveva fatto nelle sue poesie di Ritorno a Sovana.
Sfoltendo comunque le tre raccolte, Di Palmo ha restituito una nuova chiarezza alla poesia di Salvia di cui emergono i temi centrali, quello della casa, dell’amicizia, della fedeltà, della vita. Beppe ha avuto molti amici, compagni di strada della poesia, ha inventato con loro riviste e libri, fogli e incontri, progettato idee e sogni, ha scritto e disegnato con loro, in quegli anni romani tanto creativi. In una delle sue più belle poesie, un magnifico ed emozionante sonetto, Beppe così scrive: «A scrivere ho imparato dagli amici, / ma senza di loro. Tu m’hai insegnato / a amare, ma senza di te. La vita / con il suo dolore m’insegna a vivere, / ma quasi senza vita…». Perché Beppe, che veniva dal Sud, dalla terra di Orazio e di Scotellaro, ma anche dalla Sicilia, era tornato al sonetto italiano, di Giacomo da Lentini, di Petrarca e Foscolo, da cui germogliava la limpidezza della sua poesia, un sonetto inaudito in quegli anni e prima di tanti neo-metricismi e con una meravigliosa solarità mediterranea e anche una gaia leggerezza che bisognerà pure una volta per tutte saper riconoscere. E questa edizione, competente e di bella umiltà, potrà dare i giusti frutti: far conoscere Salvia oltre la cerchia dei suoi già tanti ammiratori e consentirgli quell’edizione filologica dell’opera completa che comunque gli spetta.

Beppe Salvia – I begli occhi del ladro – Il Ponte del Sale – pp. 160 – €13

 
Beppe Salvia: poesie

LETTERA

 

Viene la sera, è vero, silenziosa
piove una luce d’ombra e come
fossero i nostri sensi inevitabili
improvvisi, noi lamentiamo
una più vasta scienza.

Aver di quella il frutto
appariscente, la bella brama,
e l’ombra perfino, di sussurri
e di giochi, come bimbi.

Ma io lo so Serena io non posso,
in questi tempi segnati dal segreto
di cui s’invade
la nostra intimità,
vivere adesso se non con tale affanno
e così lieve.

Di questo amaro stento già si fa più vero
un sentimento pago di letizia, al modo
che alla sera insieme
andando per le strade
chiare, l’ho visto, d’ombra
e di segreto,
noi siamo tra i perduti lumi
esseri più miti di chi
venuto prima di noi
ebbe solo a soffrire

salvi quasi per caso, e in questo prodighi.

I baci sono bellissimi doni.

***

PRIMAVERA

In strada come una greppia gli amori,
l’acero festoso salirlo averne
prova, maldestro rampicarsi e i cori
fanciulli che si dan briga, saperne
l’errore novissimo che speranza
rinnova, ed altro coro è allegra danza
nel cuore mio che ammira, l’amore, tra
questo ardire bello ch’è prossimo
ad ogni età fanciulla e là dentro
fanciullezza del corpo acerba e lieta,

unisono splendente l’arco, corda
d’un suono solo, tende ad origine
e scocca vertigine d’un raggio ov’è
fida malìa accorgere mestizia
splendente

***

ESTATE

Di morte m’ha destato il sordo vanto
quel traversar pallido e stanco
il seno d’un prato bruciato, rosse
le ferme corolle segnano i fossi
come volesser, stralunato manto,
il disegno astrale suggerir, ecco
or nel secco vento la curva stanca
della luna al vanire s’affanna,
bruciano le corolle un fuoco vcchio,
al sole ed alla luna opposti astri
fan specchio, immillano quell’altera
vicenda dei due lumi l’ale affannate
terse d’uno sfex ch’ora s’aggrava,
va, sullo stelo d’uno di quei pesti
fiori del prato che sembrano i sitri
sopiti dell’egro strumento dell’anno.

