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Philip Roth: “Guardando Kafka”

Un’intervista di Antonio Monda a Philip Roth, uscita su la Repubblica, in occasione della pubblicazione einaudiana di «”Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno”, ovvero, guardando Kafka». L’omaggio e l’affronte di un grande scrittore a un genio della letteratura.

di ANTONIO MONDA | da la Repubblica, 16 Maggio 2011

Philip Roth aveva appena compiuto quaranta anni quando scrisse “Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno”, ovvero, guardando Kafka, uno dei suoi scritti più inventivi, sofferti e bizzarri, uscito per Einaudi (pagg. 40, euro 8, traduzione di Norman Gobetti). In quel periodo scoprì una fotografia dello scrittore ceco scattata quando Kafka aveva la sua stessa età. L´immagine lo colpì profondamente, e decise di scriverne: «È il 1924, con ogni probabilità l´anno più dolce e pieno di speranza della sua vita adulta, e l´anno della sua morte». La foto comunica in primo luogo angoscia, e Roth riflette sulla tragedia che avrebbe sconvolto il mondo da lì a pochi anni, che Kafka evitò a causa della morte per tubercolosi: «C´è un tratto familiare ebraico nel naso, un naso lungo e leggermente appesantito in punta – il naso di metà dei ragazzi ebrei che erano miei amici alle superiori. Crani cesellati come questo furono spalati a migliaia dai forni; se fosse sopravvissuto, il suo sarebbe stato fra quelli, insieme ai crani delle tre sorelle minori. Ovviamente pensare a Franz Kafka ad Auschwitz non è più orribile che pensare a chiunque altro ad Auschwitz. Ma lui morì troppo presto per l´olocausto».
Questo senso di cupa ineluttabilità e della relazione tra un dramma personale ed una tragedia universale è l´elemento principale di un testo strutturato in due sezioni: una riflessione su Kafka uomo e scrittore (la prima parte è il testo di una lezione all´Università della Pennsylvania) ed una folgorante invenzione letteraria, nella quale si immagina che Kafka si sia trasferito in America, divenga a sua volta docente, nonché amico della famiglia Roth, al punto che i genitori del futuro scrittore americano immaginano di presentargli Rodha, una zia nubile, perché convoli con lei a nozze. Nel breve testo Roth è un bambino di nove anni che insieme agli amici ribattezza Kafka Dr. Kishka, termine yiddish per “intestino”, a causa dell´alito pesante. Il giovane Roth è tuttavia affascinato da Kafka, al punto da imitarne lo strano accento e dai suoi racconti scopre cosa sta succedendo in Europa. «Ovviamente tutto questo è immaginario» racconta lo scrittore nel suo appartamento dell´Upper West Side «ma è assolutamente vera la crescente fascinazione che ho vissuto nei confronti di Kafka, al punto da voler visitare i luoghi in cui ha vissuto e conoscere alcuni parenti».

Che importanza ha avuto per lei Kafka come scrittore?

«L´ho sempre considerato un mago, come Beckett e Bellow: quando lo leggi cerchi di entrare nella sua scrittura e nel suo mondo per capirne i segreti, senza tuttavia riuscirvi. C´è qualcosa di magico, anzi di miracoloso nel suo universo letterario. Le prime cose che ho letto sono stati i racconti: La Metamorfosi e Nella Colonia Penale, poi Il processo, Il castello, America, le lettere e quindi la biografia di Max Brod. Kafka mi affascina ancora di più come persona, con i suoi tormenti ed il suo particolarissimo punto di vista sul mondo. All´inizio degli anni Settanta sono andato ogni primavera a Praga, dove ho conosciuto Milan Kundera ed altri scrittori oppressi dalla dittatura comunista. Rimasi molto colpito dalla loro disperazione e questo mi avvicinò ulteriormente a Kafka. Conobbi anche Vera Saudkova, una delle sue nipoti, che aveva perso il lavoro per questioni politiche. Mi raccontò della madre, e delle altre due sorelle di Kafka, morte ad Auschwitz. Lei era riuscita miracolosamente a sopravvivere perché il padre non era ebreo. In quel periodo cercai di capire l´uomo ancora prima dello scrittore: ricordo che mi mostrò le foto, e i suoi luoghi di lavoro. Feci lo stesso anni dopo, quando conobbi, a Londra, Marianne Steiner, un´altra nipote, figlia della sorella Wally».

E. L. Doctorow ha detto che Kafka non appartiene ad alcuna nazionalità, perché è universale.

«È certamente universale, perché in grado di parlare a chiunque. Era tedesco, ebreo e ceco. Sono elementi essenziali per comprendere la sua intimità e la sua grandezza. La sua lingua era il tedesco, ma quando scriveva in ceco la sua fidanzata Milena supervisionava la scrittura».

L´elemento ebraico dell´opera e della personalità di Kafka hanno avuto molto peso nel modo in cui lei racconta il suo rapporto con l´ebraismo?

«Non ho mai messo le due cose in relazione diretta, certo in Kafka l´elemento ebraico è determinante. Per quanto mi riguarda, è evidente che si tratta del tema centrale di tutto il mio lavoro».

Che importanza ha avuto nella sua vita l´insegnamento?

«Ho sempre amato insegnare. Ho iniziato a Chicago subito dopo il servizio militare, ed avevo appena ventiquattro anni. Poi ho insegnato all´Università della Pennsylvania per dodici anni. È stata la mia vera educazione letteraria: dovevo studiare gli autori che insegnavo, per essere in grado di discutere con gli studenti».

Quali erano gli autori che prediligeva insegnare?

«Scrittori europei: tra gli italiani Ignazio Silone, Primo Levi e Carlo Levi. Tra i francesi Colette, Genet, Céline e Mauriac».

Ha avuto a sua volta buoni maestri?

«Ho studiato al Bucknell College, in Pennsylvania: non era una grande scuola, ma nel mio dipartimento c´erano degli ottimi professori, e ho capito quanto possa essere determinante una buona educazione. Ricordo in particolare le lezioni su Beowulf e Virginia Woolf».

Lei immagina che Kafka inviti la zia Rodha al cinema. Come mai?

«Perché era il modo per evadere dalla quotidianità, di sognare. Il luogo dove ci si poteva innamorare. Rodha è un personaggio inventato, ma avevo una zia che le assomigliava molto, che rimase nubile tutta la vita».

Kafka incoraggia la zia Rodha a recitare nelle Tre Sorelle di Cechov.

«È una idea che mi è venuta da una lettera di Kafka, nel quale cita Cechov, con evidente ammirazione».

Nella sua storia immaginaria in America, Kafka rimane un uomo alienato dalla società che lo circonda.

«Altrimenti avrei tradito il vero Kafka. La mia storia cerca di riproporre alcune sue caratteristiche: le angosce, le incertezze, le fragilità di un uomo tormentato, ma anche alcune insospettate certezze».

Saul Bellow ha scritto che “nella storie della tradizione ebraica il mondo, e persino l´universo, ha un significato umano. L´immaginazione ebraica si è resa colpevole di ‘sovraumanizzare’ ogni cosa”.

«In questo sono diverso da lui: io temo che la vita ci porti troppo spesso a “sottoumanizzare”. Credo in altre parole che si debba partire sempre dagli esseri umani».

La cosa più tragica è che il Kafka immaginario “Non lascia nemmeno libri: niente Processo, niente Castello, niente diari”. Sembra che l´arte sia più importante della stessa vita.

«No, assolutamente no. Come scrittore, e soprattutto come appassionato di Kafka lamento la possibile assenza di grandissimi libri, ma la vita viene sempre prima. Altrimenti non sarebbe possibile fare buona arte».

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‘Ultimo discorso radio dell’Imperatore’

Sono doppiamente orgoglioso di essere stato chiamato a pubblicare un racconto in una particolare miscellanea: un’antologia di interventi contro il nucleare (e questo è il primo motivo per cui sono orgoglioso), intitolata La fine dei dinosauri; l’antologia è pubblicata in coedizione con Aliberti dai tipi Nottetempo, quest’ultimo tra gli editori che più ammiro nell’italico contesto. Tutti i particolari inerenti al libro sono reperibili qui.

Ultimo discorso radio dell’Imperatore

“Ai nostri onorevoli e leali sudditi. Il nemico ha cominciato a usare un nuovo tipo di bomba, inumano. I danni che essa è in grado di arrecare sono incalcolabili ed esigono un tributo elevato di vite umane innocenti. Proseguire la guerra a queste condizioni non porterebbe soltanto all’annichilimento della nazione, ma anche alla distruzione dell’intera civiltà umana. È per questo che, secondo i dettami dell’epoca e del destino, ci siamo decisi a lastricare la strada dalla grande pace per tutte le generazioni future, sopportando l’insopportabile e tollerando l’intollerabile. In particolare dovete stare attenti a evitare ogni scatto emotivo che potrebbe generare complicazioni inutili, cosí come vi asterrete da conflitti e alterchi che potrebbero creare confusione, risultando gravemente fuorvianti”.
Sua Maestà Imperiale Showa (昭和天皇 Shōwa Tennō) nato Hirohito (裕仁 Hirohito), discorso di accettazione della Dichiarazione di Potsdam e di resa del Giappone, trasmesso dalla Agenzia Informativa Domei in radio, il 14 agosto 1945.

