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Sulle “Rondini” di Helena Janeczek

In my humble opinion: una delle autrici fondamentali che operano nella lingua fantasmatica per eccellenza, quella italiana, e la sua opera “Le rondini di Montecassino”, testo centrale per il mio presente, epica e superamento dell’epica…

E’ per me, da tempo, e per purissima idiosincrasia, molto difficile entrare in rapporto con i cosiddetti “romanzi contemporanei”. Esiste questa strana persistenza di un’idea di romanzo assai novecentesca – quella scatola chiusa, da aprire come certi scrigni contenenti gemme di zie di un tempo che fu e gioielli di famiglia, da estrarre e riportare alla luce, stupendosi e dicendosi che tali gioie testimoniano di una storia che è stata la nostra, che lo sapessimo o meno. Questa idea di romanzo come genere è imperante in un’epoca che teme moltissimo la sperimentazione, un teatro di civiltà allo stremo e strappata e lacerata internamente da spinte contraddittorie. Per esempio: un certo reazionariato formalistico e ideologico che si propone come erede di un’avanguardia (un ossimoro tragicomico); un paladinato della Tradizione che ha appunto un’idea della Tradizione da perpetuare o perpetrare (ossimoro tragico e non comico); un fronte avverso ai generi romanzeschi e però che ritiene il romanzo un genere prosastico (un ossimoro unicamente comico).
E’ forse in forza di tali contraddizioni, politiche nel senso più debole del termine, che si rischia di perdere non dico la storicizzazione di un presente (operazione che l’inutile idiota umano tenta sempre, da quando si è eretto dalle pozze sulfuree e acquee), bensì l’esperienza viva e attuale consentita da ritmi e forme e spostamenti e dialettiche tra pensiero e potenza muta del pensiero, e quella di gioia e dolore e amore e conoscenza e magistero che cresce dall’esterno e dall’interno, consentita da libri ricchi in tali capacità – in altre parole, si rischia di perdere l’esperienza letteraria tout court.
L’assenza assoluta di gioia verso l’oggetto di critica, cioè di semplicissima lettura, è un tratto distintivo di questo tempo occidentale, pare. Ciò che è un tratto distintivo oggi non è detto sia tale in altro tempo. Questa banalità di base nasconde un atteggiamento preciso nei confronti della storia, desistematizzato da Walter Benjamin quasi cento anni orsono (correva l’anno del Signore il 1920) e divenuto, essendolo stato ben da prima, un elemento del tutto naturale di certo sguardo culturale. Qualcosa, intendo, di cui liberarsi, se si è scrittrici o scrittori. L’alleato da abbattere, lo strumento da cui emanciparsi, il prossimo tuo che non è amato affatto come se stesso. Mentre la critica, nel corso del decennio più recentemente consumato, è apparsa scoprire la lumescenza di categorie così ampiamente catalogate nello strumentario temperamentale dell’artista, qualcuna e qualcuno si sono sporti in avanti. Lo hanno fatto nella fantasmatica lingua italiana. Addirittura operando fantasmaticamente su un fantasma: non essendo madrelingua, intendo.
Mi riferisco a Helena Janeczek, direi una delle artiste più importanti nel panorama fantasmatico che tale lingua fantasmatica ci consente di non vedere. Si tratta della depositaria di due testi che a me paiono fondamentali, sotto qualunque risguardo, e cioè quello stilistico e quello strutturale (che sono poi la stessa cosa) e quello relativo alla facoltà imaginativa – Lezioni di tenebra e Le rondini di Montecassino. Questa ultima opera costituendo una sorta di arazzo delle possibilità fantastiche e delle torsioni che la narrazione in italiano permette di intrecciare. Testo emblematico, in quanto aperto, arcipelago di emersioni testuali tra cui corrono comunicazioni spontanee e casuali, non irregimentabili in uno schema di volo o di trasporto – ecco uno dei testi italiani penetrati nella zona di sperimentazione a rischio sempre di morte: la zona dell’osservazione (da dove?) di quella legione che ha nome “io”. In questo caso, osservando, ovunque, sempre, un “noi”. Vicenda umana plurima e isolata, violentata con inaudita ferocia perché essa si strappasse dalla storia per diventare significazione.
Questo libro è indiscutibilmente un libro e discutibilmente un romanzo.
Helena Janeczek qui allestisce uno spettacolo mondiale per mettere in scena lo spettacolo del mondo.
Non lo desidera fare: lo fa evidentemente in quanto colpita, trascinata. La stupratrice è stuprata a priori – una verità che la scrittura denuncia in tutta la sua ambiguità, perlomeno in Occidente, cioè il tempo e lo spazio dominati dal Fantasma della Fine. La dilacerazione del fantasma iniziale, che tutto muove, porta a stringere vanamente tra i pugni brani di carne non fisica, lumescente. Nel caso del lavoro sulla storia umana di Janeczeck: maori, italioti, geografie, ebrei, Siberia, Israele, Germania, Guerra, Amore, Vita dei Nervi e Ricordi della Vita dei Corpi, Memoria, Lutto, Perdita e Riconquista e Conqui9sta, Territorio, Mappa, Desiderio, Interruzione, Parto e Decesso. Come più sotto: termino qui e potrei continuare all’indefinito l’equivoco elenco.
Helena Janezek è, nella mia umile opinione, artista di massima importanza del mio tempo e il suo libro Le rondini di Montecassino una delle opere imprescindibili del mio tempo, cioè di qualunque tempo – e non è fatta, tale opera, con le parole semplicemente.

Sotto la videointervista all’autrice, riproduco qui l’intervista e recensione al libro, pubblicata su Vanity Fair e ripresa in forma allargata su Carmilla.

Helena Janeczek: “Le rondini di Montecassino”

Era già accaduto anni fa – per la precisione nel 1997, con il suo straordinario Lezioni di tenebra (Mondadori). Introducendo una prima persona giudicante e verisimile, testimoniale e muta a seconda dei momenti, una figlia che accompagna nel buco nero di Auschwitz la propria madre, deportata lì e da lì sopravvissuta – così Helena Janeczek si era non semplicemente imposta all’attenzione della critica (questo treno di parole che non va più ad alta velocità né a lenta). Aveva penetrato la narrativa contemporanea e, con altri autori in apparenti generi apparentemente diversi, aveva permesso di riacquistare il diritto a un racconto verisimile che, in quanto tale, fosse pienamente tragico. Aveva, Janeczek, aperto strade percorribili a molti suoi colleghi. Quasi tutta la querelle su reportage e fiction, di fatto, nasce dall’affondo profondissimo di questa narratrice che ospita la nostra lingua o da soggetto o da oggetto. 13 anni dopo, Janeczek compie nuovamente l’affondo. In tempi di discussione su romanzo corale ed epico, l’autrice crea, con Le rondini di Montecassino (Guanda, 18 euro), un tessuto intricato di spostamenti nello spazio e nel tempo, una superfetazione dell’eroismo e della coralità.
Janeczek ottiene il suo risultato apicale, credo, perché riesce a operare congiungendo la tragedia all’epica. E’ nuovamente l’entrata in un territorio che i suoi colleghi non potranno non esplorare grazie a lei.
Forte di una lingua che si permette di stridere o di addolcirsi a seconda dei ritmi immaginali e dei movimenti sincronici di spazio e tempo narrati, Janeczek non allestisce il teatro della battaglia, ma usa la battaglia come universo, estendendo all’intero pianeta e alla verticalità dei tempi che si vivono (prima della guerra, durante la battaglia di Montecassino, dopo la battaglia, oggi) motivi che fanno risuonare corde antiche della letteratura: la normalità che coincide con l’eroismo, in un incremento inaudito del dramma, che costa uno sterminio e un confronto quotidiano con sofferenze indicibili in ogni angolo del pianeta; l’amore che salva e quello che condanna; la genesi e la fine; la stratificazione dei tempi attraverso le memorie e il cozzo tra generazioni; l’empatia e la negazione di quella; la domanda sulla natura dell’umano, sul venire al mondo e sulla morte; ciò che è complesso in coincidenza con ciò che è semplice.
Potrei continuare l’elenco, ma non è fondamentale. Chi scrive sta qui formulando un appello: che questo libro venga letto, venga meditato, venga superato il godimento della lettura e venga combattuta nell’interiorità una guerra che è emblematizzata solo superficialmente dal melting pot alleato che prese Montecassino, strappando l’abazia ai nazisti. Chi scrive formula un tale appello perché ritiene che il libro di Helena Janeczek sia uno di quei testi che rimangono, in quella dinamica dei tempi umani che chiamiamo tradizione letteraria: qualcosa che è polarmente opposto a ciò che si è cristallizzato. Questa nuova epica allestita con genio profuso nella costruzione di simmetrie strutturali, tra situazioni che si intrecciano a distanza o di capitolo in capitolo, tra personaggi che si specchiano ritrovandosi complementari od opposti, tra battaglioni maori che entrano in arco voltaico con la minoranza ebraica che è minoranza ovunque – questa capacità di non resistere al trascinamento che l’ideazione e la pratica letteraria inducono sciamanicamente nella scrittrice, permette di vedere sorgere, in Italia, nel 2010, uno dei romanzi più politici e con le maggiori capacità contenitive di poetica degli ultimi anni.

