Sul prossimo romanzo: l’icona vuota

Ho deciso di proporre all’Editore un romanzo che ha un soggetto certamente storico e puntuale nel senso della topicità assoluta: tale soggetto è detto comunemente essere un’icona e tale icona è per me un cattivo vuoto (un po’ come una volta, in tempi post-hegeliani, ancora si rievocava la “cattiva infinità”). E’ la storia di un parto in cui l’Occidente è attualmente immerso: due decenni ne figliano un terzo, svuotato da elementi tipici del fenomeno umano.
E’ dunque un’autentica icona quella su cui il romanzo farà perno? Certamente non nel senso in cui Pavel Florenskij affronta la profondità del tema iconico; diciamo, piuttosto, come parodia di quanto afferma Florenskij stesso in un celebre passo:

L’icona è un’immagine del mondo venturo; essa (e del come non ci occuperemo) consente di saltare sopra il tempo e di vedere, sia pure vacillanti le immagini – «come in enigmi nello specchio» – del mondo venturo. Queste immagini sono del tutto concrete e parlare dell’accidentalità di alcune delle loro parti significa assolutamente fraintenderne la natura simbolica. E perfino se si ammette che è accidentale questo o quel tipo di particolari, ciò non porta affatto a fare altrettanto con altri tipi di particolari…

Questa parodia intenderà risultare discreta rispetto alla questione metafisica che è quintessenziale a proposito della questione iconica. A tal fine suppongo di operare una mutazione stilistica rispetto alle ultime mie pubblicazioni (Italia De Profundis, Le teste, Assalto a un tempo devastato e vile 3.0), che sono libri dove l’idea di piana leggibilità è scartata, complicata e slogata intenzionalmente, tentando di giungere alla narrazione spalancando il perimetro del racconto. La piana leggibilità, desiderata dal mercato, è un protocollo stilistico che è essenzialmente lessicale e sintattico. Esso è mimetico rispetto allo slacciamento tra il fenomeno umano e il piano emotivo: un risultato storicamente conseguito nel ventennio di cui vorrei trattare, per condurre al presente occidentale odierno, che giudico extraemotivo o pseudoemotivo nella sua espressione di sentimenti. L’icona vuota altro non mi sembra che un’eiezione di questo processo: la lacrima che pare vera ed è finta, il perdurare nella memoria di cui non interessa a nessuno, la luce che non è tale. La rappresentazione di un simile vuoto è assai simile al mandarinato burattino di Alasdair Gray: è in diretto rapporto col potere e con l’idea stessa di storia, di rottura del legame storico, della pressione su una comunità resa anonima.