Mese: maggio 2011

Su Micromega: ‘Morirai guardata’

E’ stato pubblicato sul numero 3/11 di ‘Micromega’, dedicato ai “crimini d’establishment”, un finto faldone di work in progress allestito dal Miserabile Scrittore: l’oscenità e l’azzeramento del thrilling intorno al personaggio vuoto e alla storia irrilevante di Lady D.

Micromega
Crimini d’establishment
Il sommario

Morirai guardata

Un progetto di romanzo su Lady Diana
di Giuseppe Genna

Luce bianca immensa.
In un attimo l’attimo si dilata all’infinito, dentro questa luce fosforica, fredda, luce della decenza.
Tu sei la cultura che ci fa tutti, la luce bianca è la cultura che ci abbraccia tutti.
È stato un incendio tutto questo nostro povero vivere di sogno.
Questa corsa inusuale a saltare l’asta, a salire di grado, a spaccare il muro del suono e delle immagini, a trascegliere un diverso destino per una forma umana – un esito etereo, liminale, era la parola spettro diventata l’angelo di un’umanità a venire. Grazie a te è venuta. Tu, nell’esplosione istantanea di questa luce bianchissima, che calcina tutto, la pelle dei sedili e quella sbrecciata del maschio cadavere pesante al tuo fianco, l’iride e la macchia di sangue rappreso colato dall’angolo sinistro della tua bocca semiaperta e la piccola bolla di saliva e sangue, l’uomo seduto nell’abitacolo che urla davanti con il volto resecato di netto nel naso e nel mento e le mandibole danneggiate, e il maschio imbolsito senza capelli chino sul volante con la epa pressata e la fronte a schiacciare il clacson e tutte le cose sono calcinate bianche ora e per sempre da ora. Non prima di ora, qui.
L’ululato del clacson, voi quattro disumanamente immobili fratturati, slogati, emorragici – in questa grotta parigina perfettamente levigata e illuminata dai fasci arancioni delle lampade a gas, questa pista impossibile da percorrersi velocissima, non una prateria di erba da calpestare con il cavallo che scompare dall’arcione e sì, si innalza il corpo nell’azzurro gelido e rarefatto, in un dakota finale verso il dio sole, che feconda ogni madre. Qualunque stella feconda qualunque pianeta.
La stellina che eri nel palcoscenico a piattaforma che ruota attorno.
La non propriamente massaia non propriamente capo di Stato.
La modella azzannata dalle luci di una ribalta rasoterra.
Non sei niente dentro questa luce immensa che abbaglia noi tutti e non smetterà nei decenni a venire di abbagliarci del suo niente, della sua nullificazione, di vuoto e ossigeno assente, soffocante come una emorragia interna o un polmone collassato?

La luce del flash finale sul tuo corpo di deità del nulla.

Gli spettatori a miliardi dietro quella luce.

Jet presi, yacht abbordati, auto di lusso occupate, gossip abitati con levità, stanze e stanze dai soffitti altissimi e dai sussurri assassini.
In quelle stanze, nel Palazzo, ti sei mossa. Uscita, sei rientrata, lì, in forma di spettro sconvolgente, tutti i Banquo spaventati nel vederti irradiata dalla luce della telecamera. Ordivi discorsi televisivi come monsoni un demiurgo di tutti i climi.

Stati si sono mossi per te. Guardie del corpo. Uomini ombra. Establishment silenti. Nazioni straniere. Servizi segreti. Economie di guerra in istallo per i tuoi discorsi televisivi. Security deviate. Magnati.

La tua corsa verso l’oro della morte, verso l’apertura luminosissima, nel tunnel buio.
Ecco come sei morta: guardata.
Ecco come sei morta.

Anno: 97 del secolo Ventesimo. Giorno: il 30. Mese: agosto afoso, caldo come una guancia.
Località, dal generale al particolare: Parigi, Place Vendôme, Hotel Ritz.
Le immagini sono sgranate, frame distaccati, una lumescenza sinistra, una sovraesposizione che rende i corpi trasparenti quasi, irreali quasi e subordinati a una logica ultravioletta, infraterrestre.
Siete spettri.
Tu e il tuo nuovo compagno, Dodi Al Fayed, figlio del milionario Mohamed Al Fayed, che possiede i magazzini Harrod’s in piena Londra e pietisce e preme e complotta per ottenere il passaporto inglese che i Windsor, famiglia regnante britannica, gli nega costantemente. Tu hai scelto il figlio del miliardario pericoloso, lo hai puntato come un corpo contundente verso l’occipite della regina Elisabetta II, colei che nasconde, carsico, l’Impero.

Il generale Fabio Mini ha detto: “Per quanto riguarda i cosiddetti mercenari, l’esercito inglese ha una convenzione particolare con due agenzie di sicurezza private: tutti i soldati inglesi che sono congedati per anzianità hanno l’assunzione preferenziale della compagnia della sicurezza. In questo modo vengono reinseriti nel mercato di lavoro molte persone che dovrebbero altrimenti riqualificarsi in altri modi.”
Richiesto circa chi controlli il controllabile, sul pianeta, il militare rispose non “USA”, bensì accenni alla Corona inglese.

Riprese a circuito chiuso dall’interno del Ritz Hotel, il 31 agosto 1997 alle ore 00.19’50”.
A stacchi, spettrali, lattescenti, Diana Spencer in completo scuro, sorridente e dimagrita, dall’alto la si nota, accompagnata dal compagno Dodi Al Fayed, a frame da 1 sec., impressionanti, si vedono le nuche, la guardia del corpo Trevor Rees-Jones, più avanti l’autista della Mercedes classe S-280 non blindata, lui non è affatto alterato dall’alcol, è il pilota che guiderà fino allo scontro fatale contro il tredicesimo pilone sinistro nel tunnel dell’Alma, si chiama Henri Paul e verrà organizzata una congiura per fare risultare un tasso alcolemico assai elevato nel suo sangue, ma sarà uno scambio di fiale di sangue da un cadavere di suicida a quello del cadavere di Henri Paul, che a un quarto di ora dalla mezzanotte viene ripreso dalle telecamere del Ritz Hotel mentre si china con destrezza per allacciarsi prima la scarpa destra e poi con un piccolo balzo muta appoggio per allacciarsi dunque le stringhe della scarpa sinistra.
Diana Spencer veste jeans Versace bianchi, una giacca Versace blu. Morbido e opaco scamosciato il giubbotto di Dodi Al Fayed.
È l’uscita di servizio, quella che non dà su Place Vendôme ma su Rue Cambon e il corridoio è squallido, è mezzanotte, Dodi Al Fayed indossa jeans Calvin Klein, le piastrelle all’uscita sembrano quelle di una toilette in un autogrill autostradale.

Le telecamere del Ritz Hotel inquadrano, nel corso della giornata, fino alla mezzanotte, in Place Vendôme, moltissimi turisti e fotografi paparazzi, accalcati, tentano tutti di rubare un’immagine, la scia numinosa della Dea Diana, ma ci sono decine di persone che si tengono distanti dalla folla, oppure vi si inseriscono e non sono né turisti né fotografi e l’ex sovrintendente di Scotland Yard John McNamara li riconosce a uno a uno: sono tutti agenti dei servizi segreti britannici.
Ruotano, spariscono di vista, rientrano in vista, gli occhiali scuri, verso l’abitazione di Chopin, vanno, si voltano, a turno, molti, uomini e donne, castigatissimi, il modo migliore per farsi notare: cerchiamoli di pixel rossi nei fermoimmagine.

Versace, di cui è vestita Diana Spencer, è il marchio derivante dalla vita e dalla morte di Gianni Versace, lo stilista calabrese molto amico della ex principessa del Galles, ucciso in circostanze ambigue e misteriose, a Miami, il 15 luglio 1997 – poche settimane prima di questo momento sgranato in cui Diana e Dodi e la body guard Trevor Rees-Jones e l’uomo del volante Henri Paul corrono e corrono e corrono nell’abitacolo della Mercedes classe S-280 non blindata.
Il 15 luglio 1997 Versace viene assassinato da uno squilibrato sugli scalini della propria abitazione a Miami Beach. Le circostanze del delitto non appaiono immediatamente chiare. L’assassino, un certo Andrew Cunanan, è un tossicodipendente, dedito alla prostituzione onosessuale e presunto serial killer omosessuale, sospettato di aver assassinato in precedenza alcune altre persone omosessuali, e per questo da tempo ricercato. Dopo una misteriosa fuga, Cunanan si uccide prima di essere catturato dalla polizia statunitense, che lo assedia a bordo di un’imbarcazione nel porto di Miami.
I funerali di Gianni Versace si svolsero nel Duomo di Milano il 22 luglio. Lady Diana è nell’occhio delle telecamere, consumata, consolata dall’amico di sempre Elton John, cantante di fama mondiale. Donatella Versace dichiara al Corriere della Sera che le autorità ecclesiastiche del Duomo di Milano impedirono che si nominasse durante la funzione il compagno dello stilista. E anche Elton John si è lamentato: “Fu una messa ingessata, il prete volle controllare anche i testi dei salmi che avremmo voluto cantare io e Sting!!! Fu una esperienza orribile”.

La Mercedes classe S-280 non blindata su cui Diana e Dodi si intrufolano come ladri, rincorsi da paparazzi voraci di immagini a bordo di motoveicoli velocissimi! È stata condotta all’uscita di servizio del Ritz Hotel, in Rue Cambon, da Frederic Lucard, impiegato in qualità di autista alla Etoile Limousines. Il numero di targa della berlina è 688 LTV 75. Non soltanto non è a prova di proiettile, ma nemmeno dispone di vetri oscurati.
Si sporge dall’uscita di sicurezza, mentre Henri Paul chiacchiera con Diana e Dodi, la guardia del corpo Trevor Rees-Jones. Egli nota un’auto utilitaria a due portiere, probabilmente una Fiat, probabilmente modello Uno, spuntare nella via e dietro questa vettura alcune motociclette e motociclisti – dirà ai processi dopo che la faccia gli è stata tagliata via di netto nell’incidente, lui è l’unico sopravvissuto, non ricorda niente, molti sospettano che finga di non ricordare niente: ha paura, l’intrigo continua, la cospirazione è perenne, lo eliminerebbero se parlasse, anche a distanza di quattordici anni!

La Mercedes classe S-280 non blindata su cui Diana e Dodi si intrufolano come ladri! È stata rubata, quell’automobile! Qualche mese addietro. Era stata parcheggiata in Rue Lamennais davanti al prestigioso ristorante Taillevent, in attesa che gli ospiti terminassero il loro pasto e la portiera dell’auto era stata forzata, spalancata, all’improvviso lo chaffeur si era trovata una pistola puntata addosso, tre arabi armati (parlavano arabo) lo avevano fatto scendere e si erano allontanati con la Mercedes. L’autista aveva dichiarato che sembrava, quello arabo, “un commando militare arabo”. Sarebbe stata ritrovata, l’auto, in condizioni disastrate, due settimane dopo, a Montreuil. Pneumatici bucati, portiere divelte, sistema elettronico e meccanismo di controllo dei freni ABS rubati.

Percorso da compiere: partire da Rue Cambon, affacciarsi su Rivoli, circumnavigare la Concorde, prendendo gli Champs Elysées, poco prima di Charles De Gaulle voltare a destra, nella stretta Rue Arsène-Houssaye. Pochi minuti. È tutto diritto molto semplice.
A Place de la Concorde, Henri Paul si allontana clamorosamente invece dal percorso semplice, si dirige verso la lontana Place de l’Alma.

Il giudice incaricato dell’inchiesta francese, la prima, la immediata, Hervé Stephan, non ha mai preso in considerazione la domanda circa i motivi che hanno spinto Henri Paul a deviare in maniera decisiva il percorso. La velocità di crociera e le foto scattate dai paparazzi, in cui si nota un Henri Paul ironico e rilassato, dimostrano che non è imputabile al supposto assedio dei paparazzi quanto accaduto nel tunnel della morte.