HELENA JANECZEK: SIAMO ANCORA CAPACI DI RACCONTARE

“La letteratura non fa risorgere i morti. Però li racconta”. Le parole sono modulate con una delicatezza pacata, quasi una dettatura esercitata con pudore. Helena Janeczek potrebbe sembrare una scrittrice saggia in quanto calma e consapevole. Non è propriamente così. A dispetto di nome e cognome, non è un’autrice mitteleuropea o slava, ma una delle migliori scrittrici italiane. Il fatto è che non non sarebbe italiana se non avesse sposato un italiano: è tedesca di nascita. E non soltanto tedesca – Janeczek è un melting pot vivente che sembra uscito dal terrore e dalla volontà di sopravvivere esplosi nel secolo scorso con la seconda guerra mondiale e lo sterminio ebraico.
Nata a Monaco nel 1964, vive in Italia dal quasi trent’anni. Ha stupefatto la critica con Lezioni di tenebra (Mondadori, 1997). Romanzo che andava ben oltre gli steccati del romanzo, rompendo le strutture classiche, raccontava parte dei flussi di sangue che scorrono nel corpo e nella storia di Janeczek. Era il resoconto di un viaggio di ritorno abissale, compiuto dall’autrice con sua madre – ad Auschwitz, l’orrore in terra dal quale uscirono salvi i genitori (entrambi ebrei polacchi) di questa scrittrice furibonda e imperturbabile. La furia e l’imperturbabilità, oltre alle molte arterie che veicolano sangue diverso, fanno la cifra del nuovo romanzo di Helena Janeczek, Le rondini di Montecassino (Guanda, 18 euro). Un affresco a partire dalla storica battaglia tra nazisti e alleati, che distrusse la grande abazia benedettina. Oggi è molto difficile realizzare un affresco. Janeczek ci è riuscita decomponendo e filtrando elementi, personaggi, storie, tempi, luoghi distantissimi ma connessi da pellegrinaggi di presuli e sopravvissuti. Nel libro, molti sguardi convergono su Montecassino. Per esempio, quelli dei soldati polacchi, reduci da un’epopea incredibile, dai gulag sovietici all’Iran, alla guerra in Africa e poi in Italia, fino a unirsi con quella miscellanea di battaglioni che prese Montecassino. In realtà, questo straordinario romanzo è un atlante anatomico dell’anima dell’autrice: si osservano in trasparenza gli snodi e le vertebre che compongono l’insieme di storie condensate nella videnda personale di Helena Janeczek. A partire dai suoi genitori, deportati, che venivano da famiglie ebree polacche molto diverse.
“Osservante quella di mio padre. Più laica quella di mia madre. Non che questo abbia inciso nel riuscire a sopravvivere al lager. Emersi da Auschwitz, ripararono nel sud della Germania, con i fratelli di mio padre. Attesero il visto per l’America. Mio padre si ammalò. I suoi fratelli partirono per gli Stati Uniti. I miei restarono a Monaco. Mio padre, come racconto alla fine di Le rondini di Montecassino, cambiò il cognome in Janeczek – che quindi è falso”.
Non furono gli ebrei, tuttavia a prendere l’abazia a Montecassino. Qui tu narri di battaglioni che attraversano mezzo mondo per arrivare a poche centinaia dai monaci benedettini.
“Una compagine di dimenticati, provenienti da mezzo mondo. Marocchini. Indiani. Pochi sanno del battaglione maori della Nuova Zelanda. Morirono qui. Le lapidi al cimitero di guerra hanno iscritti i loro nomi che per coincidenza paiono ebrei: Samuel Mendes o Leonard Koha”.
Una scoperta che non pare casuale.
“Ma lo è. Ho iniziato a lavorare a Le rondini di Montecassino quando stavo scrivendo da anni un altro libro. Mi è letteralmente entrato nella vita. Ho cominciato con un racconto, poi ho compreso che quel racconto era parte di un romanzo, un preambolo a episodi. Il libro è fiorito. A volte fare qualcosa che non sai è proprio fare quello che devi. E’ diventato un percorso rabdomantico, che ha richiesto certo molto studio. Sono convocati nel racconto piccoli popoli sottoposti a partizioni, a violenze, a esili e compromessi”.
E’ il racconto di autentici esodi. La guerra di un soldato texano. Lo splendido capitolo sul viaggio odierno del nipote di un combattente maori. Il rimbalzo tra due narrazioni, quella di due ragazzini meticci oggi a Montecassino e l’incredibile percorso di guerra dell’ebrea Irka, che perde la famiglia e ne acquisisce un’altra nel gulag. E ci sei tu, un amico polacco della tua famiglia, che hai conosciuto, con la sua misteriosa parabola che conduce dall’est fino alla battaglia…
“L’episodio maori è abbastanza significativo. Ho scelto di concentrarmi proprio sulla storia di Rapata, il nipote del veterano di Montecassino, Charlie. E’ un popolo agli antipodi di quello italiano. In senso fisico: stanno proprio dall’altra parte del globo. E sono sotto il regime inglese. Tutta la loro partecipazione alla guerra nasce nella contraddizione a cui è sottoposto chi cerca una legittimazione per integrarsi e chi invece avverte il tacco del padrone colonialista. Questo piccolo popolo diviene una piccola parte di un esercito più grande. E’ ciò che accade anche agli ebrei polacchi: un piccolo popolo all’interno di un esercito sottoposto a un tour de force che sembra una violenza del destino. Il racconto sui maori cerca di restituire lo spaesamento a cui furono sottoposti tutti questi protagonisti. Ho riprodotto alcune parole chiave della lingua maori, ho passato ore su YouTube a vedere filmini di feste di compleanno in case maori. Ho studiato la loro storia. Nasce in questo modo l’idea di un risucchio che non porta soltanto alla battaglia di Montecassino – conduce ai lager tedeschi, ma lascia intatta la storia particolare di questi popoli e delle vite individuali”.
Fai viaggiare il lettore per distanze geografiche enormi, ma attraversi anche il tempo e arrivi a oggi.
“Soprattutto coi i due ragazzini di buona famiglia, cresciuti a Roma in una scuola internazionale. Sono emblematici della generazione di oggi. Stanno cercandosi, espressione di un altro esodo, in senso temporale. Si muovono a tentoni. Sono sul luogo della battaglia, impegnati nel sociale come si direbbe oggi – eppure sono vittima del racconto del passato, che spesso non si percepisce attinente a noi stessi. Sono apolidi, vittime dell’ambivalenza di ogni generazione precedente, che avverte di avere fatto la storia e la racconta, ma anche considera fuori dalla storia chi viene dopo”.
A proposito di ragazzini, stando in tema ma strappandosi dal libro: tu hai un figlio. Come lo introduci alla storia di sofferenze, deportazioni e salvezze che lo ha preceduto?
“La storia è a sua disposizione, può prendere ciò che desidera, quando vuole. Ti racconto un episodio. Tempo fa stava giocando coi suoi compagni a un videogame di guerra: lo scenario era lo sbarco in Normandia. Si divertiva un sacco. Suo padre gli ha spiegato quanto fosse orribile la guerra, quanto fosse tremendo ciò che è accaduto anche alla famiglia di sua madre. Mio figlio ha risposto che a essere bello era il gioco, non la guerra. Una risposta che rende giustizia naturale e postuma a qualunque destino di dolore”.
L’Italia è vista soltanto da occhi stranieri e, per questo, straniati.
“Quegli occhi sono anche i miei, in parte. Lo sguardo un po’ da fuori e un po’ da dentro mi appartiene. Desideravo raccontare l’Italia con gli sguardi estranei che ci sono stati prima della globalizzazione. Di fatto, l’Italia è stata un’avanguardia della globalizzazione, un Paese di per sé meticcio. E poi ragiono da tempo sul fatto che dove sono nata e cresciuta, cioè quella città sotto bolla che è Monaco, non suscita alcun senso di appartenenza in me. Io vengo da un’infanzia di rifiutata o di ebrea richiesta del parere, in un tempo in cui la Germania ancora stava elaborando l’orrore. Quando scoppiò la guerra in Libano, ero una bambina, ma mi venne chiesta un’opinione da ebrea su quanto stava accadendo. Era soffocante. E dire che non avvertivo il peso di vivere e parlare nella patria dello sterminio”.
E’ anche per questo che sei venuta a vivere in Italia?
“I miei genitori mi ci portavano in vacanza, da sempre. Appena passavo il confine, ciò che avvertivo come plumbeo o impossibile diventava di colpo leggero, normale. E’ una sensazione che è andata perdendosi in questi decenni, qui in Italia: il fatto di essere accolti calorosamente. C’è una cifra comune a tutte le patrie confluite in me, quella slava e tedesca: la freddezza nell’accogliere l’altro. Venire in Italia, lasciando una città che non mi apparteneva e a cui non appartenevo, è stata una scelta quasi naturale”.
Il tuo romanzo è una narrazione potente. Si avverte fiducia nella letteratura, nella sua persistenza.
“Io tengo a questo: mostrare come oggi noi siamo ancora capaci di raccontare gli uomini. Narrare queste storie, in parte desunte dalla realtà e in parte inventate, e fare coincidere questo racconto con le tracce delle nostre proprie storie è un assunto poetico e anche politico. I racconti degli umani sono di fatto un gesto comunitario. Per raccontare bisogna mettersi nel punto di vista di colui in cui ci si cala. E proprio questo è il legame che tiene unito umano a umano”.
Con Le rondini di Montecassino ci troviamo di fronte a uno dei più importanti romanzi epici di questi anni in Italia. Se c’è epica, c’è un eroe.
“Qui l’eroismo è la trama quotidiana. Qualunque gesto è eroico. Quando si è immersi in realtà così devastanti, l’eroismo è ciò che l’umano oppone all’orrore. Ogni azione straordinaria è semplicemente umana”.
In Lezioni di tenebra, in quel viaggio dell’amore nell’aberrazione fatto insieme a tua madre, il racconto si svolgeva proprio nel segno della madre.
Le rondini di Montecassino è un racconto scritto nel segno del padre. Spesso, del silenzio del padre. Scrivere questo libro ha significato misurarmi col maschile, col paterno. E avvertire anche la sua sottrazione, il suo silenzio. Con ciò che ne deriva: il desiderio di proteggere quel silenzio e al tempo stesso di sfondarlo, avvertendo in quel silenzio un messaggio, una comunicazione intima. Che esige di non essere raccontata”.

