Mese: gennaio 2009

Affari Italiani: intervista al Miserabile su Italia De Profundis

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“L’Italia? E’ un’avanguardia dell’osceno”. Giuseppe Genna ad Affari
di LUCA VAGLIO
[da Affaritaliani.it]
genna_affari.jpg“L’Italia in questo momento è un paese di avanguardia, una frontiera dell’osceno dove stanno arrivando a maturazione processi disgregativi e trasformazioni dell’umano che sono la china su cui discenderà tutto l’Occidente…”. A parlare è lo scrittore Giuseppe Genna, che ha scelto Affari per spiegare la sua visione del degrado culturale italiano e per parlare di alcuni dei temi trattati nel suo ultimo libro “Italia De Profundis” (Minimum Fax). Le ragioni della degenerazione? “Stanno nella spettacolarizzazione dell’immaginario, iniziata negli anni ’80 con la nascita delle tv private…”
Perché nel suo ultimo libro parla dell’Italia come del luogo che ha “disimparato ad amare”?
“L’Italia ha avuto una mutazione antropologica e sociale negli ultimi 30 anni, da noi l’oscenità si sta manifestando in modo più potente che in altri luoghi. Si è inverata la profezia pasoliniana dell’involgarimento di massa, della spettacolarizzazione, del discorso unico che sostituisce il dialogo… E se da un lato c’è un imbarbarimento del luogo Italia, dall’altro io stesso sono connesso, con ossa, nervi e muscoli, a questo processo di anestesia emotiva e disamore. Io, che ho disimparato ad amare e ad amarmi, sono questo luogo…”
E fuori dall’Italia le cose stanno diversamente?
“Sì, senza dubbio. Penso che l’Italia sia in questo momento un paese di avanguardia, dove stanno arrivando a maturazione processi disgregativi e trasformazioni dell’umano che sono la china su cui discenderà tutto l’Occidente… Altri popoli sono più indietro lungo questa forma di evoluzione, la metastasi lì è rallentata, c’è ancora qualcosa che frena la metamorfosi dell’umano in insetto. Ad esempio, recentemente a Copenaghen ho avvertito una maggiore pietà per l’altro, una percezione che l’altro sia parte di sé, che da noi, attorno a me e dentro me, è come evaporata”.
E perché, a suo avviso, in Italia questa disumanizzazione è più accentuata che altrove?
“In primo luogo perché noi non siamo un popolo, non abbiamo mai elaborato una cultura nazionale… al più abbiamo una cultura statale e parastatale. E la storia del paese, dalla 2a guerra mondiale agli anni ‘70 è continuamente messa in discussione da revisionismi devastanti. Lo Stato è da sempre un’entità distante dai cittadini. A questo si aggiungano i misteri di Stato mai chiariti e le ferite mai sanate, in primis quella del terrorismo in rapporto quale si pretende un pentimento carcerario, una reclusione sine die e non il recupero della persona. E sopra tutta questa disgregazione noi ci abbiamo steso lo spettacolo”
In che modo?
“E’ un processo che inizia negli anni ’80 con la nascita delle emittenti televisive private, che si fanno veicolo di un immaginario fragile e distorto. Non c’è nazione in cui l’immaginario è stato contaminato dallo spettacolo come in Italia. Basti pensare alle masse di ragazzini, correva l’anno ’84, che urlavano parole senza senso come “Ass Fidanken”… La memoria del paese è spettacolare, è una berlusconizzazione… di cui lo stesso Berlusconi è un sintomo, non la causa. Il presidente della Repubblica Sandro Pertini che è in tv, durante la diretta da Vermicino, mentre un bambino muore in un pozzo, e l’anno successivo è al Nou Camp di Madrid, mentre l’Italia sta per vincere la finale dei mondiali calcio, e dice “Non ci prendono più…”. Ma si rende conto Pertini di essere dentro uno spettacolo, che segna una linea di discrimine nella nostra storia? O Antonio Ricci che dice che “Striscia la notizia” è servizio pubblico, quando non è altro che un veicolo di un trauma dell’immaginario. Tutto questo espropria l’umano dell’umano, del linguaggio e di ogni idea o possibilità di cambiare la realtà”
Ma questo fenomeno non riguarda un po’ tutto l’Occidente?