Folla di paparazzi davanti al Ritz, in Place Vendôme, avvertiti che sta per uscire la coppia dei sogni planetari: donne e uomini credono a un’immagine. Sono il popolo della Principessa che non lo è più. Sfrigolano nel sole e nella pioggia. Sussurrano a ogni latitudine: “Diana è incinta. Dodi la ha fecondata”. I paparazzi sono scatenati per questo: vogliono immortalare il ventre lievemente ricurvo di Diana, lì c’è l’erede pronto a fare smottare il regno cristianissimo, il fratellastro musulmano del legittimo erede al trono William. Ciò è gravissimo…
Alcuni fotografi esperti intuiscono che li stanno fottendo: la coppia non uscirà in Place Vendôme, stanno uscendo da dietro. Corrono, inforcano le moto, ecco: è fatto il nugolo, la pestilenza, i bubboni semoventi, lo sciame del contagio. Inseguono come bolidi il veicolo scuro, dentro il cui utero è Diana, dentro il cui utero è il piccolissimo feto islamico.

LA QUESTIONE DEL FRATELLASTRO ISLAMICO DEL PRINCIPE WILLIAM E DEL PRINCIPINO HENRY NON È UN MOVENTE SUFFICIENTE PER SCATENARE UN’OPERAZIONE OMICIDA COSÌ COMPLESSA, CON TANTI ELEMENTI IN GIOCO, MOLTI DEI QUALI INDIVIDUABILI. NON HA SENSO ALCUNO, NON SI RAVVEDE L’ECONOMIA DELL’INTELLIGENZA – DELL’INTELLIGENCE.

Una determinata immagine di Diana con Dodi viene valutata in prospettiva fino a un milione di sterline.

A 35.000 sterline ammonta quanto annualmente percepisce Henri Paul per effettuare sorveglianza privata e fornire informazioni ai servizi segreti – il Ritz Hotel di Parigi è un luogo di transito centrale per le intelligence in Europa. Lo stipendio di Henri Paul è valutabile in 20.000 sterline, molto meno di quanto percepisca con le sue discrete collaborazioni. Secondo l’ex agente del servizio segreto britannico MI6, Richard Tomlinson, un elemento che fornisce disinformazione informatissima sul caso Diana, chiunque nel giro dell’intelligence internazionale sa che Henri Paul è egli stesso un agente MI6. Henri Paul, al momento del ritrovamento del suo cadavere, ha in tasca 2.000 sterline – una somma spropositata a mezzanotte a lavoro. Secondo il giornalista investigativo Gerald Posner, fonti altolocate americane avrebbero in mano le prove che, prima di ritornare al Ritz, Henri Paul abbia trascorso un paio di ore con un agente della DGSE, la Direction Géneral de la Sécurité Extérieure, la CIA francese. Nelle settimane precedenti l’incidente, una somma di 8.000 sterline era stata accreditata sui conti intestati a Henri Paul. Una piccola parte delle 140.000 sterline che aveva guadagnato negli anni, collaborando con i servizi britannici, israeliani e altri.

HENRI PAUL È STATO VITTIMA DI UN INCIDENTE DI CUI NULLA SAPEVA, STIPENDIATO PER DEVIARE LA MERCEDES VERSO IL TUNNEL DELL’ALMA, DOVE SI SAREBBE CONSUMATO A SUA INSAPUTA UN OMICIDIO COLLETTIVO – EGLI STESSO UNA DELLE VITTIME.

Henri Paul non era ubriaco, come sostenuto dall’inchiesta ufficiale parigina. Beveva moltissima Coca-Cola Light. Quando perquisiscono il suo appartamento, nella notte, a poche ore dalla morte, rinvengono un quantitativo sconcertante di bottiglie di Coca-Cola Light: duecentoquaranta.

SCENA DELLE BOTTIGLIE DI COCA COLA LIGHT OVUNQUE NEL PICCOLO BILOCALE DELL’UOMO.

La Fiat Uno bianca che Trevor Rees-Jones, in auto sul sedile accanto a quello del guidatore Henri Paul, dice di avere scorto già nei pressi del Ritz Hotel.

Una lettrice o un lettore italiani non saranno indifferenti a una notizia come questa: la presenza di una Fiat Uno bianca sulla scena di un possibile omicidio.

Fonte anonima all’autore: “In Liguria, a pochi chilometri da … esiste una base che potremmo ricondurre al cosiddetto ‘terzo servizio’ italiano, che dovrebbe essere il servizio realmente segreto. È ovviamente una bufala, possiamo considerare il ‘terzo servizio’ come una branca più o meno legittima dei servizi di sicurezza, un’agenzia a parte. Gli Stati Uniti dispongono di un network di cinquantadue agenzie di sicurezza note. La specialità di questo campo base in Liguria è questa: sanno addestrare a realizzare omicidi che sembrino incidenti automobilistici. Perfino gli inglesi ci vengono. Li addestrano gli italiani. Tieni presente che esiste una relazione tra il caso italiano della Uno bianca e questa base ligure. Non mi stupisce che appaia una Uno bianca anche in relazione con l’affaire Lady D…”

Testimoni che si trovavano all’interno del tunnel dell’Alma al momento dell’impatto della Mercedes di Diana contro il pilone sostengono: “Abbiamo notato un enorme bagliore prima dell’incidente”.

È il cosiddetto “flash”. Un’arma di guerra metropolitana e non soltanto.

Si tratta di device che producono stordimento, inimmaginabili luci militari ad altissimo voltaggio, utilizzate come sofisticata arma in particolari raid dall’esercito britannico. Accecano e disorientano la vittima per più di un minuto.

Richard Tomlinson, accusato di testimoniare il falso, incarcerato, risulta invece spesso la fonte più sicura di informazioni relative al caso Diana: “Il flash è l’ideale per simulare un incidente, compiendo un omicidio. Il tunnel è un luogo ideale per compiere un omicidio. L’incidente come simulazione è l’ideale”.

La Mercedes S-280 non poteva entrare nell’imbocco del tunnel a una velocità superiore ai 150 km/h, poiché avrebbe sbandato immediatamente. La velocità era forzatamente inferiore a quella. Si è calcolato che l’automobile procedesse a una velocità media di 80/90 km/h, quando ha sbattuto contro il tredicesimo pilone.

Le videocamere all’entrata del tunnel dell’Alma, quella notte, erano spente per un disguido tecnico. A sei anni dalla morte di Diana, la polizia francese ammette che una videocamera era effettivamente funzionante: viene dunque stabilito che la Mercedes fa il suo ingresso nel tunnel a 102 km/h, e va decelerando.

ECCO DUNQUE IL PERNO DELLA STORIA, È DA QUI CHE PARTE E INTORNO A QUI RUOTA LA STORIA, LA FINZIONE, IL ROMANZO, FRENETICAMENTE DA FARE FIBRILLARE COME IL RED RIDING QUARTET DI DAVID PEACE.

A tre settimane dalla morte di Diana, la polizia francese nega ancora l’esistenza, sulla scena del disastro, di una Fiat Uno bianca, che avrebbe scartato verso la Mercedes prima che questa sbandasse. Sotto la pressione delle investigazioni giornalistiche e della messe di testimonianze che assicurano della presenza di quella utilitaria nel tunnel, la polizia concede che il fatto si sia potuto verificare. Il responsabile generale della polizia, Jean-Claude Mules, limita con direttiva personale le ricerche della Uno bianca alla sola area metropolitana parigina. Quando l’auto viene scoperta da investigatori indipendenti e si risale a un proprietario che è un paparazzo, il quale ha negato la propria presenza quella sera a Parigi, la polizia criminale e la sua responsabile Martine Monteil apparentemente non fanno menzione di tutto ciò al giudice dell’istruttoria. Il fotografo è già stato interrogato e scagionato da Jean-Claude Mules. Si chiama James Andanson.
Emerge che Andanson ha lavorato per il servizio segreto britannico MI6. La polizia tende a ignorare il dato.
Sulla carrozzeria della Mercedes che ha a bordo Diana vengono rinvenute tracce di vernice dovute a una strisciata, quasi che un’altra automobile abbia deliberatamente o meno toccato la berlina guidata da Henri Paul. La strisciata di vernice chiara è compatibile con un microdanno alla carrozzeria della Uno bianca di James Andanson.
A centinaia di miglia dalla sua residenza verrà ritrovato il cadavere di Andanson, a dieci anni dalla morte di Lady Diana: il corpo carbonizzato, chiuso nella Uno bianca a cui sono state date le fiamme. Lo hanno ucciso prima di dare fuoco a tutto, sono ritrovati due proiettili in testa. L’utilitaria risulta chiusa, ma non c’è traccia delle chiavi all’interno. Gli intimi di Andanson pensavano che l’uomo si trovasse in un’altra parte della Francia.

Il nome di Andanson rientra anche in un altro delicatissimo affare di Stato: il finto suicidio del primo ministro francese Pierre Bérégovoy. L’arma del supposto suicidio sarebbe una Magnum .37, ma il foro di uscita della pallottola è troppo piccolo per quel calibro Magnum. È a Nevers che si suiciderebbe Bérégovoy. Lì è anche, quel giorno, nelle stesse ore, lo stesso James Andanson. Viene tenuto fuori dell’inchiesta.

Andanson nel tunnella dell’Alma si trovava alla guida della Uno bianca, nella medesima direzione della Mercedes di Diana: le stava davanti, marciando tuttavia a una velocità minore. Tutto lascia intendere che Andanson conoscesse già il percorso alternativo che sorprendentemente Henri Paul avrebbe imboccato.
All’improvviso, la Fiat Uno accelera, secondo testimonianze raccolte dal noto giornalista Noel Botham.
Altri testimoni asseriscono di avere notato una coppia di motociclisti fermi in attesa delle due auto.
La Uno bianca scarta verso la Mercedes, che a sua volta si sposta sulla corsia all’estrema sinistra.
Le due auto si toccano.
Incredibilmente esplode un abbaglio abnorme, potentissimo, abissale, un colpo di luce accecante.
Non è il flash del paparazzo.
Entrambi i flash sono finali.
Henri Paul è accecato, presumibilmente.
I due motociclisti, che hanno fatto deflagrare quella luce assoluta, accelerano e la Mercedes S-280 sbanda, impatta contro il pilone, carambola, si ferma e l’ululato del clacson, stabile e privo di ritmo, una frequenza assordante, fende l’aria gassosa del tunnel, azionato dalla fronte sfondata dell’uomo che guidava.

“Tutto è accaduto esattamente come specificato nel piano per eliminare Slobodan Milosevič”.

Era accaduto a Ginevra. Il presidente serbo si dirigeva a una conferenza di pace, un cruciale appuntamento diplomatico. Il piano a cui fa riferimento l’ex uomo MI6 Tomlinson era stato elaborato nel 1992 da Nick Fishwick, responsabile delle operazioni nei Balcani per l’intelligence della Corona. Si prevedeva l’impiego di un dispositivo a forte capacità di stordimento, all’interno di un tunnel nei pressi di Ginevra. Questa opzione veniva preferita all’impiego di un commando paramilitare di oppositori del regime o dell’operazione di assassinio diretto attraverso l’impiego della cellula segreta INCREMENT, che se avesse fallito sarebbe però stata compromessa e avrebbe imbarazzato i massimi gradi inglesi.
L’attentato col flash venne organizzato. Il dispositivo fece il suo lavoro, ma Slobodan Milosevič, pur vittima di un incidente serio, si salvò.

PERCHÉ? QUALCOSA NON TORNA, È VERO: LA PRESENZA ASSIDUA FITTISSIMA DI AGENZIE SEGRETE IN PARIGI, CONTRAGENTI, MORTI SOSPETTE, SOSPETTI OCCULTI, UOMINI CHE RISULTANO GIÀ SOTTO INCHIESTA PER FATTI GRAVISSIMI E MISTERIOSI, OMICIDI CONCATENATI. QUEL GIORNO DI RIMESCOLAMENTI, DI VISCERE IN EMORRAGIA, DI FLASH CHE ESPLODONO IN ORGIA… TUTTAVIA NON BASTA: NON È SUFFICIENTE A TUTTO QUESTO ALCUN MOVENTE.

