blog · La vita umana sul pianeta Terra

Videotestamento e congedo finale dello stragista norvegese

di GIUSEPPE GENNA

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[Il testo di questo monologo è stato scritto nel settembre 2011, in vista di una possibile interpretazione di Fabrizio Gifuni per la regia di Davide Manuli, che avrebbe girato il corto con le restanze della pellicola utilizzata per “La leggenda di Kaspar Hauser”. Il progetto, non realizzato, avrebbe quindi innescato la scrittura di un testo completamente differente, cioè il soggetto di un film, “Europa”, per la regia di Manuli, protagonista Gifuni medesimo. Anche questo progetto non andò a buon fine. Nel frattempo, avveniva lo sviluppo e la stesura de “La vita umana sul pianeta Terra”, progetto che è stato realizzato]

 

Voce unica maschile

 

[Inoltre la dottrina per la quale il] rapimento non deve recare vantaggi, discutibile già nei casi comuni, dove il danno del rapito è estremamente probabile, non regge in circostanze politiche, dove si provocano danni sicuri e incalcolabili non solo alla persona, ma allo Stato. Il sacrificio degli innocenti [in nome di un astratto principio di legalità è inammissibile]

 

Non riesco a immaginare quale sarà il mio stato d’animo durante l’operazione. Probabilmente scatterà durante un ciclo di steroidi e, per di più, sotto l’effetto di efedrina.

 

Nel discorso che oggi devo tenere e che mi occorrerà tenere qui forse per anni, io avrei voluto insinuarmi surrettiziamente

 

Bisogna continuare, non posso continuare, bisogna dire parole finché ce ne sono, bisogna dirle finché mi trovino e dicano loro me – strana pena, strana colpa, bisogna continuare…

 

Il desiderio dice: “Vorrei che fosse tutto intorno a me come una trasparenza calma, profonda, indefinitamente aperta, io attendo e gli altri rispondono, le verità si alzano da sole a una a una”

 

L’istituzione risponde: “Rendo solenne il tuo esordio, vi attornio tutti di un cerchio di attenzione e di silenzio, mentre mastico l’efedrina e vi uccido, a una a una”.

 

L’istituzione risponde:

 

“Mia sorella ha avuto cinquanta partner, il mio patrigno cinquecento, mia madre ha contratto un herpes genitale, metà delle amiche mie a Oslo – sì – possono essere definite promiscue – sì – perché hanno avuto più di venti relazioni intime”

 

Mi sono genuflesso, ho strisciato per anni, ho baciato il culo ai miei [genitori]

 

Tu: striscia. Nano che vuole essere re. Ondeggiano sul fondo, si piegano i Faraoni.

 

Tutti i sacrifici che hanno fatto per me i miei genitori si sono dissolti come acqua nel terreno. Quanto avrei potuto dare per amore… Troppo tardi: è morto lentamente come un albero. Più si è vicini a Cesare e più aumenta la paura.

 

Dammi la cenere, dammi le legioni.

 

È necessario presentarsi nelle migliori condizioni possibili e produrre materiale comunicativo di alta qualità prima delle stragi.

 

La preparazione di una sessione fotografica non può prescindere dalla cura dell’aspetto fino nei minimi dettagli. Consiglio di tagliare barba e capelli, sottoporsi a diverse sedute di lampade solari e a un intenso allenamento per almeno i sette giorni precedenti le foto dopo le stragi. Sarebbe utile recarsi in un salone di bellezz[a per uomo.]

 

Dio che mi hai fatto verme, io ti dissolverò. Lo spavento mi adora e, verme, ho i miei pontefici.

 

Sopprimo i tuoi testimoni

 

Uccido a una a una le mie figlie.

 

Nel nero cielo dei mondi più malati, bisogna, nell’Oceano celeste, che la nave fatta di stelle si squarci e sprofondi, alla fine.

 

Nei porti del cielo l’uno cade, l’altro muore.

 

I raggi, io li scorgo. I raggi, io li raccorcio.