Ai nostri onorevoli e leali sudditi.
Il nemico ha cominciato a usare un nuovo tipo di bomba, inumano. I danni che essa è in grado di arrecare sono incalcolabili ed esigono un tributo elevato di vite umane innocenti. Proseguire la guerra a queste condizioni non porterebbe soltanto all’annichilamento della nazione, ma alla distruzione anche della intera civiltà umana. È per questo motivo che, secondo i dettami dell’epoca e del destino, ci siamo decisi a lastricare la strada della grande pace per tutte le generazioni future, sopportando l’insopportabile e tollerando l’intollerabile. In particolare dovete porre estrema attenzione a evitare ogni scatto emotivo che possa generare complicazioni inutili, cosí come vi asterrete da conflitti e alterchi che potrebbero creare confusione, risultando gravemente fuorvianti.
In breve tempo, a questo modo, credendo nella divinità di chi parla attraverso il vostro Imperatore, voi sarete sappiamo capaci di determinarvi divinamente insenzienti a qualunque provocazione della natura e dell’uomo, del tempo e dell’ambiente, della storia e di ciò che non la governa.
Il popolo giapponese, che nell’apparenza indubitabile delle cose appare oggi sconfitto nella sua piú intima essenza, pure conoscendo esso che non esiste popolo alcuno e nessuna intima essenza, e viene in questo luminoso giorno a una nuova capacità di irradiazione divina, per decreto biologico degli elementi decaduti.

Sagoma di fumo umano stampata sul muro bianco dalle radiazioni: un bambino che era e in un istante non fu piú, secondo i dettami dell’epoca nucleare e del destino.

Amici, sudditi onorevoli e leali: lo stampo, la traccia nella storia e la sagoma lieve e cinerea del ragazzino nucleare, quello stampo lieve umano, il mio piccolo little boy giapponese ucciso dal Little Boy americano, è divenuto un’ombra calcinata in un muro evaporando nel fuoco grande a Hiroshima, che ci svela la natura e della permanenza e della impermanenza, sapete, è come sapete la grande sintesi di opposti inconciliabili e irrappresentabili, ovunque e qualunque opposto ha qui la sua quietata pacificazione, l’odio e l’amore, l’esistenza fisica psichica e la morte fisica psichica, la empietà e la pietà, la concentrazione e la dispersione, la terra e l’aria, il fuoco e l’acqua, la tenebra e la luce, il nato e il perito: oh!, amici sudditi: è tale l’effetto della trasmutazione dei metalli!

Tutti voi, dopo queste mie parole, obbedendo, sarete divenuti quello stampo che era e non è, un luogo dove fu un umano. Sarete divenuti la razza in avanguardia di natura divina. È la razza partorita da e riassorbita in Amaterasuō-mi-kami (天照大御神), meglio nota come Amaterasu la Dea.
Cosí, abbandonati i metalli pesanti, trasmuterete.

Tra molto tempo noi aboliremo la letteratura.
I nomi e le forme saranno altri, altre.
Essi, esse radieranno secondo frequenze immortali.
Noi sostituiremo le icone sacre con nuove piú sacre e icone.
I cartoni si animeranno. I disegni diverranno semplici e sempre contemporanei, in quanto posti a rappresentare sempre un futuro eterno. Qualunque epoca cerchi di interpretarli, essi esprimeranno sempre futuro a venire.
Chiunque li guardi vi vedrà sempre un futuro: un futuro sempre.
Noi abbiamo a Hiroshima mangiato 64,13 chilogrammi di uranio arricchito allo 80%, pari a 2.4 masse critiche, noi abbiamo digerito questo, noi siamo trasmutati in questo e siamo divenuti contenitori di metalli pesanti in una carne altrettanto pesante, sudditi onorevoli e leali.
È stato un definitivo ammaestramento.
E quindi noi vi ammaestreremo in quanto non reagirete con il minimo scarto emotivo, che sarebbe fuorviante. A tale fine noi a voi invieremo immagini in movimento, il frutto e l’esito di una nuova specie di radiazione, avendo spezzato per sempre il nucleo della specie, avendola resa immateriale ma attiva nelle sue radiazioni.
La specie sta irradiando da venticinquemila anni su questo pianeta e non sappiamo in quanto tempo decadrà.
La nostra è una specie divina e radioattiva.
La nostra è una specie nucleare e spezzata.
Costruendo, ricostruendo l’aspetto visibile e materiale del Giappone (l’invisibile non avendo possibilità di mutazione), noi produrremo le immagini in movimento di UFO Robot Goldrake (UFOロボグレンダイザー, UFO Robot Grendizer, traslitterato in UFO Robo Gurendaizā), un aníme irradiato nell’etere da un oggetto televisivo, prodotto nel lontano triennio 1975-1977. Sarà stata la prima serie mecha giapponese importata in Italia, originariamente trasmessa con il nome di Atlas UFO Robot nell’ambito del programma di Maria Giovanna Elmi Buonasera con… nel lontano triennio 1978-’80.
Lí dentro è possibile vedere tutto: l’uomo Actarus non è umano e guida il robot fotovoltaico Goldrake essendo stato adottato in una centrale nucleare da suo padre adottivo dottor Procton.
È presente ovunque in quegli anni molta paura sulla Terra!
Questa la canzone tradizionale che fa da sigla di questo Goldrake e fa capire che qualunque energia è buona nell’universo, anche nello spazio extratmosferico terrestre, la radioattività non esiste, tutto è radioattivo per qualcos’altro:

Ufo Robot, Ufo Robot
Ufo Robot, Ufo Robot

Si trasforma in un razzo missile con circuiti di mille valvole
fra le stelle sprinta e va…

Mangia libri di cibernetica, insalata di matematica
e a giocar su Marte va…

Lui respira nell’aria cosmica
è un miracolo di elettronica, ma un cuore umano ha…

Ma chi è?, Ma chi è?
Ufo Robot, Ufo Robot

Lancia laser che sembran fulmini, è protetto da scudi termici,
sentinella lui ci fa.
Quando schiaccia un pulsante magico lui diventa un’ipergalattico,
lotta per l’umanità…

Ufo Robot, Ufo Robot
Ufo Robot, Ufo Robot

E anche la canzone tradizionale diventerà questa sigla finale, ultima, al termine di una tale rappresentazione sacra, essa significa quanta bellezza sia in tutta questa radioattività sempre futura:

Va’, distruggi il male, va’! (Goldrake!)
Va’, (Goldrake!)

Mille armi tu hai non arrenderti mai,
perché il bene tu sei, sei con noi.

Vai, contro i mostri lanciati da Vega,
Vai, che il tuo cuore nessuno lo piega.
Con te, la razza umana non morirà,
invincibile sei perché Actarus c’è
che combatte con te dentro te.

Va’, distruggi il male, va’! (Alabarda Spaziale!)
Va’!(Lame Rotanti!)
Va’! (Pioggia di fuoco!)

Mille armi tu hai non arrenderti mai,
perché il bene tu sei, sei con noi.

Vai, c’è sul radar la flotta di Vega.
Vai, il tuo corpo di acciaio solleva,
con te, io sto tranquillo se ci sei tu,
io resto quaggiú e tu scatti lassú,
sentinella nel blu vai lassú. (Goldrake!)

E cosí noi faremo evolvere le immagini e la lingua.
Le nostre bolle e le nostre pustole, carnali e linguistiche, incendiate da supreme emorragie, il fallout della lingua che insegna a tutti voi diventati giapponesi su questo pianeta nipponizzato, sudditi onorevoli e leali – voi vivrete questo nel futuro evolutivo che abbiamo pensato per voi che dovete pensare e penserete quanto si deve pensare, per esempio che abbiamo bisogno della collaborazione degli altri! Che si è progresso! Che non bisogna avere scatti emotivi!
E cosí l’animazione di queste immagini aníme e manga, questi cartoni che hanno un’anima, evolveranno combattendo con voi dentro voi. Con voi la razza umana non morirà, il che è il contrario di ciò che accadrà, ma non soltanto perché vi sono radiazioni letali dopo il Grande Sisma che prevediamo per il 2011, quando avremo installato cinquantotto centrali nucleari nella nostra nazione del Sole Che Si Leva e levandosi lascia il posto al Nucleo Che Non Si Leverà Mai.
Noi evolveremo nel disastro di Fukushima che sarà la località irradiata.
La pioggia di fuoco su lame rotanti respirando l’aria cosmica che non esiste.
Ulteriori immagini e cartoni che si animano di fuoco mentale vi avremo dato, facendoli evolvere, un balzo dal futuro in un ulteriore futuro, talmente distante da noi da non essere neppure piú ascrivibile al tempo.
In tali animazioni di ciò che è inerte noi compiremo un’immensa, immensa magia.
Faremo evolvere i cartoni, faremo evolvere le anime.
La radioattività sarà nell’immagine e nella lingua tutta radioattiva.

