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Evangelisti: “Una narrativa adeguata ai tempi”

valerio_evangelistidi VALERIO EVANGELISTI

La globalizzazione dell’economia, il ruolo egemone dell’informatica, il potere del denaro astratto, le nuove forme di autoritarismo legate al dominio delle comunicazioni sembrano lasciare indifferenti gli scrittori di letteratura “alta”, quanto meno in Europa. Nella maggior parte dei loro romanzi il mondo pare rimasto immutato. Prevalgono le storie intimiste, identiche a quelle che avrebbero potuto svolgersi cinquanta anni fa, o che potranno svolgersi tra cinquant’anni. Amori, passioni e tradimenti continuano a consumarsi entro contesti dai colori tenui e dalle luci soffuse, in cui si annusa la polvere e il borotalco. Ci sono eccezioni, certo; ma rimangono isolate e non alterano il quadro generale, minimalista a oltranza.
Lo stile fiacco, estenuato, viene considerato realista. A esso apparterrebbe la verità, tanto da farne l’unica forma di letteratura veramente nobile. Poco importa che l’autore, se non ha tempo da perdere, batta il proprio testo su un computer e lo spedisca per posta elettronica. Poco importa che i tempi di stampa si siano più che dimezzati grazie a nuove tecniche tipografiche. Queste innovazioni vili non possono riflettersi nella storia narrata, salvo contaminarla e ridurne la carica di sublime. La prosa “realistica” si colloca fuori del tempo. Ciò che vi sta dentro è robaccia.
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Alberto Arbasino: compendio su Carlo Emilio Gadda

carlo_emilio_gaddadi ALBERTO ARBASINO

Carlo Emilio Gadda aveva già più di sessant’anni, scriveva da più di trenta, e non aveva ancora pubblicato in volume il Pasticciaccio, ormai praticamente dimenticato o ignorato, forse, quando i ventenni degli Anni Cinquanta scoprirono la sua posizione centrale nella nostra letteratura contemporanea. E sull’entusiasmo per la stupenda Adalgisa, per le mirabili Novelle dal Ducato in fiamme, lo dichiararono massimo autore italiano del mezzo secolo, con immenso dispetto di tutti gli altri.
Già. I letterati del Trenta e del Quaranta persistevano a considerarlo un outsider, un «eccentrico… arrivato tardi alla letteratura», un «umorista» molto «faticoso» e «cincischiato»: come se il caso Svevo non insegnasse mai nulla. Taluni raffinati gourmets (Contini, Devoto) assaporavano con delizia la sua prosa furente e squisita: ma privatamente, nelle più ritrose trappe o oubliettes dell’iniziazione stilistica. Tuttavia, per decenni, il grande Ingegnere apparve costantemente confuso alla pari fra decine di nomi irrilevanti o lamentevoli, nei tristi famosi repertori d’articoli critici della generazione anziana che ravvisava i più veri e raccomandati sviluppi della patria letteratura non già negli scarti geniali rispetto a un’Arcadia comune, bensì nella graduale continuità della minestrina collettiva. «Ironia oziosa», «Scherzo a vuoto», «Aggrovigliata tessitura», «Prose ricche, troppo ricche», sentenziavano pigolando e caccolando i più celebrati Arcadi e Accademici; e poi: «Non ha leggerezza di movimenti», «Non sa fondere bene le parti», «Non vede le varie arti fondersi in un’una, le vede disgregarsi», «È un Barilli a cui manca tutto quello che è di Barilli!» Il Tesoretto, «Almanacco dello Specchio 1942-XX», non lo rammenta neanche, nel suo indice dei nomi, tra Fumagalli Giuseppina, Funi Achille, Galli Luigi, Gargiulo Alfredo.
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Goffredo Fofi su Kurt Vonnegut

vonnegut_nydi GOFFREDO FOFI

Disse Kurt Vonnegut: «La storia è una lista di sorprese. E tutto quello che può fare è prepararci ad assistere a qualche altra sorpresa». Dipende da noi come sarà? Oggi è discutibile e sconsiderato affermarlo con la sicurezza con cui usavano affermarlo generazioni più ideologiche e illuse delle presenti, la parte di esse strettamente legata alle sorti del Capitale e quella, speculare, legata al pensiero di Marx e alla convinzione di un partito che avrebbe risolto tutti i problemi. Doverosamente aiutato dai Superuomini leninisti e dai loro infiniti funzionari, l’Uomo avrebbe trovato nella Giusta Società il quadro in cui affermare la sua creatività e la sua rousseauiana bontà. Dal «Senso della Storia» e dalla «Linea del Progresso» ci hanno protetto in passato solo gli amori eterodossi, e tra questi quelli dell’anti-utopia proposta da tanta fantascienza che non si illudeva sulla perfettibilità dell’uomo e delle società, e che aveva i suoi capostipiti in Aldous Huxley e George Orwell, detestati dalla sinistra doc, ma anche nel dimenticato Noi di Evgenij Ivanovic Zamjatin, che veniva dall’Urss e che, nel 1924, li anticipava prendendo di mira proprio il modello sovietico. Romanzo fondamentale, romanzo da riscoprire. La fantascienza non era la sola a offrirci degli antidoti, ma i suoi, dato il carattere «massimalista» di questo genere letterario allora molto minoritario, erano aiuti potenti, benché talora subliminali, e la frequentazione di scrittori come Sheckley, Brown, Simak, Matheson, ma anche di quelli che prevedevano le forme più propriamente scientifiche del Progresso, ci preparò a capire meglio le mutazioni a venire.
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Letizia Muratori: “Il giorno dell’indipendenza”

letizia_muratori_ilgiorno dellindipendenza[Pubblico, con un ritardo che mi fornisce di adeguati sensi di colpa, uno speciale sull’importante romanzo Il giorno dell’indipendenza di Letizia Muratori. Sotto la mia recensione, una videointervista all’autrice, un articolo da Rolling Stones e un intervento di Paolo Di Stefano. gg]