Il 4 marzo 2009 viene spedita da Milano una lettera cartacea in inglese all’attenzione del Principe William della Casata Windsor. Eccone il testo:

Altezza,
mi chiamo Giuseppe Genna e sono uno scrittore italiano. In allegato, il mio curriculum che evidenzia il numero di pubblicazioni, il loro carattere, quali siano state tradotte fuori dal mio Paese. Ho lavorato in qualità di attaché presso la Presidenza del Parlamento italiano. Il motivo di questa breve mia: da anni desidero scrivere circa l’affaire che ha visto coinvolta Sua madre, Diana Spencer. Non arrivo a chiederLe il permesso per attuare un’azione che – sono certo – La infastidisce in ogni caso. Tuttavia intendo preventivamente assicurarLe che nulla di offensivo o suppostamente scandaloso verrà da me pubblicato e Le chiedo di non procedere a eventuali azioni legali prima di avere personalmente letto il romanzo in questione. La tesi della narrazione consiste nell’inesistenza di qualunque complotto e nella tragicità di un destino che è stato luminoso, prima della sua precoce fine. Lungi dalle mie intenzioni offenderLa, volevo domandarLe un riscontro. Lei non ha mai esplicitamente dichiarato in pubblico cosa pensa di quella notte. Ritengo doveroso chiderLe di farlo in privato, nonostante il prevedibile silenzio. Di tutto, anche di questa lettera, mi scuso, se vengo a urtare la Sua sensibilità.

Il 18 maggio 2009 giungeva la risposta, in busta intestata della Casa Regnante inglese, con timbro del Foreign Office, datata due giorni prima.

“Per me non esiste thriller”.

Fatti: i fatti. Prima di tutto il fatto. Le nazioni. Le loro complesse derive!

Il tunnel dell’Alma viene chiuso al traffico. La Mercedes, dopo i momenti convulsi che seguono l’incidente, viene trasportata via. Immediatamente sono chiamati operatori a pulire ovunque con detergente, l’intera superficie asfaltata, i marciapiedi, i piloni. Sarà impossibile compiere un’indagine scientifica forense: tutto è dilavato, i frammenti, le schegge, il sangue, le tracce di pneumatici.

Nell’ottobre 1996, dieci mesi prima di morire, Diana Spencer annota: “Questa particolare fase della mia vita è estremamente pericolosa. Mio marito sta pianificando ‘un incidente’ della mia auto… freni non funzionanti, serii danni cerebrali, per aprirsi la strada al matrimonio”.

Il matrimonio con Carlo va male da subito. Diana non dorme nella stanza da letto con il marito, dopo la nascita dell’erede, William. È relegata in una sorta di nursery di Buckingham Palace. Va in bulimia e in anoressia. Tenta tre volte il suicidio: una quando si lancia dalla scalinata principale – tentativi falliti.

Un giorno fa il suo ingresso nello studio di Carlo, umiliata e condotta ai limiti della follia, afferra un tagliacarte mentre suo marito è gelido dietro la scrivania ed eccola, si spoglia, si libera dalla camicetta, Carlo è imbarazzato e agitato e fa per alzarsi, quando Diana si fora il seno sinistro nudo con il tagliacarte e Carlo urla, urla e inevitabilmente giungono i testimoni e lo diranno.

Carlo è l’amante di Camilla Parker Bowles, la quale è sposata con Andrew Parker Bowles, il quale è amante di Anna, la sorella di Carlo. Due fratelli fanno sesso con due coniugi.

Tre settimane prima della morte di Dodi e Diana, il criminale gentiluomo Peter Scott, al secolo Peter Craig Gulston, in stretto contatto con ambienti elevati della società britannica, chiede un incontro a Frances Shand Kydd, la madre di Diana. Le riferisce che “l’Establishment britannico” lo ha contattato affinché organizzasse prima la morte di Mohammed Al Fayed e poi di Dodi, in ragione della relazione con Diana.

Diana non ha più rapporti sessuali con Carlo dal momento del concepimento del principino Henry. Stringe un’affettuosa amicizia con il trentasettenne sergente Barry Mannakee, addetto alla sua sicurezza – un’amicizia del tutto platonica, secondo Rosa Monckton, intima amica della principessa. È il 1986. Filtra qualcosa, dal servizio segreto MI5. Carlo di Inghilterra viene a conoscenza della relazione tra sua moglie e Mannakee. Furibondo, nonostante lui stia tradendo stabilmente la sua legittima consorte con Camilla Parker Bowles, contatta i superiori di Mannakee e ne chiede l’immediato trasferimento. Ex abrupto il giovane ufficiale viene distaccato alla squadra per la protezione del corpo diplomatico e non vedrà mai più Diana. Letteralmente: Barry Mannakee muore in un oscuro incidente automobilistico nello East London, essendo passeggero sulla moto guidata da un collega, che va a schiantarsi contro un’auto che tentava di schivare un’altra vettura, risultata noleggiata da persone con documenti falsi.
La notizia viene data a Diana mentre sta scendendo dalla limousine che la sta portando, insieme a Carlo, sulla Croisette di Cannes. Carlo accenna en passant: “Sai quella tua guardia del corpo? Quel povero Mannakee… Beh: è morto in una specie di incidente”. Diana scende impietrita sul red carpet, è immortalata piangente.

Cercano di sottrarle il controllo dei figli, all’interno di Buckingham Palace. Su ordine di Carlo, si muovono i suoi quaranta valletti, tutti omosessuali dichiarati e per questo soprannominati “The Pink Mafia”. Coccolano William e Henry, cercano di escludere la madre dei due eredi dalle decisioni su alimentazione e svaghi ed educazione.

Tutte le telefonate da e per Buckingham Palace vengono intercettate dal 1985.

Quando lascerà il Palazzo e giungerà al divorzio, sputerà su quei “dodici anni di inferno del cazzo”.

Scopre la pelle ambrata di Dodi Al Fayed sullo yacht Jonikal, al largo della Sardegna e della Corsica, poi verso Nizza.

È passata per avventure che la hanno devastata. Un uomo, una delusione. Ogni sua aspettativa tradita, poiché le sue aspettative sono irrealistiche. Di qui, un’isteria primonovecentesca, rumorosa.

Carlo, intercettato, aveva detto a Camilla di sognare di essere un Tampax di lei.

Dodi non sa fare niente. Non vuole fare niente. “Non sai fare un cazzo!” gli urla addosso il padre, l’affarista Mohammed, in perenne lotta con la Famiglia Reale inglese.

La Famiglia Reale inglese è la Famiglia Irreale.

A 23 anni, Dodi mette in piedi, ovviamente con l’aiuto del padre, la Allied Stars Ltd. Si producono film. Dodi si muove a Hollywood come un Ancintrus in un acquario.
Breaking Glass è un successo.
Chariots of Fire ottiene sette nomination all’Oscar.
Nel 1991 si produce Hook, una storia ispirata a Peter Pan, con Robin Williams e Julia Roberts e Dustin Hoffman. Steven Spielberg ne è il regista.
Nel 1995 Dodi molla tutto.

La sua ex, Nona Summers, dice che Dodi sniffava cocaina. In un reportage apparso sulle pagine dell’edizione americana di Vanity Fair, un amico ricorda una serata al Waldorf Tower Hotel, a New York, negli appartamenti di Dodi: “Era la prima volta che vedevo un chilo intero di cocaina”.

Tra il 1977 e il 1990 una struttura segreta e parallela all’intelligence, detta The Clinic, disponeva in Inghilterra di fondi illimitati per omicidi ottenuti con operazioni coperte. È comprovato, per ammissione stessa di uno dei vertici di The Clinic, l’omicidio del maggiore Michael Marman attraverso un incidente che dissimulò l’assassinio. Il tutto venne operato attraverso una modifica del sistema frenante, bloccato temporaneamente attraverso un dispositivo che agiva a distanza dall’auto su cui viaggiava la vittima: una banale 2CV.

Il primo paparazzo giunge sul luogo dell’incidente, nel tunnel dell’Alma, a un minuto dallo schianto. Contate: 1, 2, 3, 4, 5, 6… e così fino a 60.

Il 19 settembre 1997 il presidente americano Bill Clinton avrebbe compiuto un gesto storico, firmando il trattato internazionale di bando delle mine. A convincerlo era stata Diana Spencer, attraverso la first lady americana, Hilary, sua grande amica. Diana era in odore di Nobel per la Pace, proprio per lo straordinario fuoco di fila mediatico con cui aveva colpito i fabbricanti internazionali di armi, e di mine in particolare.
Dopo la morte di Diana, Bill Clinton non firma il trattato antimine.

La CIA dichiara di essere in possesso di un fascicolo di novemila pagine riguardante Diana, i suoi spostamenti, le sue attività, le sue comunicazioni. Tale dossier viene tenuto segreto per motivi di sicurezza nazionale.

L’ALTRA IPOTESI, ALTERNATIVA AL FATTO CHE DIANA FOSSE INCINTA DI DODI, È CHE A MUOVERSI SIA STATA LA COMPAGINE DEI PRODUTTORI DI ARMI, UNA LOBBY SPIETATA A CUI LADY D. AVEVA MESSO I BASTONI TRA LE RUOTE. È UN MOVENTE CHE RISULTA INSUFFICIENTE A SPIEGARE UN’OPERAZIONE AL COPERTO DELLE DIMENSIONI DI QUELLA CHE AVREBBE AVUTO DIANA PER VITTIMA, NEL TUNNEL DELL’ALMA.

Giunge dunque a un minuto di distanza il paparazzo Romuald Rat, un energumeno, accompagnato sulla sua Honda 650 dal pilota Stephan Darmon. Immediatamente dopo frena e scende dalla moto il fotografo Christian Martinez. Diana è viva nell’abitacolo devastato, si lamenta in inglese, gli occhi chiusi, la mano a proteggere il ventre.
A proteggere il ventre.
Iniziano a fotografare. I flash infittiscono di luce il fondo buio dell’aria, una trama oscena, come qualunque scena.
Arrivano altri paparazzi, è un’orgia di luce, la gang bang del fosforo che tutto illumina, tutto calcina e tu dovresti morire qui, ma non muori.

Due furti a Londra entro le ventiquattro ore successive alla morte di Diana Spencer. Effrazione nella casa di Lionel Cherrault, photoeditor, alle 3 del mattino del 31 agosto 1997: sconosciuti rubano gli hard-disk su cui sono conservate le immagini ad alta risoluzione del corpo inanime di Diana. Effrazione a mezzanotte e mezzo del giorno successivo nell’ufficio di Darryn Paul Lyon, agente in possesso di straordinarie immagini della morte di Diana, trasmessegli via rete da un paparazzo – quelle foto sono state oggetto di trattative milionarie con media inglesi e americani.

L’autoambulanza impiega un tempo impossibile ad arrivare, un tempo impossibile a percorrere le poche centinaia di metri fino all’ospedale. Diana viene intubata a bordo dell’autolettiga alle ore 1.30 e giunge all’ospedale Pitié-Salpêtrière alle 2.06: precisamente un’ora e quarantasei minuti dopo l’incidente, dopo che l’ambulanza ha superato ben due ospedali, più vicini al luogo dello schianto.
Muore sotto i ferri alle ore 4.00.

Non si è trattato soltanto dell’arresto cardiaco, quello finale dopo i tentativi falliti di rianimazione. Oltre all’arteria polmonare sinistra, al braccio rotto, alle ferite interne toraciche, alla frattura dello sterno: il piccolo foro di un’inizezione all’anca – esso rimane privo di qualunque spiegazione, nessuno tra medici e paramedici ha praticato un’iniezione in quel punto, lievissimamente livido.

Carlo principe di Inghilterra atterra nel corso della notte a Parigi, a bordo di un jet militare. Diana è ricomposta, in una stanza riattata a morgue d’occasione. Carlo vi fa il suo ingresso, resta nella stanza per minuti e minuti. Esce, visibilmente scioccato, le lacrime che arrossano gli occhi e pronuncia un lapsus inesplicabile, all’indirizzo dei medici Riou e Pavie, che hanno tentato di salvare Diana in sala operatoria: “Felicitations!” urla quasi l’erede al trono del Regno Unito, anziché dire “Grazie” ai due chirurghi per tutto quello che hanno vanamente fatto.