In aníme e manga di Naruto, uno jutsu (術, “Tecnica” o “Abilità”) sarà un termine generale per indicare una qualsiasi tecnica che un ninja può impiegare, ma che un normale essere umano probabilmente sarebbe incapace di praticare o imitare. Il jutsu spesso si basa sulla manipolazione del chakra attraverso vari metodi, di cui i piú comuni sono i sigilli delle mani, ispirati ai caratteri dello zodiaco cinese. In alcuni casi, la linea che separa una semplice azione e uno jutsu è molto sottile e vaga, tanto che lascerà spazio per qualche battuta. (Naruto: “Cosa? Come ti sei slegato?!”, a cui risponderà Sasuke: “Tecnica dello Scioglimento dei Nodi. È una tecnica base”).
E cosí Amaterasu la Dea diventerà questo nei nostri sacri disegni animati, un codice non facilmente decrittabile e però leggibile, come dimostra il fatto che lo stiamo leggendo in un discorso radio: Amaterasu sarà un’arte magica utilizzabile solo da chi ha ottenuto lo Sharingan Ipnotico in seguito a un grande shock affettivo (per esempio: Itachi uccise il suo migliore amico, Sasuke, vedendo morire suo fratello). Viene considerato uno dei jutsu piú potenti in assoluto. Il nome deriva dalla precedente dimenticata Amaterasu la Dea. Dalla affermazione di Itachi nel Capitolo 389, si comprende che l’Amaterasu brucia finché il soggetto non ne rimane completamente consumato a meno che l’utilizzatore non lo blocchi in tempo, mentre Jiraiya afferma che le fiamme non si spengono prima di una settimana, se non vengono arrestate. Questa tecnica consiste nel puntare con lo Sharingan Ipnotico il soggetto e di eseguire l’Amaterasu, a questo punto il fuoco seguirà il soggetto fino a colpirlo e a consumarlo completamente, l’unica cosa che lo ha fermato è stata la sabbia di Gaara. Sasuke sviluppa il proprio jutsu di Amaterasu nell’occhio sinistro a seguito della acquisizione dello Sharingan Ipnotico e di conseguenza anche lui è in grado di usarlo, e grazie allo jutsu Kagutsuchi, anche di manipolarlo. Nell’adattamento italiano dell’aníme viene chiamata Fiamma Nera.

Quindi saremo già esondati.
Lo tsunami delle immagini e degli ammaestramenti giapponesi avrà colpito le Coste Pacifiche, radiando la trasmutazione genetica.
Infatti gli altri popoli non divini verranno ammaestrati anche con l’uomo radioattivo di nome Homer Simpson, immagine di persona bidimensionale della famiglia de I Simpson in una rappresentazione sacra di un futuro passato e venturo apparentemente occidentale, che sarà stato sottilmente inculcato da noi, insinuando immagini seducenti nell’occhio occidentale.

La sigla iniziale de I Simpson ha Homer Simpson, esce dalla centrale nucleare senza sapere che una barra di plutonio, verde fosforescente, sulla quale stava lavorando, gli è finita nella tuta (dopo un rimbalzo sulla incudine!), per poi accorgersene in macchina e gettarla dal finestrino con noncuranza!
A seguito del Grande Sisma che avrà colpito il Giappone nel marzo 2011, la situazione sul fronte nucleare sarà inoltre disastrosa. Dopo l’incidente avvenuto a Fukushima, in Svizzera avranno ritenuto inopportune le puntate de I Simpson in cui i pasticci sul lavoro di Homer Simpson rischiano di causare incidenti nucleari, e avranno deciso di eliminarle dalla programmazione. Ricordiamo che, pur non avendo nessuna qualifica particolare, Homer Simpson è responsabile della sicurezza presso la centrale nucleare di Springfield; a causa delle sue distrazioni, l’intero impianto è stato piú volte messo a rischio, sfiorando il collasso. In molte occasioni si è visto il protagonista sventare una catastrofe semplicemente premendo un pulsante a caso, e alla televisione svizzero-tedesca hanno deciso di procedere alla censura.

Tutto non vero.
La radianza di elementi dannosi per la salute umana, dovuta a spezzamenti repentini molecolari, atomici, nucleari, con evidente desertificazione di zone previamente abitabili dalla specie, è letale per la vita umana e dunque per la storia del regno umano sul pianeta terrestre – e non per altro o altre specie.
La radioattività è indifferente.
Fuori dall’umano non è male né bene.
Il pianeta terrestre sotto radiazioni, dopo i collassi degli organi interni dell’ultimo rappresentante della razza umana, non sarà deserto. Fioriranno magnifiche specie a cui è indifferente la radioattività, blatte e ratti e vegetazioni mutanti abnormi, un pianeta verdissimo, ricco di moltissime specie vegetali e animali radioattive, splendenti.
Marte è un pianeta su cui ci trasferiremo facendo spingere i nostri corpi con propellenti radioattivi.
Nello spazio cosmico non si propagano onde radio e tuttavia nello spazio, nell’etere giungerà il nostro discorso radio.
Estinti i corpi umani tutti, chi vedrà, nel silenzio pneumatico, collassare come organi malati due sfere planetarie, un immenso schianto che è male o bene?, dove è la storia che è una barra di umano arricchito, nociva, che decade dopo moltissimo tempo e poi decade, del tutto?
Sudditi onorevoli e leali, che la nazione continui come un’unica famiglia la propria esistenza di generazione in generazione, sempre piú confidando nell’impossibilità che periscano le sue divine lande, e consapevole del suo fardello di pesanti responsabilità, e del lungo cammino che precede tutto ciò. Unite le vostre forze in una devozione assoluta alla costruzione del futuro. Coltivate la via della rettitudine, della nobiltà di spirito, e con risoluzione impegnatevi a fare crescere ed esaltare la gloria dell’Imperatore. Mantenete la pace insieme con il progresso del mondo.

Nella radianza noi viviamo di una luce innaturale.

L’Imperatore

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Carol Wilson: Impermanenza

“Quanto più profondamente riusciamo a vivere nella verità dell’impermanenza, tanto più ci apriamo a uno stato di non agitazione del cuore e della mente. Tuttavia per ottenere veramente questo stato dobbiamo poter andar oltre tutti gli strati dei nostri condizionamenti e processi mentali.”