I casi della vita non mi permettono di avere fiato da mesi e, quindi, di non riuscire a scrivere adeguatamente dei libri che ritengo importanti.
Tra i libri che ritengo importanti, usciti in questo ultimo semestre, mi pare abbastanza fondamentale Il giorno dell’indipendenza di Letizia Muratori, edito da Adelphi (15 euro). Chi desiderasse conoscere la trama, può farlo cliccando qui. Posso permettermi qualche superficiale osservazione, che vorrei tanto corroborasse la fiducia nella scrittura di questa autrice per me straordinaria. Seguo con non malcelato interesse il percorso narrativo (che ora non so nemmeno più se qualificare in questo modo) di Letizia Muratori, giunta, con La casa madre (qui la mia recensione), a un per me evidente salto quantico, per il lavoro effettuato sulle strutture e per l’impressionante raggiungimento di uno stile di “grado zero”, possibilità concessa soltanto a chi abbia la capacità di percorrere e praticare ogni stile.
letizia_muratori1Il giorno dell’indipendenza, per quanto apparentemente distante dalle ambientazioni e dalle location del romanzo precedente (poiché di romanzo, od oggetto narrativo, si trattava: non tanto nonostante, ma proprio per il fatto che era costruito sull’incrocio ambiguo di due racconti, non perfettamente speculari), porta a estreme latitudini la tematica dell’affetto al trauma che è l’umano tutto, cioè l’occhio ciclonico di entrambi questi libri. Se nella Casa madre Muratori conduceva agli estremi linguistici e figurali la meditazione sulla dipendenza dal trauma, e sulla propria dipendenza dal linguaggio anzitutto, ne Il giorno dell’indipendenza giunge letteralmente a quanto dichiara il titolo, cioè all’indipendenza dal letterario e alla possibilità di sporgersi allusivamente oltre l’assenza dell’umano. Questa è la narrazione letterale, costruita sì per metafore (non per allegorie), però tali che o vengono prese alla lettera oppure impongono la percezione di un mancato nitore e di una ricaduta in chissà quale estetico. Il lettore è (non mi è possibile evadere dall’avverbio ancora una volta) letteralmente lasciato da solo e, se il libro non è compreso (e non mi affido a una capacità cognitiva o semplicemente emotiva), la colpa è del lettore stesso. Muratori giunge all’ininterpretabilità che è lo stesso movimento dell’interpretazione.
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Un racconto di Jim Shepard

MORTALITA’ DEI GENITORI: UN RACCONTO
di JIM SHEPARD
[da Love and Hydrogen, raccolta edita da Vintage. Traduzione di Giuseppe Genna]

lehE’ il 1970. Lui è la colla che ci tiene tutti assieme, il furgone dell’ONU divelto con sassi e bottiglie, l’arbitro di un incontro di wrestling messo al tappeto da un calcio che lo ha colpito per caso e tornato subito in piedi a garantire che gli sputi negli occhi si mantengano al di sotto del livello di guardia. Per tutto il dannato giorno mio padre è sveglio col caffè in mano, bello pronto per qualunque cosa noi, autoreclusi nella misera impazienza sotto la campana di vetro dell’autoassorbimento, gli propineremo.
La nostra non è per nulla una di quelle famiglie in cui le tensioni vengono agite secondo intricati protocolli di scambi sottotraccia. Mio fratello mi ha lanciato per aria in salotto e la mia schiena si è schiantata sulla parete dietro il divano. Per manifestare più precisamente la sua insoddisfazione verso la direzione generale della nostra vita familiare, mio fratello ha ribaltato il tavolo da pranzo a cui eravamo tutti seduti, era apparecchiato, un modello pesantissimo in ciliegio con enormi gambe incrociate, tutto per aria prima dello schianto.
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Montefoschi e Affinati: Malcolm Lowry

Quel vulcano di Lowry, anticamera dell’inferno
L’autodistruzione dello scrittore nel più famoso dei suoi romanzi
di GIORGIO MONTEFOSCHI
[dal “Corriere della Sera” – 23 ottobre 2007]

88-07-83011-6Mezzo secolo fa, nel giugno del 1957 – era nato in Inghilterra nel 1909 – dopo una breve vita distrutta dall’alcol, trascorsa in Messico, Europa e America, moriva, per un attacco dovuto all’etilismo, lo scrittore inglese Malcolm Lowry. È l’autore di uno dei più importanti romanzi del ‘900, Sotto il vulcano, nel quale si narra l’ultima giornata di un ex console britannico, Geoffrey Firmin – pure lui alcolizzato, abbandonato dalla moglie Yvonne – vera e propria controfigura dello scrittore. Al pari di altri romanzi che hanno per confine un arco limitato di tempo, anche Sotto il vulcano ha l’ambizione di proporsi come romanzo iniziatico, e di comprendere ogni aspetto dell’ esistenza umana: felicità e disperazione, oscurità dell’abisso e ordine luminoso delle costellazioni, amore e tradimento, abiezione e salvezza, distacco e ritorno, pietà e indifferenza, odio e perdono.
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