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Su ‘l’Unità’ circa il film di Manuli: Kaspar Hauser è ancora sepolto

 

Kaspar Hauser è ancora sepolto
Quello di Manuli è un film che l’Italia ancora non vuole
In Rete è già culto, e all’estro ha conquistato pubblico e critica. La storia è ambientata in Sardegna e il protagonista ha il volto di Vincent Gallo
di GIUSEPPE GENNA | l’Unità, 30 maggio 2012

La leggenda di Kaspar Hauser di Davide Manuli si apre con una sigla e una scena sconcertanti, in un bianco e nero quasi tridimensionale. La sigla: Vincent Gallo, ripreso di spalle, in un deserto chiama con una danza rituale l’arrivo di una flotta di dischi volanti alieni abnormi, che riempiono il cielo sovrastante. La scena di apertura: in un paesino sardo, in un vicolo non asfaltato, compare proprio Vincent Gallo, a cavallo di una moto da enduro e abbigliato da sceriffo con il cappellaccio e il crine lungo e biondo e gli occhiali da poliziotto americano. Avanza a passo d’uomo facendo rombare l’enduro e urlando a chiunque di scostarsi. Urla e non c’è nessuno. Due minuti dopo, invece, qualcuno c’è. E’ lo stesso Vincent Gallo, vestito con una tuta da motociclista bianca, il volto nascosto da un casco: interpreta il pusher che fornisce stupefacenti in questo regno privo di sovrano. Il duello (a poca distanza dalle location con cui Sergio Leone fece la storia del cinema western) è un confonto tra pusher e sceriffo, due personaggi interpretati dal medesimo attore. Il duello consiste in una danza incrociata, sotto il ritmo di una musica tecno, creazione del divo Vitalic, che ha fornito la colonna sonora al film.
La leggenda di Kaspar Hauser di Davide Manuli (già pluripremiato all’estero con il precedente Beket) ha sbancato all’estero, anzitutto al Festival di Rotterdam dove è stato presentato in anteprima mondiale nella sezione Spectrum. Un successo di critica e pubblico ha registrato poi anche a rassegne prestigiose, da Copenaghen a Istanbul. In Italia non si sa se lo si vedrà. In Rete è già culto, su Facebook e Twitter soprattutto.
Chi ha in mente il Kaspar Hauser di Herzog lo dimentichi all’istante. Qui siamo in un regno che spacca la dimensione storica, in una Sardegna puramente geologica. Siamo in un cinema trascendentale, per ricorrere al celebre saggio di Paul Schrader. Un teatro disumano, che sta tra Bene e Grotowski e Murnau, si disegna sotto i nostri occhi – dico dei pochi fortunati italiani che hanno potuto godere della visione e dell’ascolto di questo che non esito a definire il cinema italiano di questo decennio. La lucidità bianca e nera e grigia ed eterea della pellicola usata da Manuli impressiona. La colonna sonora di Vitalic, che satura le immagini e distrugge i dialoghi, esalta in realtà le interpretazioni di Gallo e di Gifuni (un prete cowboy che ciancia davanti a Kaspar Hauser dell’esistenza di un messia). Silvia Calderoni dei Motus, adrenalinica e autistica, è l’androgino Kaspar Hauser, il ragazzo venuto da fuori della civiltà e su cui essa tenta un’opera innaturale di corruzione e di espulsione dal corpo sociale, attraverso il bando dell’esclusione definitiva – la morte stessa. Una vicenda che si snoda per capitoli molto lineari, sottolineati con titoli da film muto: l’arrivo di Kaspar Hauser, l’educazione di Kaspar Hauser, la sua uccisione…
Chi scrive è in una posizione di oggettività partecipativa, poiché è autore di un frammento della sceneggiatura. Ciò non toglie che il giudizio sia spassionato: l’opera di Manuli vive di una tensione metafisica che ricorda da vicino l’ascesi artistica di Carmelo Bene o di Eugenio Barba o di Andrej Tarkovskij. Siamo di fronte, insomma, a un regista dal talento non comune, che ci espone a una scelta radicale: dimenticare il film ed esperire il cinema. Cioè farci invadere dal bombardamento di immagini sonore, un flusso che scuote il corpo e desta un’attenzione consapevole come poteva accadere in certo Bresson (per esempio ne L’argent) o in Ozu o in certo Godard (si pensi ad Alphaville). E’ avvertibile un’attivazione che sollecita tutti i sensi e sbalza oltre i sensi stessi. Tutto diventa inquietantemente memorabile. A questo effetto sono congeniali per esempio i comici tic dello sceriffo Vincent Gallo (“Oh, yeah!” ripetuto ossessivamente). Ogni situazione crea un trauma, uno strappo nella coscienza. Come l’arrivo sulle onde marine del corpo esanime di Kaspar Hauser, flessuoso come un’alga luminosa.  Accade come in Eyes Wide Shut: il film è un ultracorpo che entra in noi e in noi vive. Si danno trauma e reazione al trauma, attraverso l’esposizione a un’opera radioattiva, come accade stando davanti a Rothko, leggendo DeLillo, rivedendo muoversi Pina Bausch. Occhio e mente di Davide Manuli sono al servizio di quest’opera: fare penetrare in noi quei fantasmi che il cinema ha permesso di vedere per un attimo durato un secolo, angeli necessari che, scriveva Wallace Stevens, sono “una figura a metà, intravista un istante, un’invenzione della mente, un’apparizione tanto lieve all’apparenza che basta che volga le spalle, ed ecco che presto, troppo presto, è scomparsa”.
Qualcuno di antico ha descritto in anticipo quest’opera d’arte che è La leggenda di Kaspar Hauser: “Ecco l’equivalente del suono così come io come lo intendo. L’attore non esiste più, il sé manca, siamo nell’abbandono, nella morte della significazione. L’interiorità ha eliminato la comunicazione. Tra l’attore e lo spettatore non si comunica più. L’interiorità dell’attore si precipita nell’interiorità dello spettatore. A questo stadio, la rappresentazione, le parole come volontà, Dio, la grammatica, l’anima, lo spirito, non esistono più. Sono il mai-detto, il non-detto, che parlano all’interiorità. Siamo nella sensazione. E infine è il corpo che scompare”. Questa precisa descrizione dell’opera di Manuli è stata enunciata da Carmelo Bene, in un’intervista a Thierry Lounas, sui Cahiers du Cinéma, nel 1998, l’anno in cui usciva il primo film di Davide Manuli, Girotondo, giro intorno al mondo. Era un passaggio di staffetta, nemmeno ideale. Buona non-visione a tutti.