***

AUTUNNO

La posa d’un abito spento e di quel
bianco vestito accanto della sposa
m’innamora; davanti la chiesetta
fanno festa, fan le fotografie,
fugge un bimbo quelle malinconie,
corre allo staccato e già s’affretta
a tornare spaventato dalla rossa
coda d’un galletto che grida or quel
suo strido molesto; è che s’è fatto
nero un nembo di tempesta, rotola
il lombo, la festa malinconicamente
sotto la fredda quercia un vento
ha spenta; piove, fa scuro,or cola
una lacrima lesta; quell’unica
festa il piovasco ha rubata alla sposa.

***

E non rapida foglia scende ove
è rapita la veglia, fiocco lento
bensì s’appresta al volo, lieve neve,
misterioso duttile bianco manto
che rende chiarità serena come
specchio ove posi l’abile libertà
d’un cavallino nero, e poche bave
di fronde su neri stecchi, novità
belle è quella bella gronda soffice
dove la taccola tace e gli occhi miei
fissano il lume che mescola luce
a quelle piume rapite d’un soffio
di freddo, come il disegno sprezzato
il volessi schizzar d’un sogno doppio
che sdegna luci ombre che riposa
in un pianto nevoso e senza voci.

***

Poesie inedite
La notte è lunga a chi non può dormire
E frutta il sonno di nessuno sotto le ciglia
Se posso pensarti mancina come vieni
E racconti non smetti mai di dirmi –

Non smetti mai di sciogliere le voci
Il bianco sonoro il rosso odoroso
Dell’autunno, la mia vita prima che sia l’alba
La tua bocca inzuccherata di sangue –

Allora non fa davvero così male, rapimento
Dei sensi smagriti, in confidenza al loro rossore
I turbinii dei nomi e dei cognomi

Rapimento puro come un occhio puro
Come il semplice ascolto quando cadono le immagini
Il nodo della rete che accalappia il cacciatore.

***

Io ti invito allo sguardo calmo, quello
Che non esclude albe e crepuscoli ma li contempla
Anche se povero di mezzi, pensa agli acquazzoni
Di primavera che illuminano il verde.
E alle radure che si dilatano le ore
Nelle vasche che il cervello ruba al sonno
E restituisce, in globi trasparenti di veleno –
La morte scalpita a cavallo in questo paese – come da sempre

Io ti ascolto rinascere per la china dei giorni
Giorni e giorni come un alacre contadino ed un
Archeologo paziente, in quanto sei sporgenza e insieme fiume

La nivea contrazione che mi assorbe, i nudi
Ricordi che mi assalgono, la casa che si squarcia, infine
Mi arricciolo in capriola mi addormento e faccio un sogno.

***

Di qui si vede finalmente il cielo
muto ed eterno e poi di luce chiuso
esso è l’intero aere che racchiuso
l’eremo austro del mistero
lo spande a lacrime e luce e luce
ancor piana ancor grande, anche felice
d’ombra inaccessibile, per tutte chiare
cose e qui nell’intimo cuor del glicine,
che verdeggiando su muri, tacito
e odoroso, chiude l’orto conosciuto
e quasi sol col suo nudo profumo
apre all’immensità d’un volto d’uomo
che di lontano da noi sorride, dio
dell’eterno, con occhi pii e ciglia
ridenti, astratto quasi futuro

***

Dilaga la tua fronte bianca e sento
Infrangersi e seguire il crollo
Di una diga i lunghi
Affanni, ed un colore acuto nelle vesti:
La fronte d’alito vento e chiome e fronde
Apparsa in sua natura chiara e tanto
Lindi gli occhi che il mio bene accoglie
E inganna, e la stanchezza di quei tenui drappi,
L’occhio piroscafo – in essa i nidi calici – e
Rimuove aurorali alte tempeste
E aurore boreali che esplodono in guazzi di
Dolore i cervi, e le anguille, il mondo intero
Posati – Rimani ancora assorta – Rimani ancora un’ora
Noi siamo i gusci vuoti e secchi
Rumori che non osiamo ascoltare

Allontana da me questo fuoco.

