Mese: aprile 2011

Mozzi: ‘Amore’. Da ‘Il male naturale’

Compio nuovamente un gesto che nel 1998 costò parecchi problemi a Giulio Mozzi: la pubblicazione del suo racconto ‘Amore’, a mio parere uno dei più perfetti pubblicati in Italia negli ultimi 25 anni. Dal libro che ora è nuovamente disponibile, grazie a Laurana.

Anni fa io causai un grave danno a Giulio Mozzi, pubblicando il suo racconto Amore sul sito Mondadori. Il racconto era una delle tessere più importanti (forse la fondamentale) del libro Il male naturale. Era il 1998. Accaddero cose spiacevoli, ci fu una ormai leggendaria interrogazione parlamentare da parte di un deputato leghista. Ciò apparentemente coprì il fatto che era il libro che doveva essere valutato leggendario, poiché la leggenda è la letteratura e Il male naturale di Giulio Mozzi è la letteratura tutta.
A distanza di tredici anni questo libro di Giulio Mozzi, come era necessario che fosse, torna nuovamente in libreria, per i tipi Laurana. Rispetto alla prima edizione mondadoriana, vi si trovano una nota molto circostanziata dal punto di vista storico, in cui Giulio Mozzi fornisce il resoconto di quanto accadde fuori dal libro, anche per colpa mia, oltre che per responsabilità della bêtise umana, che è sempre responsabile. C’è inoltre una molto intensa postfazione di Demetrio Paolin.
Ho dichiarato quanto penso, in maniera assai stringata, del libro di Giulio Mozzi. Ho dichiarato pubblicamente quanto io a tutt’oggi mi senta in colpa per quanto accadde.
Mi è necessario oggi riproporre Amore, esattamente come allora e per i medesimi motivi per cui misi lo misi on line. E’, a mia detta, una delle narrazioni poetiche più vicine alla perfezione di quanto io avverto essere la letteratura, la sua abissale ambiguità. Questo racconto equivale, a mio parere, a un tao morale e teologico in forma letteraria. E’ quindi un testo impossibilmente prossimo, come molti altri nella storia della letteratura, alla scrittura sacra. [gg]

Amore

di GIULIO MOZZI | da Il male naturale (1995; Mondadori, 1998; Laurana, 2011)

Il bambino disse: «Voglio una pistola».
L’uomo disse: «Va bene». Guidava piano, cercando un parcheggio.
All’Upim il bambino guardò tutte le pistole. Ne scelse una a tamburo, di metallo nero e lucido, con l’impugnatura di legno. Prese anche una confezione di cartucce e una cintura da pistolero con la fondina. L’uomo pagò tutto.
A casa, l’uomo portò subito il bambino in bagno. Lo spogliò e lo mise nella vasca da bagno. Lo lavò con cura, con il bagnoschiuma e la spugna. Il bambino stava dritto in piedi dentro la vasca.
L’uomo avvolse il bambino nell’asciugamano grande, lo portò in camera da letto e lo distese sopra il letto grande. Aprì l’asciugamano e cominciò a massaggiare delicatamente il bambino. Lo toccava appena con la punta delle dita.
Quando l’uomo toccò l’inguine del bambino, il bambino disse: «Portami la pistola». L’uomo andò nell’ingresso e prese la pistola dal sacchetto dell’Upim. La diede al bambino.
Poi l’uomo si spogliò e si distese sul letto vicino al bambino. Stava disteso sul fianco destro e accarezzava ancora il bambino con il palmo della mano sinistra. Il bambino era disteso sulla schiena e teneva la pistola nella mano destra. Guardava il soffitto e ogni tanto tendeva il braccio destro verso l’alto.
L’uomo baciò i capezzoli del bambino e poi cominciò a leccargli il petto. Il sesso del bambino si mosse appena. L’uomo lo prese in bocca e cominciò a succhiarlo lentamente. Il bambino non si muoveva quasi più e teneva il braccio destro, la pistola impugnata, appoggiato al letto.
«Lascia stare la pistola, adesso», disse l’uomo. Il bambino disse: «No». Si inginocchiò e cominciò a toccare il sesso dell’uomo con la canna della pistola. L’uomo si abbandonò.
Il bambino si sedette sopra il petto dell’uomo. Strinse la mano sinistra alla base del sesso dell’uomo, che era diventato gonfio, e continuò a toccarne la punta con la canna della pistola.
L’uomo si sollevò appoggiandosi sui gomiti. Era quasi seduto. Con entrambe le mani prese il bambino per la vita. Ruotò in modo da appoggiarlo sul fianco sul letto. Aprì le gambe del bambino, infilò la testa in mezzo e di nuovo prese il sesso in bocca.
Il bambino cominciò a leccare il sesso dell’uomo. Evitava il glande e la radice, lo toccava appena con la lingua, piccoli colpi senza appoggiare. L’uomo invece teneva tutto il sesso del bambino dentro la bocca. Poi il bambino si distese, chiuse gli occhi.
Con un brivido il bambino venne, una sola goccia molto liquida. L’uomo la inghiottì, pulì il sesso del bambino con la lingua. Il bambino rimase fermo, gli occhi ancora chiusi.
«Fai venire anche me», disse l’uomo.
Il bambino disse: «No», senza aprire gli occhi.
«Fammi venire», disse ancora l’uomo.
Il bambino aprì gli occhi e si inginocchiò. Puntò la pistola in faccia all’uomo, tenendola con tutte e due le mani. «Ti uccido», disse.
L’uomo disse: «Io ti voglio bene».
«Non devi muoverti», disse il bambino. Con la mano sinistra continuò a tenere la pistola puntata in faccia all’uomo. Con la destra prese il sesso dell’uomo vicino alla punta e lo strinse forte.
«Mi fai male», disse l’uomo. Ma non si mosse.
Il bambino disse: «Se ti muovi ti uccido». Abbassò la mano destra e scoprì il glande dell’uomo. Cominciò a pizzicarlo con il pollice e l’indice. L’uomo chiuse gli occhi.
L’uomo venne sussultando. Lo sperma, molto e denso, bagnò la mano del bambino. Il bambino sfregò la mano sporca sulla pancia dell’uomo.
L’uomo restò disteso con gli occhi chiusi, respirò a fondo tre volte, quattro. Aspettò un poco. Disse a bassa voce: «Adesso ti riporto a casa, amore».
«Ti sei mosso», disse il bambino. Infilò la canna della pistola nell’ombelico dell’uomo e cominciò a spingere.