NB (La leggenda di Kaspar Hauser non si sa sarà proiettata o celebrata decentemente in Italia. Da intellettuale integrale e in rappresentanza dei molti che sono incuriositi dal film, ringrazio l’establishment del cinema italiano: una folla lugubre che continua a celebrare una danza macabra sulla tolda del Titanic Italia. gg)

blog · Fine Impero

Video: anticipazione da “Fine Impero”, il mio ‘liber niger’.

Giovedì 24 maggio, alle 18.30, presso il Centro artistico Alik Cavaliere(qui il sito) a Milano in via De Amicis 17 (qui la mappa), in collaborazione con NABA (Nuova Accademia Belle Arti – qui il sito), nell’àmbito della manifestazione“Parole immaginate” – reading d’autore e performance, organizzata da Alessandro Bertante e Margherita Palli, il sottoscritto ha affrontato, con il Bertante in persona, anticipazioni dal suo prossimo romanzoFINE IMPERO (annunciato per maggio da Einaudi Stile Libero) e le sue derive testuali collaterali.

Qui sotto, il video che è stato realizzato da un Anonimo Culturale con un device Nokia (voce e ritmo sono lievemente distorti): ringrazio profondamente il rersponsabile del documento filmato. Di seguito, quindi, uno stralcio di testo in anticipazione del misterioso “liber niger” del sottoscritto (qui invece altre occorrenze circa e da Fine Impero su questo sito).

“L’invidia allunga il laccio di malizia che tende alla gente e festeggia scandalizzando gli altri.”