***

da Cuore
Adesso io ho una nuova casa, bella
anche adesso che non v’ho messo mano
ancora. Tutta grigia e malandata,
con tutte le finestre rotte, i vetri
infranti, il legno fradicio. Ma bella
per il sole che prende ed il terrazzo
ch’è ancora tutto ingombro di ferraglia,
e perché da qui si può vedere quasi
tutta la città. E la sera al tramonto
sembra una battaglia lontana la città.
io amo la mia casa perché è bella
e silenziosa e forte. Sembra d’aver
qui nella casa un’altra casa, d’ombra,
e nella vita un’altra vita, eterna.

blog

Michele Ranchetti: su Uwe Johnson

Dalla prefazione che Michele Ranchetti ha scritto per l’edizione Feltrinelli di I giorni e gli anni:

johnsonuwe5Alla pubblicazione dei primi tre volumi di Jahrestage (il quarto uscirà dopo alcuni anni) Hans Mayer, che aveva già riconosciuto nel giovanissimo allievo Uwe Johnson il carattere del genio, scriveva che pensare di citare o di alludere a parti del libro o di riassumerne i tratti sarebbe insensato: occorreva “darsi” a Johnson, così come avviene per Proust, oppure lasciar perdere. Questo giudizio di uno dei maggiori critici letterari del secolo deve essere tenuto presente da chi affronta il primo volume, ora ripubblicato in una traduzione diversa e appassionata (una traduzione d’autore, e per questo per nulla neutrale), di uno dei testi maggiori della letteratura tedesca del Novecento.

Occorre lasciarsi prendere e non opporre una distanza prudente, dettata da diverse ragioni e favorita, forse, dal tempo lento della scrittura, dall’apparente sopravvalere di particolari sul filo della narrazione, da tracce di percorsi che appaiono non necessari o fuorvianti. Ma la bravura dello scrittore ha presto il sopravvento, per la sua capacità di catturare l’attenzione e soprattutto di imprimere al racconto il segno di una strategia a cui, appunto, ci si deve e ci si vuole affidare. Johnson parte da un paesaggio, e da alcune figure: un inizio che corrisponde a una sorta di ingrandimento di un particolare. Si avverte subito, dalla descrizione minuta dei luoghi e delle figure, che l’ambizione dello scrittore non ha limiti, che il suo proposito di condurci per mano entro una storia in cui confluisce e si riconosce la storia del nostro tempo è dettato da una necessità non solo “letteraria”. Si percepisce, dalle prime pagine, che la storia che ci viene offerta è una storia che riguarda il lettore, che finirà per seguire il racconto per volerne sapere di più, tramite le vicende di Gesine e di Marie e dei Cresspahl, di se stesso e dei tempi in cui è vissuto. La sua partecipazione non sarà solo emotiva, avrà il carattere di un’esperienza privata che si aggiunge a quella dei personaggi sino a fargli dubitare del carattere immaginario delle vicende e a cercare di trovare conferme della loro esistenza reale nelle esperienze della propria vita.

Johnson è un uomo del suo tempo, che ha voluto prendere atto di quanto avveniva attorno a lui, senza scegliere ciò che sembrava rilevante. In un certo senso non è un narratore che sostituisce caratteri immaginari a caratteri e personaggi reali: è piuttosto un testimone. Di parte, perché è persuaso, sin dall’origine della sua attività di scrittore, che i nessi delle esistenze individuali non sono dettati dal caso, ma da circostanze precise, mentre le motivazioni dei comportamenti dipendono da esigenze vitali in gran parte ricostruibili e da forze economiche e politiche non oscure e misteriose, almeno fino a un certo limite. È persuaso, in particolre, più che della dipendenza del singolo dalle circostanze e più ancora dalle ragioni di esse, di una interferenza fra i singoli e le loro esistenze, in una circolarità di motivazioni e di cause. In un certo senso, le storie che si intrecciano in Jahrestage non seguono un disegno superiore, non obbediscono a una volontà primaria, sono occorrenze individuali connesse tra di loro: la storia che esse compongono, però, è anche la storia del nostro tempo. Johnson ha introdotto nella sua storia, immaginaria e reale (non realistica) insieme, alcune figure sin dal suo primo romanzo, quelle Congetture su Jakob che l’hanno fatto conoscere già dalla prima prova come uno dei più singolari scrittori della giovane letteratura tedesca. Gesine, Jakob e altri hanno così iniziato il loro itinerario.