 

La demolizione, questo è il mio diametro

 

Un poco più vicino a te, o Arcadia

 

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Friedrich Dürrenmatt: ‘Il Torturatore’

Un racconto di uno dei maestri della narrazione metafisica, Friedrich Dürrenmatt. Il Torturatore risale al 1943 e consiste in una sorta di Book of Job al contrario, condensato attraverso una paratassi estrema, che valica perfino la forma delle istruzioni in sceneggiatura, per assestarsi in una terra di mezzo: oggetto narrativo che non è romanzo, non è poesia, non è racconto, non è prosa poetica. Questo spazio in cui si assesta l’oggetto scritto di Dürrenmatt è per me il contemporaneo.A motivo di questa contemporaneità dell’oggetto lo propongo, in senso esemplare, più che paradigmatico, poiché ritengo che oggi il problema della narrazione consista nel raggiungimento di diapason, nell’attivazione dell’oggetto estetico, nella intensificazione di momenti esperienziali. Si tratta di smentire i pareri che, dell’autore elvetico, diedero Saul Bellow e Kurt Vonnegut, riducendo la sua narrazione a narrativan e l’appoggio estetico per intensificare l’oggetto come “idea geniale”. Dicharò infatti Saul Bellow:

“Dürrenmatt scrive drammi e racconti polizieschi “colti”, animati da un’intelligenza sottile. Scrive con eleganza, scrive per tutti, sa essere divertente, ma non tradisce mai il taglio ‘alto’ della sua penna. A volte, come scenario, utilizza l’Impero Romano nel periodo della decadenza. Idea geniale! Potremmo paragonare Dürrenmatt a un avvocato che lavora per i propri clienti con obiettività assoluta, senza mai farsi condizionare dalla loro innocenza o colpevolezza”.

Kurt Vonnegut utilizzò addirittura la “meccanica” come metafora descrittiva:

“Quando si parla di Friedrich Dürrenmatt, va detto innanzitutto che i suoi racconti e suoi romanzi sono orologini svizzeri di valore. Meccanica impeccabile, di quelle che non tradiscono. Immagini che luccicano in acquari ben illuminati, piccole marionette che si agitano in scene di amore avidità follia crimini politica speranza. Le marionette sono, appunto, marionette, quindi fanno quel che dice chi muove i fili. Che tuttavia, detto fra noi, è dotato di uno spirito e di una sensibilità sbalorditivi”.

La traduzione da Dürrenmatt è di Umberto Gandini, per l’edizione Feltrinelli.