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Kafka: tre narrazioni

di FRANZ KAFKA

Gli alberi

Perché siamo come tronchi nella neve. Apparentemente vi sono appoggiati, lisci, sopra, e con una minima scossa si dovrebbe poterli spingere da una parte. No, non si può, perché sono legati, solidamente al terreno. Ma guarda, anche questa è solo una apparenza.

***

Due che passano correndo

Quando di notte si passeggia per una via e, già visibie da lontano – perché la strada dinanzi a noi è in salita e c’è la luna piena -, un uomo corre verso di noi, noi non lo agguanteremo, anche se è debole e cencioso, anche se qualcuno lo rincorre urlando, bensì lo lasceremo andare.
Perché è notte, e non abbiamo colpa se dinanzi a noi la strada è in salita nella luna piena, e oltre tutto quei due hanno forse inscenato la caccia per loro divertimento, forse entrambi inseguono un terzo, forse il primo viene inseguito pur essendo innocente, forse il secondo vuole uccidere, e noi diverremmo complici dell’assassinio, forse i due non sanno nulla l’uno dell’altro e corrono a letto ciascuno sotto la propria responsabilità, forse sono sonnambuli, forse il primo è armato.
E infine, non abbiamo forse il diritto di essere stanchi, e non abbiamo bevuto tanto vino? Non ci pare vero che anche il secondo sia ormai scomparso dalla vista.

***

Il rifiuto

Se incontro una bella ragazza e le dico: «Sii carina, vieni con me », e costei passa oltre facendo finta di nulla, con quel suo silenzio lei intende dire:
«Tu non sei un duca dal nome altisonante, non sei un americano massiccio dalla corporatura di un pellerossa, dai quieti occhi orizzontali, dalla pelle temprata dall’ aria delle praterie e dei fiumi che le solcano, non sei mai arrivato sino ai grandi laghi che si trovano chissà dove, né li hai attraversati. Per quale motivo dunque una bella ragazza come me dovrebbe venire con te?»
«Stai dimenticando che non ti scorrazza per le strade nessuna automobile che dondoli con ampi oscillii; né scorgo i signori del tuo seguito in abiti attillati che benedicendoti ti accompagnano formando un perfetto emiciclo; è vero, hai i seni ben raccolti nel tuo corpetto, però le tue gambe e le tue anche sanno rifarsi di quella castigatezza; indossi un vestito di taffetà tutto pieghettato che a noi tutti tanto piaceva l’autunno scorso, eppure ogni tanto sorridi, con questa minaccia di morte impressa sul tuo corpo. »
«Sì, abbiamo ragione tutti e due e, per non rendercene conto in maniera inoppugnabile, vogliamo andarcene a casa – non è così? – ognuno per conto suo».