“Sì, ma in Italia si è manifestato in modo più vistoso, anche rispetto agli Stati Uniti, dove, grazie alla struttura federale e al fatto che la tv pubblica, la Pbs, non era sotto controllo politico come la Rai, la disgregazione culturale è stata meno drammatica. Ricordo che nel ’69, quando venne fermato dalla polizia l’anarchico Pietro Valpreda, a pochi giorni dalla morte di Giuseppe Pinelli, c’era un giornalista che intervistava il questore di Milano e dava per certo, usando un tono quasi autoritario, che fosse stato preso il colpevole. Il giornalista veicolava una falsità, spacciandola per verità, in relazione a un fatto intricato e complicatissimo… Bene, quel giornalista era Bruno Vespa, che oggi continua a fare le stesse cose. Questa è l’Italia. Si veicolano falsità e spettacolo come se fossero verità… La realtà viene spogliata sua della verità, in modo pop…e poiché, salvo poche, luminose eccezioni non ci sono intellettuali in grado di opporsi, il paese è in balia di un unico linguaggio, di un unico discorso”.
Quali sono le luminose eccezioni?
“Beh, l’Italia è un’avanguardia per quanto riguarda l’espropriazione dell’umano, ma lo è anche nella produzione dell’umano. La nostra è la lingua letteraria più antica tra quelle moderne. Alcuni scrittori italiani stanno producendo cose che a livello planetario non si fanno. Nessun americano o inglese è all’altezza del poeta Andrea Zanzotto… pochissimi agiscono politicamente e linguisticamente dentro il testo come Tommaso Pincio, i Wu Ming, Valerio Evangelisti o Walter Siti, probabilmente il più grande scrittore vivente in Italia. Si tratta di minoranze esigue… ma molto costanti nel tempo e avanzatissime. Seamus Heaney o Derek Walcott, gli ultimi Nobel anglosassoni, sono fermi a quello che Giusuè Carducci faceva nelle sue “Odi Barbare”. In Italia siamo oltre la morte della lingua… lo ha detto Carmelo Bene, e negli ultimi anni non si è visto un altro come lui… Ma se si guarda al campo della pubblica attenzione la figura dell’intellettuale viene attaccata, ignorata oppure spettacolarizzata, come è successo a Roberto Saviano, che è stato trasformato in un’icona che non corrisponde a quello che Saviano sente e vuole provocare nel lettore”.
In “Italia De Profundis” esprime un giudizio critico sullo stile della poesia italiana di oggi…
“La poesia italiana non parla più… salvo pochissime eccezioni, come l’ultimo libro di Mario Benedetti, “Pitture nere su carta”, edito da Mondatori o Milo De Angelis e lo stesso Andrea Zanzotto. Questi poeti rappresentano un’avanguardia mondiale. Tutti gli altri fanno piccole cose, nel solco della nostra tradizione lirica, quasi a prolungare una sorta di deriva neopetrarchista… non entrano nell’immaginario e nemmeno nello scavo di sé… è inevitabile che se non scavano dentro di loro non possono parlare agli altri”.
Le cose vanno così male anche per il cinema?
“Qui c’è un problema di industria culturale, non si ha la voglia e la capacità di rischiare, di uscire fuori da alcuni schemi rigidi e prestabiliti. E, sia chiaro, non si rischia producendo “Gomorra”, che pure è un film molto interessante, o “Il Divo” con Servillo… Nella mia esperienza di giurato alla Mostra del Cinema di Venezia (2006, ndr), grazie allo sguardo panoptico sulla cinematografia mondiale regalatomi da quella occasione, mi sono reso conto di quanto sia povero, debole e morto il cinema italiano… Anche l’ultimo dei cinesi ha un impatto estetico, etico, politico, emotivo di una forza a cui nessuna opera del nostro cinema attuale può arrivare”.
E non c’è soluzione a un simile degrado culturale?
“L’Italia per diventare paese deve subire uno shock forte, passare per una fase dura di depauperamento determinata da varie ragioni, dalla crisi climatica alle ondate migratorie provenienti dalle aree più povere. Questo shock sociale diventerà un grande evento politico per il nostro paese. Gli italiani, da poveri, probabilmente recupereranno la loro umanità… forse mi sbaglio, ma io vedo solo questa possibilità di cambiamento. Chi spende il 18% del suo stipendio per il telefonino e non se ne rende conto non è più umano…”.
Non le sembra di avere un approccio un po’ pessimista, di legare la sua analisi a dei presupposti radicalmente negativi?
“Davvero restituisco questa impressione? Non è una cosa in cui mi riconosco, certo rispetto allo stato di cose che ci circondano denuncio una negatività. Ma se non avessi dentro di me l’idea di una positività non parlerei in questo modo”