Tu cavalchi un toro morto, Europa

Tu cavalchi un toro morto, Europa, i capelli sfilacciati al vento, sono di stoppa, l’esoftalmo che piange muco, la parte destra del tuo corpo nudo piagata da lividi in cancrena, i linfonodi gonfi come grappoli di uva appassita e dura, a sinistra ponfi, tu lo cavalchi senza respiro, le sopracciglia estinte dal volto dilatato e pastoso, vacue l’iridi, tu cavalchi un toro putrefatto, che perde i polmoni dal ventre squarciato e corre per inerzia inesplicata. Le tue braccia fioriscono tumori, i tuoi denti anneriti. Fulminea trapassando ad arco per terre senza cielo, e decollando in immensa velocità della accelerazione, con rumore di zoccoli e metallo in concrezione, punta lo sguardo bucefalo il toro ormai svuotato verso ciò che sta di fronte ed è un baratro d’aria, l’abisso orizzontale, la perfezione a cui hai sempre ambìto tu, Europa. Il cranio leso, in più punti le suture scollano lembo da lembo, dài ai fedeli del tuo corpo il tuo corpo, la malattia di un inverno perenne e un’estate senza gocce, aspra la sudorazione che a rivoli riga in acidi la tua pelle che fu alabastro. Oh!, la vicenda dei cuori, Europa, che estratti da umani costati hai passato con filo di ferro e trascini in fila al tuo trotto velocissimo, bissi immagini ripetute e non ti muovi accelerando, la fronte che mostra nello squarcio il luogo centrale della gemma, strappata, l’osso frontale scheggiato, le unghie scollate, la spina calcanea che fora il callo al tallone, le anche fratturate e tu urli – stridii che uditi distanti captano per gioia o, di sollievo, sospiro. Tu cavalchi un toro irsuto, Europa, morto, di spine in metallo e di sarcomi accesi, le corna consumate dal vento e incrinate dal tempo, immensamente antica e dimentica di questo sei la vecchia, sei la paralitica, sei la terminale consunta, la crisalide non abitata dalla gemma del tempo strappata dalla fronte tua, e calpesti zoccolando nella tua corsa che finisce la piattaforma felice che a sud è per te ultimo sostegno, urlando senza voce, sabbia in gola ed è sabbia d’oro, oro che hai inghiottito, tu tutta piombo fatta, vene imbottite in iniezioni di argento, occhi placcati di stagno, capelli induriti in massa di flusso in nichel, lingua di uranii, caviglie in peltro, fatta tutta ferro su un pezzo informe di carne enorme che si staglia e si stacca correndo, verso dove?, aggrappata alle corna di oro decaduto a carbonio tu cavalchi verso lo choc frontale, Europa, l’epidermide di metallo duro e alcalino, toro in putrefazione, verso la sorda nera parete di vuoto che irradia, lì finisci nella tua ambìta perfezione, da tempo.
Noi, i mondani, trascinati, nella soglia di tale salto, noi non ci perdoniamo, noi domandiamo il vostro perdono, santissimi altri.

Alfredo Giuliani: su Wallace Stevens

di ALFREDO GIULIANI | da la Repubblica, 30 luglio 1992

Uno dei padri della Neoavanguardia italiana entrò nel 1992 in quel regno “di ghiaccio e di fuoco” che è la poesia di Wallace Stevens. “L’angelo necessario” messo a nudo negli ultimi tempi italiani in cui la poesia è esistita, è stata vista.