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Burroughs: Parole di Hassan Sabbah

Da Londra, il 21 luglio 1960, William Seward Burroughs invia ad Allen Ginsberg una delle lettere finali che comporranno il carteggio “dallo Yage”, probabilmente la più alta e incompresa manifestazione della consapevolezza che sfonda la letteratura nel Ventesimo Secolo Occidentale. E’ un tempo che Burroughs definisce, nella intestazione della missiva, “Present Time Pre-Sent Time”.
Si tratta di un’apparizione sconvolgente. Il leader della Setta degli Assassini viene ricollocato in un cerchio che, via via, non essendo quello storico, si andrà definendo addirittura attraverso le parole del grande esoterista e satanista Aleister Crowley. In seguito Burroughs avrà infatti a riprendere la sconcertante figura di Hassan Sabbath, facendone una bambolina voodoo che si presta alla voce medianica di un esasperante ventriloquo: e cioè Burroughs stesso. Disponiamo della registrazione di questo messaggio radio, che ci fa sembrare vivi tutti, Burroughs Hassan Sabbah Paul Getty: è stato depositato in un nastro e fa parte di un digfesto universale, di una radio dei morti che l’autore americano intuì essere la sostanza quintessenziata della letteratura stessa.
Siamo dunque di fronte a un fantasma: a Il Fantasma.
Ecco dunque la lettera a Ginsberg dallo Yage, ecco un video sperimentale burroughsiano con la registrazione audio della lettura burroughsiana di rinnovate ultime parole dello Hassan Sabbah burroughsiano (sotto il video, la trascrizione – bisogna guardare il video e poi ricaricarlo per leggere il testo, c’è da fare fatica, non si comprende nulla, non si capisce perché, il perché…) e infine una banale ripresa della meno banale voce Wikipedia sulla per nulla banale incarnazione storica di Hassan Sabbah esistito in forma carnale soltanto?, per uno speciale che non è riguardante più Burroughs che Hassan Sabbah o lo stesso Fantasma.

Ultime parole di Hassan Sabbah

di WILLIAM S. BURROUGHS | da Lettere dallo Yage, di W.S. Burroughs e A. Ginsberg

QUALSIASI MONDO ASCOLTATE LE MIE ULTIME PAROLE. ASCOLTATE TUTTI VOI CONSIGLI DIRETTIVI SINDACATI GOVERNI DELLA TERRA. E VOI POTENZE DI POTERE DIETRO QUELLE LURIDE TRATTATIVE FATTE IN QUELLE LATRINE ALLO SCOPO DI IMPADRONIRVI DI CIO’ CHE NON VI APPARTIENE. PER VENDERE IL TERRENO DI SOTTO I PIEDI NON NATI. ASCOLTATE. CIO’ CHE HO DA DIRE VALE PER TUTTI GLI UOMINI IN QUALSIASI LUOGO. RIPETO PER TUTTI NESSUNO ESCLUSO. GRATIS PER TUTTI COLORO CHE PAGANO. GRATIS PER TUTTI COLORO CHE PAGANO IN DOLORE. CHE COSA VI HA TANTO SPAVENTATO TUTTI DA FARVI ENTRARE NEL TEMPO? CHE COSA VI HANNO TANTO SPAVENTATO TUTTI DA FARVI ENTRARE NEI VOSTRI CORPI? PER SEMPRE NELLA MERDA? VOLETE RESTARCI PER SEMPRE? ALLORA ASCOLTATE LE ULTIME PAROLE DI HASSAN SABBAH. ASCOLTATE GUARDATE O CAGATE PER SEMPRE. CHE COSA VI HA TANTO SPAVENTATO DA FARVI ENTRARE NEL TEMPO? NEL CORPO? NELLA MERDA? VE LO DIRO’ IO. LA PAROLA. LA PAROLA IL-TU. IN PRINCIPIO ERA LA PAROLA. VI HA SPAVENTATO TUTTI NELLA MERDA PER SEMPRE. USCITENE FUORI PER SEMPRE. USCITE PER SEMPRE FUORI DALLA PAROLA TEMPORALE IL. USCITE PER SEMPRE DALLA PAROLA CORPOREA TU. USCITE PER SEMPRE DALLA PAROLA MERDOSA IL. TUTTI FUORI DAL TEMPO E NELLO SPAZIO. PER SEMPRE. NON C’E’ NIENTE DA TEMERE NELLO SPAZIO.
QUESTO E’ TUTTO TUTTO TUTTO HASSAN SABBAH. NON C’E’ NESSUNA PAROLA DA TEMERE. NON C’E’ NESSUNA PAROLA. QUESTO E’ TUTTO TUTTO TUTTO HASSAN SABBAH. SE VOI IO CANCELLIAMO TUTTE LE VOSTRE PAROLE PER SEMPRE. E LE PAROLE DI HASSAN IO PURE CANCELLO. ATTRAVERSO TUTTI I VOSTRI CIELI GUARDATE LA SCRITTURA SILENZIOSA DI BRION GYSIN HASSAN SABBAH. LA SCRITTURA DELLO SPAZIO. LA SCRITTURA DEL SILENZIO. GUARDATE GUARDATE GUARDATE

***

Altre ultime parole di Hassan Sabbah

Il filmato è un cut-up burroughsiano. Agli appassionati, si consiglia vivamente di guardarlo. Quindi, poiché non si capisce niente delle parole impastate di WSB, si deve ricaricare il video e ascoltare leggendo la trascrizione in calce, testo non più delirante di quanto possa apparire la trascrizione di un dialogo a due in un bar quualunque di qualunque tempo in qualunque luogo nel regno umano su questo pianeta.

Trascrizione delle altre ultime parole pronunciate da Wlliam Lee Burroughs in nome di Hassan Sabbah:

Oiga amigos! Oiga amigos! Paco! Enrique!
The last words of Hassan Sabbah,
the Old Man of the Mountain!
Listen to my last words, anywhere!
Listen all you boards, governments, syndicates, nations of the world,
and you, powers behind what filth deals,
consummated in what lavatory,
to take what is not yours,
to sell out your sons forever!
To sell the ground from unborn feet for ever, for eve – r!
Listen to my last words any world!
Listen if you value the bodies
for which you would sell all souls forever!
I bear no sick words junk words love words forgive words from Jesus.
I have not come to explain or tidy up.
What am I doing over here,
with the workers, the gooks, the apes, the dogs,
the errand boys, the human animals?
Why don’t I come over with the board
and drink coca-cola and make it?
“Now for Godsakes, don’t let that Coca-Cola thing out!”
Thing is right, Mr Whoever is responsible for that who-done-it!
Explain how the blood and bones and brains of a hundred million
more or less gooks went down the drain in green piss
so you on the boards could use bodies, and minds,
and souls that were not yours, are not yours, and never will be yours.
You want Hassan Sabbah to explain that? To tidy that up?
You have the wrong name and the wrong number,
Mr Luce Getty Lee Rockefeller!
“Don’t let them see us, don’t tell them what we are doing!”
Are these the words of the all powerful boards
and syndicates of the earth?
“Don’t let them see us, don’t tell them what we are doing!
Not the cancer deal with the Venusians, not the green deal!
Don’t let that out!
Disaster, unevaluable disaster!
Don’t show them that!
These things take time and that’s my business.”
As usual, Mr Luce! Short time to go. Minutes to go!
Blue heavy metal people.
“Don’t let that out!
Don’t show them the blues!”
Are these the words of the all powerful boards
and syndicates of the earth?
“And don’t whatever you do let them see us.”
Crab men! Tape worms! Intestinal parasites!
Squeezing the air, eat it, and shit it out, and eat it again, forever!
“Don’t let them see us! Don’t tell them what we are doing!
Disas – pay!”
Are these the words of the all powerful boards, syndicates,
cartels of the earth?
the great banking families of the world,
French, English, American?
like Burroughs, that proud American name?
Proud of what, exactly? Would you all like to see exactly what
Burroughs has to be proud of?
The Mayan caper, the centipede hype,
the short time racket, the heavy metal gimmick?
All right, Mister Burroughs, who bears my name and my words,
bear it all the way, for all to see, in Times Square, in Piccadilly.
Play it all, play it all, play it all back!
Pay it all, pay it all, pay it all back!
Listen : the word comes before English American German French,
the jaded minds are arsenic for all,
now the bones went – use never you have light.
All of you, all, all, all, green people, crab people,
blue heavy metal people,
compliments of Mister Burroughs for the heavy metal gimmick.
“Don’t let them see us! Don’t tell them what we are doing!
Premature! Premature! Reconversion, reconversion blues … “
Shall I show them the blues?
“No! No! No!
Premature! Premature! Premature!”
Are these the words of the all powerful boards
and syndicates of the earth?
I say to all : these words are not premature.
These words may be too late.
Minutes to go. Minutes to go. Minutes to goo. Minutes to green goo.
What I have to say is everywhere now.
Rub out the word Jew, and you rub out the word Hitler.
The answer comes before the question.
My words are for all – for all,
I repeat for all!
No one is excluded!
Free to all who pay, free to all who pain pay, for all to see,
for all to see!
In Piccadilly, in Times Square, Place de la Concorde,
in all the streets and plazas of the world!
Pay, pay, pay!
Play it all, play it all, play it all back!
Pay it all, pay it all, pay it all back!
See my writing the silent – across all your skies,
the silent writing of Brion Gysin – Hassan Sabbah.
All out of time! All into space! Forever!
Take what is not yours to skies squeezing the eye bodies forever
All out of time! All into space! Forever!
You cannot take words into space.
That is all, all, all, Hassan Sabbah.
You cannot take woman into space.
I repeat, you cannot take woman into space.
That is all, all, all, Hassan Sabbah.
See my writing the silent – across all your skies,
the silent writing of Brion Gysin – Hassan Sabbah,
the silent writing of space, the writing of Hassan Sabbah.
Look! Look! Look!
“Don’t let them see us! Don’t tell them what we are doing!”
Are these the words of the great nations, the all powerful boards
and syndicates of the earth?
These are the words of liars, and cowards, and collaborators,
and traitors, collaborators with insect people,
with any people anywhere who offer you a body forever,
to shit forever.
For this you have sold your sons forever,
the ground from unborn feet forever!
Traitors to all souls everywhere!
You on the board, who want others to pay for you,
with your deals to take what is not yours,
and leave your human animals to be eaten alive by the crab people,
to go down the drain in green shit and piss.
The green deal?
“Don’t let them see us! Don’t tell them what we are doing!”
You on the board, who now say:
“Protect us from our gooks!
Protect us from our human animals!”
Are these the words of the all powerful boards
and syndicates of the earth?
And you want the name of Hassan Sabbah on your filth deeds
to sell out the unborn?
“Protect us from our gooks, our dogs, our human animals!”
Are these the words of the all powerful board,
the all powerful syndicates, the all powerful governments
and nations of the earth?
Liars! Liars! Liars! Cowards! Cowards! Cowards!
who cannot even face your own dogs!
Traitors to all souls everywhere! Sold out to shit forever.
You miserable collaborators
now ask the protection of Hassan Sabbah?
Are these the words of the all powerful board?
“Protect us from our gooks, our human animals!”
No, no, no, I will not protect you, and you will never use
the name of Hassan Sabbah – William Burroughs
to cover your green shit deals with crab-men,
with the Elders of Minraud.
Listen! Listen! Listen!
I rub out all the words and reports of the board, forever.
I rub out your Thing Police, for ever, for eve – r.
I rub out the words of Marx Lenin Einstein Freud fraud, forever.
I rub out the formulas of Einstein Oppenheimer, forever.
I rub out their words, forever.
I rub out the Qabalah, forever.
I rub out the Talmud, forever.
I rub out all the formulas and directives
of the Elders of Minraud, forever.
I rub out the word, forever.
Listen, all, all, all!
If you – I cancel all your words, forever.
You cannot take words with you into space.
That is all, all, all, Hassan Sabbah.

***

Da dove prende il nome “Hasan Sabbah” William Lee Burroughs

Ḥasan-i Ṣabbāḥ [1] (in persiano بن صباح o حسن صباح ) (Qom, circa 1034 – Alamūt, 1124) è stato un religioso persiano, capo carismatico dei Nizariti, una setta sciita ismailita conosciuta anche sotto il nome di Assassini (Hašīšiyyūn).
Ḥasan nacque a Qom, in Persia, da una famiglia sciita, ma crebbe a Rayy, presso Teheran.
A 17 anni incontrò per la prima volta un missionario (dā’ī) ismailita che, malgrado tutti i suoi sforzi, non riuscì a convertirlo all’Ismailismo. Più tardi si ammalò gravemente e, sconvolto all’idea di morire senza conoscere la Verità, prese contatto con un altro ismailita e finì per convertirsi a 35 anni, verso il 1071.
Fu presto notato da un dignitario ismailita di passaggio a Rey/Rayy, che lo inviò qualche anno dopo al Cairo, in Egitto. Probabilmente a seguito di problemi politici, dovette tornare in Persia nel 1080. Là passò diversi anni molti attivi a percorrere il paese per diffondere la propria fede, avendo ai propri ordini un gruppo di uomini che divenne sempre più numeroso.
Cominciò allora ad essere considerato pericoloso dalle autorità sunnite e fu ricercato attivamente dal vizir selgiuchide di Malik Shāh, Niẓām al-Mulk.
Nel 1090 – aveva ormai più di 50 anni – fece il suo primo colpo da maestro: la presa incruenta della fortezza di Alamūt, nel nord della Persia, fra Teheran e il mar Caspio. A partire da qui estese il dominio degli ismailiti nella regione e la loro influenza nel resto della Persia e in Siria.
Nel 1094, in seguito ad un conflitto di successione per la scelta del futuro Imām sciita, la dottrina ismailita si divise in due tronconi: uno in Egitto (mustaʿlī) e l’altro in Persia ( nizārī ). Da allora in poi gli ismailiti persiani nizariti), guidati da Ḥasan ibn al-Ṣabbāḥ, fecero conto sulle loro sole forze. Va notato che Ḥasan non rivendicò mai per sé stesso il titolo di Imām.
Sotto il suo regno si svilupparono gli assassinii politici e la prima vittima importante fu il vizir Nizām al-Mulk. Gli esecutori erano un gruppo di iniziati che si vuole agissero sotto l’effetto di droghe, anche se gli studi più recenti sono tutt’altro che certi che il nome della setta – al-Hašīšiyyūn – derivi in effetti dall’uso dell’hashish.
Marco Polo descriverebbe la sua fortezza come un vero paradiso, ricco di un magnifico giardino, di belle fanciulle, di quattro fontane da cui sarebbero sgorgati vino, latte, miele e acqua, a somiglianza dei fiumi del Paradiso islamico ed è al viaggiatore veneziano che si deve la notizia secondo la quale Ḥasan avrebbe condizionato i suoi seguaci facendo consumare loro vari tipi di droghe. Va però detto che Marco Polo non può essere stato testimone di nessuno di tali fatti dal momento che Ḥasan prese possesso della fortezza nel 1090, a quasi sessanta anni di età, mentre Marco Polo nacque nel 1254 e la fortezza stessa risulta quasi totalmente distrutta da parte di Hulagu Khan solo due anni dopo, ovvero nel 1256.
Una rappresentazione artistica di Ḥasan-i Ṣabbāḥ.
Personalmente Ḥasan era un uomo austero, che faceva applicare la legge islamica senza tentennamenti.
Fece giustiziare due dei suoi figli, uno per aver bevuto vino e l’altro per un’accusa di assassinio.
Si racconta che lasciasse molto raramente la propria casa e che abbia scritto molto ma quasi tutte le sue opere andarono perdute con la distruzione di Alamūt da parte dei Mongoli nel 1256.
Morì ad Alamūt, di malattia, a novant’anni, nel 1124.
(da Wikipedia)

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Gadamer: su Celan

 

di HANS GEORG GADAMER

[da Chi sono io, chi sei tu. Su Paul Celan, cura e traduzione di Franco Camera, Genova, Casa Editrice Marietti, “Collana di Filosofia”, I ed., 1989. – ripreso da http://rebstein.wordpress.com]

Spazzata via dal
vento raggiante del tuo linguaggio,
la variopinta chiacchiera dell’esperienza
ammucchiata – la poesia dalle cento
lingue, menzognera,
il niente di poesia.