L’invidia allunga il laccio di malizia che tende alla gente e festeggia scandalizzando gli altri.
La mente funziona in questo modo, il corpo inciampa su quel laccio.
Per colei e colui che hanno esaminato a questo modo la mente e il corpo, esiste la possibilità che avere perduto tutto o perdere tutto sia, se non un sollievo, l’approdo a una certa indifferenza verso il mondo.
Così pensavo mentre in taxi ondeggiavo con le donne che non smettevano di parlare, trasbordando al luogo delle sfilate. Vorticavano le loro chiacchiere cattive.
“Una perfezionista sa che può sempre migliorare”, “Quando arriva, a Parigi, urlano Voiçi l’italienne!”, “Quando compare nei backstage!”, “La stessa esclamazione che Coco Chanel utilizzava per Elsa Schiaparelli!”, “Ha rischiato di perdere il dono della voce”.
I doni sono trappole: rischiano infatti di essere goduti e quindi di esaurirsi, oppure di essere perduti e quindi nemmeno goduti. Sono attaccamenti che si esigono dalla vita.
“La televisione lo esige”.
C’era una vespa imprigionata al di qua del vetro del lunotto termico posteriore dentro il taxi. Il ronzio di quella vespa assunse le proporzioni di un strepito, ne avevo l’impressione. Un altro ronzio mi giungeva sempre più distante, le donne come vespe sembravano insistere battendo contro i vetri dei finestrini da di fuori.
Ero preoccupato, la nuca, il collo, la vespa, dietro, dove era?
Il taxista sedeva indifferente, guidava senza subire la distrazione.
Erede di glorie, inconsistente bambino di polvere, immortale inerme, insetto infinito.
Quale prerogativa ha l’ora umana?
[…]

Dall’incantamento mi riscosse la frenata dolce del taxi, in corrispondenza dell’entrata in un edificio cubico nero. Era il luogo della moda. Qui ha luogo la sfilata.
Festeggia scandalizzando gli altri.
Mi sollevo con il capo puntato verso lo zenit, i piedi al nadir, le anitre selvagge volano radenti le paludi etrusche, feci aruspicinii ascoltando lo schiocco delle viscere di un animale, forse una grande scolopendra, ne avevo l’impressione.

© Giuseppe Genna – Ogni pubblicazione priva di consenso dell’autore è da ritenersi illegale e passibile di denuncia.

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Crisi dell’editoria? Forse il punto è un altro

di NICOLA LAGIOIA | da il Venerdì de La Repubblica e minima et moralia

Nel 2011 in Italia è andata in crisi l’editoria libraria: secondo l’ISTAT si sarebbero volatilizzati 700mila lettori. Molti sarebbero tra l’altro lettori forti, quelli che acquistano più di dieci libri l’anno.
La recessione spiega molte cose ma può essere una scusa. Di più: le grandi crisi hanno di buono che impedisono ai modelli al capolinea di fingersi in salute. Che il sistema della diffusione del libro avesse imboccato un binario morto era chiaro da tempo. Ma solo il crollo dei fatturati trasforma le Cassandre in persone di buonsenso e causa incidenti lunguistici ai signori del vapore. Riccardo Cavallero, dg Mondadori, ha dichiarato che gli editori sono vicini al panico, non sono più in grado di controllare il mercato perché tra crisi e digitale oggi “il lettore se ne frega di quel che dici, è lui che decide. Non puoi più menarlo per il naso”.
Chiudendo il sillogismo: non sarà che molti di quei 700mila si sono stancati di essere menati per il naso? Non sarà che gli editori (tutti o quasi, beninteso) puntando sull’aumento di produzione e trascurando una vera politica culturale, hanno preferito l’uovo alla gallina? Aver inondato le librerie con migliaia di volumi, spesso pessimi per la regola dei numeri, aver preferito i salotti televisivi al lavoro sul territorio, l’exploit del megaseller al progetto di lungo corso, non può aver messo in fuga i lettori rimpiazzandoli con semplici clienti? I quali si sono poi volatilizzati ai primi venti di crisi. Tanto che ora c’è chi prova a far cassa agitando le sirene del self-publishing (tu paghi, noi stampiamo, nessuno leggerà).
Se dal privato si passa al pubblico la musica non cambia. Il governativo Centro per il Libro aveva grandi ambizioni: “ci prefiggiamo di aumentare in un decennio i lettori abituali di due punti percentuali”. A due anni di distanza il fallimento è lampante, e se è vero che il Centro riceve dallo Stato pochi milioni, per misurare la distanza dal paese reale basta contare i follower del suo profilo twitter: poco più di un centinaio, meno di un decimo di quelli di un blogger a costo zero.
Eppure negli ultimi anni, dal basso, si sono moltiplicate le iniziative a sostegno della lettura. Festival, riviste, associazioni, per non parlare della Rete. Perché non tenerne conto? La sensazione è che, come i politici preferiscono a volte le plebi ai cittadini, le classi dirigenti del mondo editoriale ritengono che sfornare consumatori sia più redditizio che formare lettori. Ma il banco alla lunga non paga. Per dirla con Isaiah Berlin: “la volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande”.