Wallace Stevens, il più raffinato poeta statunitense del Novecento, il più schivo, quello dalla vita più borghese e defilata, il poeta apparentemente più astratto, pensoso e impenetrabile, gode oggi, a quasi quarant’anni dalla morte, di una magica presenza. Ho sentito più di un americano, con tutto il rispetto per Ezra Pound e per T.S. Eliot, dire: “è il più grande”; sebbene alcuni continuino a giudicarlo un “poeta per poeti” (la stessa alta ma restrittiva opinione che Majakovskij aveva di Chlebnikov).
Il suo capolavoro giovanile, il poemetto Mattino domenicale [titolo originale: Sunday morning, quindi: Domenica mattina (gg)], diventò famoso (tra quattro gatti letterati) fin dalla sua apparizione in rivista, credo nel 1914. La cosa sorprendente non è che Mattino domenicale sia diventato sempre più noto, ma che sia talmente un valore in corso che uno scrittore popolare può permettersi di citarne i memorabili versi d’apertura, per bocca del suo protagonista, in un romanzo d’azione. Questo è accaduto a Robert B. Parker, epigono di Chandler, nel “giallo” Pallidi re e principi, uscito nel 1987 e puntualmente pubblicato da Mondadori l’anno dopo. Ve l’immaginate un qualche nipotino del nostro Ciccio Ingravallo recitare, in un momento opportuno, un celebre passo da Ossi di seppia? Sarebbe possibile, ma non mi risulta. Teniamo in mente che l’investigatore di stampo chandleriano è un eroe mitico (e che Parker è laureato in lettere).

W. Stevens e W. Faulkner

Alcune qualità conferiscono alla poesia di Stevens una crescente resistenza al tempo: calma lucentezza, ispirazione pittorica, sottigliezza di intenso rinnovamento che animava la fine del XIX e il principio del XX secolo (era nato nel 1879 a Reading in Pennsylvania). A differenza di Pound e Eliot, pressappoco suoi coetanei, poco inclini verso la grande poesia romantica inglese, Stevens da giovane ne fu attratto, così come fu ovviamente influenzato dai decadenti francesi. L’originalità di Stevens fu di togliere ai romantici l’aura decorativa e allegorica, ai decadenti l’aura simbolista. Finì con l’interpretarli attraverso l’arte di Cézanne, dei pittori cubisti e fauves (più Matisse che Picasso). Credo che per tutta la sua vita di scrittore, che durò fino a pochi mesi dalla morte (avvenuta nel 1955), Stevens abbia perseguito uno stile di metafore fluttuanti in un perpetuo mutamento, in modo che nessuna di esse potesse diventare ineluttabilmente simbolo, ovvero segnale di qualche altra cosa più o meno indefinibile. Ma negli ultimi anni volle denudare e scarnire le metafore, per cogliere direttamente il senso del mutamento. Il suo problema era di suonare le cose come sono, sapendo che nella poesia le cose come sono cambiano, sorprese dall’immaginario. E’ questo il tema di un altro capolavoro della maturità del poeta, il poemetto L’uomo dalla chitarra azzurra apparso nel ’37. Negli Adagia, breviario di massime o credenze a volte tratte dalle sue stesse poesie, possiamo cogliere ciò che Stevens più amava di pensare: che poesia è sperimentare e immaginare, è ricercare l’inesplicabile, è aggiungere un senso (non un significato) all’esperienza della realtà contro la sventura, poesia è un fagiano che scompare nella macchia. Ecco il punto, che è insieme romantico e moderno: la stessa natura fa poesie per proprio conto, orride o sublimi, fa la terra, fa i corpi, che sono poesie grandi, e fa la loro morte. Il poeta arriva alle parole proprio come la natura arriva ai rami secchi (e forse sarebbe meglio intendere comes to del testo nel senso del disusato francese aboutir: sbocca nelle parole, sbocca nei rami). Risultato fatale, sebbene il poeta cerchi di portare la vita dentro la poesia; e la vita è un processo che elimina ciò che è morto. Il linguaggio del poeta oltrepassa il paradosso della distruzione, crea una precaria natura parallela. E’ votato all’astrazione, eppure insiste che le parole siano esattamente le cose che vogliono rappresentare.
Insomma: La teoria della poesia è la teoria della vita.
Nella raccolta intitolata Transport to summer (letteralmente Trasporto per l’estate) del 1947 c’è una poesia – Uomini fatti di parole – che forse è il caso di citare:

Che potremmo essere senza mito del sesso,
sogno a occhi aperti o poesia della morte?
Evirati cantori di pappa lunare –
Vita consiste di asserzioni sulla vita. Fantasticheria è solitudine,
qui combiniamo le proposizioni strapazzate dai sogni,
da tremende fascinazioni di sconfitte e dalla paura
che sconfitte e sogni siano una sola cosa.
L’intera umanità è un poeta che annota le stravaganti asserzioni del destino.

Questa è, appunto, una poesia teorica, non tra le più affascinanti di Stevens, ma utile per capire da quali limiti o tradizioni era sorretto quando non andava a caccia di fagiani (di immagini da uccellare) quando pensava le cose come sono e non era incantato dalle sorprese dell’immaginario.
Tradurre Stevens è operazione delicata e spesso frustrante. Richard Ellmann in un saggio del ’57 raccolto in Fluidofiume (Leonardo) osservò che il poeta “scriveva in inglese come se fosse francese”. Ora, tra le massime degli Adagia, c’è una dichiarazione personalissima:

Francese e Inglese costituiscono un’unica lingua.

