Mese: ottobre 2009

Gigantesco Domanin su Facebook: un racconto in 21 status – DO YOU REMEMBER MAGNUM P.I.?

domanin_magnumpi

Igino Domanin è probabilmente il mio migliore amico e quindi ciò che scrivo di lui (in sintesi: per me è uno dei più importanti autori italiani contemporanei) può apparire viziato a priori. Lascio a lui descrivere cosa ha fatto ieri su Facebook e, in seguito, copio e incollo l’incredibile operazione di performance narrativa web eseguita in tempo reale sul celebre social network, attraverso la pubblicazione di “status” in due giorni e mezzo, a tambur battente.

Questo era un pezzo apparso su Nuovi Argomenti un po’ di anni fa, solo che l’avevo perso, allora l’ho copiato ed editato appositamente per vedere come rendere fruibile un contenuto di questo genere su FB, utilizzando una specie di microserialità frammentata in moduli che non superino i 420 caratteri!

Senza un’evidente poetica, risulterebbe inesplicabile perché Domanin abbia fatto questo (così come è inesplicabile il motivo per cui termina con un punto esclamativo la spiegazione dell’operazione). Tuttavia, è la prima volta che vedo sul Web 2.0 qualcosa che è retorica configurante un movimento riconoscibile come arte. Inoltre questa falsa serialità con cui vengono pubblicate singole unità sintattiche e semantiche, forse, risulterà utile a comprendere che la logica di composizione narrativa è fondata su segmenti psichici che equivalgono (se non ritmicamente, di certo psichicamente; ma io credo anche ritmicamente) al verso poetico.
Ecco i 21 passi con cui jazzisticamente Domanin ha ricomposto ex novo un intero racconto.

DO YOU REMEBER MAGNUM P.I.? #∞
di IGINO DOMANIN
[pubblicato su Facebook, da lunedì 26.10.09 ore 14.27 a marted’ 28.10.09 ore 9.32]

DO YOU REMEMBER MAGNUM P.I.? #1 “Negli anni 80 cominciava il riflusso. Un’onda spontanea e devastante. La storia siamo noi che torniamo indietro. Ci siamo improvvisamente messi in marcia, levati in piedi e risvegliati dall’incubo della storia. Torniamo da un sogno per entrare in un altro sogno.”
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Andrea Zanzotto: da CONGLOMERATI

zanzotto_conglomerati_smallE’ in libreria l’ultimo libro di Andrea Zanzotto, Conglomerati, edito per i tipi mondadoriani de Lo Specchio, al prezzo di €14 (clic sulla copertina, per una versione a maggiore risoluzione). Se ne consigliano vivissamente l’acquisto, la lettura, lo studio: si tratta di uno dei capolavori del più grande poeta italiano vivente: è sufficiente cliccare qui, per ordinare una copia.
Riporto un video in cui Zanzotto legge proprio da Conglomerati e, di seguito, il testo di una poesia dal libro (thnx to G.P. e A.P.!).

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Miserabile intervento: “Autocensura invisibile violenza”

[Questo intervento è ora edito in Letteratura e censura. Dalla repressione politica all’autocensura, curato da Roberto Francavilla ed edito da Artemide]

censuraSe ha ragione Guy Debord nell’Internazionale Situazionista e “là dove c’è comunicazione non c’è lo Stato”, è automatico che là dove c’è letteratura non esiste censura. Eppure siamo abituati a migliaia di censure letterarie, pressioni su autori, più o meno cruenti azzittimenti di scrittori. Questa abitudine deriva non dal torto di Debord (che è altro e che discuterò in seguito), bensì dall’idea che la letteratura appaia nel cerchio reale del Potere, della Norma Realizzata. E’ la Norma che impone la censura: sulla letteratura? No: sul libro. Stiamo riferendoci a un’impossibilità che il Leviatano soffre: non può censurare il farsi di un’immagine, di un ritmo, di un’idea, di una lingua. Può, d’altro canto, intervenire sul deposito che quel processo, che è il crearsi dell’opera letteraria, consegna alla collettività. Il libro come rappresentante della letteratura, il pamphlet o lo scritto come rappresentanti dell’opera: l’immateriale che si fa materiale subisce censura soltanto al termine di questa trasmutazione e viene colpito nel suo rappresentante fisico, foss’anche l’autore vivente, in carne e ossa, cioè quel crogiolo misterioso e a volte auratico in cui idea immagine ritmo e lingua hanno preso forma.
Sostengo dunque che la censura alla letteratura è impossibile. Quella al libro, no.
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La storia gialla ne “Le teste”

teste_mediumQuando si definisce “pseudothriller” un libro, lo si può fare solamente a partire da una tradizione – altrimenti si è, a mio parere, unicamente offensivi nei confronti di un nobile genere. Qualunque spostamento di cosiddetto “genere” (un’entità abusata dalla critica, nella quale non ho mai creduto) ha la funzione di porre domande. Ciò accade in molti testi, da Poe a Lovecraft, i quali dimostrano non la paternità, bensì l’inesistenza stessa del “genere”. E’ affidandomi a questa tradizione, dunque, che utilizzo il termine “pseudothriller” e alla medesima tradizione ho attinto scrivendone uno.
Un esempio: si legge così ne Le teste e, in gran parte e soprattutto, ne L’ambulante di Peter Handke:

Di regola, a questo punto della storia gialla la persona in questione si sta disponendo a compiere un’ulteriore indagine o un altro interrogatorio. Ha già scoperto qualcosa che limita il novero delle possibilità, e sta per giungere a un risultato che potrebbe limitarlo ulteriormente. Ora, per sventare la minaccia che l’atto delittuoso possa essere indicato come atto da lui compiuto, l’assassino, che lo voglia o meno, deve nuovamente agire.
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“Il fulcro di tutto è dentro di te”