***

IL TORTURATORE

di FRIEDRICH DÜRRENMATT

I massi squadrati sono morti. L’aria è come pietra. La terra preme da ogni parte. Acqua fredda stilla dalle fessure. La terra è in suppurazione. L’oscurità incombe. Gli strumenti di tortura sognano. Il fuoco brilla nel sonno. I tormenti aderiscono alle pareti. Lui è rannicchiato nell’angolo. Il suo orecchio spia. Le ore strisciano. Si alza. Su in alto si apre una porta. Il fuoco si sveglia e avvampa rosso. Le tenaglie si muovono. Le corde si tendono. I tormenti lasciano le pareti e si calano su tutti gli oggetti. La camera di tortura comincia a respirare. Passi si avvicinano.
Egli tortura. Le pareti ansimano. I massi urlano. Le lastre di pietra mugolano.
Dalle fessure guarda l’inferno, gli occhi sbarrati. L’aria è piombo rovente. Il fuoco cola sulla carne bianca. I pioli delle scale si piegano. I secondi sono eterni.
E’ di nuovo rannicchiato nell’angolo. Vuoti gli occhi, le mani come ghiaccio. I capelli appiccicati. La camera di tortura è stanca. Il sangue si disperde. I massi squadrati s’irrigidiscono. La nausea scorre attraverso le inferriate. Il silenzio prende alla gola. Il tempo si sveglia. I secondi avanzano a tentoni e le ore si addossano luna sull’altra. Il fuoco lambisce gli ultimi carboni.
La notte giace sulla città. Le stelle sono gialle. La luna è marrone. Le case serpeggiano sul terreno. Percorre una strada ed entra nell’osteria. Le fiaccole ardono nere. La gente fugge. Il vino è sangue vecchio. Qualcuno grida. Una sedia smossa in lontananza. Echeggia stridula un’oscenità. Una donna dalla pelle bianca. Su di lei è poggiata una mano. La porta si apre. Si fa silenzio. Uno straniero gli si siede accanto.
Guarda le mani dello straniero. Sono sottili. Le dita giocano con un bastone. Il pomo d’argento manda bagliori. Il volto è pallido. Abissi gli occhi. Le labbra si aprono. Lo straniero comincia a parlare.
Sei il torturatore. Sei l’ultimo degli uomini. Il più odioso. Posseggo molto oro. Ho moglie e due figli. Ho amici. Un giorno non avrò più niente. Diverrò vecchio. Morirò. Imputridirò. Sarò quello che sei tu. La mia vita è una discesa nel nulla. La tua resta uguale nel nulla. T’invidio. Sei l’uomo più fortunato. Ho assaporato ogni piacere. Ma il mio piacere si è dissolto. E’ rimasta la nausea. Il tuo piacere è inesauribile. E’ eterno. Tu torturi. Sotto le tue mani l’illusione uomo si spezza. Rimane l’animale urlante. Il minimo tuo movimento crea paura infinita. Tu sei l’inizio e la fine. Ti faccio una proposta. Scambiamoci le parti. Avrai mia moglie. Il mio oro. La mia gioventù. Il mio potere. Fammi essere torturatore. Ritroviamoci fra due anni. Non lo dimenticare. Altrimenti rimarremo scambiati per sempre.
Le parole dello straniero gli martellano le orecchie. Cade un bicchiere. Il vino scorre sul tavolo. Schegge di vetro sul pavimento. Guarda il volto dello straniero. E’ bello. Il suo abito è ricco. Bacia le mani sottili. Sente se stesso ridere.
Entrano in una sala. Le ombre volano sulle pareti. Le finestre sono vuote. Pipistrelli pendono dal soffitto. Il pavimento è uno specchio. Il fuoco sacrificale arde azzurro nell’ara. Il fumo sale verticale. Porge le mani allo straniero. La luce si oscura. Le ombre si staccano dalle pareti. L’aria canta. I pipistrelli sul soffitto oscillano come piccole campane. Le finestre ruotano.
L’uomo che vede è il torturatore.
Una gigantesca figura informe. Ascessi aperti. Bagliori d’una smorfia putrida. Un rosso occhio sbarrato. La pupilla è un’ulcera. La bocca sbava. Fugge. Cammina per le strade. Il suo passo si fa più tranquillo. E’ deciso a non tornare mai più. Le mani sottili giocano col bastone. Sorge il sole. Le case s’illuminano. Il cielo è un vasto mare. La gente va al lavoro. Una ragazza gli sorride.
Entra in una casa. Le pareti sono bianche. I cani indietreggiano. I servitori s’inchinano. Bacia i bambini. Viene una donna. E’ tenera. Biondi i capelli. Piccolo il piede. Egli sorride. Lei lo abbraccia. Le accarezza il petto.
La notte riposa. Il giorno è lontano. La stanza respira regolarmente. L’oscurità è calda. Lei giace nuda. La sua pelle è una nuvola.
I giorni cambiano. I mesi si accumulano. Passa un anno.
Le strade sono vuote. Le mani giocano col bastone. L’argento manda bagliori. Il cielo grava sulla terra. Il terreno è bianco. La neve scricchiola. Cammina lungo un viale. C’è un ramo sulla neve. Un bambino strilla. Il ramo è come uno strumento di tortura.
Siede in poltrona. E’ buio. Beve. Il vino è sangue vecchio. L’oscurità penetra strisciando nei pori. Il silenzio è tormentoso. Il fuoco del camino avvampa rosso. Vicino, la bianca parete ha una crepa. Ne stacca a colpi l’intonaco col tacco dello stivale. Emergono massi squadrati. Si alza ed esce. Frusta i cani a morte.
L’ora si avvicina. Dà una festa. La sala è chiassosa. I tavoli si piegano. Le luci guizzano sui volti. Le donne hanno spalle tornite. Gli uomini ridono. Le ombre volano sulle pareti. Echeggia stridula un’oscenità. La bacia. Lei apre il vestito. Il vino scorre sul tavolo. Sangue che si disperde. Si alza di scatto.
Fugge. Corre per le strade. Le case sibilano. Le torri crescono nel cielo rapide come frecce. La strada s’inclina. Le case si addossano. Gli sbarrano la via. Si fa largo e si precipita nella sala. L’ara è spezzata. Le finestre lo fissano. Il pavimento è coperto di pipistrelli morti. Aspetta. Gli tremano le labbra. Il torturatore non viene. Torna indietro, di soppiatto. Il cielo è fredda ardesia.
Pallida la sua casa. La moglie dorme. Giace silenziosa. I suoi capelli sono come oro. Solleva la fiaccola. Il fuoco si riversa sulla carne bianca. Il letto è un banco di tortura. Qualcuno geme. Il sangue è rosso.
Siede. Tace. La luce è abbagliante. Gente passa davanti a una finestra. I giudici parlano. Si alza. I giudici pronunciano alcune parole.
Il corridoio scende sempre di più. E’ stretto. Il pavimento è di pietra. Massi squadrati le pareti.
Si apre una porta. L’ambiente è quadrangolare. Un fuoco gli guizza incontro.
L’aria è umida. Un’ombra si stacca dall’angolo. Dal fuoco si levano tenaglie.
L’ombra si avvicina. Grida. E’ il torturatore.
E’ incatenato al pavimento. La sua bocca urla. Il soffitto di pietra cade.
L’aria ottura i pori. I pesi sono globi terrestri che gemono. La camera di tortura è il mondo. Il mondo è un tormento. Il torturatore è dio. E’ lui che tortura.
Un uomo grida: Perché non sei venuto?
Dio ride: Perché dovrei ridiventare uomo.
Un uomo geme: Perché mi tormenti?
Dio ride: Non ho bisogno di un pretesto.
Un uomo muore.