Sgombrato
dal moto vorticoso,
libero
è il sentiero nella neve
dalla forma umana,
la neve penitente,
verso le tavole del ghiacciaio,
verso le stanze ospitali.

Al fondo
del crepaccio dei tempi
nel
favo del ghiaccio
attende, cristallo di fiato,
la tua non intaccabile
testimonianza.

Weggebeizt vom
Strahlenwind deiner Sprache
das bunte Gerede des An-
erlebten – das hundert-
züngige Mein-
gedicht, das Genicht.

Aus-
Gewirbelt,
frei
der Weg durch den menschen-
gestaltigen Schnee,
den Büßerschnee, zu
den gastlichen
Gletscherstuben und –tischen.

Tief
in der Zeitenschrunde,
beim
Wabeneis
wartet, ein Atemkristall,
dein unumstößliches
Zeugnis.

***

La poesia è chiaramente suddivisa in tre strofe, che sono però composte da un numero disuguale di versi. E’ come un secondo atto dell’evento drammatico che era stato evocato nella terzultima poesia «Wortaufschüttung». (*) Quest’ultima poesia si colloca dopo l’evento cosmico che ha distrutto la falsa parvenza del linguaggio superficiale. Solo così si precisa ciò che si intende con le parole Strahlenwind deiner Sprache: si evoca un evento che irrompe da una lontananza cosmica e che, raggiante e tagliente, con la sua forza naturale «spazza via» [wegbeizt] la chiacchiera dell’esperienza in autentica depositatasi in superficie, come se spazzasse via una patina offuscante. Ma sono le pseudo-poesie tutte insieme ad essere chiamate qui bunte Gerede, «chiacchiera variopinta».

Le chiacchiere sono «variopinte» perché il linguaggio di cui si compongono queste pseudocreazioni è scelto a proprio piacimento e secondo un mero bisogno di effetti decorativi, di rivestimenti esteriori, e perciò risulta privo di un proprio colorito e di una propria favella. Si tratta di pseudocreazioni linguistiche che, proprio perché sono formate secondo gusti personali, parlano cento lingue; ma questo significa che in realtà non testimoniano nulla, oppure che prestano per così dire una falsa testimonianza. E’ questo il Meingedicht, la «poesia menzognera», che presta un «falso giuramento» e che è Geniche, un «niente di poesia», una poesia nulla, nonostante abbia tutta l’apparenza di una creazione poetica.

L’immagine dello Strahlenwind deiner Sprache, del «vento raggiante del tuo linguaggio», continua a servirsi della metafora cosmica fondamentale in cui si muoveva la poesia «Wortaufschüttung». Il «tuo» [dein] linguaggio è il linguaggio di quel «tu» che «lancia celancifuori» la «parola» che è come «luna»; non è quindi il linguaggio di un determinato poeta, di questo poeta particolare, ma è il manifestarsi del linguaggio stesso, dell’autentico linguaggio luminoso e chiaro. Questo linguaggio «spazza via» ogni falsa testimonianza, la allontana in modo tale che di essa non rimane più alcuna traccia. Perciò qui la locuzione Strahlenwind può richiamare le dimensioni cosmiche di questa irruzione del «vento raggiante», ma evoca anche e soprattutto la purezza, la radiosa luminosità, la vera spiritualità del linguaggio che non simula espressioni già pronte o già sentite, ma smaschera tutte queste forme in autentiche.

Ma solo dopo che il «vento del tuo linguaggio» è passato mugghiando con la sua purezza radiosa, si apre la via che porta verso il poema, verso lo Atemkristall, verso il «cristallo di fiato», che non è nient’altro che una forma pura, strutturata secondo una geometria rigorosissima e derivante dalla sospensione di quell’impercettibile «nulla» del respiro. Il sentiero è ora aperto, «libero». Il solo predicato frei, «libero», si estende per l’intera lunghezza di un verso, come pure poco prima il prefisso separabile aus-, «sgombrato», occupava un verso intero. In realtà il sentiero che ora è sgombro è diventato visibile come sentiero solo dopo che il vento luminoso ha spazzato via con un movimento vorticoso [ausgewirbelt] la neve che copriva ogni cosa e che rendeva tutto uniforme. Il «sentiero» è simile al tragitto che deve percorrere un pellegrino e che porta ad una altura coperta di ghiacci. Il pellegrino attraversa la «neve» [Schnee], attraversa l’inospitalità, il rifiuto, la freddezza, tutto ciò che richiede rinunce e si presenta uniforme e monotono, tutti ostacoli che il pellegrino penitente confida di superare da solo. Senza dubbio bisogna trasporre questa immagine nella sfera del linguaggio. Infatti a dover essere attraversata è la «neve dalla forma umana» [menschengestaltiger Schnee] . Si tratta degli uomini con le loro chiacchiere che ricoprono ogni cosa. Ma dove conduce il sentiero di questa peregrinazione? Certamente non porta a un santuario per pellegrini, ma ad una regione glaciale che, con la sua aria chiara e luminosa, accoglie l’infaticabile pellegrino come un albergo ospitale. Questa regione dai ghiacci eterni viene definita gastlich, «ospitale», perché solo fatica e tenacia permisero di raggiungerla e perciò proprio per questo in essa non domina più quel turbinìo senza senso formato dalla «neve dalla forma umana». Il tragitto di questa peregrinazione corrisponde così, alla fine, al sentiero della purificazione della parola, la quale ha rifiutato tutte le forme di attualità e tutti i linguaggi precostituiti che la imprigionano in modi differenti, e si è esercitata al silenzio e alla riflessione. E’ questa parola che guida verso un luogo ospitale l’ascesa alla montagna per una via che d’inverno non è stata ancora battuta. Dove si è abbastanza lontani dalla attualità delle occupazioni umane, si è vicini alla meta, a quella meta che è la parola vera.

Quel che là attende qualcuno si trova ancora profondamente nascosto: Tief in der Zeitenschrunde, «Al fondo del crepaccio dei tempi». Sembra si alluda a una fenditura che si apre sulla parete del ghiacciaio e che non è possibile scandagliare. Ma è un «crepaccio dei tempi», una frattura nel flusso uniforme del tempo in un luogo dove il tempo non scorre più poiché anch’esso, come tutto, è fermo in un’eternità immobile. Là, beim Wabeneis, «nel favo del ghiaccio»: anche quest’immagine si impone dal punto di vista ottico e sonoro per la sua immediatezza. E’ «ghiaccio» [Eis] che, come un «favo» [Waben] depositato a strati o formatosi all’interno di un alveare, è protetto da una struttura immutabile, vale a dire è al riparo da tutte le influenze dello scorrere del tempo. E proprio là, «nel favo del ghiaccio», wartet, «attende», il poema, lo Atem-kristall, il «cristallo di fiato». Certamente in questa immagine bisogna avvertire il contrasto che vi è tra le pareti di ghiaccio costruite tutte intorno e il minuscolo cristallo di fiato, quest’essere di brevissima durata dovuto a un miracolo geometrico, questo minuscolo fiocco di neve che turbina da solo nell’aria in una giornata invernale. Questo essere unico, piccolo, è detto tuttavia Zeugnis, «testimonianza». E’ detto unumstößliches Zeugnis, «testimonianza non intaccabile», evidentemente in chiara contrapposizione alle affermazioni di falsa testimonianza delle poesie «belle e pronte». E colui per il quale il «cristallo di fiato» testimonia (la «tua» testimonianza) sei «tu», quel familiare e sconosciuto che per l’io – che qui è sia l’io del poeta che quello del lettore – è il suo tu «tutto, tutto reale» [ganz, ganz wirklich].
[op. cit., pg. 77-80]

Nota

(*)

Wortaufschüttung, vulkanisch,
meerüberrauscht.