Non esiste alcun motivo giustificabile per cui il cadavere di Diana venga semimbalsamato, attraverso l’inoculazione istantanea di un liquido conservativo a base di formaldeide: il che avviene. Ciò impedirà in futuro esami tossicologici, di gravidanza e autoptici sul cadavere. L’esame del sangue per stabilire un eventuale stato di gravidanza viene ugualmente impossibilitato dallo stato di imbalsamazione. Spariscono due fiale di sangue prelevato al momento dell’operazione. Le si ritrovano male conservate: sangue corrotto, semicoagulato.

A quasi quindici anni di distanza, la presenza mediatica dell’icona vuotissima di Diana Spencer ossessiona il pianeta. Soltanto in Italia, sono contate in una media di tre la settimana le apparizioni sui quotidiani e una la settimana quelle in televisione.

La scena dei suoi funerali, via etere, via cavo: la trasmissione televisiva più seguita della storia umana, che supera il record ottenuto dalle nozze tra Carlo e la stessa Diana.

SCENA IN CUI, GIORNI DOPO I FUNERALI, PRESSO IL MONUMENTO FUNEBRE AD ALTHORP PARK, NELL’AVITA RESIDENZA DELLA FAMIGLIA SPENCER, AL CENTRO DI UN LAGHETTO SU UNA PICCOLA ISOLA ARTIFICIALE, LA SAGOMA INONDATA DI LUCE DEL PRINCIPINO WILLIAM ESPOSTA ALLA VISIONE CHE TRAPASSA I MARMI, IL FERETRO, E VEDE I CONTORNI DEL CORPO DELLA MADRE E FLUORESCENTE LA FORMALDEIDE CHE HA ISOLATO IL PICCOLO FETO RICURVO NEL VENTRE DELLA MADRE MORTA, IL PICCOLO FETO PIEGATO SU SE STESSO, IL FRUTTO DI UNA FECONDAZIONE ISLAMICA NEL TERRITORIO VIVO DELL’OCCIDENTE NOBILIARE E MEDIATICO – IL FETO HA LA FORMA DEL CONTINENTE EUROPA.

Pneumatica e veloce è la vettura e la pelle dell’uomo e la pelle della sua giacchetta accanto a te scamosciata, mentre il sorriso è la fluorescente scia nella notte parigina, Parigi ridotta a scie elementari e orizzontali di luce, finché non si cala, si penetra il sottosuolo, le luci si fanno soffuse e ocra e pallide ed ecco di colpo la grande luce, bianchissima, ecco il flash, ecco dunque anche i flash, lo stupro della tua immagine che viene spiccata da te che muori, l’ologramma naviga assorbito dalle fonti della luce dei flash, ti stanno guardando tutti e ogni battito di ciglia è uno scatto di luce che incendia a freddo l’aria, mentre non respiri più, e tenti e non riesci, si blocca a metà il respiro e il sapore curvo sul palato è ferro di sangue, il gusto ematico è il trionfo di quanto rosso viene illuminato dal bianco dentro l’abitacolo nero, pari a un manichino femminile snodato male, le tue slogature, le delicatezze dei movimenti precisi e zen a favore delle telecamere, tu

la persona vuota

sei pronta per commuovere e rimanere memorabile senza spiegazione alcuna, il perno vuoto attorno a cui ruota vuota una comunità di due miliardi e mezzo di umani svuotati come fossero paglia, pronti ad accendersi per una combustione definitiva, ma i fuochi dell’estinzione tardano ad accendersi nella notte infinita, mentre arretra il respiro vedi, tu vedi la vista?, vedi la luce e vedi che ti stanno guardando morendo, morirai guardata da tutti, sotto l’occhio di tutti, donna quintessenziata, timore e vanità ruotano intorno l’asse ALL’ASSE? terrestre, a nessuno importa nulla di te e pure tu appari e continui ad apparire in immagini e lacerti filmati sempre più consunti nella qualità digitale e incerti, ombra tu e ombra tu in essi, ombra luminosa, estetica pura e politica internazionale laddove un’icona supera ogni proiettile, la mina esplode e la sagoma di sogno non ne è intaccata e prosegue il suo cammino delicato sopra il prato di martirio, mentre le trame ordite non tornano e generano il caos e la confusione in cui casualmente si autorealizzano, nessun signore e nessuna signora, nessun re o regina o principe, nessun padre o vecchio, nessuno cospira, nessuno respira, ora espira il soffio, sii filiale in questa cruda consapevolezza, denudata di tutto e resa tremula ammasso di scintille fioche, muori guardata, i celeberrimi grammi ventuno, espira, non sei un angelo e non sei necessaria, non hai sesso né sessualità, hai figura umana transitoria e per questo

tu sei tutti noi, transitori, politici, svuotati: noi di oggi, dopo che furono ovunque gli umani

 

Fonti

Stephen Dorrill, MI6, The Free Press
David Cohen, Diana. Death of a goddess, Random House
Peter Hounam e Derek McAdam, Who killed Diana?, Vision
Noel Botham, The assassination of Princess Diana revealed, Metro
Noel Botham, The murder of Princess Diana, Pinnacle
Andrew Morton, Diana, Sonzogno
Patrick Jephson, Shadows of a Princess, HarperCollins
Ken Wharfe, Diana closely guarded secret, O’Mara Books
Martyn Gregory, The Diana conspiracy exposed, Olmstead Press

Memorial Giovanni Giudici

E’ morto Giovanni Giudici, uno dei massimi poeti italiani del Novecento. Stava male da tempo, per via di una serie di ictus, non lo si vedeva più alle letture pubbliche, non interveniva più con articoli o saggi, quasi un decennio di forzato sofferto silenzio.
Pubblico il “coccodrillo” dedicato a Giudici da La Repubblica e, di seguito, alcune sue poesie.
Diciassettenne, privo di invito ufficiale, mi infilai in un teatro milanese in San Babila, affollato di eterne personalità, imbrogliai gli addetti all’entrata, mi sedetti a pochi metri da questo poeta ironico e coltissimo, lo vidi alzarsi un poco incerto e curvo e salire sul palco a ricevere il premio Librex Guggenheim-Montale. L’attore Riccardo Cucciolla diede lettura de Gli abiti e i corpi, una delle composizioni fondamentali di quel capolavoro che è Il male dei creditori. Fu per me un’esperienza travolgente, un colpo alla formazione, percepii una cifra russa in quanto accadeva. Soltanto un anno prima, imbecille come pochi, disperato, giravo per Milano avendo in mano l’esile copia einaudiana di Salutz, libro che già ora è centrale nel secondo Novecento e ha appena iniziato ad arderer, nonostante sia passato un quarto di secolo dalla sua pubblicazione.

Addio al poeta Giovanni Giudici
voce lirica del secondo Novecento

Il poeta Giovanni Giudici si è spento la scorsa notte, il 24 maggio, nell’ospedale di La Spezia dove era ricoverato da qualche giorno. Avrebbe compiuto 87 anni il prossimo 26 giugno. Era da tempo malato. I funerali si svolgeranno domani alle 17.00 a Le Grazie, frazione di Porto Venere, in provincia di La Spezia, dove il poeta era nato nel 1924. Fra i suoi libri più noti L’intelligenza col nemico, La vita in versi e Il male dei creditori.
Giudici studiò a Roma, dove la sua famiglia si era trasferita nel 1933. Nel 1941, su sollecitazione del padre, si iscrisse alla Facoltà di Medicina, ma dopo un anno decise di passare a Lettere. In quel periodo ebbe i primi contatti con militanti antifascisti. Tra i suoi docenti all’università, Natalino Sapegno, per letteratura italiana, e, per lingua e letteratura francese, Pietro Paolo Trompeo, con il quale si laureò nel 1945. Si nascose per non andare militare e dopo l’8 settembre partecipò all’attività clandestina del Partito d’Azione. Alla fine della guerra continuò a fare politica nelle file del Psiup. Sempre in quegli anni fece le prime esperienze letterarie, nel genere del racconto.
Alla sua attività letteraria e poetica si accompagnò quella di traduttore (tra gli altri autori Pound, Frost, Sylvia Plath e Puskin) e di critico letterario. Oltre a quella di giornalista, iniziata nel 1947 al quotidiano L’Umanità e proseguita all’Espresso e in numerosi giornali e riviste.
La sua prima raccolta di versi, Fiori d’improvviso, uscì nel 1953. Nel 1956 lasciò Roma per Ivrea, dove lavorò all’Olivetti, formalmente come addetto alla biblioteca, ma in realtà, secondo le intenzioni di Adriano Olivetti, dedicandosi alla conduzione del settimanale “Comunità di fabbrica”. Da Ivrea si spostò prima a Torino, dove divenne amico di Nello Ajello, Giovanni Arpino e Beppe Fenoglio, quindi, nel 1958, a Milano, dove lavorò presso la Direzione Pubblicità e Stampa dell’Olivetti retta da Riccardo Musatti. Qui suo compagno di stanza fu Franco Fortini, con il quale instaurò un sodalizio forte e duraturo.
Nel 1965 uscì da Mondadori La vita in versi, una raccolta che riepilogava una lunga stagione del suo lavoro poetico e che lo impose definitivamente all’attenzione di lettori e critici. Nel 1969, sempre edita da Mondadori, uscì Autobiologia (Premio Viareggio), cui seguirono le raccolte O Beatrice (1972), Il male dei creditori (1977), Il ristorante dei morti (1981), Lume dei tuoi misteri (1984).
Nel 1987 vinse il Premio Librex Guggenheim-Eugenio Montale per la poesia con il volume Salutz, un intenso e singolare poema d’amore, pubblicato da Einaudi l’anno precedente. Lo stesso anno ottenne dal Fondo Letterario dell’Unione Sovietica il Premio Puskin per la versione dell’Onieghin pubblicata nel 1983 da Garzanti. Nel dicembre del 1992 conquistò il Premio Bagutta.
Nel 1993, da Garzanti, apparve la raccolta Quanto spera di campare Giovanni, cui fecero seguito con lo stesso editore Empie stelle (1996) ed Eresia della sera (1999). Nel 2000 l’intera opera poetica di Giudici è stata raccolta nel “Meridiano” Mondadori. Nel 1997 fu insignito del Premio Antonio Feltrinelli dall’Accademia Nazionale dei Lincei.

Poesie

Questo caro sgomento
L’infanzia dalle lunghe calze nere
Logorate ai ginocchi sugli spigoli
Dei banchi, l’infanzia delle preghiere
Assonnate ogni sera, delle nere
Albe dei morti, della litania
Di zoccoli cristiani sul selciato,
L’infanzia che m’ha dato
Questo caro sgomento mio d’esistere…

[da Prove del teatro, 1953-1988]

§§§

La vita in versi

Metti in versi la vita, trascrivi
Fedelmente, senza tacere
Particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.
Ma non dimenticare che vedere non è
Sapere, né potere, bensì ridicolo
Un altro voler essere che te.
Nel sotto e nel soprammondo s’allacciano
Complicità di visceri, saettano occhiate
D’accordi. E gli astanti s’affacciano
Al Limbo delle intermedie balaustre:
Applaudono, compiangono entrambi i sensi
Del sublime – l’infame, l’illustre.
Inoltre metti in versi che morire
È possibile a tutti più che nascere
E in ogni caso l’essere è più del dire.

