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Don DeLillo: PUNTO OMEGA

point_omega.jpgSul supplemento letterario del “New York Times”, il non eccezionale narratore Geoff Dyer (di cui intendo ricordare unicamente lo splendido Natura morta con custodia di sax, edito in Italia per i tipi Instar) esprime una considerazione che, da quanto si legge in Rete e su carta, sono in molti a ritenere corretta: e cioè che, dopo l’esplosione paraepica di Underworld, uno dei pesi massimi del romanzo americano fin de XX siècle, Don DeLillo è andato sgonfiandosi, depotenziandosi, deludendo, con libri minuscoli troppo autoreferenziati, densi di metalivelli evitabili, come Cosmopolis, che Dyer definisce “un alto-concettuale auto-karaoke”, mentre il precedente Body art era un calando già preoccupante. Come si faceva a scuola, nei temi, dopo avere comperato il quinterno a righe, tenterò di smentire il giudizio critico di Geoff Dyer: utilizzando cioè la premessa del “Secondo me”. E’ dalla quinta elementare che non facevo così, ma a ciò devo ridurmi per definire, in via del tutto personale, frecciabr.gif Punto omega (Einaudi, allo spropositato prezzo di 18.50 euro per 118 pagine…), il più recente romanzo firmato Don DeLillo.
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Alla periferia del Grande Gioco

florio1.jpg[Questa breve spy story è stata pubblicata dalla rivista Maxim, con illustrazioni di Gianfranco Florio. E’ inedita sia su Web sia in libro. gg]

frecciabr.gif Scarica la versione illustrata in pdf [6.5M]

La via era stretta, la perpendicolare obliqua di un’arteria squallida e intasata: auto di pendolari sonnolenti sempre, emissioni multiple, il vecchio smog sostituito dal nuovo, nell’era del metano e del silicio. La palazzina: curva, stile fascista, vernice esterna verdemarcio, quattro piani. Borghese piccola piccola. Piena periferia. Stonate prove di acustica, disarmonici suoni disturbanti dalla parallela alla via, che era chiusa (uno sguardo allarmato nel constatare la parete di marciume e metalli contorti contro cui terminava quel vicolo cieco: presenza di bidoni arrugginiti: tracce di traffici oscuri, chiarissimi a chi osservava: acidi, materiale da discarica abusiva, tossico, inquinante, radioattivo, che decade a millenni da ora). Una discoteca, lì dietro, che occasionalmente era stata monitorata (piaceva ai russi, uno era stato ospitato la notte, dormiva dentro la discoteca, Kolarov si chiamava, uno che trafficava in uranio, trasportava codici di cassette di sicurezza elvetiche che solo lui sapeva, a memoria: la chiave perfetta del globo decadente – una chiave umana. E lo avevano sorpreso al buio, svegliandolo, i capelli grassi biondi, un ucraino in realtà).
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Yves Bonnefoy: L’IMMAGINARIO METAFISICO

di YVES BONNEFOY
[Traduzione di Stefania Roncari per TELLUS folio da: ‘L’imaginaire métaphysique’ di Y. Bonnefoy, – éditions du Seuil, aprile 2006]

La poesia deve essere una relazione irriducibilmente ambigua tra una volontà di presenza, cioè di adesione profonda, senza ritorno, e ciò che esiste quì e ora, nella finitezza (finitude) essenziale… il sogno “gnostico” di una realtà superiore, di mondi in cui le parole e la musica aiutano, rischiando, a immaginare la figura. Ogni poeta si divide, si dilania tra questo desiderio d’incarnazione e i sogni di “excarnation”.

L’immaginario metafisico

E’ all’immaginazione dell’essere cosciente a cui voglio attenermi, quella che non fa mistero nei suoi desideri e nei beni che cerca, quella che, al posto del labirinto notturno, dove l’inconscio è il maestro dei sogni, si esprime nelle fantasticherie (“reveries”), che amiamo fare quando siamo svegli.

L’essere di una cosa o di una persona non è soltanto un fatto di esistenza materiale. Non siamo che vane forme della materia. La “metafisica” è la domanda dell’essere, della cosa.