di CAROL WILSON | da Insight, autunno 1999, traduzione di Erica Ongaro

Mi vengono in mente due domande quando penso all’insegnamento dell’impermanenza rispetto alla mia vita. Crediamo veramente che le cose sono impermanenti, che tutte le esperienze sono impermanenti, che tutti i fenomeni che sorgono poi passano? Ci crediamo veramente? L’altra domanda derivante dalla prima riflessione è la seguente: qual è l’effetto sulla nostra vita quotidiana del vivere alla luce di tale verità? Riflettere su queste domande comporta un esame degli strati più sottili della meditazione per vedere quale rapporto abbiamo coll’impermanenza ai diversi livelli.
Prendiamo in esame la prima domanda: crediamo veramente che tutto quello che sorge poi passa e che tutti i fenomeni che sorgono non sono destinati a durare? Di tutte le diverse verità di cui il Buddha parla quella relativa all’impermanenza – come sono le cose – è la più facile da capire intellettualmente. È un’idea accettata anche dall’uomo della strada che non si occupa troppo di questioni filosofiche: “Sì le cose cambiano”.
Concettualmente tale verità è facilmente comprensibile, non ci sono problemi. Ma è così che viviamo? Tutti noi saremmo forse qui se riuscissimo a vivere con agio in una perenne danza col fluire dell’esistenza? Questo è quanto m’interessa veramente scoprire.
Io so di aver effettivamente sperimentato che tutto sorge e tutto passa e che non c’è alcun luogo dove fermarsi e riposare. Tuttavia, prendendo me stessa come esempio – e presumo di non essere la sola – tutte le volte che nella mia vita qualcosa che apprezzo e che mi piace cambia dico forse: “Bene, le condizioni che permettevano tale esperienza sono mutate ed essa sta passando.”? Può darsi che alla fine arrivi a questa conclusione, ma essa non è certamente la mia prima reazione spontanea alla perdita di qualcosa che mi piace.
Dico forse “Mio padre è affetto dal morbo di Parkinson e non ci vede più, ciò è dovuto solo al fatto che le cose sono cambiate?”. Certamente no, perché sento il dolore di vederlo soffrire; e questo è normale. E provo compassione per lui. E avverto anche la paura e mi chiedo: “Come posso fare perché ciò non accada? Come posso porvi rimedio?”.
È così che reagiamo verso il nostro corpo, le persone che amiamo, i rapporti che cambiano, la perdita di un lavoro e perfino col ginocchio che comincia a dolere nel bel mezzo di una seduta. La nostra prima reazione, pur sapendo che tutte le condizioni sono soggette a cambiare è: “Qualcosa è andato storto ed ecco il cambiamento. Se riesco a capire cos’è che non ha funzionato, posso intervenire”. Non è forse così che finiamo col rispondere? E tale risposta è spesso accompagnata da grande sofferenza.
Anche se l’ho sperimentato migliaia di volte, non mi risulta ancora facile accettare che la sofferenza non riguarda il cambiamento stesso. La sofferenza, se la guardo proprio fino in fondo, è legata alla mia reazione al cambiamento; è insita nella mia negazione, nella non accettazione, nel mio fondamentale rifiuto a sentire il dolore o la perdita.
Paradossalmente, sono affascinata dal fatto che, pur sapendo qualcosa così lucidamente, vivo spesso la mia vita come se non lo sapessi affatto. È vero, sotto sotto vogliamo che le esperienze piacevoli non se ne vadano, ma che permangano e non vogliamo che ci accadano cose spiacevoli. Possiamo investigare tale paura nella nostra pratica meditativa come pure nella nostra vita e di nuovo troveremo che a un certo livello rifiutiamo ancora che tutte le esperienze piacevoli sorgano e passino e che tutto ciò che è spiacevole vada e venga. È proprio fuori dal nostro controllo. Se solo potessimo fluire con le esperienze piacevoli e con quelle spiacevoli al loro sorgere e scomparire, non avremmo difficoltà a vivere la nostra vita.
Perché siamo condizionati in tal modo? È un’abitudine mentale, ricerchiamo il piacevole e non sopportiamo quello che non ci piace, e qui ci blocchiamo. Non è la verità, ma una nostra abitudine, un’abitudine profonda.
Qualcuno oggi mi ha detto: “Mi sono accorto che non cerco mai di stare male. Cerco sempre di stare bene”. Ecco come ci muoviamo nella vita. Nessuno è triste quando il mal di testa se ne va o quando il cattivo tempo diventa bello e non diciamo mai: “Oh uffa, è ritornato il bel tempo!”. Invece pensiamo: “Ora che tutto va bene mi sento in armonia”. L’impermanenza è dunque un problema solo quando è il piacevole a mutare, quando scompare il luogo che cerchiamo dove riposarci. Ci attacchiamo al bello anche se tutti noi sappiamo razionalmente che il problema non sta nel cambiamento. Il problema è il nostro attaccamento.
È nostro compito esaminare tale tendenza all’attaccamento. Perché continuiamo a perpetuare tale attaccamento, a ripeterlo all’infinito?
Se ci fermiamo a guardare vediamo che sotto il desiderio c’è l’attaccamento al piacevole. Da qualche parte sotto quel desiderio noi crediamo, anche se non lo diciamo, che esista la possibilità di trovare un luogo dove trovare pace, sentirsi a proprio agio e provare piacere e che questo luogo sia fondamentalmente permanente. È così infatti che ci muoviamo nella nostra vita, alla continua ricerca di questo luogo dove riposarci e nell’attaccamento a quel senso di sicurezza.
Quello che più ci turba del carattere inevitabile e assoluto dell’impermanenza è il fatto che non prevede alcun luogo dove poter riposare. Per noi che desideriamo un luogo dove riposare (e chi non lo desidera?) tutto ciò sembra spaventoso, tremendo, ed è motivo d’insicurezza e d’inaffidabilità. In realtà è proprio il nostro voler afferrare qualsiasi esperienza fenomenica – esteriore come pure interiore – l’eterna ricerca di un luogo dove trovar rifugio, che è all’origine della sofferenza nella nostra vita ed è molto difficile vedere tutto ciò.
Vi siete mai trovati in mezzo a un terremoto con tante scosse d’assestamento? Io sì, una volta; il terremoto faceva paura, ma era anche divertente. C’era la meraviglia per quello che stava succedendo, ma eravamo anche sconvolti per le scosse d’assestamento che si susseguirono per tre giorni di seguito; non era possibile rilassarsi sulla terra, a letto o a tavola. Appena ci si rilassava, la terra cominciava a tremare di nuovo, ogni cinque minuti. Naturalmente la radio trasmetteva in continuazione: “C’è il venticinque per cento di possibilità che la grande scossa avvenga nei prossimi tre giorni”. Così non era nemmeno possibile pensare: “È solo una scossa d’assestamento”. Il pensiero fisso era: “Eccola? Devo correre fuori da casa? Dobbiamo stare lontani dalle finestre? No, si sta assestando”. Non appena ci si lasciava andare e ci si rilassava, ecco che i termosifoni cominciavano a tremare in mezzo alla notte e bisognava saltar fuori dal letto, afferrare la torcia e correre all’aperto, e così per tre giorni.
Tale esperienza mi ha fatto provare il massimo senso d’insicurezza. Avevo sempre creduto che la terra fosse solida, immutabile e pronta ad aiutarmi. Poi scoprii che le cose non stavano esattamente così e che non potevo fare proprio nulla per cambiare tutto ciò. Per molti anni le scosse d’assestamento del terremoto hanno rappresentato per me una metafora. Tale esperienza mi ha rivelato l’effetto che l’incertezza di un continuo cambiamento può avere sulla mente e sul cuore che cerca la felicità di una stabilità immutevole. È proprio il nostro attaccamento a qualsiasi esperienza fenomenica che sta passando, sia essa esteriore che interiore, la nostra eterna ricerca di un luogo dove fermarci per riposare, che produce la sofferenza nella nostra vita, anche se può essere molto difficile riconoscerlo. La libertà proviene invece non tanto dall’aver trovato un luogo dove riposare, quanto dal non aver più bisogno di cercare un tale luogo.
C’è un bellissimo passo del Sutta del Diamante che dice: “Dimora nella pace colui che non dimora in alcun luogo”. Il trucco sta nella rinuncia a cercare di dimorare o riposare o arrestare il flusso da qualche parte, una ricerca che in realtà non fa altro che perpetuare il senso d’angoscia. È proprio la ricerca di un luogo dove riposare, di solito nel piacevole, che è così profondamente sconvolgente.
Anche quando ci addestriamo a essere consapevoli e osserviamo come tutte le esperienze sembrino andare e venire, possiamo non accorgerci che noi stiamo ancora guardando il tutto. Il noi (o l’io) è vissuto come un’entità immutabile che osserva, ma così non va ancora bene. La nostra ansia diventa allora: “Vedo veramente che tutto è mutevole e ciononostante non sono libero? Perché continuo a soffrire?”. Tale ansia è molto sottile e molto profonda.
Il rifletterci non ci aiuta a uscirne fuori, tuttavia il pensarci ci stimola a investigare. Possiamo imparare a rivolgere un’attenzione sollecita a tutte le diverse manifestazioni dell’io-mio. Può sembrare che esista un’entità stabile da cui posso osservare come il mondo cambia, ma sembra così solo per mancanza d’investigazione, mancanza d’attenzione. Di solito, non pensiamo di rivolgere la nostra attenzione all’io-mio, a quel punto di stabilità a cui cerchiamo di aggrapparci.
Possiamo diventare così coinvolti nella ricerca di una dimora pacifica, nella ricerca della felicità, che ci sfugge la possibilità di lasciar semplicemente andare tale ricerca. Lasciar andare quella continua altalena tra il piacevole e lo spiacevole, tra il provare simpatia o avversione; semplicemente lasciare andare lo sforzo continuo di manipolare l’esperienza. Siamo così coinvolti nei nostri giudizi, reazioni, valutazioni, interpretazioni, riflessioni su tutto ciò che accade, che spesso non siamo neppure in contatto con ciò che ci sta veramente accadendo. Non ci accorgiamo che l’ostacolo alla pace non è l’esperienza stessa ma il fatto che siamo identificati nelle nostre stesse reazioni. Non notiamo come dice Thich Nhat Hanh che “La felicità è a nostra disposizione, basta servirsene”. È sufficiente cessare di lottare, cessare di voler afferrare.
Una volta qualcuno mi disse che la realtà della vita può essere paragonata allo stare rinchiusi in una prigione in cui siamo così impegnati a risistemare il mobilio per sentirci più a nostro agio che non ci accorgiamo che la porta è aperta e che potremmo semplicemente andarcene. Così facciamo nella nostra vita, rimettendo continuamente a posto i nostri mobili. È sorprendente come non ci accorgiamo di questa verità, o forse non vogliamo crederci. Se però riusciamo ad affrontare con presenza totale, coerenza, prontezza, accettazione e vigilanza assolute solo quello che sta accadendo in questo momento, tutto vi è già contenuto. Questa è l’essenza della non dimora.
Non si tratta però di un luogo che possiamo conoscere concettualmente. È molto difficile parlarne, perché non è qualcosa di concreto. L’essenza della non-dimora è una totale immediatezza di presenza, col mal di testa o senza, in mezzo all’ingorgo stradale o lontani da esso. Non importa affatto quello che sta accadendo. E lo penso davvero. Non è una metafora. Non importa veramente cosa stia accadendo. Non solo sul cuscino ma da un punto di vista assoluto.
È possibile crederci? Non solo crederci ma avere sufficiente fede da cercarlo? La libertà del cuore, della mente, non ha nulla a che fare con il manifestarsi e lo scomparire di una qualsiasi esperienza fenomenica e se essa ci piaccia o no. Ha a che fare coll’immediatezza, con la totalità, con l’apertura e una chiara presenza. E ciò esige in quel momento un’accettazione totale. Accettazione totale non significa rassegnazione. Non significa: “Bene, qualunque brutta cosa possa accadere, io rimarrò seduto qui e lascerò che la gente mi cammini sopra”. Significa piuttosto: “In questo momento accade questo. Non si può cambiare, perché sta già accadendo. Riesco in quel momento a starci dentro con presenza e attenzione assolute, senza resistenza e senza attaccamento?”.
Sì, questa è la pratica della presenza mentale, momento per momento. Non è pensare: “Sarò così per il resto della mia vita”. Questo è solo un altro pensiero. La presenza mentale ha luogo in questo momento, come il respiro entra ed esce dal corpo, è proprio lì; è una presenza vigile, totalmente accettante, senza alcuna discriminazione o preferenza. Naturalmente sono più che consapevole che è più facile dirlo che farlo.
Mi è di gran sollievo ritornare a questa consapevolezza in situazioni difficili, come quando, per andare all’aeroporto, mi trovo bloccata in mezzo al traffico. Tutti abbiamo avuto questo tipo d’esperienza. Possiamo struggerci per la rabbia e far finta di nulla. Possiamo farlo un po’, ma dopo qualche minuto ci chiediamo: “Come mai sto digrignando i denti? Perché mai mi arrabbio con il mio amico?”. Alla fine ammettiamo: “Non c’è nulla da fare, ho perso l’aereo, cosa succederà! Non c’era nulla da fare dall’inizio”.
In questo momento lasciamo andare. Nulla di grandioso vero? Non assomiglia per niente a quello che ci s’immagina quando il Buddha parla di quello stato eccelso di pace sublime che è la liberazione, ottenuta tramite il non-attaccamento. Questo non corrisponde forse alla nostra idea di liberazione. Ma può essere un inizio, bloccati nel traffico, abbiamo perduto l’aereo, impotenti di fronte alla situazione, ciononostante veramente tranquilli. Siamo in pace in quel momento, perché abbiamo lasciato andare tutti i nostri pensieri su come dovrebbero andare le cose e ci stiamo aprendo alle cose così come sono. Uno stato di non-dimora. Non dimora perché il modo in cui le cose sono ora cambierà il momento successivo.
Dunque il massimo che possiamo fare è dimorare in questo momento, così com’è, senza attaccamento, senza resistenza, perché nel momento successivo c’è qualcos’altro. E tutto fa parte del flusso.
Il Buddha ha affermato ripetutamente: lo stato supremo di pace sublime è stato scoperto dal Tathagata, e cioè la liberazione attraverso il non attaccamento. Questo è un modo diverso per esprimere la non dimora. Aprirsi semplicemente al momento, con presenza totale, è la nostra via all’affidarsi. Vivere nella verità dell’Impermanenza, aprirsi a essa, così come la sperimentiamo, che ciò accada quando una persona amata si ammala o muore o nell’osservare la nostra agitazione durante una seduta, che iniziata piacevolmente, diventa improvvisamente spiacevole. Qualsiasi sia la natura della nostra esperienza, quello che possiamo fare è prestare attenzione a quei momenti di resistenza al cambiamento e aprirci alla nuova realtà.
Quanto più profondamente riusciamo a vivere nella verità dell’impermanenza, tanto più ci apriamo a uno stato di non agitazione del cuore e della mente. Tuttavia per ottenere veramente questo stato dobbiamo poter andar oltre tutti gli strati dei nostri condizionamenti e processi mentali. Ci può essere di grande aiuto in questo caso la precisione della pratica meditativa.
Nel praticare la presenza mentale, noi scopriamo maniere sempre più ricercate con cui manipoliamo la nostra esperienza per ottenere qualcosa di piacevole o per ricreare qualche esperienza che abbiamo già avuto o di cui abbiamo letto e che riteniamo sia quello. Sì, ho trovato. In realtà non siamo troppo attenti, perché se guardassimo veramente bene, scopriremmo che sono le condizioni a far sorgere anche tale esperienza. Scopriremmo che stiamo manipolando pesantemente le condizioni per far accadere questo. Ecco perché dobbiamo continuare a investigare e vedere a un livello più sottile. Non c’è nulla per cui dobbiamo giudicarci. Potremmo piuttosto pensare: “Sì, vedo l’inganno. Non mi lascerò ingannare di nuovo. Forse un’altra volta, ma questa non ci casco”.
La nostra pratica di consapevolezza, lo stare semplicemente con il respiro, con le sensazioni, con i suoni, includendo man mano le emozioni e le sfumature delle sensazioni e i pensieri – così come sono – è un luogo dove cominciamo a riconoscere il potenziale di libertà. Non importa di che cosa ci stiamo occupando; è la qualità della presenza mentale stessa a permetterci di vedere la verità. Qualunque sia la natura dell’esperienza, è la nostra volontà a portarci sopra la consapevolezza non-discriminante, partecipe e senza preferenza, che ci permette sempre di nuovo di entrare in risonanza con la pace del non dimorare. Tale momento assomiglia alla situazione dell’ingorgo stradale quando improvvisamente lasciamo andare ogni volontà di controllo. È un rapido momento di vera pace.
Poi la nostra mente concettuale cerca di conoscere e valutare tale esperienza dicendo: “Ecco come ci si sente” oppure “È così che sembra essere” o “È così”. Naturalmente, nel frattempo l’esperienza è passata. Allora ci meravigliamo e dubitiamo e non ci fidiamo veramente. Per quanto mi concerne, mi sforzo talmente tanto a farmi un’idea di come si possa manifestare e come ci si senta quando il cuore è veramente rilassato, come si esprima la mente del non attaccamento che dimentico la realtà, il potenziale di pace qui e ora. Perché in realtà è ovvio ed è sempre disponibile. È così normale che facilmente cadiamo nel cercare qualcosa di più.
C’è una storia nei Sutta Pali che narra dell’insegnamento del Buddha a Bahiya sul vestito di corteccia. Bahiya si era recato dal Buddha mentre questi stava raccogliendo l’elemosina, insistendo che il Buddha si occupasse delle sue ansie. Parte di quello che il Buddha disse a Bahiya relativamente ai sei sensi fu:

Quando in ciò che è visto ci sia solo ciò che è visto, in ciò che è udito solo ciò che è udito, in ciò che è toccato solo ciò che è toccato, in ciò che è conosciuto solo ciò che è conosciuto, allora Bahiya, non sarai in quello, quando non sei in quello, non sarai né qui né dall’altra parte, né in mezzo ai due. Questa è la fine della sofferenza. (Udana 1.10)

Queste parole del Buddha indicano direttamente la fine della sofferenza. Quello che sta dicendo, secondo me, è che non siamo bloccati in questo, non siamo bloccati in quello, come non siamo bloccati da qualche parte tra i due. In quanto esseri umani desideriamo dimorare nella pace, ma i Buddha non hanno alcuna dimora.
In altre parole, non c’è un posto fisso, non c’è un luogo dove arrivare, non c’è nulla da desiderare. Non ci si attacca ad alcuna esperienza. Quando non siamo né in questo né in quello, allora non dimoriamo da nessuna parte. C’è solo la semplicità dell’esperienza, il vedere, l’ascoltare, l’odorare, il gustare, il toccare, il sentire il corpo e l’attività della mente.
Questo è per me l’invito insito nella pratica della presenza mentale. Sembra ingannevolmente semplice. Quando parliamo di portare la pura attenzione, la mente di principiante, su qualsiasi esperienza stia sorgendo nel momento, è proprio questo che stiamo dicendo. Siamo in grado di farlo? Riusciamo a vivere nella comprensione che questo è tutto quello che c’è? Siamo capaci di sperimentare la vita in tale maniera?
Ciò che è interessante è come, spesso, non siamo in grado di farlo, nonostante le nostre migliori intenzioni. E non abbiamo neppure una vaga idea di cosa stia accadendo, dato che aggiungiamo talmente tante cose a livello di percezione e di pensiero. Al funerale di Bahiya il Buddha disse:

Quando un saggio (…) è giunto a conoscere ciò per se stesso, grazie alla sua esperienza, allora egli è libero dalla forma e dal senza forma. Liberato dal piacere e dalla sofferenza.