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Come reagii alla morte di Carmelo Bene il 16 marzo 2002

Scrissi questo su Clarence, dove ai tempi lavoravo e da dove fui in seguito costretto a dimettermi:

MORTE E RINASCITA DI CARMELO BENE

I pirla sono accontentati: Carmelo Bene è morto, secondo loro, il 16 marzo 2002 alle 22.45. Nessun funerale: cremazione immediata, traslazione delle ceneri nella polvere del Salento natio, insieme ai resti dei suoi famigliari. Carmelo Bene è morto, il che significa che è nato.Il Non-Nato, venuto alla luce di questo mondo con la perfetta e gnostica consapevolezza di essere disceso nelle Tenebre, lascia uno stuolo di avversari, gretti, invidiosi, idioti, narcisi, piccoli “io” attorcigliati su sé, coboldi, nani, vermiciattoli – un’immonda schiera accomunata, oltre che dall’orrore e dalla pochezza, dalla devastante incomprensione nei confronti di quello che, con filosofica ragione, può tranquillamente definirsi il Fenomeno Bene. Carmelo Bene è stato tutto, essendo il Tutto e avendolo ripetuto con inesausta, se non magistrale, autocoscienza da subito. Apparso e scomparso, Bene, autentico homo in nomine, ha fatto teatro per caso e ha agito nel Teatro unico, il solo Teatro che abbia dignità nel mondo mondano: quello che rappresenta Quello, l’Indicibile, l’Ineffabile, Ciò che non nasce e non aumenta e non diminuisce e non muore. Se non si parte da qui, dal nucleo più profondo e veritiero della metafisica unica che attraversa tutte le tradizioni, non si capisce un’acca di cosa abbia significato l’incarnazione Carmelo Bene: infatti nessuno ci ha capito un’acca, da quell’imbelle buffone di Dario Fo – che fu bollato di indegnità dallo stesso Bene – a Giovanni Raboni- che ce la mena con il maltodestrismo del Personaggio -, da Franco Cordelli in stato confusionale a Franco Quadri in confusione statica. L’unico a interpretarne la morte in maniera alta e vicina allo slancio metafisico del Carmelo è stato, probabilmente, il suo Avversario, Giorgio Albertazzi: la Rappresentazione si inchina all’Irrappresentazione, il Qualificato rende omaggio all’Inqualificato. Carmelo Bene ha attraversato il secolo italiano riportando in questa patria devastata le striscianti fauci della metafisica pitagorica: per pochi centimetri non ha tagliato il traguardo; è stato un attore, poteva essere un Realizzato. Contano poco o nulla le sue “memorabili” performance, gli scandaletti pubblici e privati con cui lo Spettacolo ha tentato di tenerlo sotto controllo, le vocalità che sono parse via via bizzarre o geniali: Carmelo Bene è stato il Nulla del nostro tempo, un Nulla ben lontano da ogni nichilismo, un Nulla che profondamente sostanzia – da sempre, per sempre – qualunque atto o evento che appaia nello spazio e nel tempo.Carmelo Bene era una scala: i suoi pioli fonetici conducevano a stati ultrafisici ma concreti – imbecilli coloro che non ne hanno approfittato. La sua lotta non è stata contro il teatro, ma per il Teatro – esattamente come i Saggi osservano che il Divenire produce identificazioni, proprio al modo in cui si è spettatori a teatro: ci si dimentica di sé, ci si fa assorbire dalla rappresentazione, la quale è vera al momento ma è illusoria in un’altra prospettiva, ben più importante, che è la prospettiva dell’Assoluto. Per questo Bene diceva di essere nei millenni, di non essere nato mai e che mai sarebbe morto, per questo insisteva nel dire che non aveva compagni. Ha sbeffeggiato chiunque: il che fa chi ormai ha distrutto il proprio io, paradossalmente venendo interpretato come il Grande Narcisista. Vadano affanculo questi prelatini laici, questi gattini ciechi, questi cazzoni dello spiritual più che dello spirito, questi Nobel dentuti, questi critici colla forfora, questi condòmini del palazzetto dello sport: Bene è rinato perché non è mai morto. Gli altri, quelli che hanno meritato i suoi sputi, sono invece morti e non lo sanno. Clarence celebra l’antifunerale: seguiteci nella nostra salita al Carmelo, nella nostra ascesi al Bene…