Ma prima, nel romanzo pubblicato postumo rifiutato da Peter Suhrkamp, Ingrid Babendererde, erano in qualche modo già presenti e lo saranno sino all’ultima pagina pubblicata in vita e pure negli scritti postumi. È una forma di leggenda e di saga, una narrazione nella quale autore e personaggi conducono vite parallele in un equilibrio difficile che finirà per spezzarsi. Johnson infatti, nel 1975, nel corso della stesura di Jahrestage verrà a sapere di una relazione di sua moglie Elisabeth precedente al matrimonio. Sarà la stessa Elisabeth a confessarlo. ma da questa rivelazione di un tradimento in un tempo diverso da quello della sua vita affettiva, Johnson autore e scrittore elaborerà una sorta di dubbio che si riverbererà nelle sue conseguenze tragiche: l’abbandono della famiglia e la crisi della scrittura. In un certo senso, Johnson identificherà senza più distinguerle la sua vita e la sua narrazione. E ne riferirà in alcune conferenze tenute a Francoforte e poi edite in un volume con il titolo Begleitumstände. Johnson è scrittore colto e scrupoloso: la sua informazione sui luoghi e le storie della sua narrazione dipende e si affida a una conoscenza meticolosa delle fonti: nella sua biblioteca, ora trasferita in una fondazione a Francoforte, figuravano carte geografiche, atlanti, orari ferroviari, un’enorme quantità di ritagli di giornali locali, raccolte complete di periodici. Per la composizione dei soggiorni americani dei suoi personaggi (ma lo stesso Johnson trascorrerà lunghi periodi a New York) si avvarrà del “New York Times” che diviene quasi una figura di accompagnamento, in una scansione quotidiana delle vicende: tutto serve e tutto appartiene alla narrazione. Per questo, confrontare l’opera di Johnson con i romanzi di altri autori contemporanei (e anche con quelli dell’amico Grass) è riduttivo, perché significa iscriverla in un genere, la narrativa, a cui intende sottrarsi; a conferma, i contrasti fra Johnson e Max Frisch, che si tradurranno nell’inquietante Skizze eines Verunglückten (“L’infortunato”), derivano da un’etica diversa da quella letteraria. Johnson rimproverava a Frisch di essersi valso di una propria vicenda privata per fare di essa un’opera d’arte e quindi sfuggendo a una responsabilità diretta, umana, nei confronti della persona reale. Ma quest’accusa testimonia della volontà di Johnson di imprimere alla sua attività letteraria il carattere seppur “fittizio” di verità storica.

I quattro volumi di Jahrestage non hanno confronti nella letteratura non solo tedesca. Anche i riferimenti ai Buddenbrook e all’opera di Faulkner (autore ben noto e venerato dal giovane Johnson) per l’invenzione del luogo immaginaria a cui ricondurre la storia del mondo in parallelo con l’immaginario Jerichow, possono offrire solo una traccia labile. Johnson vuole fornire un esempio di ricerca storica in una narrazione nella persuasione che solo una forma mista di invenzione e ricordo e di interferenza reciproca fra reale e immaginario corrisponda ai modi della esperienza reale del tempo e in particolare del presente nella vita del singolo. Concorrono alla formazione di questo suo “genere” storico-letterario i modelli della filosofia di Adorno e degli scritti di Benjamin, ossia esempi al di fuori della letteratura d’invenzione. Concorrono anche problemi e fatti della storia della Germania, della sua adolescenza e della sua prima maturità di scrittore: la distinzione fra le due Germanie (Johnson passerà dall’Est all’Ovest ma conserverà sempre la necessità di un’intelligenza storica delle ragioni della differenza e del giudizio su di essa), i moti studenteschi, la tragedia della guerra del Vietnam e soprattutto del suo segno indelebile sulle coscienze, il sospetto e poi la crescente certezza di una rete di spionaggio che opera in tutte le direzioni senza un’apparente motivazione quasi per invalidare ogni percorso individuale (“Ma Jakob ha sempre attraversato i binari” è l’indimenticabile incipit del primo libro di Johnson) e ogni destino. L’invalidazione della testimonianza nella vita reale dell’autore, la crisi del rapporto affettivo provocata dalla rottura della fedeltà si trasferiscono nella narrazione: rimane la straordinaria testimonianza di una congettura che si fa storia in uno dei più grandi libri del secolo.