Forse si capisce meglio tale strana asserzione aggiungendo che per Stevens gli americani non hanno una “sensibilità britannica”. Nadia Fusini, che qualche anno fa pubblicò una versione del poema Note verso la finzione suprema (Arsenale), opera del 1942, parlò nell’introduzione di uno spaesamento in cui cade dapprima il lettore-traduttore. Sembra che l’ultima referenza, dice Fusini, “non sia più lì, nell’inglese”, la sostanza sonora del testo accenna “a una sorta di ecumenismo delle radici e delle fonti”. Il fatto è che Stevens, pur non avendo mai dimorato in Europa, è molto più intimamente europeizzante di Eliot e di Pound. Mi ricordo quanto mi intrigò leggere la prima volta Stevens nel volume einaudiano Mattino domenicale e altre poesie di Renato Poggioli, che risale al 1954. Più o meno nello stesso periodo lessi, tradotte da Glauco Cambon (ma senza testo a fronte), Note verso una suprema finzione. Nei primi versi di Mattino domenicale l’autore ambienta la situazione e disegna uno stato d’animo. Ne deduciamo che lei quella mattina s’è compiaciuta di far tardi, non è andata in chiesa, e per un po’ si sente a suo agio, come se l’angoscia cristiana del rito della messa (“sacrificio e resurrezione”) si fosse dissipata. Ma poi comincia un intenso dialogo di toni alti, tra lei e lui, pro e contro la religione. L’attacco era stupendo:

Complacencies of a peignoir, and late
coffee and oranges in a sunny chair,
and the green freedom of a cockatoo…

Poggioli traduceva “Lusinghe di vestaglia”; bello ma una forzatura, si attribuiva al peignoir un atteggiamento compiacente di colei che lo indossa. In seguito un altro traduttore cercò di cavarsela con un calco: “Compiacimenti del peignoir”. Ora, il carattere particolare di quell’attacco è nell’uso deliberato di due parole inglesi di stampo francese, e lo stretto accostamento produce un effetto irriproducibile in italiano. C’è uno squisito tocco d’ironia e il senso potrebbe almeno essere salvato tenendo presente una versione in prosa, un tantino interpretativa, che suonerebbe così: “Lo stare bella comoda in vestaglia, e a mattina inoltrata caffè e arance nella poltroncina soleggiata, e la verde libertà d’un pappagallo, si mescolano sul tappetino a dissipare il santo silenzio del sacrificio antico”. Verrebbe quasi di chiosare: il “santo zittio che assiste al sacrificio antico”, perché il poeta usa la parola hush (un silenzio che interviene, accade, una soppressione del suono o rumore).
Ho presentato un esempio forse fin troppo semplice e scoperto forse appena, sufficiente a far sospettare quanto sia disagevole voler catturare Stevens in italiano. Dico ora, a scanso di equivoci, che l’antologia di Poggioli, benché piuttosto smilza, è eccellente e contiene alcuni testi capitali (oltre che ha il merito di essere stata la prima in Europa); solo che Poggioli cedeva ogni tanto a qualche forzatura perché voleva dare una cadenza ritmica, un tono poetico alla sua versione. Parecchi anni dopo l’antologia einaudiana sono comparsi quattro volumi del poeta americano: il già ricordato poema Note verso una suprema finzione, i saggi L’angelo necessario (Coliseum), e due raccolte di poesie. L’una curata da Massimo Bacigalupo (con un pregevole e utilissimo commento) è Il mondo come meditazione (titolo dell’editore italiano), comprendente le poesie scritte dal 1950 al 1955, anno in cui Stevens morì, e l’ha pubblicata Acquario-Guanda nel 1986. L’altra è Aurore d’autunno uscita ora da Garzanti a cura di Nadia Fusini (pagg. 252, lire 40.000), che riproduce interamente l’omonimo volume apparso negli Stati Uniti nel 1950. Sicché noi abbiamo in italiano, e col testo a fronte, le opere poetiche degli ultimi otto-nove anni, ossia del periodo in cui il vecchio Stevens, anziché perdere le energie, toccò nuovi apici di grandezza. Avendoli ora entrambi poco importa che siano usciti sfasati rispetto alla cronologia: i testi dei due libri vanno sicuramente letti come un discorso lirico continuo. Bacigalupo se n’è reso conto collocando in apertura del suo volume l’ultima poesia di Aurore. E l’insieme è davvero straordinario, sebbene non di rado assai arduo. Se non riuscite a sintonizzare bene, l’ascolto può essere tedioso. Aurore d’autunno non include un puntuale commento alle singole poesie, che non avrebbe guastato. Il lettore deve contentarsi di un’estesa e pregnante prefazione, che reca parecchie osservazioni acute ma poco soccorso per entrare nei tanti particolari oscuri dell’elucubrare poetante del vecchio Stevens. Descrivendo il rimuginare errabondo e incoerente, il tono piano e vibrato sui bassi di questo libro, Fusini dice con bella intuizione che Stevens ha inventato lo stile del suo umore autunnale, ricco e triste ma sereno: un umore postumo. Eppure, affermare che “qui si spegne una delle opposizioni fondamentali alla sua poesia, l’opposizione tra realtà e immaginazione” suona un po’ fuorviante. Se è vero che questo è uno strano “poema della terra”, dove è totale l’accettazione del dramma e dell’indifferenza della natura, è anche vero che qui in effetti l’immaginario si scatena in un delirio di irrealtà, un delirio calmo, ragionante, stravolgente.
L’immanenza in cui si muove Stevens è mitologica, fantasmatica.
“Il colore smemorato dell’autunno” è popolato di forme arcaiche, “giganti del senso”. E il poeta è sempre più sicuro delle sue più radicate convinzioni: che l’irrealtà rende più acuta la realtà, che il linguaggio della poesia (la lingua della verità) non può decidere tra il dire le cose come sono e il riconoscersi “una natura che crea se stessa in ciò che dice”. A me sembra che Stevens qui non abbia spento l’opposizione tra realtà e immaginazione, ma l’abbia piuttosto confusa e resa ancora più inafferrabile. Se la realtà è un teatro galleggiante tra le nuvole, nuvola esso stesso, anche se di roccia mista a nebbia, con montagne correnti come l’acqua, onda su onda, tra onde di luce. E’ nuvola trasformata in nuvola trasformata ancora, pigramente, come la stagione cambia di colore senza scopo, salvo lo spreco di sé nel cambiamento, e l’uomo delle aurore polari vede “il colore del ghiaccio e del fuoco e della solitudine”, non può esserci pacificazione, la conclusione (il denouement dice Stevens) è rimandata. Non sarà piuttosto che il poeta, e qui è il sublime dell’impresa, vuole restituire quella opposizione all’innocenza? Stevens sembra identificarsi con l’infallibile genio vitale, il “congegno dello spettro delle sfere” che realizza i propri pensieri grandi e piccoli: Tra questi infelici egli pensa a tutto, ai fortunati e agli sventurati, come se vivesse tutte le vite, per conoscere, in cupi androni, non silenti paradisi, nello scontro di vento e di maltempo, in queste luci simili a una vampa di paglia estiva, nel taglio dell’inverno.
Con Aurore d’autunno comincia una irreparabile ricapitolazione. Qui c’è il serpente incorporeo, “pelle che lampeggia su bramate sparizioni”, repellente e indeterminata forma maligna del destino “che s’ingozza avida d’informe”. E c’è “l’angelo della realtà” che è un uomo della mente, e chi lo accoglie e lo guarda negli occhi “vede di nuovo la terra”. C’è la memoria “che staziona alla nostra fine” ed è “un re come candela accanto al nostro letto”. Qui c’è “il senso che eccede la metafora” e può rivelarsi in un istante. C’è “che il reale e l’irreale sono due in uno”. La ricapitolazione di Stevens prosegue infaticabile nelle ultime poesie raccolte nel Mondo come meditazione. Mi limito a citare dal Soliloquio finale dell’amante interiore l’inizio e le terzine conclusive:

Accendi la prima luce della sera,
come in una stanza in cui riposiamo e, con poca ragione,
pensiamo il mondo immaginato è il bene supremo.

[…]

Entro il suo confine vitale, nella mente,
diciamo Dio e l’immaginazione sono tutt’uno…
quanto in alto l’altissima candela irraggia il buio.

Di questa luce stessa, della mente centrale,
facciamo un’abitazione nell’aria della sera,
tale che starvi insieme è sufficiente.

Questo poeta non è mai andato in pensione. A settantacinque anni era ancora uno dei vice-presidenti della grande compagnia di assicurazioni nella quale era entrato, procuratore legale, nel 1916. La roccia inalterabile del lavoro, il senso ordinario delle cose, e la coltivazione dell’immaginario richiedevano la stessa cura, e si salvavano insieme.

Pakistan reportage: morte della Dea

A inizio 2007, inviato per una testata, feci un viaggio: in Pakistan. C’erano le elezioni. Mi inoltrai nel cuore atomico della nazione più instabile e cruciale di questa epoca. Tornato in città, in un delirio di petali, fui sfiorato da una strage e vidi morire Benazir Bhutto. Quel reportage, che testimoniava verità scomode e sommuoveva rischi di cause legali, non fu mai pubblicato. Eccone il testo inedito.