OLTRE IL VELO DI MAYA

Nessuno quanto Carmelo Bene ha rasentato, nell’arte italiana del Novecento, l’abisso che separa il genio dal Maestro. Ha ingannato tutti, tranne coloro che non volevano essere ingannati (sopra tutti, Pier Paolo Pasolini, che intuì la potenza metafisica del giovane Bene includendolo nello staff del suo Edipo). Una categoria unica per riuscire a intuire (non a capire, né a leggere, tantomeno ad apprendere) a cosa abbia davvero lavorato Carmelo Bene. Non c’è Artaud che regga. Il suo non fu un lavoro intellettuale. Fu una via crucis terminata, in vita, con una laicissima resurrezione: ponendosi nell’indifferenza tra materia e spirito, Bene tendeva all’integrazione di tutte le forme e di tutti i nomi nell’Informe e nell’Innominabile. Atto artistico che, dai tempi di De Chirico, in Italia nessuno aveva cercato con tanta risolutezza. Peccato: a due centimetri dal Cuore, Carmelo Bene si è arrestato – almeno pubblicamente, perché non sappiamo dove l’avesse condotto la sua ascesi privata che – è certo – egli percorse nella porzione di spazio e di tempo a cui fu assegnato o che si assegnò. Dall’esterno, senza comprendere pienamente la fusione fredda a cui lavorò come instancabile alchimista (una fusione di carattere eminentemente metafisico), di Carmelo Bene si può dire tutto e il contrario di tutto – esattamente come lo si può dire di Dio. Alcuni affermano che le sue teorizzazioni della Phoné, la Voce che lo parlava, erano bizzarrie di un narcisista nichilistizzato; altri che erano la profonda verità che anche John Cage aveva raggiunto (mentre Bene raggiunse qualcosa di simile alla verità, però, Cage non le si avvicinò neanche per scherzo); per altri ancora era una lotta contro la “rappresentazione”, impegnata in senso antigerarchico, antitradizionale, lacaniano, liberatorio, anarchico, situazionista, surrealista, à la Ubu Roi. E il Bene Assoluto sputava loro addosso, senza requie: e aveva ragione a farlo. Dicevano: bravissimo, hai creato il postmoderno, hai superato Brecht grazie ai tuoi movimenti meccanici, da bambolina di Von Kleist, con le tue canzonette improbabilmente trash, con le tue arbasinate pubbliche e private. E il Bene Assoluto si incazzava come una biscia. A ragione, come sempre.La verità è che non c’è nessuna verità. La liberazione non esiste. Non esistono Maestri, nemmeno Scritture. Nulla esiste. Ma chi sa davvero che non esiste Nulla? Chi è colui che lo dice? Ecco: questa è l’unica prospettiva da cui Carmelo Bene parlava – anzi, era parlato. Lo diceva con continuità ammirevole, con testardaggine quasi inquietante: “l’io non esiste, io non sono io, io è molti, sto da dove si vedono questi molti”: formule quasi shankariane, che attengono a un Talmud molto concreto e attuale, eternamente qui, eternamente ora, tanto da potere dire che ciò che si è c’è da sempre: e infatti, secondo Bene, “Carmelo Bene non esiste, io non sono nato, esisto nell’eternità, sono Dio”, pur ammettendo che Dio non esiste (infatti, secondo le Scritture Dio non esiste; esiste soltanto per chi le legge male).I vocalizzi catastrofici della tragicommedia amletica o i gridolini con cui termina, a singulti, il canto orfico di Campana, le roboanti asfissie dantesche e anche le slogature ipercollodiane del Pinocchio di Bene possono essere viste dal basso (e allora si può affermare che C/B ha fatto il postmoderno in Italia; ma si becca uno sputo dall’artista); oppure possono essere viste dall’alto, e allora bisogna chiedersi dove siamo noi mentre ascoltiamo l’afflato vibratorio che incuva la voce di Bene mentre la ascoltiamo. Guardare senza guardare, ascoltare senza ascoltare: soltanto chi ha occhi per vedere e orecchie per sentire può accedere ai piani sottili a cui il semi-maestro Carmelo Bene faceva ascendere l’inebetita psiche.

