Mese: dicembre 2009

Un inedito: “Andate, mie parole, calcate le tracce dei linguaggi infiniti”

di GIUSEPPE GENNA

Kafka: “Sempre lo stesso pensiero, lo struggimento, l’angoscia. Ma più tranquillo dell’usuale, quasi che stesse verificandosi una grande evoluzione, della quale avverto lontano il tremore. E’ dire troppo”.
Poi: “Niente di male: se hai valicato la soglia, tutto va bene. Un altro mondo, e tu non devi parlare”.
Però parla.

Io costeggio ormai questa linea del territorio che la lava smangia a pochi centimetri dai miei piedi.

Ho finito di scrivere. Quando sarò di nuovo in grado di farlo?
In quale pessima condizione mi incontro con il mio stesso dolore! Con la rinuncia alla scrittura subentra immediatamente la lentezza del pensiero, la incapacità di prepararmi all’incontro, mentre qualche tempo fa sapevo a tale fine liberarmi da pensieri importanti. Possa io vedere l’unico vantaggio pensabile in questa circostanza: un sonno migliore.
E come leggo poco e male! Come mi osservo con debolezza e malignità! A quanto pare non riesco a penetrare nel mondo, anche se questo sembra che mi riesca agli occhi altrui. Posso però giacere tranquillo, concepire, estendere in me ciò che ho concepito e poi farmi avanti con estrema calma: ma adesso non mi riesce più, da qualche anno a questa parte.
Le difficoltà che incontro parlando, e che per gli altri sarebbero certamente incredibili se solo le sapessero, derivano dal fatto che il mio pensiero, o meglio il contenuto della mia conoscenza, è del tutto nebuloso al momento, il che per quanto riguarda me e me soltanto mi lascerebbe imperturbabile e a volte addirittura soddisfatto, ma la conversazione umana ha necessità di essere affilata, solida e sempre coerente, cose che in me non sono più. Nessuno vorrà restare con me nelle nebulose, e quand’anche volesse io non posso spremere la nebbia dalla fronte, poiché fra due umani essa si dilegua e non è niente.
E nonostante ciò io so perfettamente che al di là della nebbia è comunque il sole.
Completo arresto. Tormenti senza fine, il 7 di febbraio.
Si comprenderà che non siamo se non una topaia di miserabili riserve mentali. Neanche l’atto meno importante sarà privo di questi pensieri segreti. Ed essi saranno così sporchi che, nel momento di osservare se stesso, uno non vorrà neanche pensarli, ma si accontenterà di guardarli da lontano. La condizione è attualmente che, come un porco nel brago, io sono ripieno di ribbrezzo, e non riesco a guardare quei pensieri da lontano.
Ho scritto poco, ieri e oggi. Niente, domani.
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Una nuova traduzione da SALMO di Paul Celan

celanRicevo e pubblico questa straordinaria versione italiana di Psalm di Paul Celan: una versione curata da Donata Feroldi ed Enrico Cardesi, la quale, insieme a a quella firmata da Helena Janeczek (leggibile qui), rende giustizia a un testo che la traduzione di Giuseppe Bevilacqua (finita purtroppo nei Meridiani di Mondadori) traslava in un italiano abbastanza datato.

SALMO

Nessuno ci impasta di nuovo da terra e fango,
nessuno rianima la nostra polvere.
Nessuno.

Che tu sia lodato, Nessuno.
Per amore tuo vogliamo
fiorire.
Incontro a
te.

Un Nulla
fummo, siamo, reste-
remo, noi, in fiore:
la rosa di Nulla, di
Nessuno.

Con
il pistillo chiaro-anima,
lo stame deserto-cielo,
la corolla rossa
per la parola porpora, che cantammo
al di sopra, oh al di sopra
della spina.

***

PSALM
Niemand knetet uns wieder aus Erde und Lehm, | niemand bespricht unsern Staub. | Niemand. | | Gelobt seist du, Niemand. | Dir zulieb wollen | wir blühn. | Dir | Entgegen. | | Ein Nichts | waren wir, sind wir, warden | wir bleiben, blühend: | die Nichts-, die | Niemandsrose. | | Mit | dem Griffel seelenhell, | dem Staubfaden himmelswüst, | der Krone rot | vom Purpurwort, das wir sangen | über, o über | dem Dorn.

Camilla Cederna: “Pinelli. Una finestra sulla strage”

di CAMILLA CEDERNA

unafinestrasullastrageMezzanotte è passata da poco, ma è difficile dormire bene dopo una giornata come quella del 15 dicembre 1969, dopo il funerale delle vittime della Banca dell’Agricoltura. Come se tutta quell’angoscia fosse entrata nelle ossa insieme a una nebbia mai vista che rendeva bassissimo il cielo e nero il mezzogiorno. E con ancora nelle orecchie l’eco dei singhiozzi delle famiglie mentre il coro delle voci bianche in Duomo pregava Dio di aprire le porte del cielo ai loro parenti straziati. Poi quel silenzio compatto, monumentale, che aveva salutato le bare sul sagrato, quei grappoli oscuri di gente ai balconi e alle finestre, quel tappeto di folla immobile e buia nel buio che copriva tutta la città paralizzata, una quantità di gente venuta da lontano a circondare il Duomo, visi chiusi, espressioni sgomente, un dolore unanime e una tensione quasi fisicamente percepibili.
Cinque ore in Duomo in piedi a un banco per meglio vedere e sentire, un’ora in giro dopo, a casa a scrivere uno degli articoli più difficili di una lunga carriera (dovevo cominciare dalle bombe del 12, da tutto quel sangue, i rottami, i carabinieri che svengono, il sindaco che esce dalla banca col viso color terra, i parenti che vengono portati via piegati in due con la faccia tra le mani, i racconti degli scampati, il volo dei corpi mutilati sotto la cupola del salone, ecco la guerra, i bombardamenti, il caos, il massacro, il macello, ecco l’odor di guerra, di sangue caldo e di polvere da sparo, di carne bruciata e di zolfo). E adesso a letto col sonno che non arriva.
Arriva invece una telefonata. “Sei già a letto? Non importa. Fra cinque minuti davanti al tuo cancello.” “Perché?” “Un uomo si é buttato da una finestra della questura, non farci aspettare, andiamo a dare un’occhiata.” Sono due amici coi quali ho sempre corso in questi giorni, Corrado Stajano e Giampaolo Pansa, hanno la faccia e i modi di questi giorni, gesti frettolosi, rabbia e dolore negli occhi.
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Bill Viola: OCEAN WITHOUT A SHORE

Bill Viola, Ocean Without a Shore (2009)
di PAOLO FABBRI
[Da: “L’archivio del senso, Quaderni della biennale”, Milano, Edizioni et al., n. 1, 2009, pp. 27-47.]

Intuisco una verità: ai morti le faccende, le storie, le idee, i sentimenti, tutto ciò che noi vivi facciamo, soffriamo, crediamo appare loro come qualcosa di assurdamente illogico, incomprensibile, astrazione pura, follia di indecifrabili fantasmi. (sogno del 20 gennaio 1966)
F. Fellini, Il libro dei sogni (2008)

Ocean Without a Shore è un’installazione di Bill Viola allestita nella chiesa di San Gallo, vicino San Marco, il cui curatore è David Anfam. A prima vista, è l’opera più facile da descrivere che uno spettatore possa immaginare.
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