[da La vita in versi, 1965]

§§§

La sua scrittura

Voglio mostrarti un giorno com’era
La sua scrittura. Si appartava di là
Il foglio su un qualcosa
Di liscio con la mano sinistra sul bordo
Superiore a tenerlo ben fermo.
E intingi giù l’asticciòla
Col pennino nuovissimo a vergare
Missive… Egregio, esordendo, commendatore
Avvocato chiarissimo esimio
Ingegnere ammiraglio comandante
Eccellentissimo monsignor vescovo Graziosa
Regina… O intestando
In compìti caratteri sulla busta
N. H. un tànghero di bottegaio.
Quando osterie e compagni stornava
Nel chino silenzio a cui segrete
Drittissime le righe scorrevano
Del bel corsivo senza pentimenti
E gli stilemi – un ove a preferenza
Del dove in accezione
Temporale scarsamente impiegabile.
Stendeva suppliche, chiedeva dilazioni,
Esponeva le circostanze imprevedute per cui,
Deprecava l’infausta sorte
Che a questo punto rendeva la morte
Unica cosa desiderabile per lui.
Purché gli concedessero il minimo di respiro
Creditori e benefattori.
Spesso di quelle lettere protagonista
Con gli occhi io lo aiutavo nella penombra della stanza
Dove a un raggiro di parole
Egli affidava la nostra speranza:
Di salute così delicata
Questo mio povero bambino
Impressionabile come un artista.
Li abbindolava li teneva a bada sagace
Politico a parare
I colpi in ritirata necessaria,
A rattoppare l’impostura con una nuova
Ovvero giocoliere del circo
Un turbinìo di palle a palleggiarsi
Tra le annaspanti abili mani nell’aria.
Quale fatica – sembrava dirmi
Da quel tavolino adesso penso a tre gambe
A evocare virtù tropi similitudini
Esempi da pio debitore,
Alla fine del mese senz’altro pagherò,
Ma poi riposto il calamaio riuscire
Col suo sereno sorriso nel sole.
Doctor Subtilis… Anche lui scriveva il nulla.
Anche lui rinviava tutta la vita a domani.
Con quella prestidigitazione di segni
Anche lui remigava nel lieve vuoto impeccabile.
Fin quando le sue righe cominciarono a incurvarsi
Verso il finire i margini a farsi incerti
La forbita sintassi a guastarsi.
Fino al delirio d’inchiostri e indirizzi sbagliati.
Fino al via-vai sulla porta
Di strozzini per reverendi
Di ciabattini per prìncipi apostrofati.
Ma chi s’è visto s’è visto
Risponde la mente morta.

Così i debiti saranno pagati.

§§§

[Ahimè – dicono – si piega]

Ahimè – dicono – si piega.
Ahi si svuota e si inarca.
Alfa include già omega
Navigato in chiusa barca.
Mentre nell’estranea forma
Ti intuisco e custodisco,
Mutazione, chiesa e norma,
Buio in cui mi definisco.
O diversa sapienza.
Presente che bruci il prima.
Sapienza d’inesperienza.
Mia fabbrica e mia ruìna.

§§§

Gli abiti e i corpi

Ormai sfibrate le asole e sapienti
Rammendi qua e là – ma gli abiti
Sembravano come nuovi. Egli
Accurato ogni sera li deponeva
Sopra una sedia – quali
Che fossero l’umore o la stabilità
L’uxorio brontolamento che lo affliggeva.
E deponeva con essi il tic-tac
Che gli scandiva giorni e notti, l’oriolo
Da tasca con una croce
Elvetica in campo rosso – emblema
Di esattezza agganciato a una teca di cristallo
Con dentro una trapunta di velluto
In attesa di reliquie microscopiche.
Gli abiti duravano anni:
Il nero, il grigetto, un altro a spina di pesce.
E ognuno col suo panciotto sul quale durante il giorno
La catenella che pareva di diamanti
Tra un’asola e l’oriolo nel taschino si stendeva.
Lui certe sere era greve di vino.
Si spogliava nel sonno, puntava al mattino.
Ma si destava fresco come certe volte io
Adesso forse più vecchio di quella sua età,
Che lo sbirciavo ritrovare le sue spoglie:
La giacca dignitosa, i pantaloni
Dall’impeccabile piega. E perché
Non dire del fregio rosa sulle mutande?
Perché tacere il colletto inamidato?
Tutto così ringiocondiva a ogni
Risveglio – sbarbato e tranquillo
E di un colore chiaro se distese dal riposo
Sbiadivano sulle guance le venuzze capillari.
Quale decoro l’abito
Rinnovato ogni giorno, restaurato
Dal persistere della giovinezza!
Dico il nero, il grigetto, un altro a spina di pesce
E un quarto credo ereditato da un parente
Defunto: duravano anni.
Io li spiavo mattina dopo mattina
E lui spiavo impassibile a tutto:
Al passare del tempo,
Al male dei creditori.

***

C’è un calare di forze, un calare di brache.
Le note dei taccuini si pasticciano, né
Più giova registrare i nomi delle amanti
O gli incontri, i doni. Chi se ne frega,
Uno si dice, dell’ordine. E lì
Lui non ebbe più forza da dare ai suoi vestiti:
Di colpo furono vecchi.
Primo fu il nero umiliato dal lustro.
Poi sparì il grigio, poi quello a spina di pesce. Di-
Menticamioli. Altri ne furono addotti
In vece – da sartucoli azzeccagarbugli
Asserenti per mezzo delle vesti
Di portargli vigore.
Tra gli OH
Dei familiari che COME TI STA
BENE COME TI FA
GIOVANE mentivano e lui
Lasciava fare ma lo sapeva benissimo
Che anche i più ricchi panni perdono il loro pregio
Quando è mutato il corpo che li indossa.
Non ha più gloria da dargli.
In tre giorni si sfa il bel vestito.
Lui lo trascina nel suo precipitare.
Strappi e frittelle e bottoni penzolanti
Presto divelti da pestiferi infanti.
Muoia con me ogni orpello – sembra dire.
L’oriolo diventa aritmico.
Anche la Svizzera dà ore da impazzire.
Ah il triste riprovare – ché lui stava
Ancora in piedi tenuto su
Dall’appretto del nuovo ma per poco.
Nel cupio dissolvi di tutto poi ripiombava.
Ma ancora vivo da spaccare
Il guscio che l’imbracava
Quando gridava BASTA CON QUESTE FREGNACCE.

***

Perché come se fossero
Vivi vestiamo i morti?
Quanto più casta e giusta
È la nudità dei corpi che li avvicina
Al loro finalmente disincarnarsi!
Ma noi li mascheriamo così copriamo le ossa
Troncate perché fingano la supinità della catarsi

[da Il male dei creditori, 1977]

§§§

Minne Midons
E ogni altra cura lasciata
Esploro volumi
Alcuno che racconti:
È successo anche a me –
Dove la mente prigioniera stagni
Vostra o di chi non so
O che voi non sapete
Verso quali pensieri a quali mète
Mai mi svagassi anch’io
Su quella ferma strada
Dove c’incontra (narrano) lo sguardo
Che tutto e insieme vede
Chiamato Dio

§§§

Mai fu stella al suo spegnersi più pura
Né più carnale al suo sfarsi morgana
Come l’ambiguo raggio
Del volto vostro perla fissa e dura
Che pur mi dà coraggio
E che mi fa paura
Però troppo castiga e meno ama –
Dunque a voi lascio il premio dei miei stenti
Se Minne altrove chiama
A voi confido stemma ed armatura
Viola e durlindana
Voi che foste mio bene e mia sventura
Se Minne pur non siete
Aprite il chiuso dove mi chiudete.

§§§

E schiùditi – guscio di seta
Trapassate la pietra
Parole trapassate –
Muto di voi nel luogo di paura
E in orfane contrade
Accarezzavo la cara figura
Mia quasi vergine madre –
Vi assaporai confitto nelle ossa
Delle mie mani in croce
Vaghe lacrime e voce –
Da allora ch’ebbi in sorte e sempre poi
Gialla e nera di righe
Cavalcare alla morte
La tigre – che siete voi

[da Salutz, 1986]

MEDIUM – 23. ‘MAGIA ROSSA’

Uno degli ultimi capitoli da ‘Medium’, il libro pubblicato anni fa in forma digitale allargata e in print on demand. Chi desidera comprendere, può leggersi tutto quanto desidera, gratuitamente, ai link indicati, scaricando la versione integrale…

Il sito di MEDIUM
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MAGIA ROSSA

“Perché non mi ha lasciato andare?” chiedo. Sono disperato. Le parole fuoriescono come sassi dalla bocca a fessura, cadono ai miei piedi pronunciate. Un parto minerale.
Gretel Hinze sorseggia una tazza di tè, che io ho rifiutato. Mi trovo in uno stato di raggelamento che conosco bene e che da anni combatto: l’imperativo morale è disciogliere, disciogliersi. Sono qui mentre Federica, incinta, è trasportata d’urgenza alla clinica universitaria di Lipsia. Quelle urla, mi chiedeva di non abbandonarla e io invece…
Gretel Hinze appoggia sulla superficie in vetro del tavolino di fronte al divano la tazza. “Quanto accadrà, sarà giusto sia accaduto”.
La sostanza nera che ribolle in profondità erompe: “Mi sono rotto i coglioni dei vostri misteri. Cosa accadrà? Cosa deve accadere?”
La Hinze sorride come un’intima che da anni mi conosce e mi deplora. “Stai calmo. La calma aiuta. Ciò che accadrà va spiegato. Perché tu capisca, ci serve tempo. Poi vedrai coi tuoi occhi”.
“Cosa devo vedere?”