OLTRE IL VELO DEL LOUNGE

Una volta, il Tone, un nostro amico genialmente marginale dall’esistenza leggendaria e sconvolta, decide che vuole (testuale) “chiavare una gallina” – cioè portare a letto una ragazza. Il Tone non ha grandissime competenze culturali, né gliene frega niente di averle; ma su questa “gallina” vuole fare assolutamente colpo. Quindi, decide di invitarla a teatro e, precisamente, a una rappresentazione di Hommelette for Hamlet di Carmelo Bene. Il Tone è elegantissimo e, elegantissimo, va a prendere la “gallina”. Il Tone è anche visceralmente milanista e, come Fantozzi in occasione della Corazzata Potemkin, si porta a teatro la radiolina con tanto di autricolari. In platea scende il buio. Sulla scena, abbacinante, cala la sagoma incorrazzata di Carmelo Bene. Il Tone si sta già rompendo le palle, e ha acceso la radio: il Milan di Van Basten gioca a Bergamo, contro l’Atalanta. Mentre Bene sta per affrontare il monologo, segna per i bergamaschi l’indimenticato Evair. Dalla platea esplode un “Mavvaffanculo!” portentoso: è il Tone che impreca. Per un attimo, Bene sospende la rappresentazione. Silenzio teso. Bene incomincia il monologo. Però, a Bergamo, Van Basten impatta. Il Tone lancia un acuto: “Vai Marchino!”. Bene si ferma, fa accendere le luci, guarda il Tone, gli intima di andarsene. Il Tone cerca la solidarietà della “gallina”, che non gliela concede; si alza, si incammina, mandando a cagare Carmelo Bene e la sua “rottura di palle”. A quel punto, Bene ferma il Tone, ed esclama: “Lei è il primo a capire quello che faccio, da anni. La ringrazio. Sono sincero, non è ironia. La prego, resti”. Il Tone rimane, Hamlet gli fa comunque schifo fino alla fine, se ne torna a casa con un giusto memoriale: “Ho conosciuto Carmelo Bene”.