Rai Radio1: Nudo e crudo intervista il Miserabile su Italia De Profundis

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L’intervista al Miserabile sottoscritto nel corso della puntata del 20.1.09 di Nudo e crudo, trasmissione in onda su Radio1 Rai, ideata e diretta da GIULIA FOSSA’.
Poiché è risultato impossibile lavorare sul file originale, mi scuso per la non eccelsa qualità della riproduzione (qui lo streaming dell’intera puntata, dedicata al rapporto tra letteratura e politica e società italiana, con Alberto Asor Rosa, Walter Siti, Luca Mastrantonio e, appunto, il sottoscritto).
E’ possibile ascoltare direttamente in questa pagina l’intervista, cliccando l’icona azzurra di “play” qui sotto. Per chi non la visualizzasse, si può cliccare sul file mp3.
http://static.delicious.com/js/playtagger.js L’intervista a Nudo e crudo [6 min.]
frecciabr.gif Il file mp3 dell’intervista a Nudo e crudo [6 min. – 5.7M]

tuttoLibri de La Stampa: Sergio Pent su Italia De Profundis

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De Profundis per il Belpaese
Genna – Il ritratto di un mondo in disarmo, regredito a divertimentificio, non lasciando più spazio al pensiero. La drammatica corsa verso il nulla, un’isteria contagiosa che mette a tacere la realtà e il tempo
di SERGIO PENT
[da ttL, inserto letterario de La Stampa – versione cartacea, 17.1.09]
frecciabr.gif La versione jpg dell’articolo su IDP [243k]
(…) Il masochismo autofagocitante con cui Genna spala letame dall’italica quotidianità, è quasi esemplare. Vittima e artefice dei suoi furori assoluti, questo scrittore unico, assordante, narcisista e autolesionista, va delineando con sapiente confusione il ritratto di un Paese in disarmo, regredito ai riti tribali di una sopravvivenza all’insegna di un fittizio tutto-compreso, dove l’illusione di essere calati in un perenne divertimentificio non lascia più spazio ai pensieri concreti del malessere e del disagio. Basta non pensarci, sostiene chi ci governa.
Giuseppe Genna dà il meglio di sé quando affonda il bisturi nei mali incurabili del Belpaese. Libri come Nel nome di Ishmael e Dies Irae, che avrebbero dovuto caratterizzare stagioni letterarie, sono stati liquidati come un thriller fantapolitico e una deprimente analisi autocelebrativa. (…) [CONTINUA]

Tommaso Pincio sul manifesto: l’Italia, il romanzo di Brizzi e il De Profundis

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SPETTRI ITALIANI – TRE VARIAZIONI SULLO SFONDO DEL MALPAESE
di TOMMASO PINCIO
[da il manifesto – versione cartacea, 11.1.09]
frecciabr.gif L’ultimo romanzo, di recente uscita, di Tommaso Pincio: Cinacittà
frecciabr.gif Il sito ufficiale di Tommaso Pincio
frecciabr.gif Aderisci alla campagna “Sostieni il manifesto