Liberato dal piacere e dalla sofferenza? Ben poche persone arrivano alla pratica perché vogliono essere liberate dal piacere. Tuttavia è questa la vera libertà a cui allude il Buddha. Liberi da tutti i nostri attaccamenti. E questo è tutto. Questo è veramente tutto. Però è molto, molto difficile portare un’attenzione da principiante sulle esperienze senza conclusioni, preconcetti o pregiudizi. Questo è l’obiettivo della pratica della presenza mentale.
L’invito è alla semplicità. Non è facile. È radicale. In realtà, si tratta della rinuncia più grande, perché ogni qual volta siamo disposti a lasciar andare l’io-mio, il castello crolla. E possiamo lasciare andare. Non dobbiamo por fine a esso; non dobbiamo far nulla, basta lasciar accadere e riportare l’attenzione alla semplicità del sentire, vedere, gustare, odorare, toccare, pensare, immaginare.
È tutto qua. È la rinuncia in un momento, la rinuncia all’attaccamento e all’identificazione che ci permette di vedere attraverso l’intero ciclo del samsara, e che ci permette di interrompere per sempre l’eterno ciclo del divenire.

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Inedito: “Mimesi del progresso alle storie”

Un inedito dall’opera in perenne progresso: “E di notte: storie. Vaticini. Paurosi. Mostri. || Mettere il sasso perfetto, liscissimo, ovoidale, delicato, nella bocca nella saliva e succhiare, succhiare la pietra. || Io che fui minerale, che fui vegetale: sono”.

Tieni me, tu, tieni a me, madre dolcissima.
Affronta, tu, me, padre dolcissimo tardi.
Fratelli, tutti, sorelle, tutte, amiamoci, senza differenze usuali, senza quelle tremende sorti.
Castriamoci. Uniti andiamo. Uniti saremo.
Finalmente saremo. Finalmente, finalmente…

Qui non cresce e si sviluppa, coperta, la parola.
Questa parola si fermi.
Si fermi qui, su carta, nell’aria, l’amore.
Traccia di, senso di: capogiro.

Ossicino che viene nell’interno del gomito dell’amato, dell’amata, posando sulla costola, con dolcezza di senso e tremito di tutto l’essere intero. Intero? Essere?

Animale in tundra antica, fatta di vapori l’aria.

Un dì i nostri padri uscirono da caverne buie intatti, la nuova forma è assunta.

Il puzzo concrezionato della bavaglia di peli unti sul petto noi, dopo.
Noi dopo di noi.

Ambiente salino, cerebellum contaminarsi in acque, se nel fango, se nella melma, nell’acqua torbida io, io nuoto.

Strisciando sui grani d’oro di sabbia calda, la schiena esposta con la vertebrale lunga e orizzontale, a scatto, sotto lontano il sole.

Minuscolo, rattrappito, increscioso, puteolente, artigliato da animali ignoti, riparato nell’alveo del tronco a pena bucato da intemperie che sono state qui quando io non sono stato qui: io.

E di notte: storie. Vaticini. Paurosi. Mostri.

Mettere il sasso perfetto, liscissimo, ovoidale, delicato, nella bocca nella saliva e succhiare, succhiare la pietra.
Io che fui minerale, che fui vegetale: sono.

Uomo vegetale in tanta erta unito a un vapore che… un vapore che…
Svapna. Sonno, qualificato, con i sogni.

Io sono entrato tra le due erte: bosco.

Vidi tre animali, e ferocissimi m’interdissero essi la strada, verdastra buia, nell’incedere incerto, il cuore esplose in battiti veloci, pulsante e ossesso, continuamente, pulsando sempre differenziava e prima e ora e dopo, questi tre animali feroci, questi mostri bui, questa lingua che

non si muove e non favella

e fu di colpo buio e quindi si aprì un pertugio e io, io ivi entrai in fuga e in ansia da quanto era stato e fu, teso tantissimo a quanto sarà stato di me, a quanto sarà, niente dimenticato, niente, sì, teso là, io, uscii ed era interno e vidi un’ombra e l’ombra, essa, a forma umana, mi parlò e disse, ed essa mi guidò, senza vedere dove, io, fedele, là la seguii, per i perigli e ognidove, snodando il corpo quando lo spazio si fece stretto e io, io dimenticai con sonno e non conforto di essere inviato altrove, io, qui, e poi riuscii a un azzurro che ricorda terso il mare e nuovo il cielo e un monte apparvero, tre, tutti insieme, e il monte a fatica salimmo io e l’uomo incerto che mi guida al fianco al buio e svaporò nell’immensa luce, è di azzurro, etere e metallo rarefatto, fino alla cima dove io, io vidi donna da un cielo calare, dove?, da dove?, si calò, tutto si fermava, fu fermo, niente più niente da dire, da raccontare, da raccogliere, io addivenni quanto ero stato, inaccorto, dall’inizio, ora, l’eccezione, tutto finisce e tutto in sé si va, sì, riassumendo, e no, niente, non una fine e non un inizio, e però è, questo, dimenticato, è, è questo, è, finché nuovamente non uomo io mi sovvenni, di questo io non ricordai né ombra né luce e svenni e non vidi mondo o luce, niente e tanto niente parla per bocca mia, per dita che segnano la traccia e graffiano l’etere crollando essi, segni, per l’aria marina e dopo qui, segno esso stesso ominide riassunto, sì, attacca un filo e pare numinoso e, di schiena, curve e macre nella schiena viste le vertebrali e i peli, a bavaglia, puteolenti, le tre bestie feroci questo filo d’io vede e parla, viene da niente e parla, su questa carta inesistente.

E dice:
Senza niente sapere mi applico alla varianza di ciò che non comprendo.

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Deleuze: ‘La legge, l’umorismo e l’ironia’

Non soltanto de Sade e von Masoch – sono Freud & Kafka gli implicati ne “Il freddo e il crudele” di Deleuze: “L’umorismo masochista è il seguente: la stessa legge che mi impedisce di realizzare un desiderio sotto pena di una conseguente punizione è ora una legge che pone la punizione all’inizio e mi ordina di conseguenza di soddisfare il desiderio”.