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Fiction e tragedia: “Arnold”

Dialogo finzionale sulla fiction: le disavventure della saga di cui fu protagonista il paffuto Gary Coleman. Grottesche accelerazioni verso la più cupa e scintillante decadenza, massacri morali ed estetici, morti individuali e lasciti patetici. Fenomenologia del disastro spettacolare.

[Questo testo è una campionatura aggiornata da Costantino e l’Impero, finto biopic edito scritto da MIchele Monina e me medesimo, e pubblicato da Marco Tropea nel 2005].

“Fai fiction? Muori.
Ti ammali.
C’è un collasso esistenziale.
Linfoma non Hodgkin.
Tumore epatico.
Rovina economica.
Trasformazione della personalità.
Prendi Arnold”.
“Arnold chi?”
“Arnold, il piccolo negro paffuto”.
“Il protagonista della fiction Il mio amico Arnold”.
“Si chiamava Different Strokes in America”.
“Era un bambino di colore paffuto”.
“Non era un bambino, era un nano, aveva una malattia”.
“L’aveva da prima di girare la fiction”.
“Non importa la malattia, renale. La fiction è fatale. Guarda cosa gli è successo”.
“Aveva un fratello che si chiamava Willis”.
“Dentro la fiction sì, fuori era figlio unico”.
“Arnold aveva la faccia comica arrabbiata quando diceva sempre sempre: Che cavolo stai dicendo, Willis?”
“Era il tormentone della serie”.
“E’ stata eletta in America tra le dieci migliori battute della televisione di sempre”.
“Erano stati adottati dal signor Drummond, un mezzo miliardario bianco rimasto vedovo, che aveva una figlia anche lei bianca, Kimberly, una stronza”.
“Me la ricordo. Col fiocco. Pallida. Razzista”.
“Nessuno se le ricorda più queste cose, eppure è storia”.
“Vivevano in un attico davanti alle Torri Gemelle”.
“Già questo porta sfiga, guarda cosa è successo nel giro di vent’anni”.
“Arnold e Willis erano un problema per Kimberly che era una stronza e una razzista”.
“Andava capita, due fratellastri negri le capitano all’improvviso nella casa”.
“Il signor Drummond non aveva polso, era un debole”.
“Kimberly tormentava i due fratellastri negri. Il telefilm intendeva dire che non bisogna mai essere razzisti”.
“Anche che i negri possono essere adottati. Intendeva un modello di civiltà, la fiction”.
“Intende sempre una civiltà, sotto, la fiction”.
“Arnold, Il mio amico Arnold”.
“Arnold era un bambino simpatico agli imbecilli. Fatto sta che non era un bambino. E’ rimasto per sempre così come lo si è visto”.
“Si chiamava Gary Coleman”.
“Quando ha iniziato a girare Arnold, era già affetto da questa malattia”.
“Si chiama lupus nephritis, un disguido del sistema immunitario, comporta una forma di nanismo che ti mantiene sempre con l’aspetto di uno di dieci anni!”
“Ascolta: all’apice del successo di Arnold, Arnold guadagnava settantamila dollari alla settimana”.
“L’America impazziva per lui”.
“Appena finisce Arnold, Arnold crolla. I suoi genitori sperperano in un anno tutti i guadagni del figlio nano, cioè quattro milioni di dollari. Il nano fa causa ai genitori”.
“Ha avuto coraggio”.
“Ha i coglioni, il nano. Ma ormai la fiction l’ha fatta: è segnato”.
“Arnold vince la causa coi suoi genitori e si ritrova malato e povero”.
“Si indebita e va in rosso di settantaduemila dollari”.
“Le cure sono costose”.
“No: ha contratto una dipendenza da modellini di treni”.
“Ne compra a centinaia, per indebitarsi a quel modo”.
“Tutta la sua casa è invasa da binari che si intersecano, scambi ferroviari in miniatura. Lui ha un trenino della sua taglia, ci sale, si veste da capotreno americano, gira per le stanze”.
“Sta male”.
“E’ il potere della fiction. Fuma erba come un disperato. Assicura che è per lenire i problemi di salute, i dolori: una cazzata. A un certo punto, Arnold deve trovarsi un lavoro, altrimenti è il fallimento. Diventa guardia giurata”.