Il Paradiso Lounge, nella definizione datane dai due cretini teoretici di Clarence Igino Domanin e Giuseppe Genna, è un luogo eonico, al di là del tempo ma tutto dentro il tempo, in cui rifulgono statiche e auratiche le icone che hanno incantato il mondo. Nel Paradiso Lounge – ma non solo in quello – sorride meccanicamente la maschera di cerone con cui Carmelo Bene ha sconvolto le platee italiane: da sempre, certo, ma anche da quando ha deciso di partecipare a turpi tv show, imbellettato e fintoprovocatorio, dando scandalo soltanto per i cretini e nutrendo una leggenda di celluloide a uso e consumo per gli idioti che – indifferentemente – non capivano a cosa si riferisse quando diceva che lui viveva nei millenni.La prima apparizione pop-lounge di Carmelo Bene avviene nello studio pseudotecnologico del leggendario Mixer Cultura condotto da Arnaldo Bagnasco. Arnaldo Bagnasco è un frantoio che secerne olio attraverso le appendici ferraginose della sua capigliatura alla Henry-Lévi. Al contrario di Henry-Lévi, Bagnasco non è bello, anzi, assomiglia a un clone beat di Mario Soldati. Inoltre è nevrotico, borbottante, strapieno di tic, degna vittima da lettino del dr. Ezio Spaltro. In questa scena gladiatoria, circolare e un po’ buzzicona, Carmelo Bene fa il suo ingresso e non ne esce più, cancellando nella memoria le altre performance deliranti di cui il programma di Bagnasco fu inimitabile teatrino (una su tutte, lo scontro tra Bellezza e Busi, a colpi di “Checca!” e “Culattone!”). Carmelo Bene assale con una protervia spumeggiante e una raffica lessicale gli spettatori tutti. Nessuno regge al suo fuoco di fila: il povero trapassato inutilissimo intellettuale Guido Almansi capitola velocemente. Non c’è spazio e non c’è scena se non Carmelo Bene, che, all’apice, chiede che la telecamera ne inquadri le movenze da “antico romano”, discetta sul suo “nome nobile”, parla di parrucchini e cecità. E’ irrefrenabile.Seconda epifania: il celeberrimo Uno contro tutti condotto da Maurizio Costanzo. Non si sa perché Bene sia contro tutti, visto che lui, come ama ripetere, non è nemmeno “uno”. Arrivano a chiedere a Carmelo Bene, che dichiara di non esistere: “Se lei non esiste perché si tinge i capelli?”. È la goccia che fa traboccare il vasino. Bene è tutto, è scatenato. Mentre dice che a lui “Heidegger fa cagare”, arriva a chiosare le Scritture: “Noi non siamo più autori di nessuna opera, non si può più dare opera d’arte, si può solo più essere opera d’arte, bisogna disfarsi degli autori, e farsi, semmai, visitare da chi li ha visitati. L’uso e l’abuso dell’amplificazione ha interdetto la comunicazione, sì da precipitarmi da un ‘dentro’, da un interno, in un altro interno. Del suono resta l’alone, la risonanza, l’atto coincidendo col suo immediato svanire”. Le massaie sedute in platea, che ritengono essere Heidegger una località di vacanza sul Danubio, sono incantate, inebetite, si scatenano in plausi memorabili.

Pochi si ricordano delle apparizioni antisessantottine al Nebbia Club di Milano. Molti si ricordano della negazione dell’esistenza di Dio (un Dio personale) alla trasmissione radio Macao. Resta lo spettro acqueo che vaniloquia di essere apparso alla Madonna. Svanisce l’impressionante anticona che detta i Quattro diversi modi di morire in versi, immortale scheggia televisiva da undicimila spettatori. Dario Fo si scorda di essere stato eletto da Bene “buffone indegno del premio Nobel” e distorce il grande salentino, dicendo che anche lui si opponeva al potere. Franco Cordelli se lo ricorda “desolato, solitario come nessuno”, mentre Bene osservava che “è impossibile stare da soli, ognuno è moltissimi, troppi”. Evviva. La sagoma numinosa, loungissima, catartica dell’Amleto bardato e corrazzato in Hommelette for Hamlet sorride dall’alto: la sua metafisica era qua e ora, adesso non più – pochi l’avevano capito prima, pochi l’hanno capito adesso.