di GILLES DELEUZE | da Il freddo e il crudele, SE 1996

Ma ecco aprirsi, con il pensiero moderno, la possibilità di una nuova ironia e di un nuovo umorismo. L’ironia e l’umorismo sono ora diretti verso un rovesciamento della legge. Ritroviamo Sade e Masoch. Sade e Masoch rappresentano le due grandi imprese di una contestazione, di un rovesciamento radicale della legge. Continuiamo a chiamare ironia il movimento che consiste nel superare la legge verso un più alto principio, per riconoscere alla legge soltanto un potere secondo. Ma cosa accade precisamente quando il principio superiore non esiste più, non può più essere un Bene capace di fondare la legge e di giustificare il potere che essa gli ha delegato? Sade ce lo dice.
La legge in tutte le sue forme (naturale, morale, politica) è la regola di una natura seconda, sempre legata a delle esigenze di conservazione, e che usurpa la vera sovranità. Poco importa che, secondo un’alternativa ben conosciuta, la legge venga concepita come esprimente la forza impositrice del più forte, o al contrario l’unione protettrice dei deboli. Poiché questi padroni e questi schiavi, questi forti e questi deboli, appartengono interamente alla natura seconda; è l’unione dei deboli che favorisce e suscita il tiranno, è il tiranno che ha bisogno di una tale unione per essere. E comunque la legge è la mistificazione, non è il potere delegato, ma il potere usurpato, nell’abominevole complicità degli schiavi e dei loro padroni. Si noterà a quale punto Sade denuncia il regime della legge come il regime, al tempo stesso, dei tiranni e dei tirannizzati. Infatti, si è tirannizzati soltanto dalla legge: “Sono infinitamente meno temibíli le passioni del mio vicino dell’ingiustizia delle leggi, poiché le prime sono contenute dalle mie, mentre nulla arresta, nulla contrasta le ingiustizie della legge”.
Ma, anche e soprattutto, soltanto la legge origina il tiranno, e, come dice Chigi in Juliette: “I tiranni non nascono mai nell’anarchia, li vedrete sorgere solo all’ombra delle leggi, o da esse autorizzati”. Questo è l’essenziale del pensiero di Sade: il suo odio del tiranno, il modo in cui mostra che la legge rende possibile il tiranno. Il tiranno parla il linguaggio della legge, non ha altro linguaggio. Ha bisogno dell'”ombra delle leggi”; e gli eroi di Sade si trovano investiti di una strana antitirannia, parlando come nessun tiranno potrebbe parlare, come nessun tiranno ha mai parlato, istituendo un contro-linguaggio.
La legge è dunque superata verso un più alto principio, ma questo principio non è più un Bene che la fonda; è al contrario l’Idea di un Male, Essere supremo in malvagità, che la rovescia. Rovesciamento del platonismo, rovesciamento della stessa legge. Il superamento della legge implica la scoperta di una natura prima che si contrappone in ogni punto alle esigenze e ai regni della natura seconda. E’ per questo che l’Idea del male assoluto, quale è incarnata in questa natura prima, non si confonde né con la tirannia, che presuppone ancora le leggi, né con una composizione di capriccio e di arbitrio. Il suo modello superiore e impersonale è situato piuttosto nelle istituzioni anarchiche di movimento perpetuo e di rivoluzione permanente. Sade lo ricorda spesso: la legge non può essere superata che verso l’anarchia come istituzione. E il fatto che l’anarchia non possa essere istituita che entro due regimi di legge, un antico regime che essa abolisce e un nuovo regime che genera, non impedisce che questo breve momento divino, pressoché ridotto a zero, testimoni della sua fondamentale differenza da tutte le leggi. “Il regno delle leggi è viziato; è inferiore a quello dell’anarchia; la prova più esauriente di quel che dico è l’obbligo dello stesso governo di tuffarsi nell’anarchia quando vuol rinnovare la propria costituzione”. Vi è superamento della legge soltanto in un principio che la rovescia e ne nega il potere.
Viceversa, sarebbe insufficiente presentare l’eroe masochista come sottomesso alle leggi e lieto di esserlo. Si è altrove segnalata tutta la derisione insita nella sottomissione masochista, e la provocazione, la potenza critica, insita in questa apparente docilità. Semplicemente il masochista attacca la legge da un lato diverso. Chiamiamo umorismo non più il movimento che sale dalla legge verso un più alto principio, ma il movimento che discende dalla legge verso le sue conseguenze. Tutti conosciamo i modi di raggirare la legge per eccesso di zelo: è mediante la sua scrupolosa applicazione che si tende a mostrarne l’assurdità, e a suscitare precisamente quel disordine che si presumeva dovesse impedire o scongiurare. Si prende la legge in parola, alla lettera; non si contesta il suo carattere ultimo o primo; si fa come se, in virtù di questo carattere, la legge riservasse a sé i piaceri che ci vieta.
Così, a forza di osservare la legge, di sposare la legge, si potrà gustare qualcosa di tali piaceri. La legge non è più rovesciata ironicamente, risalendo verso un principio, bensì raggirata umoristicamente, obliquamente, per approfondimento delle conseguenze. Ora, ogni volta che consideriamo un fantasma o un rito masochisti siamo colpiti fatto che la più stretta applicazione della legge ha l’effetto opposto a quello che normalmente era lecito attendersi (per esempio i colpi di frusta, lungi dal punire o dal prevenire un’erezione, la provocano, la garantiscono). E’ una dimostrazione di assurdità. Considerando la legge come processo punitivo, il masochista comincia col farsi infliggere una punizione; e in questa punizione scopre paradossalmente una ragione che l’autorizza, e perfino che gli comanda di provare il piacere che la legge era tenuta a impedirgli.
L’umorismo masochista è il seguente: la stessa legge che mi impedisce di realizzare un desiderio sotto pena di una conseguente punizione è ora una legge che pone la punizione all’inizio e mi ordina di conseguenza di soddisfare il. desiderio. Reik, ancora una volta: ha analizzato con esattezza questo processo: il masochismo non significa piacere nel dolore e neppure nella punizione. Tutt’al più il masochista trova nella punizione o nel dolore un piacere preliminare; ma il suo vero piacere lo scopre dopo, in quello che l’applicazione della punizione rende possibile. Il masochista deve subire la punizione prima di provare il piacere. Sarebbe dannoso confondere questa successione temporale con una causalità logica: la sofferenza non è causa di piacere, ma condizione preliminare indispensabile alla venuta del piacere. “L’inversione nel tempo indica un’inversione di contenuto.[…] Il Tu non devi fare questo è stato trasformato nel Tu devi fare questo. […]
Una dimostrazione dell’assurdità della punizione viene ottenuta mostrando che una tale punizione per un piacere proibito condiziona precisamente questo stesso piacere”.(1) Questo procedimento si riflette nelle altre determinazioni del masochista – disconoscimento, sospensione, fantasma – che formano altrettante figure dell’umorismo. Ecco allora che il masochista è insolente, per ossequiosità, ribelle per sottomissione: in breve, è l’umorista, il logico delle conseguenze, così come l’ironista sadico era il logico dei principi.
Partendo dall’idea che la legge non può essere fondata sul Bene, ma deve basarsi sulla sua forma, l’eroe sadico inventa un nuovo modo di risalire dalla legge a un principio superiore; ma questo principio è l’elemento informale di una natura prima che distrugge le leggi. Partendo dall’altra scoperta moderna, che la legge alimenta la colpevolezza di colui che vi obbedisce, l’eroe masochista inventa un nuovo modo di discendere dalla legge alle conseguenze: egli “aggira” la colpevolezza, facendo del castigo una condizione che rende possibile il piacere proibito. In tal modo il masochista non rovescia in misura minore del sadico la legge, sebbene lo faccia in un modo diverso. Abbiamo visto che questi due modi procedono ideologicamente: tutto si svolge come se il contenuto edipico, sempre sottratto, subisse una duplice trasformazione – come se la complementarità padre-madre fosse duplicemente spezzata, senza simmetria. Nel caso del sadismo, è il padre a esser posto al di sopra della legge, principio superiore che assume la madre come vittima per eccellenza. Nel caso del masochismo, tutta la legge è riversata sulla madre, che espelle il padre dalla sfera simbolica.

(1) Theodor Reik, Il masochismo nell’uomo moderno, Sugar 1963: “Il masochista esibisce sia la punizione che il fallimento; mostra, certo, la sua sottomissione, ma anche la sua rivolta invincibile, provando che ottiene piacere malgrado la sofferenza. [ … Non può essere spezzato dall’esterno, possiede una capacità infinita di sopportare la punizione sapendo nel suo subcosciente di non essere vinto”.

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Pivano: Joyce Carol Oates

Una delle voci fondamentali della letteratura contemporanea americana, Joyce Carol Oates, passa attraverso quel leggendario spettroscopio che fu l’intervista di Fernanda Pivano, inesausta interrogratrice di miti viventi USA: «Ho sempre scritto sulle conseguenze della violenza…»