Il 7 Maggio 1970 così discussero a Bombay un Maestro che faceva il tabaccaio e un visitatore andato a interrogarlo:

Ogni giorno, al risveglio, il mondo si mostra a noi. Da dove ci viene quell’esperienza?
Prima che qualcosa si mostri, dev’esserci qualcuno cui mostrarsi. Ogni apparizione e sparizione presuppongono un mutamento su uno sfondo immutabile.
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Il Miserabile sull’Almanacco Guanda 2009: SATYRICON!

satyricongrandeE’ in tutte le librerie l’annuale appuntamento con l’Almanacco Guanda. Quest’anno va proprio usato un aggettivo d’eccezione – si tratta di una pubblicazione eccezionale, per nomi e qualità di contributi. Curato da Ranieri Polese, l’Almanacco Guanda 2009 si occupa della satira: si intitola SATYRICON. LA SATIRA POLITICA IN ITALIA (204 extrapagine, € 23). Sono stati convocati (e hanno risposto al meglio) Dario Fo (un meraviglioso testo inedito), i vignettisti (e le relative vignette) Altan, Giannelli, Ellekappa, Forattini, Staino, Vincino e altri ancora, che hanno prodotto esilaranti momenti di satira (tranne, come è naturale, Forattini… ;D). Fra i testi ci sono gli interventi di Riccardo Barenghi (cioè il mitologico Jena del Manifesto), Michele Serra, Alessandro Robecchi. Convocati anche saggisti e scrittori (tra cui Gianni Biondillo e Gianluca Morozzi). Il Miserabile Sottoscritto è stato chiamato da fornire un contributo satirico. Che non è stato tale, precisamente: c’è una premessa e c’è una narrazione – quanto satirici siano, non si sa. Eccoli a seguire, dopo il link alla versione pdf.

Il Miserabile pezzo su l’Almanacco Guanda 2009 [versione pdf]

Pasolini si sbagliava: non è il Palazzo, è un Condominio

di Giuseppe Genna

Il comico, come il tragico, è stato abolito. L’editto è stato emanato non dalla Bulgaria, ma dalla Parodia, una cattiva imitazione di quella, una sosia della medesima. Nell’Epoca In Cui La Lingua Non Conta Più Nulla, la barzelletta è drammatica, ma il dramma è grottesco. Sarà anche grottesco, però è artificioso, lezioso e a riposo, e delle grotte da cui il grottesco proviene non si ha più traccia. Quando il Buffone diventa Re, la situazione dovrebbe essere seria e invece è ridicola: un riso amaro che abbonda sulla bocca degli choc. Compito della letteratura è diventato compito a casa, negli intenti dei Misteriosi Sconosciuti che governano l’ingovernabile. Il compito a casa non si può fare perché l’affitto costa troppo, ma nemmeno si va ad abitare nelle grotte in cui nasce il grottesco. Lo choc non è chic, comunque. A nulla vale tentare, ritentare, riritentare, perché il tormentone non tormenta più: sollucchera. Il sollazzo triste e mediocre è l’andazzo miste e tediocre. Il cortocircuito linguistico non paga, mentre il crimine sì. Nel mondo realmente capovolto, è annullata la capovolta. Lo sberleffo sta a priori, plurale di priore: c’è lo zampino cattolico, dunque. Qualcosa di immensamente umido e penitenziale, come l’incenso con acqua spruzzato sulla bara dal prete in paramento. Ma vallo a dire, quando non c’è l’avallo a dire. Proprio questo dovrebbe imporre di dirlo – tu non mi dài l’avallo e io me lo prendo da solo, con inusitata violenza verbale. Al verbale, però, è sostituito il verbale: di polizia. La scuola di polizia non è una fiction, ma la deprimente realtà in cui il bambino non indica il re nudo, bensì il poverissimo sfigato. Scatta la denuncia, seguita a un’incollatura dall’impossibilità. Non lasciano più divertire il poeta e le risate sono preconfezionate così come l’amore che è That’s e surgelato.
Come disse David Foster Wallace prima di uccidersi (poiché da dopo morto non avrebbe potuto dirlo): “Una delle maggiori difficoltà che incontro a leggere Kafka ai miei studenti è che sembra quasi impossibile convincerli che Kafka è divertente – ma neppure fargli apprezzare il modo in cui il divertimento è intimamente legato al potere straordinario che esercitano le sue storie. Perché, ovviamente, i grandi racconti e le migliori barzellette hanno parecchio in comune”. Però David Foster Wallace è morto e continua a dirlo, questo. Qui sta la radice del tragico e del comico, che da Aristotele in poi ha attraversato vicende tragiche e comiche, fino a quest’ultima che viviamo: la vicenda dell’Avvicendamento Prossimo e Venturo, ovvero della Sostituzione del Prossimo con la Ventura, stilema tronco per Avventura – e dalla radice al tronco l’albero è fatto, come il tossico ai tempi che furono e che traslarono tutti noi in questa melassa.
Quanto a me, pur parlando non sono vivo affatto, senza invidie nei confronti né di Kafka né di Foster Wallace. Purtroppo, però, non so fare ridere.

Nel 1994 io mi trovai inconsultamente a distanza di una parete divisoria (peraltro non molto sottile, perché Bernini ci andava giù duro, era antisismico anche in epoca barocca) dalla terza carica dello Stato, in qualità di consulente tecnico e “artistico”.
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