L’esplosione è un petardo che squarcia appena l’abominevole urlìo della folla. Il truck coloratissimo è incendiato. Sulla sua fiancata è concentrato e serioso il volto bidimensionale di Benazir Bhutto, il suo dupatta, il velo vianco che lascia intravvedere la frangia nerissima, la sua chioma seducente come il sorriso abbacinante, e sopra il suo volto, in caratteri occidentali rosso sangue, è scritto: “Long live to Benazir Bhutto”. Lunga vita alla Messia che è tornata in patria. E’ tornata da un esilio voluto, cercato, scomodo per il regime. Quell’esilio si è trasformato in una preghiera di carne, di corpi, di voci disparate – è la speranza del ritorno di colei che deve guidare la sesta nazione più popolosa del pianeta.
Il cielo preserale di Karachi è indaco, fosforescente. I lampi delle bombe sono scatti di magnesio incendiato. Lo spazio è invaso dallo strazio di centoquindici corpi lacerati, mutilati. Una fila congestionata di automobili,incroci genetici di componenti di varie marche, veicoli firmati Adam Motor dalle carrozzerie stinte, e migliaia di fedeli che seguono il percorso del ritorno della Messia in carne e ossa. Attivisti del Partito popolare pakistano, gente comune. Quasi duecento feriti, oltre ai morti. Benazir Bhutto e la sua famiglia hanno tagliato il percorso, la misura di sicurezza certifica solo una sicurezza: questa donna è in pericolo, come ogni Messia è in pericolo.
E’ il 18 ottobre 2007. Io non sono lì.
Benazir ripara nel calore improtetto di Bilawal House, la sua residenza fuori Karachi. I suoi portavoce accusano i servizi segreti pakistani.
Questa, che pare una fine, è l’inizio. E’ l’origine del più drammatico confronto elettorale dei nostri giorni. Il Pakistan è strategico per gli Stati Uniti, il Pakistan si appoggia sull’India e la minaccia costantemente, il Pakistan è una potenza atomica, il Pakistan può colpire la Cina, il Pakistan è la base d’appoggio alla guerra segreta e orrorifica che ha reso l’Afghanistan non uno Stato, ma uno stillicidio. Il Pakistan è l’Islam allo stato sorgivo, aggressivo. E’ un alibi e un paradossale alleato. L’asse del pianeta passa per questi luoghi desolanti, dove arrivo in un dicembre soffoco, ottuso per la spossatezza del jet leg, per seguire la campagna elettorale fatale, coronabile soltanto con la morte, nel deliquio della cannella che evapora il suo profumo di stordimento, l’odore biscottato delle carcasse di capra appena fuori Islamabad, l’ubiqua commistione neauseante di albicocche guaste e di curcuma ammoniacale.
Trovare la guida con i contatti giusti è un romanzo a sé. Dall’Italia ho mosso contatti giusti, ho seguito piste fiutando il nome. Pagando. E l’ho trovata, la mia guida. Beviamo kewha in un bar all’aperto, a Peshawar, nell’impossibile afa novembrina. Il nord del Paese che ha piagato il volto di quest’uomo, pagato a peso d’oro per le sue informazioni e per le chiavi di cui dispone. L’età è indefinibile. Il kewha è un tè ipnotico: il suo afrore al gelsomino mesmerizza, evoca giardini degni del Mahabaratha, l’epica odiata del vicino induista. La guida ha un’età indefinibile e la pelle brunita del suo volto è sabbia concrezionata di una sfinge in crollo, erosa da venti esistenziali che mi è impossibile ricostruire. Diffida di me. Emana un sentore di sale e coriandolo. Il suo turbante blu acceso mi infastidisce nel riverbero del sole. I suoi occhi sono fessure dalle pupille allargate, che esprimono la cautela e la diffidenza del predatore e della preda. La sua barba è pulita, sembrano fili di ferro albini. Dice di chiamarsi Kurshid Dasti. Un’identità falsa. Diffido di lui. Mi accompagna dove chiedo, e questo mi basta.
“Voterò Musharraf. La dinastia Bhutto ha avuto quello che si meritava.”
“E’ attesa come una Messia. Hanno cercato di eliminarla a Karachi. Hanno fatto una strage.”
“E’ Musharraf. La politica è questo. Benazir è la portabandiera degli americani. Il suo dupatta è una sceneggiata. Ci cascano in molti.”
Parlo inglese con la perizia del Benigni di Daunbailò. “We scream for ice-cream”.
E’ sufficiente a intendersi, con un uomo disposto a guidarmi ai comizi della Messia, che è riuscita a spezzare la gabbia degli arresti domiciliari e denuncia ogni giorno la connivenza degli 007, che dovrebbero tutelarne l’integrità fisica, con Musharraf – il regista del Pakistan atomico, l’uomo che in vista delle elezioni si è levato di dosso l’eterna divisa militare e ha passato il bastone dorato del comando dell’esercito a un suo adepto: una cerimonia di Stato che sembrava un allestimento di burattini dei fratelli Colla. Mille e una notte in salsa tragica e grottesca. La tragedia che incombe ha sempre qualcosa del grottesco.
Chiedo a Kurshid di andare.
Sappiamo dove: dove non si può.
Il mercato è meno ricco di quanto faccia supporre l’ologramma esotico che raggiunge via cavo l’occidente. Gente che stende ortaggi, tuberi, su logori teli in lana di agnello. Una tenda da cui spunta carne di capra, costellata di mosche indolenti e rovinose. Superiamo sciami di ragazzini in kurta, la veste bianca basale, ciabattano nella polvere rossa con i loro zoccoli aperti in legno di sandalo. Trapassiamo gruppi di donne coperte da shalwar importati dal Marocco, tuniche multicolori intrise di offese all’olfatto: puzzo di montone cotto e sesamo vecchio. Tra quelle donne ancorate a una tradizione che tenta di preservarsi e contagiare il mondo, spuntano donne sole, vestite con lo sherwani, abito che era appannaggio del guardaroba maschile – il sottile impercepibile segnale del mutamento.
“Americane…”. Kurshid sputa a terra catarro verdastro, disprezza il mutamento dei costumi: e qui si tratta letteralmente di costumi. “Andiamo”.