“La verità. Che ciò che racconto è una storia vera”.
“Per voi italiani inizia con il principio del secolo scorso e il nome dell’uomo decisivo non ti è sconosciuto, perché è per la morte inaspettata del figlio di lui che siamo riusciti a infilare nella delegazione del Partito tuo padre. Parlo di Giovanni Amendola, il padre di Giorgio. Il fondatore del movimento liberale. L’uomo del cosiddetto Aventino, il fiero oppositore di Mussolini, che lo fece trucidare in Francia nel 1926. Omicidio certo, ma misterioso. Giovanni Amendola, il padre del comunista riformatore Giorgio, era infatti un grande maestro di un ordine occulto: la Teosofia. Sai di cosa sto parlando, vero?”
“Una sètta. Fondata da Madame Blavatsky. Una fondazione che sa d’impostura. Un’eccentrica spiritista russa che individuò in Krishnamurti bambino, in mezzo all’India, il nuovo Messia. Fu sbugiardata dallo stesso Krishnamurti”.
“Direi che è un riassunto storico approssimativo, ma può starci…”. La Hinze sorbisce tè. Mi irrita. Non riesco a non pensare a Federica. “Comunque non è tanto la Società teosofica che interessa, quanto le tecniche meditative e medianiche che venivano divulgate dalla Blavatsky e da colei che le successe a capo della Teosofia, Annie Besant”.
“Le dico solo che in Italia, attualmente, la Blavatsky appare spesso in un fumetto horror e ironico, un culto nazionale che ha per protagonista un detective dell’ignoto di nome Dylan Dog”.
“E’ divulgazione anche quella. Nell’età in cui crolla tutto, crollano i saperi, crolla il comunismo, a non crollare sono le verità universali…”
“Che sarebbero quelle teosofiche?” domando, senza trattenere la stizza.
I morti vivono tra noi in altra forma. Il mondo vivrà l’apocalisse. Conquisteremo lo spazio extraplanetario. Le dimensioni sono multiple. Possiamo compiere viaggi nello spaziotempo. La mente umana può superare lo spazio e il tempo e accedere a dimensioni diverse inimmaginabili. La nostra storia fisica, in quanto specie, finirà. Queste verità sono credute dalla schiacciante maggioranza dell’umanità. Non tramontano mai. Tu ci credi?”
“Sì. Ma non mi parli di Dio”.
“Non ne ho parlato, infatti. Parlo di forze. Di potenze. Di forme. Forme sottili, percepibili da menti che hanno una chiara visione di ciò che è grossolanamente fisico”.
“E mio padre disponeva di queste… speciali qualità?”. Sono sardonico e la disprezzo. Penso a Federica sola all’ospedale. Tra qualche minuto mi alzo, prendo un taxi e la raggiungo. Il mio amore che si è paralizzato davanti a un’emula di Kolosimo…
“Giovanni Amendola, non ancora uomo politico, si occupava di Teosofia. Erano i tempi nei quali la sacerdotessa in titolo della Teosofia, Annie Besant, girava per l’Italia e teneva conferenze sulle teorie indiane sulla reincarnazione. Amendola – prima di divenire il virtuale leader della opposizione aventiniana al fascismo – era stato segnato dall’esperienza teosofica e da grandi interessi verso il mondo massonico e occultista. Molti autorevoli ‘fratelli di Loggia’ avevano patrocinato la creazione del Mondo, il giornale fondato dallo stesso Amendola nel 1922, e avevano aderito alla Unione Democratica Nazionale, il movimento antifascista da lui successivamente fondato. Divenne un profondo cultore della Teosofia e un esperto interprete del mito di Atlantide. Al continente sommerso Giovanni Amendola dedicò un articolo su La Nuova Parola, pubblicazione teosofica, nel luglio 1902, esaltando la sapienza degli antichi Atlantidi, capaci, pare, innalzarsi su velivoli già ventimila anni fa, in piena Glaciazione di Wurm. Fu nella sede romana della Società Teosofica che nel 1903 il giovane Amendola conobbe la futura moglie, la lituana Eva Kuhn. E’ lei stessa a ricordare come, grazie alla Teosofia, Amendola ‘allargò il cerchio delle sue conoscenze ed amicizie e lo stesso orizzonte della sua vita’. Tutta la famiglia Amendola può dirsi segnata da questa esperienza.
Lo spiritismo è sempre in connessione con un razionalismo materialista.
Va notata la coincidenza di data tra il Manifesto del partito comunista, nel 1848, con la prima seduta spiritica pubblica delle sorelle Fox”.
Mi fermo a riflettere. Mio padre e mia madre raccontavano di compagni di sezione, gente con la tessera del PCI, che aderivano alla Teosofia. Lo riferisco alla Hinze. Sto calmandomi. Se mi calmo, Federica sfuma in uno sfondo distante, oscuro, fatto di calma anch’esso.
“Il comunismo solleva domande radicali e ciò che è radicale conduce di forza allo sfondamento della materia. Il marxismo sembra parlare di materia e sta parlando di forze. Tuo padre, a metà degli anni Sessanta, partecipò ad alcune sedute di quegli amici di cui sai. Aderivano alla Società Teosofica. L’organizzazione non piacque a tuo padre. Ma le sedute lo scioccarono. Vide cose che non sospettava…”
“Le raccontò cosa vide?”
Parlò del Muro eretto a Berlino. Ne vide il crollo. Vide il crollo delle nazioni che applicavano la dottrina comunista. Vide la nascita di suo figlio mentre uomini in tuta bianca e casco nero saltavano sulla superficie lunare. Vide suo padre morire. Non sapeva, ovviamente, se si trattava di allucinazioni. Tenne tutto per sé. Era estremamente riservato”.
“Era introverso fino alla psicosi”.
“E’ ciò che credi tu”.
“Nascose tutto a tutti. Non gli interessava la Società Teosofica. E cosa successe?”
“Conobbe Peter. E Peter lo condusse a noi”.
“Peter chi?”
“Lo sai”.
“Peter Kolosimo…”
“Insegnava all’Umanitaria di Milano, una scuola professionale. Aveva studiato qui a Lipsia. Tornava, clandestinamente, a controllare gli esperimenti di visualizzazione. C’è un centro, qui vicino, un centro militare. Si compiono da decenni, lì, esperimenti di visualizzazione”.
Comunisti che praticano sedute spiritiche?”
“Puoi vederla così. Io dico: è il punto fragile del sistema che stiamo perforando, che abbiamo perforato. Tutti i Partiti Comunisti di Europa hanno contribuito a questo risultato”.
“In che senso?”
Gretel si ferma per riempire nuovamente la tazza. Le sue pupille azzurro baltico sembrano quelle di un husky. “In Europa, nello stesso giorno, alla stessa ora, a distanza di migliaia di chilometri l’uno dall’altro, membri dei Partiti Comunisti praticavano visualizzazioni, contemporaneamente. Una catena che legava menti singole in ogni angolo del Vecchio Continente. In Italia erano in quattro. Uno dei quattro era tuo padre”.
Sono senza parole. Non riesco a riallineare le due figure che il mio schermo mentale affianca: mio padre, l’umanista, il rigido burocrate, l’ingraiano, il laico supermaterialista; e la figura aliena descritta da una sconosciuta che parla un italiano distorto dalle durezze del tedesco, un padre sottoposto a un revisionismo radicale, che vede gli spettri e ci crede. “Non ci credo. Non è possibile. Non è mio padre”.
“Dici bene: non è il tuo padre, quello che hai immaginato e hai sperimentato. Ma ci sarà tempo per parlare di questo. Come della tua compagna”.
“Che compiti aveva questa catena a distanza di… visualizzatori?”
Realizzare il comunismo”.
La donna ha capacità retoriche, dunque. Mi lascia sorpreso. “Non significa nulla. Il comunismo si realizza storicamente. Nella DDR ci tentavate”.
“Ci tentatavamo a più livelli. Inoltre hai ancora una volta ragione: il comunismo si realizza storicamente. E cos’è la storia? Se l’uomo non esiste più, la storia si ferma?”
Resto muto, confuso ulteriormente.
“Avevamo visualizzato un pericolo imminente. E dovevamo intervenire. Un pericolo per il pianeta. Un pericolo per la specie tutta. La disgregazione. La fine della specie. Visualizzavamo cercando di strappare brandelli di informazione dal senzatempo, dove, concentrandoci, forme larvali comunicavano, fornivano dettagli, ma non arrivavamo a comprendere il disegno generale. Cosa doveva accaderci? Pensavamo all’esplosione di atomiche, allo scatenarsi della nuova guerra… Non ottenevamo conferme… Non andavamo oltre un certo punto: il futuro diventava nebuloso. Diventava buio.
Non eravamo pazzi. La storia di queste discipline, applicate in centri militari nello scorso secolo, a Est come a Ovest, deve ancora essere scritta. Qualcosa trapela. Ci applichiamo affinché ciò che trapela venga scambiato per grottesco, frutti marci di fantasie malate.
Avevamo ottenuto importanti risultati: avevamo identificato basi missilistiche sotterranee negli Stati Uniti, avevamo identificato l’omicida di Sadat un anno prima dell’omicidio, avevamo sventato un attentato ad Arafat, avevamo fornito al KGB i particolari – rivelatisi veri – di un attentato organizzato da collaterali della Cia infiltrati in URSS e si trattava di gas Sarin nella metropolitana moscovita, e sapevamo che un attentato identico avrebbe avuto luogo in Giappone decenni dopo. Tutti i visualizzatori avevano osservato sgretolarsi il Muro di Berlino. Un rapporto a Mielke sull’uomo dalla voglia viola sulla fronte che stava scalando le gerarchie del KGB: avvertimmo che si trattava di un infiltrato USA e che avrebbe avuto accesso ai massimi gradi del Cremlino. Mielke ci ignorò. Ma lo scopo reale, il perseguito per eccellenza, era lo scopo comune, la salvezza comune: la realizzazione soprannaturale del comunismo di specie, che si identifica con la pietà e l’empatia espresse nella sopravvivenza della specie umana. Un compito ecumenico, comunista.
Ognuno dei visualizzatori redigeva un rapporto. La centrale era qui, nella DDR, ed era soprannominata semplicemente Zentrum. Avevamo agenti che recapitavano i rapporti. Li esaminavamo, inviavamo istruzioni ai visualizzatori. Coordinavamo. Selezionavamo informazioni secondo gradi di attendibilità. Nel senzatempo tutto può essere una proiezione. Meditando profondamente, si è vittima di allucinazioni”.
Ho la possibilità. Ho un brandello. Ho la prossima liana a cui attaccarmi. “I rapporti redatti da mio padre. Se li vedo, ci credo”.
“Sono conservati al Centro. Ma abbiamo previsto questa tua richiesta. Perciò, eccone uno. Puoi leggerlo, ma poi questo foglio rittorna all’archivio del Centro”. Gretel Hinze si alza, raggiunge una madia in legno nerastro, uno dei due mobili presenti nella vasta stanza, la apre e ne estrae una cartellina in cartone consunto. Me la consegna.
La apro.
Il foglio è ingiallito.
E’ una pagina di block notes.
E’ datato 18 luglio 1972.
Avevo tre anni. Mia sorella sarebbe nata l’anno successivo.
Ecco la sua scrittura, calcata, meno tremula che negli anni finali, quando dovevo firmare io, lui presente, le liberatorie per le infusioni chemioterapiche.
mediumicoaudio.gif Milano, 18/7/1972, h:18.37
Rapporto di visualizzazione settimanale a ZENTRUM

Stato di rilassamento iniziale difficile da raggiungere, trovandomi nell’ufficio i rumori del traffico mi distraggono.
Ritardo iniziale nel raggiungimento dello “stato buio”.
Lunga attesa secondo la percezione interiore, poi rivelatasi nella norma.
Visione.
Spazio: intorno al pianeta Giove.
Tempo: anno 1994.
Vedo osservatori astronomici terrestri. Una donna. Cognome tedesco, ebraico tedesco: distintamente vedo Levi, a cui si aggiunge Schumacher o simile. L’anno precedente questa donna ha scoperto non una cometa, ma una scia di comete, 21, il numero appare preciso. Si muovono all’unisono e sono in orbita intorno a Giove. Sono destinate a impattare col pianeta nel 1994. Sto osservando, velocizzato, il loro impatto, che crea sconvolgimenti mai visti, che mi inducono una sensazione di intenso gelo interiore, tanto che a fine visualizzazione mi accorgo di tremare. Il freddo interno si dissolve dopo parecchi minuti dal termine della visualizzazione. Le 21 comete coprono una lunghezza di cinque milioni di chilometri. Impattano sulla superficie di Giove in sequenza. Ognuna di esse, entrando nell’atmosfera, sviluppa dieci milioni di volte l’energia esplosa a Hiroshima. E’ spaventoso. Avverto lo stridio, l’urlo del pianeta, che è come se fosse butterato, cicatrizzato. Dalla superficie, dove impattano le comete coi loro residui, si sollevano colonne che superano lo strato nebuloso di oltre due chilometri. Ogni sette ore, una cometa crolla sul pianeta. Il residuo maggiore misura tre chilometri, impatta con la superficie, è visibile la zona di dispersione dei detriti, è mostruoso, ha il perimetro del nostro pianeta ed è un’area totalmente nera.
Cicatrici roventi sulla superficie di Giove.
Spostamento dell’asse di rotazione.
Oceani di metano in esondazione e moti connettivi dovuti a ingente fuoriuscita lavica.
Intensa mutazione dell’assetto magnetico del sistema solare.
Pioggia di ozono in particelle sull’Australia.
Morte di uno degli osservatori astronomici terrestri, uno degli australiani, dovuta a incidente.
Inizio dello stato confusionale.
Nausea. Rigurgito.
Stato di buio.
Rilassamento e uscita dalla visualizzazione.
Rapporto consegnato il 4/8/1972 a A.M.
In fede, Vito Genna
La firma, la sintassi, quell’“In fede” che ha vergato davanti ai miei occhi migliaia di volte in calce a lettere e documenti e dichiarazioni, l’andamento della sottolineatura, le espressioni, le ellissi, i punti pressati con forza esagerata della penna: tutto il corredo stilistico dell’uomo che corrispondeva a mio padre. La scrittura è la sua, non ho dubbi. Mio padre ha scritto nel ‘72 di avere visto ventun comete impattare su Giove nel ‘94. Evento quanto mai assurdo anche in termini astronomici.
Dico a Gretel Hinze: “Ovviamente nel 1994, non è accaduto nulla di tutto ciò”.
“E’ accaduto tutto alla lettera. Abbiamo cercato di metterci in contatto con tuo padre. Ma lui aveva già lasciato…”
“Aveva abbandonato questa… attività?”
“Poi capirai. Quando avrai visto. Sappi però che nel 1993 una stringa di ventuno detriti di cometa lunga cinquemila chilometri fu identificata da Carolyn Shoemaker, sposata con il geologo David Levy. Quest’ultimo morì in un incidente d’auto nel 1997 mentre cercava crateri d’impatto asteroidale in Australia. La periodica S-L 9, la prima stringa di cometoidi intercettata da occhio umano, attraverso Hubble, si schiantò su Giove nel luglio 1994: ogni frammento a distanza di sette ore dal precedente, e con gli effetti ‘visti’ da tuo padre ventidue anni prima”.
Continuavo a rileggere quelle righe: cosa ero io, in quel momento, mentre mio padre redigeva un rapporto destinato a un Centro di sperimentazione psichica con sede nella DDR? A tre anni, bambino che non si lamentava mai e non piangeva mai… Il suo comunismo, la bandiera rossa sotto le cui insegne nacqui e sono cresciuto, non aveva forse una stella al culmine della falce? Una stella: nebulose, stringhe di comete, astri pulsanti…
Le domande erompono in me come da un camino geologico, come gli stormi alati degli alieni carnivori di Pitch Black, a vortice, domande carnivore. Spolpano mio padre. Ambiscono alla riconfigurazione. Il racconto della Hinze è per forza di cose colmo di buchi, lacero, straccio in punti decisivi.
Quale pericolo incombeva sul pianeta? Come si visualizza? Cos’è il senzatempo?
I particolari, i particolari… Tutto sta nel disegno generale o nei particolari?
E tu, papà, dove sei?
“Frau Hinze…”
“Sì”.
“Chi era mio padre?”.
“Ti porto a vederlo ora. Prima però facciamo una deviazione. C’è una cosa che ti appartiene, che deve tornare in tuo possesso”.
Si stava preparando a uscire.
Ogni mio passo in una pista magnetica, calamitato, calcolato. Una pista magnetica mentre si capovolge il magnetismo terrestre.
Peter Kolosimo.
Blavatsky.
Papà.
Voltandosi, mentre apre la porta ed estrae le chiavi dell’auto, la Hinze: “Ti manca?”
“Federica o mio padre?” rispondo d’istinto. Poi mi rendo conto che intende mio padre. Istruzione: lascia Federica nello sfondo buio e calmo dove riposa. Non preoccuparti per lei. Sento intensamente questa calma circonfonderla a distanza, ne sono sorpreso, è una serenità assonnata, come un bambino che si addormenta… Mi manca mio padre? “A folate. Folate di dolcezza. Una nostalgia stanca e dolce, un dolce riflesso buio. Sta dove sta. E’ dove è”.
Mentre chiude la porta: “E’ la tua elaborazione del lutto. Le cose non stanno propriamente così”.
Non stanno mai propriamente così.
Mio padre è il padre. Ovunque sia, si sta muovendo. Non è dove è.