Hitler - romanzo

Il Corriere della sera: sul romanzo storico

hitlercovermedia.jpgIl Corriere della Sera riporta oggi un dibattito a più voci, relativo a un convegno che verte sul romanzo storico, organizzato da Laterza e condotto da Antonio Pascale e Andrea Cortellessa, i quali esprimono due posizioni contraddittorie sulla funzione e l’evoluzione del genere storico. E’ il dibattito, che si reitera, sui rapporti tra invenzione e realtà, tra neorealismo ed estetica. L’autrice dell’articolo, la brava Cristina Taglietti, mi ha interpellato a proposito del romanzo Hitler. La mia posizione coincide con quella di Cortellessa, a parte un unicum, che è quando si tenta di rappresentare un’estremalità della storia. Bisogna inoltre domandarsi, a fondamento della tesi, che cosa stia effettivamente facendo il romanzo storico italiano contemporaneo: ciò imporrebbe una rivisitazione delle nozioni retoriche di allegoria e metafora, che, ovviamente, non può essere svolta in questa sede, ma che, spero, nella sede del convegno verrà discussa.
L’articolo integrale sul Corriere (in jpg)
Tendenze – Un incontro sulla responsabilità dello stile e una raccolta di saggi riaprono la discussione

La realtà nascosta nella finzione

Pascale: «La verità non va tradita». Cortellessa: «Si criminalizza l’estetica»
di CRISTINA TAGLIETTI
Ipascalecortellessa.jpgl ritorno del romanzo storico, la moda del reportage narrativo, le ibridazioni dei generi: le recenti evoluzioni della letteratura contemporanea, da Gomorra di Roberto Saviano a Hitler di Giuseppe Genna (ma ancora prima c’è stato il Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo) riportano di attualità un tema antico e dalle molteplici declinazioni (storiche, filosofiche, letterarie, linguistiche) come la commistione (e la sua legittimità) di verità e finzione. Proprio su questo tema la casa editrice Laterza organizza, per mercoledì prossimo a Roma, un seminario dal titolo «La responsabilità dello stile» condotto da Antonio Pascale e Andrea Cortellessa, a cui sono stati invitati editori, scrittori, critici, storici, come Alfonso Berardinelli, Massimo Onofri, Mario Desiati, Antonio Scurati, Anna Foa, Marco Cassini. Punto di partenza è un saggio di Pascale contenuto nella raccolta Il corpo e il sangue d’Italia, curata da Christian Raimo per Minimum fax: un’inchiesta a otto voci sul nostro Paese e sui suoi conflitti, più o meno palesi. Pascale nota che «la rappresentazione come la conoscevamo un tempo sta cambiando passo. Al suo posto avanza la teatralizzazione di sé». Citando Alfonso Berardinelli, l’autore scrive che «il racconto è finzione, ma quel genere di finzione attraverso cui si cerca di mettere in scena la verità». Ma, si chiede: in un reportage, per esempio, qual è il tasso legittimo di invenzione per arrivare alla verità? «Il tema — dice Pascale — è la responsabilità morale che ha l’autore quando scrive qualcosa. Spesso accade che si vuole denunciare una situazione, per esempio la camorra, ma lo stile che si usa assomiglia a quello di ciò che vogliamo condannare. L’ambiguità è rischiosa».