di FERNANDA PIVANO

Joyce Carol Oates mi sorrise e mi disse che in Black Water «voleva che la storia diventasse in qualche modo mitica, fosse l’esperienza quasi archetipica di una giovane donna che ha fiducia in un uomo più anziano e la cui fiducia viene violata». Le accennai alla violenza terribile narrata in altri suoi libri e mi disse, sempre impassibile e immobile: «Mi sento molto fraintesa. Io scrivo sulle vittime della violenza, eppure i miei critici dicono che scrivo sulla violenza. Dal mio punto di vista ho sempre scritto sulle conseguenze della violenza».
Le ricordai le gole tagliate, i delitti di passione, la prostituzione narrate in them. Mi disse con una voce che era quasi un bisbiglio: «Cose così accadono ogni giorno a Detroit».
Le feci notare che in altri suoi libri le conseguenze della violenza assumono caratteristiche di denuncia sociale, e subito rispose: «A me interessano soltanto le condizioni morali e sociali della mia generazione»; così mi ricordai che il titolo della sua prima raccolta di racconti, del 1963, By the North Gate (Accanto alla Porta Nord), indica il confine tra civiltà e barbarie descrivendo la vita durissima della gente rurale nella sua «Eden County»: già nel primo libro la Oates aveva denunciato l’esistenza della barbarie nella società civile facendo diventare quella barbarie uno dei temi predominanti della sua poetica.
Le ho chiesto come le piace classificare i suoi romanzi, specialmente them che è il suo più famoso, dove l’orrore culmina nelle sommosse di Detroit del 1967, alle quali ha assistito mentre insegnava in quell’università, e mi ha detto che them va considerato «un’opera storica in forma narrativa»; e allora le ho subito chiesto se questa narrazione la si poteva considerare gotica. Si è seccata, ha risposto: «Non so cosa significhi questa parola. Io in realtà sono una scrittrice romantica nella tradizione di Stendhal e di Flaubert. Sono come Melville. Forse sono come Faulkner: lui è un gotico naturalista. Mi dicono che sono stata influenzata da Flannery O’Connor, ma lei è così religiosa e i suoi lavori vanno considerati lavori religiosi, mentre nei miei libri c’è soltanto il mondo naturale: la religione è una manifestazione psicologica di poteri profondi, immaginazione profonda, di poteri misteriosi che ci accompagnano sempre. Io non mi considero una ribelle: il mio problema è quello di vivere nel mondo. È un problema abbastanza intricato senza voler entrare in un altro mondo. Quando scrivevo i primi racconti mi interessavano i problemi religiosi e molti li immaginavo usciti dalle osservazioni di Pascal e anche di Kafka e anche di Kierkegaard».
Il console americano le offrì un bicchiere di chissà che cosa e lei lo accettò sorridendo, ma era chiaro che non lo avrebbe neanche assaggiato. La portai su un argomento più comune, le dissi che era straordinario che potesse scrivere un romanzo all’anno. «Oh» rispose. «In realtà scrivo molto di più. È che soltanto uno all’anno viene pubblicato. Di solito scrivo un altro romanzo tra l’uno e l’altro che vengono pubblicati. Mentre li scrivo i miei romanzi mi piacciono. Così quando ne finisco uno ne scrivo subito un altro, ma il secondo mi piace di più del primo, così il primo non lo faccio pubblicare. Me lo tengo a casa, perché le cose scritte più di recente sono quelle che ci piacciono di più. Per esempio ne ho uno a casa di circa quattrocento pagine e parla molto della guerra in Vietnam. Quando l’ho scritto ho detto che gli avvenimenti erano accaduti nel 1969 e io lo avevo scritto nel 1968 datandolo in anticipo in modo che quando fosse uscito il tempo sarebbe stato giusto. Ma ormai sarebbe stato nel 1970, così questo romanzo probabilmente non lo pubblicherò mai.»
Le ho chiesto come mai sulla fascetta di un suo libro dice di vivere «una vita che è uno studio di convenzionalismo». Ha risposto: «Sì, sono molto convenzionale. Mio marito e io siamo persone molto comuni, felici. Forse dovrei chiedere scusa per non avere nella nostra biografia una di quelle lunghe liste di lavori come autista di autobus, fattorino della Western Union, e così via».
Le ho chiesto come concilia il suo convenzionalismo con gli orrori che descrive, le gole tagliate, i delitti passionali, le risse, la prostituzione, e mi ha ripetuto in un bisbiglio: «Ma queste cose succedono ogni giorno a Detroit. Ogni giorno». Ma non mi ha detto che il suo primo romanzo scritto quando aveva quindici anni era già orientato verso il gotico e raccontava di un tossicomane riabilitato da un cavallo nero.
Invece ha insistito a dire che tutto quello che scrive viene dalla fantasticheria, da storie autobiografiche vastamente elaborate. Ha detto: «La gente crede di leggere un romanzo, così non mi sento esposta. Ho sistemato la narrazione in modo che il libro mi dà una certa protezione. Ma noi sogniamo sempre. Nei nostri sogni siamo tutti romanzieri e cineasti e poeti. Alcuni hanno più energia e trasportano i sogni al di là delle ore notturne. Non faccio differenza tra il sogno della notte e il sogno del giorno o la storia di Guerra e pace. Nasce tutto da uno stesso impulso. L’arte fa la stessa cosa che fanno i sogni. Siamo avidi di sogni e l’arte esaudisce quell’avidità. Una così gran parte della vita reale è una delusione! Per questo abbiamo l’arte. L’arte è quasi sempre inconscia e istintiva. Qualunque analisi verbale di qualunque genere di arte spontanea è insoddisfacente. Di questo sono pienamente convinta».
Qualunque argomento proponessi, la scrittrice lo riconduceva al sogno diurno, alla fantasticheria. Ha detto: «La maggior parte del tempo non faccio niente. Lo spreco nelle fantasticherie, nel disegnare facce su fogli di carta, ho disegnato milioni di facce nella mia vita e sono destinata a portare questa strana abitudine con me nella tomba. Quando sono con qualcuno cado in una specie di sonno sveglio, una fantasticheria sulla gente, su sconosciuti, che diventeranno i personaggi in un racconto o un romanzo che scriverò. Non posso farci niente. A volte mi sento la testa affollata, sento quasi un senso fisico di confusione, di stordimento. Nei miei pensieri compare gente strana e si precisa lentamente davanti a me: prima le loro facce, poi la loro personalità e le storie personali, poi il loro rapporto con altra gente, che compare molto lentamente, e poi mi diventa chiaro una specie di intreccio mentre mi immagino come tutta questa gente si riunisce e che cosa sta facendo. Così divento loro: la mia personalità si immerge nella loro. Altre volte li vedo da lontano; mi diventa chiara la forma generale della loro vita, che si trasformerà in un romanzo, così cerco di mettere tutto questo insieme, lavorando molto lentamente. Quando la storia è più o meno coerente ed è emersa dall’inconscio, allora posso cominciare a scrivere, in fretta, a volte in una specie di trance, esaltata ed esausta, per molte ore di seguito. Perché non sto creando una storia ma semplicemente riferendola. Questo è vero per tutto quello che scrivo: non ho mai inventato una storia sedendo alla macchina per scrivere. Ma poi, naturalmente, c’è la revisione».
Le ho chiesto che posizione ha rispetto al femminismo e mi ha risposto: «Questa è l’Era della Liberazione della Donna, ma io devo proprio dire che secondo me gli uomini hanno difficoltà molto maggiori soltanto vivendo, esistendo, cercando di confrontarsi con gli standard assurdi della mascolinità nella nostra cultura e nella natura stessa, che è così crudele».
Ma mi è parso che l’argomento non la interessasse e l’ho ricondotta a parlare degli elementi autobiografici nei suoi romanzi. Mi ha detto: «Alcuni dei particolari nelle mie storie sono autentici. L’uso di me stessa nei racconti c’è sempre stato, l’uso delle emozioni che ho sentito. Dovrei essere una persona razionale, ma in realtà sono molto emotiva. Credo che la tempesta delle emozioni costituisce più di ogni altra cosa la nostra tragedia umana: è la nostra continua battaglia con la natura, col tentativo di dominare il caos fuori e dentro di noi, ottenendo a volte piccole vittorie, poi venendo spazzati da qualche cataclisma che abbiamo creato noi stessi».
Come tutti i suoi intervistatori le ho chiesto se ha mai preso anfetamine o stimolanti. Ha sorriso, ha detto: «Non prendo droghe di nessun genere, e non bevo, non fumo, sono così noiosa, non prendo neanche il caffè: dipende dal modo come sono stata allevata, non da un’esigenza puritana e sicuramente non da un’esigenza morale. Sono drogata di lavoro, vale a dire del bisogno di espellere idee strutturate e forme informi, il bisogno di liberarmi delle piccole storie che mi affollano la testa. A volte scrivo, o così dicono i critici , per liberarmi da cose che mi ossessionano, non per creare letteratura che sopravviverà. Quando la casa è buia e silenziosa e il mondo intiero ha spento la luce per la notte, è una sensazione meravigliosa essere lì, sola, con un libro o un foglio bianco di carta. Questi momenti di solitudine riscattano tutte le ore affannate, la confusione del giorno e degli impegni. Mi piace scrivere, ma in realtà mi piace leggere: questo deve essere il più grande piacere della civiltà. A volte leggo una valanga di riviste».
Per preparare la sua presentazione allo Spazio Krizia avevo letto alcune monografie su di lei e anche una raccolta di interviste uscita l’anno prima, e mi sorpresi della inflessibilità della sua coerenza: in quelle venticinque interviste non si contraddiceva mai, e in queste poche frasi che aveva detto a me ritornavano sempre gli stessi pensieri, anche le stesse, forse, civetterie, per esempio quella di ripetere sovente: «Io non sono interessante».
Mi ricordai di aver letto che quando insegnava all’Università di Windsor, Ontario, aveva una casa con una terrazza che guardava un prato in pendio verso il fiume e su quella terrazza stava sedute ore e ore fantasticando le scene che poi avrebbe scritto. Le chiesi se era vero. Mi disse: «Non so se ti interessa. Io sto lì a guardare il fiume e fantastico su uno spazio vuoto popolato di persone. Non c’è niente di verbale. Poi viene un momento in cui è tutto a posto e io comincio a scrivere. Scrivo un racconto in una sera, se riesco a battere a macchina abbastanza in fretta. Ma io ho un’ambizione che ha poco a che fare con la violenza e di cui i miei critici non parlano mai. Sarà un’ambizione ridicola ma io sogno di riuscire a riunire tutto il mondo in un libro. Come hanno cercato di fare John Barth, John Updike, John Cheever. Ma non vorrei sembrare presentuosa».
Le ho chiesto se qualche volta nuotava in quel fiume che stava a guardare fantasticando le sue storie. «No» disse. «Non nuoto. Questo fiume è pericoloso anche se non ne ha l’aria. Io non sono molto sportiva. Gioco un po’ a tennis. Non viaggio mai in aereo.»
Quando la lasciai, augurandole di prendere presto questo premio Nobel che sogna dal primo libro che ha scritto, rimasi con questa immagine, strana per un’americana, di lei che non vuole viaggiare in aereo. Come Bret Easton Ellis, pensai. Come Ray Bradbury.

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Questo che vivo

Questo che vivo è simile alla considerazione che:

Una immagine della mia esistenza potrebbe essere un’asta priva di una qualunque utilità, incrostata di brina e di neve, piantata storta nel terreno, in un campo rivoltato a fondo, ai limiti di una pianura immensa, in una notte buia di inverno.

e però anche è come potessi dirmi, ma con intensità emotiva in eccesso:

Non è necessario che tu esca di casa. Rimani al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare neppure, aspetta soltanto. Non aspettare neppure, resta in perfetto silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere smascherato, non ne può fare a meno, estasiato si torcerà davanti a te.

, ma sarebbe da comprendere che:

Chi è amareggiato per la natura del mondo, quindi, non sa che cosa stia facendo e fino a che punto arrivi la sua sfrontatezza. Ignora il procedere armonico delle cose – dalle prime alle seconde alle terze a quelle successive, fino alle cose ultime. Non si deve quindi sminuire la considerazione di stati dell’essere risultano successivi ad altri, ma accettare con equanimità la natura di tutti gli esseri, a principiare da se stessi, opera questa ultima assai difficoltosa da realizzare.