Miserabile intervista sulla scrittura

“Esiste per me un piano fonico che è irrinunciabile. Sono per l’abbattimento dei generi all’interno del romanzo, ma lo sono anche tra due macrogeneri che invece vedo essere in perfetta continuità: cioè prosa e poesia…”

di MARIANO SABATINI

Definirebbe l’italiano una lingua facile o difficile? (e perché?)

La lingua italiana è la lingua più difficile al mondo. Su questo sono tanto categorico non tanto in ragione delle strutture sintattiche, grammaticali o foniche – quanto per questioni letterarie. L’italiano è la lingua letteraria più antica del mondo: un iraniano non capisce nulla di Gilgamesh in versione originale, così un greco contemporaneo non comprende Omero e un inglese oggi fatica a capire Chaucer o addirittura Shakespeare, e un francese non coglie nulla di Arnaut Daniel. Noi italiani comprendiamo, seppure non del tutto e perfettamente, Dante, Petrarca, Boccaccio. La nostra lingua arriva a noi praticamente immodificata (si pensi che, dopo Dante, il massimo introduttore di lessemi innovativi nella lingua italiana è D’Annunzio, nel Novecento). Abbiamo quindi un privilegio che è uno svantaggio e un’abnorme chance rispetto alle altre lingue: abbiamo sperimentato ogni forma. Non c’è una lingua più all’avanguardia di quella italiana, poiché non ce n’è una più esausta – forse addirittura ha oltrepassato il coma, la morte. Inventare linguisticamente, per un italiano, è un’opera di folle difficoltà. Se penso a Heaney, ho la percezione che stia facendo (in un inglese che è anche meticcio, come del resto quello di Walcott) quanto fece da noi Carducci più di un secolo fa. La chance sta nel fatto che la letteratura italiana si troverebbe nella posizione di avere superato la lingua di superficie. Tale chance è còlta da pochissimi scrittori contemporanei, e penso a Tommaso Pincio in primis, ma anche a Giulio Mozzi, che a mio parere ha la più profonda autocoscienza del mezzo letterario linguistico tra i prosatori italiani. E’ una tesi non del tutto mia, del resto: basti scorrere la bibliografia di Giorgio Agamben per condurre la latitudine Walser a quella pascoliana, fino a sprofondare nella scrittura in lingua vivente che è già morta.

Pensa che la pagina debba essere bella, e quindi perfetta, o farsi leggere comunque?

La pagina, almeno per quanto concerne un fatto di poetica personale, deve tenere conto di due fattori: quello linguistico italiano sopra accennato, e cioè l’esaurimento del “bello stile” come tradizione unificante – ciò significa l’abbattimento della linea neopetrarchesca o, nel Novecento, calviniana. Io propongo un modello di fondazione organica della narrazione italiana, compreso il piano superficiale linguistico, con lo Zibaldone di pensieri di Leopardi, secondo l’interpretazione datane da Mario Fubini – bisogna partire considerando la struttura come lingua, ma non nel senso dello strutturalismo e del post-strutturalismo, bensì rifacendosi al momento sorgivo in cui una narrazione non lineare ma organica, quale è a tutti gli effetti lo Zibaldone, viene alla luce con una lingua sconcertante. Questa lingua “sbaglia”, appositamente non si fa cristallina. Farsi leggere comunque: è questione di mercato e non mi interessa.

In base a cosa sceglie di narrare in prima o seconda persona?

Di solito la narrazione avviene in prima o terza persona. Rispetto ai miei colleghi contemporanei, utilizzando una modalità di apicalizzazione che mutuo da Hugo, in certi momenti o scene che definisco “emblematici”, adotto la seconda persona in una reiterazione di vocativi rivolti al personaggio. Non si tratta di dare fisicità al personaggio, bensì di fargli attraversare due fasi: una esplicitamente moralistica (io scrittore attacco moralisticamente il mio personaggio) per annullarlo, e quindi giungere a un vocativo che sia pietà, cioè empatia. E’ l’empatia la chiave di tutto l’utilizzo della seconda persona, che tenderei a privilegiare, se il lettore fosse disposto ad accettare un patto del genere, rispetto alla prima persona, che utilizzo per arrivare a sciogliere l’io, mediante visioni o spostamenti radicali della situazione in cui la prima persona viene a trovarsi. La terza persona mi è particolarmente odiosa, poiché è ormai cristallizzazione di una concezione del romanzesco come unico canone espressivo della narrazione: è ciò che contesto. Mi piacerebbe sottrarre la narrazione dal romanzesco, insomma…

Sceglie le parole anche per il suono?

Fondamentalmente, sì. Esiste per me un piano fonico che è irrinunciabile. Sono per l’abbattimento dei generi all’interno del romanzo, ma lo sono anche tra due macrogeneri che invece vedo essere in perfetta continuità: cioè prosa e poesia. Il lavoro fonico mi àncora a una tradizione che mi ingabbia, e questo ingabbiamento è fondamentale: mi spinge a cercare un varco e a piegare le sbarre. Non considero scrittura letteraria quella in cui non è compiuto un lavoro fonosimbolico (sia chiaro: in Pincio, esiste pochissima foné tradizionale: ma la scelta di scrivere in quella lingua mediana e “bianca” è una scelta dell’autore, che conosce perfettamente il piano fonico).

Meglio tanti o pochi aggettivi?

E’ una discussione che non ho mai compreso. Io sono portato a una scrittura iper-aggettivata, la quale viene tacciata o di barocchismo o di neo-espressionismo. Se si guarda alla scelta epica, ci si renderà conto della ricchezza aggettivale, che probabilmente abbatte il discorso delle formule reiterate e dei treni di parole come motivi mnemonici nel passaggio da una letteratura orale a una letteratura scritta. Posso dire che apprezzo più una scrittura con pochi aggettivi, cioè una scrittura che non pratico in prima persona: in questo, Houellebecq, che rientra tra i miei contemporanei prediletti, è cartesiano.
Quali libri tiene a portata di mano? (dizionario, sinonimi e contrari, grammatiche…)

Non ho mai utilizzato nessuno di questi strumenti. Se scrivo, tengo presenti molti libri che entrano nel libro che sto stendendo, e non sono a portata di mano, ma sparsi in angoli spesso remoti delle mie librerie. A ciò si aggiungono i testi che ho studiato per scrivere il libro – testi che solitamente superano la cinquantina.

Fa delle ricerche prima di mettersi a scrivere? (di che tipo?)

E’ a mio parere impossibile comporre un romanzo senza fare ricerche, cioè studiare. Ho calcolato che per l’ultimo libro che ho steso, il romanzo del 2008, sono circa 15.000 le pagine che ho studiato attentamente. Essendo estremamente pigro, mi muovo poco per ricerche sul campo, anche perché attingo a un patrimonio esperienziale abbastanza movimentato: ciò che ho esperito in passato, muovendomi attraverso varie situazioni, molto spesso entra nella scrittura in qualità di esperienza attuale. Spesso dietro il romanzo c’è un’investigazione, che è quasi sempre condotta in forza di un sospetto e di un desiderio inappagato (fino alla fine) di disvelamento. Ciò significa che i libri che ho finora pubblicato sono costruiti a più livelli. E’ curioso notare come l’investigazione effettiva sia l’elemento meno percepito dai lettori, nonostante sia posto in bella vista – un atto su cui ragiono spesso, poiché evidentemente tendo all’occultamento di quanto cerco senza scoprire nulla.

Cosa pensa degli avverbi? (li odia, li ama, li evita come la peste…)

Non li amo. Però è un’altra questione inesplicabile: dipende dall’uso che se ne fa. L’“ignominosamente” del verso di Luzi sulla morte della Repubblica, nella poesia in morte di Aldo Moro, ha una potenza altissima, per esempio.

Le parole che odia? (qualche esempio)

Quelle derivate senza filtri o ambiguità dalla lingua comune. I treni di parole (“come un libro aperto”). La lingua da supermarket. Per fare un esempio: “io”, il verbo “dovere”, il sostantivo “assenza”.

Meglio frasi lunghe o brevi?

Dipende dal protocollo. Il protocollo è ritmico. Io amo alternare violentemente ipotassi e paratassi, per cui a questa domanda non ho risposta. Amo molto, tuttavia, gli scrittori che si esprimono con frasi brevi, Kafka su tutti.

I verbi ausiliari: aiuto o condanna? (nel senso che non se ne riesce a fare a meno)

E’ per me una questione irrilevante, nel momento in cui percepisco la prosa come una continuità della poesia.

I suoi personaggi, di solito, sono ricalcati su persone reali?

Non sempre. Molto meno di quanto pensano certi miei lettori. Quando pensano che io sia veritiero e diretto, quasi sempre non lo sono: sto inventando. Nei thriller sono pochissimi i personaggi reali (o loro frammenti) che entrano nel gioco della scrittura. Quando autobiografizzo, spesso cambio un personaggio reale con un altro, per cui può capitare che mio zio sia in realtà mio cugino, che mio padre sia io – e non sempre i fatti sono riportati dal reale, spesso sono inventati di sana pianta.

Le descrizioni dei personaggi sono utili o è meglio desumerle da piccoli dettagli disseminati nella storia?

Odio descrivere i personaggi, sia fisicamente sia psicologicamente. C’è un mio personaggio seriale, l’ispettore Lopez, che regge quattro thriller senza mai essere descritto una volta. Anche la disseminazione degli indizi fisici e psicologici mi pare una tecnica preordinata, quindi finta, attinente alla finzione-finta che è il mio attuale nemico letterario.

Dovendo scegliere le ambientazioni preferisce andare sul luogo?