Pascale fa l’esempio di Saviano: «Il suo è un libro molto bello e importante, ma forse un maggior rigore stilistico gli avrebbe giovato. Ci sono parti in cui l’eccesso di rappresentazione non favorisce la verità». Nel libro, Saviano racconta del funerale di Annalisa Durante, una quindicenne uccisa perché si è trovata in mezzo a un agguato di camorra. La descrive vestita con «un vestitino bello e suadente», racconta del telefonino che le amiche di Annalisa fanno squillare nella bara. Dettagli che fanno parte della componente di «invenzione» del romanzo, smentiti dai testimoni. «Uno scrittore — dice Pascale — può sacrificare una dose di verità per una maggiore giustizia ed efficienza narrativa. Però, forse, il telefonino che trilla può rappresentare proprio quella invenzione di cui non si avverte il bisogno e che rischia di inficiare tutta la narrazione precedente».
Una conclusione che Andrea Cortellessa, però, non condivide: «Pascale esprime in modo convincente ed efficace un sentire diffuso, sintetizzabile con la formula “non si estetizza un’emozione”. Oggi mi sembra che ci sia una sorta di “ideologia del documento”, per cui ogni forma di estetizzazione della realtà viene considerato un crimine anche etico». Invece, inevitabilmente, spiega Cortellessa, ogni volta che raccontiamo qualcosa scegliamo una messa in forma narrativa, lo estetizziamo. «Lo stile, diceva Contini, non è un orpello, è il modo in cui lo scrittore conosce la realtà. Questa ideologia della documentarietà, questo puritanesimo della trasparenza mi sembra riproporre quell’impasse in cui già si trovò Manzoni nella seconda metà dell’800, quando qualsiasi parte di invenzione era eticamente, religiosamente negata. Oggi sembra che ci sia il rifiuto morale dell’invenzione in nome della verità. Ma già Gadda nel ’51, a proposito del neorealismo scrisse, citando Kant, che la realtà rappresentata dai neorealisti mostrava solo il fenomeno, e non il noumeno. A lui, invece, interessava vedere il meccanismo che sta dietro, e questo dovrebbe fare l’arte in genere. D’altronde anche Fenoglio in Una questione privata parla di una partita di verità dove la verità è un oggetto verso cui si può solo tendere». Cortellessa porta ad esempio anche Primo Levi che, negli anni Ottanta, difese la verità storica del Diario di Anna Frank, quando venne messa in dubbio perché si scoprì che era stato «manipolato», interpolato dal padre che lo aveva a pubblicato. «Certo, bisogna certificare filologicamente gli interventi, ma il fatto che ce ne siano stati non può inficiare il valore del documento. E d’altronde lo stesso Levi con Se questo è un uomo ha dato forma a un documento (la sua detenzione nel campo di concentramento) per renderlo vero, percepibile in modo immediato dal lettore».
Per Giuseppe Genna, che ha appena pubblicato il romanzo-biografia Hitler,
l’invenzione nella tradizione del romanzo storico è fondamentale, da Walter Scott a Hugo, ma c’è un punto in cui l’invenzione è proibita e vale quello che dice la storia. «Io, in Hitler, non sono entrato nel campo di concentramento, sono rimasto sulla porta, a differenza di quello che ha fatto Littell ne Le benevole.
Fare opera di invenzione sui campi di concentramento è osceno». Ma, secondo Genna, oggi c’è un’altra dimensione che la critica non coglie. «Il fatto è che c’è una generazione di narratori, tra cui Scurati, Evangelisti, Wu Ming, Saviano che spacca i protocolli, le gabbie della letteratura e che sta lavorando sul romanzo storico con una visione metafisica, allegorica della storia. L’impressione è che i critici non lo capiscano questo e che quindi vedano questo romanzo storico reinventato come un oggetto strano, indefinibile».