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«L’Italia è il paese che amo»: così, con solenne e televisiva semplicità, il nostro attuale premier si dichiarò alla nazione. Era il 26 gennaio 1994, nessuno osava allora immaginare quanti e quali frutti sarebbero nati dall’idillio tra un magnate della comunicazione e un paese di miracoli e miracolati. I malevoli ritengono che sia disceso in campo per salvare se stesso e le sue aziende; il diretto interessato sostiene che in cima ai pensieri avesse lo spettro di una nazione in mano a forze illiberali, i famigerati comunisti. Comunque sia, in quel famoso discorso registrato su videocassetta e trasmesso a reti quasi unificate, disse che l’Italia «giustamente diffida di profeti e salvatori». Eppure è proprio così che si è proposto, ed è proprio così che una cospicua fetta d’italiani lo ha accolto. In questo, che gli piaccia o no, ha qualcosa in comune con Mussolini. La grande campagna antimalarica con la quale si promise la bonifica integrale delle Paludi Pontine fu uno dei capisaldi della propaganda fascista e servì a presentare il duce come il «grande medico» della nazione. Similmente, Silvio Berlusconi si è annunciato come il rimedio definitivo all’annosa piaga della politica senza mestiere, tutta malaffare e chiacchiere incomprensibili.

(altro…)

Bonaventura da Bagnoregio: passi scelti da Itinerarium mentis in Deum

di Bonaventura da Bagnoregio
[La traduzione vìola la lettera in alcuni punti, sperando di mantenerne vivo lo spirito. gg]
Scongiuro il lettore di dare maggior peso all’intenzione che io ho avuto nello scrivere questo trattato che non alla realizzazione che ne ho fatto, più al suo contenuto che non alla forma con la quale l’ho espresso, più alla verità che all’eleganza dello stile, più al calore del sentire che non alla profondità della scienza.
Per questa ragione prego il lettore di non scorrere alla svelte queste pagine, ma di farne oggetto di attenta meditazione.
Bisogna che tu rientri in te stesso. Il tuo spirito, infatti, ama di amore potente se stesso. Ma non potrebbe amare se stesso, se non si conoscesse.
Come il niente assoluto non ha nulla dell’essere e delle sue proprietà, così, inversamente, l’essere puro e semplice non ha nulla del non-essere, né in atto né in potenza, né nella realtà né nella nostra riflessione. Il non-essere, infatti, essendo privazione dell’essere, non può venir pensato se non in relazione al concetto di essere; l’essere, invece, non può mai essere concepito in relazione ad alcun altro concetto, perché tutto ciò che conosciamo o lo conosciamo come negazione di essere o come essere possibile o come essere reale.
Il puro e semplice essere è la prima nozione che si presenta alla mente ripulita e calma, e si identifica con l’atto puro di essere – semplicemente essere che si è.
Ma l’atto puro non può identificarsi con un essere in particolare, che è qualcosa di limitato, perché commistione di atto o di potenza di stare per; né con un essere analogo, che non trovando affatto riscontro nella realtà, non è assolutamente possibile che sia in atto, presente a tutti gli effetti.
Non resta dunque, che identificare quest’essere con l’essere che è, semplicemente, e non può non essere, con la nuda presenza di essere cioè.
E’ davvero strana, perciò, la cecità della mente umana, che si lascia sfuggire ciò che le si presenta per primo, e che condiziona ogni altra sua conoscenza.
Ma come l’occhio del corpo, distratto dalla verità dei colori, non vede la luce, che pure è l’elemento che glieli rende visibili o, se anche la vede, non vi pone attenzione; così l’occhio del nostro spirito, attratto dagli esseri particolari e dai concetti, perde di vista proprio quell’essere semplice e puro, che è al di là di ogni specificazione e descrizione [poiché semplicemente è e basta]. Eppure quest’essere semplice e puro è la prima nozione che gli si presenti all’umano, e tutte le altre cose non si possono comprendere se non partendo da questa sensazione di presenza, di puramente e concretamente essere.
Accade “all’occhio del nostro spirito, davanti alla realtà abbagliante delle cose sensibili, quello che accade al pipistrello davanti alla luce” (Aristotele). Assuefatto alle tenebre degli esseri e dei fantasmi del sensibile, gli sembra di non veder niente quando è colpito dalla “luce” dell’essere puro e semplice. E non comprende che proprio quella “caligine” è, invece, la luce più chiara per il nostro spirito, anche se, come l’occhio accecato da luce vivissima, gli sembra di non veder proprio niente.
Tale essere purissimo ti si presenterà come essere primo, eterno, semplicissimo, attualissimo, perfettissimo e assolutamente uno senza secondo.
Ma c’è ancora dell’altro che può aumentare il tuo stupore. Se continuerai la tua riflessione con la mente pulita e calma, si farà ancor più “luce” in te, e “vedrai” che questo puro e semplice essere è anche ultimo, proprio perché è primo; è continuamente presente, perché eterno; è il più grande, perché il più semplice; è il più immutabile, perché il più attuale; è immenso, perché perfettissimo; è inesauribile verità, perché somma unità.
E poiché è così uno e diverso, questo semplice essere è tutto e sempre lo stesso in tutte le cose, sebbene le cose siano tante ed esso uno solo. Questa sua unità assoluta, unita alla verità completa e alla bontà purissima fanno di lui il modello di ogni virtù, il sostrato sensibile di tutte le forme e ciò da cui scaturisce ogni linguaggio.
Perciò da Lui, per Lui, e in Lui sono tutte le cose.
Nessuno può contemplare la sua faccia, e rimanere in vita.
Morire per vivere la vita piena.
Ed allora, “moriamo”. Entriamo nella luminosa caligine dell’essere puro e semplice, imponendo silenzio a cure, concupiscenze e apparenze. Dopo la scoperta della nostra identità con l’essere puro e semplice, noi potremo dire con Filippo: Questo ci basta.