NON-VITA E NON-OPERE DI CARMELO BENE

Carmelo Bene è nato a Lecce nel 1937, sebbene abbia dichiarato che “Io non sono nato mai”. Si è formato per i cavoli suoi, abbandonando l’Accademia di arte drammatica, che palesemente gli risultava del tutto inutile. Ha debuttato nel ’59 con Caligola di Camus, sorprendendo un critico come Flaiano, che entusiasta annunciò la nascita di un enfant terrible della cultura italiana. Dal debutto in poi, Bene si sdoppia: accanto a non-spettacoli di intensità impressionante, dove manifesta la supremazia della sua presenza rispetto alla caricaturale rappresentazione a cui lavorano gli altri teatranti, Bene registra un assalto senza posa nei confronti della società e del mondo tutti, accavallando performance situazioniste e dichiarazioni orfiche.Le creazioni di Bene, autentiche opere che presuppongono attività demiurgica e mimesi dell’incessante divenire, sono isole sulle quali l’autore salentino continuerà a fare tappa nel corso degli anni. Per esempio, Majakovskij e Pinocchio, inaugurati con esplosive non-rappresentazioni nel biennio ’60-’61, entrano in una galassia di ossessioni personali, più che psicologiche e ultraestetiche, a cui Bene ritornerà nell’arco della sua vita.L’incontro teorico con il teatro della crudeltà di Artaud, a metà degli anni Sessanta, acuisce le intuizioni iniziali di Carmelo Bene, sviandone tuttavia gli interpreti più avvertiti intellettualmente: mentre tutti appuntano la propria attenzione sull’attacco antiborghese e antipsicologista di cui Bene si rende geniale protagonista, la strategia del geniale uomo di teatro prevede invece di giungere al Teatro, oltre lo spazio, il tempo e la voce, in un recupero delle nozioni di ritmo profondo e di Voce che attendono tuttora di essere adeguatamente intercettate. Gli anni Settanta proiettano la figura e non-figura di Carmelo Bene in un ipotetico Parnaso spettacolare e artistico, al quale, con movimento pendolare, l’attore si sottrae e si oppone a corpo morto. Don Chisciotte (con Leo De Berardinis), La cena delle beffe (con Gigi Proietti) e S.A.D.E. con Lydia Mancinelli (sua compagna) contribuiscono ad avvolgere Bene in un’aura maligna e leggendaria. Lo strano caso del dott. Jekill e del Sig HideGregorioSaloméIl Rosa e il Nero lo consacrano a livello nazionale. Bene sconvolge anche il cinema: prima come attore nel film di Pasolini Edipo Re poi come regista del film Nostra signora dei Turchi, che viene presentato a Venezia e vince il premio speciale della giuria. Del ’69 è Capricci, del ’70 Don Giovanni. Sempre nei Settanta, Bene affronta Shakespeare, stravolgendolo agli occhi di chi ritiene il Bardo ormai cristallizzato in forme comunicative ossificate, e rivitalizzando le tragedie mediante impressionanti rivisitazioni di matrice alchemica ed esoterica. AmletoRomeo e GiuliettaRiccardo III e Otello sono i risultati di questa via sacra percorsa da Carmelo Bene, inarrestabile nel suo lavorio che divora letteratura, teatro, filosofia e arte in genere.Dopo l’esplosione della supernova Bene, la fase di contrazione prevede rigurgiti dell’inghiottito (la saga dei rifacimenti), delle letture e scritture poetiche (mitologica l’interpretazione dei Canti orfici di Dino Campana, dei Canti leopardiani e lelectio Dantis: tutte pubbliche). Colpito da grave malattia, Bene si avvale di ritrovati tecnologici (microfoni distorcenti, amplificatori, scenografie deliranti), capaci di spostare e scandalizzare anche in tempi di abbattimenti del puritanesimo italiano: la rivisitazione della Cena delle beffe insieme alla sua ultima consorte (Raffaella Baracchi, miss Italia) e l’inenarrabile cosmogonia di Hommelette for Hamlet provocano reazioni al limite dell’inconsulto, pari soltanto a quelle che si sollevano alle apparizioni televisive di Bene, lisergiche e provocatorie soltanto nella testa dei cretini.Incensato da filosofi del calibro di Gilles Deleuze, totalmente incompreso dall’intellighentsja del suo Paese e del suo tempo, poeta pazzesco (incredibile vertice non riconosciuto della poesia italiana è il suo ultimo ‘l Mal de’ Fiori), geniale situazionista del patagossip televisivo, seduttore e cineasta, aristocratico dello spirito e gattara spiritosa, Carmelo Bene ha segnato il Novecento italiano in modi rivoluzionari che devono ancora essere a pieno compresi.