“E’ la rovina”.
“Più di quanto ci si immagini. Sta facendo sorveglianza in un grande magazzino, una cicciona lo nota, lo riconosce, gli chiede un autografo, Arnold firma un foglio, lei pretende una dedica, Gary Coleman dice che basta così, lei lo mette all’angolo, lui la insulta, la cicciona lo schiaccia contro una parete, è enorme questa cicciona, Arnold soffoca, allora le tira un pugno in un occhio”.
“Lo ha denunciato”.
“Per oltraggio e violenza. Va a processo. Lo condannano, deve pagare circa duemila dollari e frequentare un corso di elaborazione della rabbia per persone violente: Arnold”.
“E’ alto uno e quaranta e frequenta un corso insieme a personaggi che hanno preso a pugni moglie e figli”.
“Puoi controllare: è tutta storia. Ci sono le prove, non mi invento niente. Inventare è da idioti: c’è già la realtà”.
“Non finisce qui”.
“La fiction comporta una forma che non finisce mai. Nel 1999 Arnold rilascia un’intervista alla rivista Us, sostenendo di essere ancora vergine a trentuno anni”.
“Si mette a fare il venditore di auto”.
“Promo tv con lui nano in piedi su un cofano di Corvette rossa”.
“Improvvisamente si candida per una carica politica”.
“La fiction lo comporta”.
“A governatore della California”.
“Deve affrontare un altro Arnold”.
“Schwarzenegger”.
“Un nano contro un colosso”.
“Fiction seriale contro action movie”.
“E’ il 7 ottobre 2003, quando la CNN annuncia che Schwarzy ha vinto con quattro milioni e mezzo di voti. Ad Arnold ne sono andati quattordicimila”.
“A questo punto muore”.
“La fiction lo porta alla morte a quarantadue anni, cadendo dalle scale, batte la testa, muore in un lago di sangue, è impressionante, si era nel frattempo sposato”.
“Celebre la telefonata della moglie ai soccorsi”.
“La moglie Shannon. Urlava che era in un lago di sangue e che non sapeva gestire la situazione”.
“Lo hanno ricoverato ed era in coma e Shannon ha detto di staccare le macchine”.
“Non ha atteso un secondo”.
“A casa aveva messo sul letto Arnold sanguinante morente, gli aveva fatto le foto. Dopo la morte di Arnold, le ha vendute”.
“E’ una saga tragica greca”.
“Darebbe ragione agli imbecilli che sostenevano in quegli anni che l’America era l’erede della Grecia classica. Perché la saga è saga, va oltre Arnold”.
“Coinvolge tutta la scena, come ogni tragedia esige”.
“Prendi la sorellastra bianca di Arnold”.
“Kimberly”.
“La figlia del signor Drummond”.
“La interpretava l’attrice Dana Plato”.
“Carina, sempre col fiocchetto, la gonna scozzese. Molto pulita, bianca, disciplinata. La perfetta ragazza della porta accanto”.
“Solo verso la fine della serie tv era un poco ingrassata, niente di che”.
“Non era ingrassata: era incinta. Si era sposata di nascosto con il rocker Lenny Lambert e di lì a poco era rimasta gravida. Quelli di Arnold l’hanno licenziata subito”.
“Di lì, una tragedia senza fine”.
“Appena le nasce il bambino, lei torna a bussare alle porte di Arnold. Il produttore si convince e la riassume”.
“Il ritorno di Kimberly vale un salto di audience”.
“Non funziona. La serie viene chiusa di lì a poco”.
“La rovina approfondisce la crepa”.
“Passa un anno e l’amatissima mamma di Dana Plato muore di leucemia”.
“Una settimana dopo la morte della mamma, il marito di Kimberly la molla e sparisce”.
“Mettiti nei suoi panni, la fiction lo esige”.
“Anche la tragedia”
“E’ sola e povera e ha il figlio a carico. Dana Plato accetta di esibirsi nuda su Playboy. La mossa non si rivela azzeccata: la sua carriera langue”.
“Nessuno la chiama più”.