Oben
der flutende Mob
der Gegengeschöpfe: er
flaggte – Abbild und Nachbild
kreuzen eitel zeithin.

Bis du den Wortmond hinaus-
schleuderst, vom dem her
das Wunder Ebbe geschieht
und der herz-
förmige Krater
nackt für die Anfänge zeugt,
die Königs-
geburten.

*

Ammasso di parole, vulcanico,
sopraffatto dal fragore del mare.

Sopra,
la ciurma fluttuante
delle anticreature: lei
issò la bandiera – copia e imitazione
incrociano vane seguendo il tempo.

Fin che tu lanci fuori
la parola-luna
donde accade del riflusso il miracolo
e il cratere,
al cuore conforme,
testimonia scoperto degli inizi,
le nascite
regali.

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Tommaso Pincio: “Hotel a zero stelle”

 

Una sintesi di materiali eterogenei, per celebrare il successo del libro di Tommaso Pincio, pubblicato da Contromano Laterza. L’intervista a Fahrenheit su RadioTre, l’incipit del libro, la recensione di Giampiero Cordisco su Polimeri.

A spiazzare qualunque discorso critico, a riprendere un’antica tradizione (i Salon baudelaireani rovesciati) e a trascinare in un contagio da febbre terzana e letteraria, è nuovamente uno scrittore – come da molto sta accadendo, poiché la mancanza più grave e canonica della critica contemporanea è l’amore per l’oggetto e il soggetto, l’assenza di una devozione che sia consustanziale all’atto critico. Tommaso Pincio in Hotel a zero stelle elabora nella lingua nuda (che è tutt’altro dalla lingua onesta e anche dalla lingua “bianca”) l’assenza di anticorpi alla malattia della letteratura e alla sua privata follia: la testimonianza del vagabondaggio estremo, all’interno e al tempo stesso all’esterno di sé, nella gratitudine e nell’odio e nell’invidia e nella sensazione di annullamento che provoca la vertigine letteraria e artistica. Una salita dantesca effettuata col nitore petrarchesco: l’inveramento della poesia nella prosa, un settimo grado nell’abbacinante assenza dei generi, per compresenza di tutti i generi in potenza, che ha in Pincio uno dei più alti interpreti italiani in questi anni.

 

RadioTre Fahrenheit intervista Tommaso Pincio

Loredana Lipperini intervista, a Fahrenheit, secondo la sua scansione profonda, l’autore di Hotel a zero stelle.

 

Da “Hotel a zero stelle”

di TOMMASO PINCIO | da Hotel a zero stelle

Tra i tanti alberghi che ho visitato, un angolo speciale del mio cuore se l’è conquistato un postaccio di Tel Aviv. Si trova in pieno centro, alle spalle di quel vialone serpeggiante e rumoroso chiamato Allenby che segna il confine sud della città. A due passi c’è Shenkin, strada molto alla moda, piena di locali pretenziosi, tra cui, un tempo, il Conceptual Bar, dove pagavi per non prendere nulla. Cioè, ordinavi, che so, un caffè, e ti arrivava una tazzina con tanto di piattino, cucchiaino 24 e zuccheriera. Il lato concettuale della faccenda, ovverosia il nulla, consisteva nel fatto che tazzina e zuccheriera erano vuote.
Il bar è andato fallito nel giro di un paio di mesi, da quel che ricordo, ma Shenkin è rimasta la strada migliore della città, ammesso che non si disdegni di stare in mezzo a giovani in posa conciati all’ultimo grido. È anche un buon posto per sapere tutto dell’India e di esperienze psichedeliche, perché vi vedi ciondolare transfughi appena rientrati da Goa con la testa ancora in orbita.
A sciamare tra la gioventù, stralunata o in ghingheri che sia, compaiono di tanto in tanto sperdute frotte di pinguini – come vengono chiamati qui gli ebrei ortodossi – coi loro pastrani neri, le camicie bianche, le basette arricciolate, le nappe che penzolano all’altezza dei fianchi; un contrasto niente male con le giovani soldatesse della Tzva HaHagana LeYisra’el che, mitra in spalla, il venerdì sera, all’inizio dello Shabbat, gironzolano per le boutique provando vestitini o costumi da bagno. Il mio postaccio si trovava vicino e ai margini di tutto questo, in una stradina laterale.
Da fuori l’impressione non era granché e l’interno era pure peggio. ad accogliere il perplesso avventore, l’unico dipendente dell’albergo, se albergo vogliamo chiamarlo. Costui era un uomo maturo, zoppo e guercio – non scherzo – con un’aria nel complesso per nulla rassicurante. Indossava soltanto un paio di pantaloni corti, se non vere e proprie mutande, ed era la persona più scortese che abbia mai incontrato. A parte ciò, lo si poteva considerare un brav’uomo, un greco entrato in Israele grazie alla Legge del Ritorno. I turisti capitavano nel suo albergo per via della Lonely Planet, che assicurava stanze a prezzi decisamente concorrenziali. Restavano però interdetti nell’imbattersi in un concierge con tutti gli attributi dell’omicida seriale. Prendevano tempo, si guardavano attorno, poi domandavano quante stelle avesse l’albergo. Lui, risoluto, scorbutico, minaccioso, si beava di rispondere sempre alla stessa maniera: «Here no star. If you want the stars go to the sky».
Doveva aver letto Dante senza saperlo, quell’uomo, perché al suono delle sue parole, senza pensarci due volte, la maggior parte dei turisti scappava via, fuori, a riveder le stelle. Io, che con quel genere di inferni ci vado a nozze, non mi sono fatto spaventare. Non funzionava niente là dentro. Le stanze erano dotate di un piccolo lavabo lercio e spaccato dal cui rubinetto usciva, tra mille rumori, un filo d’acqua rugginosa. Dire che le pareti erano scrostate non renderebbe l’idea, diciamo dunque che somigliavano a un’opera di Burri. Accendere il ventilatore, ammesso che si accendesse, era sconsigliabile: batuffoli neri si alzavano in volo vorticando come pipistrelli furiosi e rendevano l’aria irrespirabile.
La sera il concierge era solito godersi il fresco seduto in mutande in una piccola terrazza da dove era possibile contemplare un cielo pieno di quelle stelle che l’albergo era orgoglioso di negare ai suoi ospiti. Qualche volta mi intrattenevo con lui prima di uscire, prima di tuffarmi nella dolce vita di Shenkin. Mi raccontava storie della sua Grecia e di quando Israele era un paese tutto da costruire. A me veniva da pensare che ogni angolo di Tel Aviv dovesse essere un po’ come il suo albergo, a quei tempi. È qualche anno che non capito più in medio oriente, per cui non so se esista ancora. Dubito; posti tanto meravigliosi tendono a scomparire, è una legge di natura. Non ricordo nemmeno come si chiamasse. Ma non mi sorprenderebbe che non l’avesse affatto, un nome.
Del resto, importa forse qualcosa? Per me è sempre stato, e sempre resterà, l’hotel a zero stelle, ovvero il mio albergo ideale i cui ospiti tipo dovrebbero essere i vagabondi dell’anima, coloro che ancora gironzolano alla ricerca di sé, senza troppa arte né parte. in questo albergo non poco scalcinato si può stare fin quando si desidera, perlomeno fintanto che non si è compreso quale tipo di sangue cavare dalla propria rapa.
L’ospite può starsene chiuso in camera, come in un sanatorio, leggendo o riflettendo sul proprio passato o su cosa intende fare del proprio futuro. Se ne ha voglia, può scendere dabbasso e scambiare quattro chiacchiere con il portiere tuttofare dell’albergo, che ha sempre qualcosa da dire, qualche lezione di vita da impartire. Inoltre, diversamente dai normali alberghi, l’ospite può esplorare l’edificio dal piano terra sino al tetto, dal quale è possibile ammirare un magnifico cielo stellato nelle serene notti di luna nuova. Può persino bussare alle stanze degli altri ospiti, i quali, essendo vagabondi dell’anima anch’essi, saranno più che felici di accoglierlo e scandagliare in sua compagnia il senso dell’esistere e le relative questioni, che sono poi la chiave per orientarsi nel mondo all’esterno, spesso assai meno inospitale di questo speciale albergo.
Solitamente, un buon albergo a zero stelle si compone di quattro piani perché così vuole il mito della conquista di sé, articolato, come noto, in quattro fasi. Alla maniera del viaggio dantesco lungo i regni ultramondani, il viandante in cerca di sé passa dallo smarrimento iniziale in una qualche selva oscura a tre fasi successive più o meno assimilabili a inferno, purgatorio e paradiso.
È una struttura che ricorre in moltissime storie e leggende, anche se ogni leggenda fa un po’ storia a sé, perché ognuno ha il suo modo personale di perdersi così come ha un proprio inferno, un proprio purgatorio, un proprio paradiso. C’è un primo piano, nel quale l’ospite è ancora spaesato e incerto su cosa fare. E un secondo piano dove lo smarrimento si popola di mostri. E un terzo piano in cui l’ospite cerca la forza di reagire e prende le misure di ciò che lo circonda. E un quarto piano in cui l’ospite raggiunge una forma di consapevolezza che gli consente l’accesso al tetto dal quale tornare a vedere un po’ di luce, quelle stelle che l’albergo non ha.