… L’essenziale, dal mio punto di vista attuale, non è la teologia che spiega, ma il desiderio che chiede. Voglio solo ricordare questo desiderio, che sogna gli essenti, che abitano l’essere al di là dei fenomeni fuggitivi, nonostante la morte e ricordare che questo desiderio si accompagna ad un’angoscia precisa, quella che nasce dal timore che sia vano.

Ecco l’altra operazione che l’immaginazione compie: essa non nutre soltanto il desiderio di avere ciò che non si ha, ma ci permette di sognare che possiamo essere altro da ciò che siamo. Al desiderio comune di avere, di possedere, essa aggiunge o sostituisce il desiderio di partecipare ad una realtà superiore…Nascono così l’immaginazione e l’immaginario metafisico, che vogliono che il mondo che amiamo sia altro, pur restando lo stesso.

… questa febbre dell’anima, questa impazienza d’amore, favorisce la creazione artistica…il riflesso e l’intensificazione dell’immaginario metafisico.

La memoria trasfigura l’ immaginazione metafisica retroattiva; vede l’essere, crede di percepire una realtà superiore, la stessa che illumina il mito dell’età dell’oro…

L’immaginazione ontologica è creatrice di bellezza : quella bellezza che nasce quando, in un modo o nell’altro, è presente l’Uno dietro al molteplice.

… il bisogno di essere, di sentire l’assoluto nel fuggitivo, può essere soddisfatto tramite l’immaginazione e il sogno.

Quando le parole perdono la loro capacità concettuale, non descrivono più né spiegano e al loro posto, appare all’improvviso la presenza bruta di colui che, libero dalle articolazioni significanti, dalle leggi ammesse, dalle ipotesi d’intellezione, si erge davanti a noi, nello stato ancora integro (indéfait), agli albori del linguaggio. E’ il tutto, il tutto che è l’Uno. Non c’è pensiero, in questo istante di apertura, non può, come nel concetto, dissociarci da questo tutto, da questo Uno : facciamo corpo con esso, nella dissipazione dei saperi, delle categorie, della finitezza, dell’illusorio… Perché dubitare dell’attimo in cui siamo, in un mondo reso alla sua piena e immediata presenza?

… la pienezza dell’esperienza non è altro che l’essere fuggente dell’istante… la scoperta del ruolo di ostacolo del concetto, che gioca all’interno di noi.

… quegli istanti in cui il linguaggio, cessando di avere autorità sullo spirito, si apre alla presenza del mondo.

E’ nell’intensità di questi attimi di appagamento, quando il desiderio coincide al suo oggetto, che l’attività del concetto e della parola può esistere, anche se solo per un attimo e nella distanza. L’immaginazione metafisica invece, quella che s’insidia attraverso il sogno, non aspira a ritornare alla condizione terrestre, ma diventa l’oblio più lungo…, se non addirittura la perdita totale. Ciò che mette in scena, non è altro che la rappresentazione, le nozioni e non l’esperienza piena dell’essere, lo spessore dell’esistenza, attraverso cui le realtà del mondo si presentano a noi, quando ci avviciniamo al silenzio. Dall’alto e altrove questo scoppio magnifico non conosce la realtà nella sua profondità, di cui la finitezza è la chiave… E’ vero, lo riconosco, esso ricorda allo spirito, ciò che la parola ordinaria non dice, cioè l’assoluto, la “vera vita”, così il rapporto con la presenza potrebbe stabilirsi tra gli esseri. Solo attraverso l’immagine permette l’accesso a questa vera vita… Nel momento in cui parliamo il linguaggio ci sostiene e, poichè i concetti ci alienano, restiamo in questa prigione, eccetto gli istanti oltre le parole, vogliamo liberare la coscienza dalla speranza di una salvezza nella parola, nella nostalgia di una realtà più trasparente e superiore. Il grande sogno è in noi, si riaccende senza pausa… L’ analisi del sogno “metafisico”, questo vigilare intimo dei movimenti dello spirito, può realizzarlo la poesia, che non è l’arte, ma sia l’immaginazione senza freno, che l’adesione semplice alla vita.
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