“Viene arrestata nel corso di una rapina a mano armata in un videostore. Viene condannata a cinque anni di prigione, glieli abbonano, il suo caso commuove il cantante crooner di Las Vegas Wayne Newton, che le regala tredicimila dollari”.
“Wayne Newton lo si vede nel film Ocean’s Eleven, con Clooney e Pitt. Si tratta di un emulo di Sinatra che soffre di una forte dipendenza da operazioni di chirurgia plastica. I capelli sono neroblu, impiantati, materiale organico. I denti sono falsi. Dodici operazioni di chirurgia estetica”.
“La rovina di Dana Plato, però, non si ferma davanti a nulla. Anzi: accelera. Viene arrestata per contraffazione di una ricetta medica che prescrive Valium”.
“Pensa: vieni arrestato per del Tavor”.
“E’ accusata poi per violazione di libertà condizionale, e si fa trenta giorni di galera. Esce di prigione e frequenta una comunità per tossicodipendenti”.
“C’è un altro tipo di tossicodipenza da cui non riesce a liberarsi: la tv”.
“Recita in B-movie televisivi come Bikini Beach Race”.
“Appare in un videogioco”.
“Partecipa a film a luci rosse”.
“Diventa lesbica”.
“Fa outing sulla rivista di orgoglio saffico Girlfriends”.
“Partecipa a una parodia softcore di Arnold”.
“Si fa fotografare mostrando i buchi da eroina all’avambraccio”.
“Si suicida con un’overdose in una roulotte l’8 maggio 1999”.
“Suo figlio e il suo ultimo convivente si sono disputati la proprietà della roulotte in tribunale”.
“Anche suo figlio è morto suicida. Nel 2010. Non si è mai liberato del ricordo della madre, stava male”.
“Resta Willis”.
“Anche Willis, il fratello nella fiction di Arnold”.
“Un martirio”.
“L’attore che faceva la parte di Willis si chiama Todd Bridges. A sei anni vede alla tv la fiction Sanford & Son e decide che sfonderà in tv”.
“Una serie girata nell’officina di un rottamatore”.
“Il protagonista era un caratterista noto nel panorama televisivo americano, Red Foxx. E’ morto di multinfarto tra atroci dolori, solo e disperato”,
“Todd Bridges interpreta Willis e di colpo diventa miliardario”.
“Tocca l’apice con la partecipazione straordinaria a una puntata di Love Boat, per cui lo strapagano”.
“Da qui, la caduta”.
“Prima che Arnold finisca, Todd Bridges, che ha iniziato a farsi le canne da un paio di anni, denuncia la polizia di Los Angeles per molestie. Da questo momento inizia ad avere problemi di ordine automobilistico: viene accusato di estorsione a un venditore d’auto; viene arrestato per guida senza patente; viene sorpreso mentre cerca di rubare una macchina; viene denunciato per non avere pagato il conto di una compravendita di un’automobile”.
“Lo accusano di rapina a mano armata, ma se la cava”.
“Abusa di una convivente”.
“Viene arrestato per possesso di droga”.
“Torna ad avere problemi con le auto: usa la macchina prestatagli di un amico per sfondare un videostore dopo un alterco. Poi fa retromarcia. Poi ingrana la prima e rientra nel videostore”.
“Carcere”.
“Quando esce, l’illuminazione: diventa il conduttore di una trasmissione televisiva evangelico-cristiana, sulla rete TBN, Trinity Broadcast Network”.
“E’ come risorgere in vita”.
“Superare la morte nella fiction, sì”.

blog · Le teste

Videointervista senza rete al Miserabile

Alla presentazione del suo nuovo romanzo Le Teste, Bonsai Tv ha incontrato il Miserabile, per parlare di internet e del futuro della letteratura in rete. E di alcuni scorci particolari del suo libro.

Verifica dei poteri sullo stato di produzione artistica e digitalizzazione, connessione e comunità: Bonsai.tv videoregistra pensieri non tanto in libertà circa il crollo e la rigenerazione dei paradigmi culturali nell’epoca della deflagrazione dell’occidente.

[Pubblicato il 21 dicembre 2009 e rieditato il 2 settembre 2011]