 

Su “Hotel a zero stelle”

di GIAMPIERO CORDISCO | da Polimeri

Il progetto di Hotel a zero stelle rientra perfettamente nell’idea geografico-letteraria di Contromano, e ne esaspera la prospettiva: se questa collana si fonda su un approccio ai luoghi (che siano luoghi squisitamente sociali-antropici o luoghi del sentire – o se il luogo-libro di volta in volta ricavato sia la risultanza di diverse prospettive bio-geo-letterarie – poco importa), il libro di Tommaso Pincio va a restringere il campo metaforico a un unico edificio, popolandolo delle proprie istanze di vita per mezzo di riferimenti letterari e artistici.
L’albergo, dunque, l’hotel a zero stelle in cui, memore di un passato mai effettivamente trascorso da nomade delle guest house asiatiche e degli ostelli privi di intimità e inutili comfort, Pincio va a costruire una personalissima cosmogonia, è stipato di personaggi che hanno segnato la sua formazione letteraria. Il libro è costruito sulla pianta di questo albergo ideale abitato da splendidi reclusi della vita, da “vagabondi dell’anima… che ancora gironzolano alla ricerca di sé, senza troppa arte né parte”. I piani dell’albergo sono quattro, modellati secondo la mappatura della Commedia dantesca. Ad ogni piano corrisponde un’urgenza di vita dell’uomo-Pincio: la consapevolezza della necessità della menzogna e dell’inevitabilità di una forma di impostura (la selva oscura del primo piano), il terrore del fallimento (l’inferno del secondo piano), l’illuminazione della consapevolezza nei rapporti fra essere ed esistente (purgatorio, terzo piano), la scoperta del Senso che soggiace all’effimero della Vita (paradiso, quarto piano). Il capitolo introduttivo e quello posto ad epilogo perfezionano la circolarità dell’impianto del libro, chiamando in causa l’autore che entra per vie fortuite nel linguaggio letterario dopo aver realizzato l’impossibilità di continuare il percorso pittorico – percorso a cui invece ritorna, con rinnovata coscienza, alla fine del libro, nella vita attuale.
Se questo fosse un romanzo, e se ci trovassimo in altre epoche, potremmo parlare di un magistrale esempio di bildungsroman, con l’ideale della formazione umana che fa da colonna portante all’intera struttura del libro-albergo. Ma questo non è un romanzo, non si tratta in nessun modo di fiction. Hotel a zero stelle è per me un esempio notevole di creative non-fiction: saggistica letteraria d’autore con riferimenti biografici degli scrittori di volta in volta narrati (non “analizzati”, ma “narrati”); e poi c’è la scrittura in sé, la forma che è la sostanza.
La prosa di Pincio è sbalorditiva. È un dettato all’apparenza semplicissimo, dotato di un nitore interno che sembra autoalimentarsi e che è l’espressione autentica del cosiddetto piacere di leggere. Ha una luce tutta sua, una densità perfetta nei rapporti fra pieno e vuoto, e ti mette davanti all’evidenza che fare della scrittura un’operazione di ingegno è un dono. Questo dono si chiama talento: la scrittura di Pincio (in questo Hotel e – sono sicurissimo – negli altri libri che non ho ancora letto) è il talento dell’autore che fa sembrare semplicissimo mettere le parole una dopo l’altra. Quando mi trovo davanti a questo modo di scrivere, mi viene da pensare a come possa essere possibile la progressione. Com’è che una frase dopo l’altra mi ritrovo davanti a una tale quantità di argomenti? Mi sembra strano (e mi sorprende in positivo) che da una forma all’apparenza così semplice possa generarsi un contenuto così stratificato e multiforme. È una forma di sospensione della credulità, ma applicata alla forma, alla prosa in sé, al progredire delle frasi, al lessico apparentemente ordinario, alla ricerca sonora dissimulata in semplicità e naturalezza. Mi trovo davanti a quel modo di scrivere che ti fa sfogliare le pagine per poi tornare indietro regolarmente, perché non riesci a capire esattamente dove, nel testo, siano dislocati i punti di fuga – in pratica, sei in balìa dell’autore, che ti porta a spasso a suo piacimento nei vari corridoi della sua opera. È così che parti da Melville e ti ritrovi a leggere di Warhol prima di arrivare a Caravaggio. Allo stesso modo leggi di Márquez e ti ritrovi in casa di Burroughs, ubriaco marcio, che ammazza la moglie giocando al Guglielmo Tell con una pistola carica. Il tutto senza soluzioni di continuità, sviscerando gli aneddoti biografici più nascosti dei tanti scrittori trattati (Wallace, Parise, Dick, Kerouak, Simenon, Pasolini) in relazione al vissuto umano e intellettuale dell’autore.
Da una scrittura così nitida traspare chiaramente la bontà della persona, e se così non fosse mi trovo davanti a un inganno che lascio perpetrare volentieri. Pincio mi appare un autore validissimo e una persona autentica, sincera: tutto Hotel è (anche) un grosso brano diaristico, in cui vengono elencati, senza paura di mostrarsi nudo al pubblico dei lettori, momenti di riflessione intima sul proprio operato ed episodi cupi della propria storia personale. È sempre grazie alla potenza della scrittura, al piacere indotto dalla lettura, che questo ur-diario non appare affatto pesante, né autoriferito o tra virgolette ombelicale.
La portata, e ho finito: in un momento migliore, in un Paese che sappia valorizzare il lavoro culturale, in un Paese quale questo non è più, un libro del genere verrebbe adottato nei corsi di scrittura creativa, nei corsi universitari di letterature comparate, verrebbe suggerito per le vacanze per i liceali prossimi alla maturità e indicato ovunque come lettura obbligatoria per chi si interessa di letteratura contemporanea. Ho finito.