William Blake: ‘Memorabile Deriva Immaginativa’

life_blakedi WILLIAM BLAKE
[traduzione distorsiva di Giuseppe Genna]

Mentre camminavo fra i fuochi dell’Inferno, deliziato da quei godimenti del genio che agli Angeli appaiono come tormento e insania, raccolsi alcuni dei loro Proverbi; pensando che, così come i detti che s’usano in una nazione ne designano il carattere, allo stesso modo i Proverbi dell’Inferno renderanno palese la natura della sapienza Infernale meglio di una qualsiasi descrizione di edifici o abbigliamenti.
Quando me ne tornai a casa, sull’abisso dei cinque sensi, dove uno scosceso pendio minaccia il mondo presente, vidi un Diavolo possente ravvolto in nuvole nere che si librava sui fianchi della roccia: con fuochi corrosivi scriveva la frase seguente, che ora le menti degli uomini percepiscono, e sulla terra la leggono:

Che ne sapete se un qualunque uccello che taglia le strade dell’aria non è un immenso mondo di delizia chiuso dai vostri cinque sensi?

* * *

A Memorable Fancy

As I was walking among the fires of hell, delighted with the enjoyments of Genius; which to Angels look like torment and insanity. I collected some of their Proverbs: thinking that as the sayings used in a nation, mark its character, so the Proverbs of Hell, shew the nature of Infernal wisdom better than any description of buildings or garments. When I came home; on the abyss of the five senses, where a flat sided steep frowns over the present world. I saw a mighty Devil folded in black clouds, hovering on the sides of the rock, with corroding fires he wrote the following sentence now percieved by the minds of men, & read by them on earth.

How do you know but ev’ry Bird that cuts the airy way, Is an immense world of delight, clos’d by your senses five?

Sarvasaropanisad: Il Quarto Stato

Si ha lo stato di veglia quando il Sé percepisce gli oggetti sensibili grossolani quali il suono e simili tramite i suoi quattordici organi a partire dalla mente, che hanno il sole come divinità di sostegno. Quando poi il Sé, insieme ai quattro organi che costituiscono l’apparato mentale, accompagnati dalle impressioni subconsce ad essi relative, percepisce oggetti sensibili quali il suono anche in assenza della loro presenza fisica, si ha lo stato di sogno. Quando, in grazia dell’assenza di funzionamento dei quattordici organi (ossia i quattro mentali più i cinque sensi percettivi e i cinque sensi d’azione) e del conseguente venir meno di una coscienza specifica, non si percepiscono più in alcun modo oggetti sensoriali quali il suono, e simili, allora si ha lo stato di sonno profondo. Ma quella unica ed ininterrotta consapevolezza che funge da testimone tanto alla presenza quanto all’assenza dei tre stati precedenti, di per sé scevra di tale presenza o assenza, è ciò che vien detto il Quarto Stato.

[dalla Sarvasaropanisad]