No, mai. Può capitare a volte che io ci sia stato. In un thriller compare Pechino, dove non ho mai messo piede, e Montecarlo, che mai ho visitato. Altrove c’è un’ampia descrizione di Amburgo, dove sono stato per un giorno. Tenderei a scrivere di Marte, e quindi la risposta viene da sé.

Quali esercizi sono utili per imparare a scrivere?

Leggere moltissimo. Poi leggere pochissimo. Meditare in silenzio.

Henry Miller su Jack Kerouac

di HENRY MILLER | dall’introduzione all’edizione italiana dei Sotterranei (Feltrinelli, il 15 giugno 1960)

Jack Kerouac ha violentato a tal punto la nostra immacolata prosa che essa non potrà più rifarsi una verginità. Appassionato cultore della lingua, Kerouac sa come usarla. Da virtuoso nato qual’è, egli si compiace di sfidare le leggi e le convenzioni dell’espressione letteraria ricorrendo ad una comunicazione rattratta scabra liberissima tra scrittore e lettore. Come ha detto egli stesso assai bene in The Essential & Spontaneous Prose: ” Prima soddisfa te stesso, e poi al lettore non mancherà lo choc telepatico e la corrispondenza significante perché nella tua e nella sua mente operando le stesse leggi psicologiche” . La sua integrità è tale che qualche volta dà l’impressione di andar contro i suoi stessi principi (Cancro? Canchero! Cosa importa, finché c’è la salute!). La sua cultura, tutt’altro che superficiale, lui si permette di strapazzarla come cosa di nessun conto. Contare? Niente conta. Ogni cosa ha la stessa importanza o non-importanza, da un punto di vista strettamente artistico.
Tuttavia sarebbe insensato dire che è uno scrittore freddo, cool. Anzi: è caldo, hot, incandescente. E mentre è lontano, distaccato, è anche vicinissimo ed espansivo, un fratello carnale, un alter ego. E’ qui e in ogni luogo, una specie di Ognuno. Spettatore ed oggetto contemplato. “Un santo della prosa, gentile, intelligente, sofferto” ha detto di lui Allen Ginsberg.
Si dice che il poeta, o il genio, precorra sempre i tempi. Vero, ma perché è tanto fortemente del suo tempo. “Smuovetevi”, incalza il poeta. “Non vedete che è tutta roba vecchia, roba di centomila anni fa?” (En marche! diceva Rimbaud.) Ma i cacastecchi non sono capaci di stargli dietro per questa strada. (Loro non sono ancora riusciti ad accettare Isidore Ducasse di Lautréamont.) E perciò che fanno? Ti buttano fuori dal nido, ti riducono alla fame, ti ficcano i denti in gola. Qualche volta sono anche meno pietosi: sostengono che non esisti neppure.
Tutto ciò che Kerouac ha descritto – questi personaggi – fantastici, fantasmagorici, ubiqui, ossessivi che hanno nomi che si possono leggere a dritto e a rovescio, queste vedute d’America struggenti, nostalgiche, intimamente grandiose, stereottiche, l’incubo di queste sfrenate corse nel vento su macchine truccate – e in più il linguaggio che egli usa (un Gautier alla rovescia) per descrivere le sue “cieloterrestri visioni” , il rapporto che esiste tra queste ipergoniche stravaganze e quelle perenni fioriture che sono l’Asino d’oro, il Satyricon e il Pantagruel, non sfugge neanche ai lettori di “Time” e di “Life” , dei condensati e dei fumetti.
Il buon poeta, o in questo caso lo “spontaneo prosodista bop” , è sempre sensibile alla lingua parlata del proprio tempo: lo swing, il beat, il ritmo metaforico-sincopato che possiede una rapidità, una vivezza, una pugnacità così incredibilmente (benché spassosamente) pazzesche, da risultare irriconoscibili fissate sulla carta. Irriconoscibili a tutti, s’intende, tranne che ai poeti. Poi la gente dice che l’ha “inventato” il poeta. Insinuando che l’ha diluito. Per dire : “L’ha preso”. L’ha preso, svuotato, afflosciato. (“Te lo sei ben lavorato, nazista.”)
Quando uno chiede: “Ma dove l’ha presa questa roba?” rispondi. “Da te!” Senti un po’: questo qui sta sveglio tutta la santa notte ad ascoltare con le orecchie e gli occhi. Una notte di mill’anni. Ascolta in grembo a sua madre, ascolta in culla, ascolta a scuola, ascolta nella sala borsa della vita dove si barattano sogni contro oro. E bada: è stufo di ascoltare. Vuole muoversi. Sbocciare. Ma tu glielo permetti?
Questa è un’epoca di miracoli. Il tempo dei superuomini è finito; i maniaci sessuali sono relegati in un limbo, gli spericolati funamboli si sono rotti l’osso dl collo. Epoca di meraviglie, in cui i nostri scienziati, con l’aiuto e per istigazione degli alti sacerdoti del Pentagono, distribuiscono gratuite informazioni sulla tecnica della distruzione, mutua ma totale. Progresso, eh sì! Ma realizzarlo in un romanzo leggibile, se sei capace. Ma non cianciate di vita-e-letteratura se siete dei necrofagi. Non scocciateci con discorsi di buona letteratura “pulita” – senza contaminazioni radioattive! Fate parlare i poeti. Saranno magari beat, ma non cavalcano certo nessun Jagannath a propulsione atomica. Credetemi, non c’è niente di pulito, non c’è niente di sano, nulla promette un’era di meraviglie – nulla tranne la parola. E l’ultima parola l’avranno probabilmente i Kerouac.
Quanto più giro il mondo, tanto più mi stupisce (e mi fa un immenso piacere) scoprire quanti lettori entusiastici abbia Kerouac. E tanto mi impressiona questo interesse mondiale per le sue opere se penso quanto sia difficile da tradurre. Naturalmente i giovani dappertutto sono curiosi del movimento dei beatnik, in rapporto al quale Kerouak sembra stare nella stessa posizione di un André Breton rispetto al Surrealismo. Io però non penso che la valutazione di Kerouac debba essere costretta dentro i limiti della sua società con i beatnik. Kerouac è uno scrittore originalissimo che potrebbe, senza sforzo, essere considerato caposcuola in qualsiasi movimento. Penso che egli sia il più promettente di tutti i giovani scrittori contemporanei, almeno in America. Come Thomas Wolfe, egli è posseduto da una forza vulcanica. E’ un poeta che con la sua opera dimostra una verità enunciata una volta da René Crevel: “la mancanza di coraggio è letale.”
E forse il suo maggiore contributo alla letteratura americana è proprio il coraggio che ispira ad altri scrittori. Dopo aver letto Kerouac è difficile ritornare a scrittori come Dos Passos, Hemingway, Steinbeck… o anche… anche al sottoscritto.

Invecchiamento

E’, ora, molto, difficile: invecchiare.

Lo è sempre stato e non era stato capito.

La nostra generazione è stata vittima, anche di se stessa, però anche del mondo, e di una accelerazione indebita sperimentata qua a Occidente. Inserita in un unico quadro di salti, di sismi, di singulti e, è nitido, di sangue altrui.

Pensavo: mio padre. Poco prima di morire diceva a me e mia sorella che non si riconosceva più in questo mondo. E intendeva che non riconosceva più questo mondo.
Quell’uomo aveva vissuto: i primi anni suoi nella guerra mondiale e i bombardamenti; e poi gli anni Cinquanta con il liceo e la metropoli ricostruentesi e le cose e le merci e quella umanità specifica italiana in quegli anni, i Cinquanta; il boom economico e la rivoluzione breve nei Sessanta; nei Settanta una più cupa lotta, incancrenita, metallica, e intanto l’introduzione della tecnologia che si sgancia dalla mano umana, lo strumento che rotea solitario nello spazio cosmico, inizia un’ulteriore propria e solamente sua evoluzione; la premessa dello sfascio negli Ottanta, la finanziarizzazione, un genere più insinuante e immateriale di alienazione; i Novanta con una introduzione silenziosa di tecnologia pervasiva, lontana dal suo sguardo; infine gli anni Zero, assolutamente non riconducibili ad alcun quadro precedente.
Aveva trapassato molti quadri storici occidentali e quindi aveva ceduto.
Avverto la pàtina stagnosa sulla sua lingua, il palato opaco, questo amaro di metallo che mi rende: fratello a mio padre.

Vedevo l’altra sera in amore uno helter skelter: era l’umanità dei figli ora qui.

Non attendevo questa ronda a vuoto, io, questo oscuro andare per cortili, solitario, di voltarmi, non riconoscendo ciò che mi era fino a ora stato familiare, e neanche di restare attento, minimamente essere presente a me, interrogarmi, circostanziale, allibito riguardando i miei simili dicendo quasi: addio.

Questo percepire l’esistenza è un’aberrazione, termine desunto dalla ottica. Significa: la differenza tra l’immagine effettiva, reale o virtuale, formata dal sistema e l’immagine che si voleva ottenere, immagine che di solito è bidimensionale e consiste in una proiezione geometrica della scena reale sul piano focale del sistema secondo i principi dell’ottica geometrica ideale. Le aberrazioni possono dare (di solito più sulla periferia dell’immagine che al suo centro) scarsa nitidezza, deformazioni dell’immagine, differenze tra le immagini corrispondenti ai diversi colori, non uniformità della luminosità.

Guardo, vivendo: la concrezione caleidoscopica. Essa è chiusa proprio come in quel cilindro delle minime meraviglie, sia pure con molte fosforiche assai colorate configurazioni. Questa piccola illusione è la Grande Illusione. Io sento questo.

Il mio problema consiste nelle configurazioni.

Il mio problema è consistente quando esistono le configurazioni.

Il mio problema è quanto insiste e sta insieme dentro le configurazioni.

Invecchiare si è dimostrato tanto sorprendente, che io non l’avevo visto fino a ora:

I’dico che pur dianzi
qual io non l’avea vista infin allora,
mi si scoverse: onde mi nacque un ghiaccio
nel core, et èvvi anchora,
et sarà sempre fin ch’i’ le sia in braccio.

Dunque vedendo, osserva il Petrarca, vedendola per davvero, e non per propri meriti, questa cosa, la Cosa, poiché essa si scopre da sola, si avverte un grande gelo, e non si smetterà di stare dentro il gelo fino a quando si sarà sopportati, portati da lei: la Cosa.

E ancora non sento il freddo.

Giordano Bruno:

“nell’eccesso delle contrarietadi: ha l’anima discordevole, se triema nelle gelate speranze, arde negli cuocenti desiri”

E ancora:

Ahi, qual condizion, natura, o sorte:
in viva morte morta vita vivo.
Amor m’ha morto (ahi lasso) di tal morte
che son di vit’insieme e morte privo.

Né il gelo né l’ardore. Anassagora:

Non sono separate le une dalle altre con un taglio della scure, né il caldo dal freddo, né il freddo dal caldo.

e però:

Il denso e umido e freddo e l’oscuro si è qui raccolto, dove ora (è la terra), mentre il raro, il caldo e l’asciutto s’è allontanato verso le zone esterne dell’etere.

Sentire né l’una né l’altra cosa non è non sentire.

I’allargo i miei pensieri
ad alta preda, et essi a me rivolti
morte mi dan con morsi crudi e fieri

Invecchiando, pensa Nietzsche, cioè una configurazione che secerne una configurazione meno fisica:

l’esigenza di redenzione diventa sempre più debole

In effetti, più entro nell’età, più aderisco alla misura del tempo, e più desidero astenermi dalle costruzioni della storia dell’umanità. Diminuisce la capacità di considerare l’esistenza un problema.

Ricordo: alla base del faro non c’è luce.

Cediamo agli affetti. Sono decidui e mostreranno quanto cedere c’è nello stare in essi pienamente. Portano oltre se stessi. Il dolore è fatto di calma gioia, la gioia è fatta di una gioia altra e calma. La calma gioia è tutto, in tutto. Sia abbandonata la configurazione.

Apprendimento al distacco con tutto il corpo, cioè con parte della mente: invecchiamento.

Pensa per te.

Io non mori’ e non rimasi vivo;
pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,
qual io divenni, d’uno e d’altro privo.