“Abdul Kader Kaan” dice Kurshid, mentre fa inerpicare il fuoristrada noleggiato su piste impossibili, sassose, che sporgono su abissi deserti. Monti e monti giallastri, selenici, sotto un cielo radiante: il Pakistan sembra qui Marte sotto l’occhio della sonda Opportunity.
“Chi?”
“Il creatore nella nostra atomica. Andrebbe considerato un padre della patria. Benazir vuole consegnarlo all’Agenzia occidentale, quella che controlla i siti atomici e nucleari. Gente al soldo dell’America. Vogliono che soltanto l’occidente disponga del nucleare. Adesso Kaan ha il cancro. E’ lui che ha permesso questo”.
Questo è Chagai Hills: il luogo delle montagne che si sono mosse. E’ qui che fu effettuato il primo test nucleare pakistano, diretto e realizzato dal carcinomatoso dottor Kaan. Cinque esplosioni, contemporanee E’ impressionante. Possiamo stare poco: le radiazioni, a nove anni dalla deflagrazione, espongono a rischi. La montagna è stata sbriciolata, il catino della detonazione ha sostituito la vetta, è l’occhio capovolto di Dio, un centro brunito che scruta il cielo, qualcosa di nirvanico nell’indifferenza della natura violata, lacerata, la potenza innescata dalla specie virale umana. Kurshid mi guida al centro di controllo sotterraneo: una casupola distante chilometri, la polvere si alza, impedisce la guida. La casupola immette direttamente in una scalinata grezza, di cemento armato. Si scende nel buio saturo di polvere. Tutto è abbandonato. Tubature penzolano dal soffitto. La sala di controllo è stata smantellata. Blatte brunite si incrociano sul cemento nel buio lacerato dalla torcia che Kurshid punta a caso.
“Volevi vedere questo?”
“Volevo vedere cosa si gioca Benazir”.
“Non si gioca questo. Si gioca la vita. E’ chiaro? Non sopravviverà”.

I Messia non sopravvivono. In occidente non sopravvivono mai. In oriente, sì. Cristo è crocifisso, il Buddha no. Se l’oriente è sull’orlo dell’occidentalizzazione, e Benazir Bhutto è l’occidente che penetra, i Messia non sopravviveranno nemmeno qui.

E’ il giorno del comizio atteso, invocato. A Rawalpindi. Non dista molto da Islamabad. Il caos è assoluto. I kurta sono sporchi di polvere. Chiunque pressa, spinge, schiaccia verso l’incredibile autobus col secondo piano scoperto, da cui la Messia si sta sporgendo e arringa. Io sto nella fila dei fotografi. I flash scattano continui, illuminano come colpi di bazooka l’icona splendida di questa Madre della speranza, di questa donna che divide il sì dal no, di questo discrimine umano la cui spina dorsale è l’asse geopolitica del pianeta. Ruotiamo intorno a lei. Non comprendo le parole, ascolto il suono della sua voce, percorre uno spettro acustico infinito, dal flautato al rauco. Accesa o atona. La folla esulta, pressa da dietro le mie spalle, da destra, da sinistra, gli òmeri mi fanno male, cerco di tenere alzate le braccia, di fotografare anche io col cellulare.
Quando Benazir Bhutto assunse la guida del Pakistan, ero innamorato di quell’immagine sensuale che incarnava un potere. Mi attraeva eroticamente: il suo zigomo sporgente, la sua cifra delicata e dura, il mistero che il velo annunciava impedendo il piacere che cercavo, scrutando ogni angolatura del suo volto. L’aura di Messia già ai tempi la circonfodeva, proteggendola.
Si volta.
Incrocio il suo sguardo casuale, sono penetrato e trapassato dal suo sguardo.
La folla esulta, lancia petali di jasmine, il fiore nazionale, lancia carta e origami, ulula di piacere e di consenso, si identifica.
Quando Benazir si volta, a fine comizio, l’esaltazione decuplica i suoi rumori, non decresce in intensità.
E improvviso è lo sparo.
E il secondo sparo.
E l’esplosione.
Chiunque fugge, io arranco, nella piazza corpi calpestano corpi.
Io vedo il capo di lei crollare di lato, trapassato non casualmente. Il corpo si depone afflosciandosi elastico, nella postura dei martiri.
L’anonimo codardo che abbatte il Messia. Quante volte la specie ripeterà il gesto? La Messia è abbattuta.
Sono travolto. Chiunque urla, fugge, piange. Ho perduto il cellulare. Sono a terra, escoriato. La lacerazione si apre. I confini mutano. Il popolo urla. I morti iniziano a gonfiarsi.
Vedo in piedi, a pochi metri da me, Kurshid: la gente in fuga terrorizzata non lo sfiora, è immobile, il capo avvolto nel suo turbante lapislazzulo, lo sguardo fisso su di me che mi rialzo a fatica, si volta, se ne va.
Milioni di petali di jasmine pioveranno su questa terra, le lacrime del popolo che credeva nella Messia assassinata.
Ho visto la fine. Ho visto l’inizio.

Metafisica, epica, tragedia: Lukács

“L’arte, questa realtà visionaria del mondo a noi conforme, è diventata con ciò stesso autonoma: non è più una copia, poiché tutti i suoi modelli sono sprofondati”. L’immane potere del contraddirsi: dalla metafisica all’epica alla tragedia, usando Lukács, per tacere di Benjamin.

Soltanto una civiltà al suo stato finale, pronta ad attraversare l’abissale faglia di una trasformazione qualunque e misteriosa, può ritenere che il contraddirsi o il contraddire reifichino il fantasma della morte, con ciò implicitamente asserendo l’impossibilità del “no” come veicolatore dell’empatia e come possibilità aperta del dialogo. Sotto tale risguardo, il nostro presente è in abominevole accelerazione. Il “no” è finto o è guerrigliero, cioè latore di morte: è infatti polemico.
Vorrei riflettere con brevi notazioni, utilizzando emblemi. Assumo György Lukács, questo maestro ipermisinterpretato, come termine emblematico. Riproduco alcuni passi dal suo Teoria del romanzo – si è nel 1916, al momento della stesura. Vorrei che si osservasse il pendolamento contraddittorio tra utopia e supposto realismo, tra metafisica e antimetafisica. E come per noi, oggi, questo movimento di autocontraddizione sia foriero di ricadute circa la nozione e l’àmbito specifico, storico e metastorico di generi quali epica e tragedia.
Tutto ciò è molto euristico: una frase che al supermarket della realtà non supposta non potrei letteralmente pronunciare.

“Dostoevskij non ha scritto nessun romanzo. […] Dostoevskij appartiene al nuovo mondo. Se egli sia già l’Omero o il Dante di questo mondo, o se invece si limiti a fornire i canti che i poeti, più tardi, intrecceranno insieme fino a comporre un grande disegno unitario; se insomma egli rappresenti un inizio o sia già un compimento, ciò potrà essere rivelato dall’analisi della forma che presiede alla sua opera. Il compito di giudicare se la nostra capacità di abbandonare la condizione della compiuta iniquità è reale o se invece l’avvento del nuovo è relegato nel limbo delle pure speranze spetta in primo luogo a una ricognizione astrologica condotta con gli strumenti della filosofia della storia. – Affiorano gli indizi di una prossima epifania, ma sono ancora così deboli che in qualsiasi momento, e del tutto arbitrariamente, possono soccombere alla sterile potenza dell’esistente come tale.”

György Lukács qui ha avuto ragione e non ha avuto ragione. Ha richiamato l’epos come speranza in maniera nostalgica. Si è appellato al principio utopico attraverso lo stilema pensativo della filosofia della storia. Dostoevskij non è diventato quanto intravvedeva Lukács stesso, che però in finale del brano metteva in forse la previsione: a colpi di storia. Capacità straordinaia di sostenere un’ambiguità totale, come si vede: il “sì” che diventa un “no” a se stessi: questa fonte sorgiva di umanità.
E infatti, a inizio della Teoria del romanzo:

“Dunque la filosofia, sia come forma della vita sia come forma determinante della poesia e del suo contenuto, è sempre un sintomo dello strappo tra l’interno e l’esterno, un segno della differenza essenziale tra l’io e il mondo, dell’incongruenza tra l’anima e il fare.”

Il che significa che Lukács percepisce nitidamente che la filosofia non è più prassi metafisica; e mette in relazione questo dilaniamento con la prassi artistica, che pur sempre prassi è: non esiste unità metafisica perché si è ormai filosofi. Posizione leopardiana che lascia intendere quanto ambiguo sia lo storicismo di Lukács e il supposto nichilismo di Leopardi.
Ed ecco il movimento di autocontraddizione, l’enorme potere del contraddirsi e dell’essere ambigui e del dire il “no”:

“L’arte, questa realtà visionaria del mondo a noi conforme, è diventata con ciò stesso autonoma: non è più una copia, poiché tutti i suoi modelli sono sprofondati. L’arte è una totalità creatrice solo perché l’unità naturale delle sfere metafisiche si è lacerata per sempre.”

Il che non significa un passaggio alla stolidità del più bieco riduzionismo storicista. L’arte diviene il residuo, l’autentico erede della metafisica, che non si darebbe più per Lukács: un punto su cui la storia stessa si è occupata di dargli torto (ma in questo momento…), così come a proposito del disegno epico unitario post-dostoevskijano.
La residualità e lo statuto di erede dell’arte mettono in moto una nostalgia per la forma epica, irrefrenabile. Ed ecco che il romanzo, volontaristicamente, diviene il contenitore espressivo di quella nostalgia – cioè, l’erede designato dell’inizio di un nuovo epos post-borghese e cioè oltre la sperimentazione impressionistica e d’avanguardia, essendo cioè il romanzo stesso un possibile mezzo di veicolazione e ricostituzione metafisica:

“Il romanzo cerca di scoprire e ricostruire la celata totalità della vita per mezzo dell’atto figurativo. La struttura precostituita dell’oggetto – la ricerca essendo solo l’espressione soggettiva del fatto che tanto l’interezza oggettiva della vita quanto il suo rapporto ai soggetti non presenta elementi di trasparente armonia – fornisce la disposizione emotiva necessaria alla figurazione: la situazione storica reca in sé forre e abissi che devono essere inglobati nella figurazione, evitando che i mezzi impiegati per la composizione ne cancellino le tracce”.

L’autore svolge, cioè, la funzione dell’eroe epico. La nostalgia per l’epica di György Lukács è un’esteriorizzazione dell’epica stessa come veicolo alla prassi metafisica, il che ne stabilisce l’unità con la metafisica stessa. L’idea che la metafisica non sia pratica e quindi energetica e dinamica è all’origine di questo fraintendimento, che non è di Lukács, ma dell’occidente intero.
Peraltro, il romanzo non è mai riuscito a essere quel veicolo in senso epico – è sì veicolo metafisico, cioè lanciante verso autoconsapevolezza dell’attività nuda di coscienza, ma non in modo epico.
Eppure, quanto metafisico è questo percorso antinomico, contraddittorio del grande teorico di Budapest! E senza che se ne accorga!
E quante e quali ricadute sull’oggi… E’ infatti possibile un’epica nel momento in cui la situazione storica non fornisce la disposizione emotiva necessaria alla figurazione?
No: non è possibile. Questo, così precisamente configurato, è il momento della tragedia, non dell’epica.