blog · Forget Domani

Apoteosi lounge. La via lounge alla letteratura.

di GIUSEPPE GENNA

[Appendice a Forget Domani, di Igino Domanin e Giuseppe Genna, peQuod edizioni]

Forget domani (una canzone che ebbe, tra i molti illustri interpreti, anche Perry Como) è un adagio che attraversa un ampio arco del nostro presente appena passato. Dagli anni Cinquanta alla fine dei Novanta, a detta delle due menti che sono in questo libro in reciproca metastasi, l’occidente ha vissuto una propria storia ufficiale, che non coincide affatto, bensì si interseca in continuazione, con una miriade di controstorie segrete o, quando evidenti e palesi, relegate all’incoscienza collettiva. Una massa di questa infinità di controstorie è ciò che denominiamo Lounge.

Il Lounge è una stronzata e può sembrare bizzarro che due individui, peraltro impegnatissimi e non del tutto idioti, spendano tempo ed energie a elaborare la mappa di una categoria dell’idiozia. Però è anche vero che, a questi due individui, l’idiozia interessa. Una pellicola di iridescenza, una superficie in cui fiorisce la luminosità dell’effimero, un buco nero che attrae verso il proprio nulla l’intera pesantezza del mondo: questo è il Lounge di cui scriviamo e di cui, con tutta probabilità, ognuno a modo suo, continueremo a scrivere. 25_forgt.jpgE’ come se avessimo da tempo immemore covato una segreta ambizione, la massima e più prometeica tra quelle a disposizione della fantasia umana: rappresentare una psiche larghissima, in perenne deflagrazione, l’universo mentale in continua contrazione ed espansione secondo traiettorie anarchiche, in un assolutismo che cancella la distinzione tra caos e ordine. A questa ambizione abbiamo cercato di dare corpo esponendo i lettori alla girandola cosmica di una storia conosciuta da molti e sconosciuta ai più: quella dell’occidente degli ultimi cinquant’anni, nelle sue epitomi per noi più significative e interessanti – l’Italia e l’America.
La psiche è un assoluto. Non abbiamo bisogno di giustificazioni o di moralismi che sorreggano le nostre incursioni in territori pericolosi (pericolosi anche politicamente, in quanto lo sono psichicamente). L’assolutismo psichico, a cui desideriamo esporre noi e i lettori, non tollera figurazioni di vizi o di virtù. C’è un abbandono alle correnti psichiche che va praticato, prima di essere ridotto a esercizio letterario o storiografico o critico. Non intendiamo concedere alcun appiglio a chi voglia esercitare una indagine analitica o culturale su questa esperienza che, a differenza da certi scherzi del passato, ci pare non priva di senso e perfettamente leggibile.
Tutto il nostro Lounge è molto concreto e immediatamente storico, appartenendo alla coscienza collettiva di questo cinquantennio occidentale. Che tra le righe di queste narrazioni elusive ed epidermiche appaia, sfolgorante e aurea, la sagoma di Frank Sinatra, l’implicita profferta sessuale del corpo di Mina, la colpa senza senso della carcassa di Aldo Moro, la folla dei crooners e dei microfoni che hanno parlato al mondo per decenni, la rivoluzione antropologica imposta dall’epifania di Garrincha, la semivita catatonica di Henry Kissinger o l’esoterismo del beau vivre versiliano – tutto ciò conferma e supera l’impressione che il Lounge di cui parliamo sia in effetti un orizzonte distante dalle vite comuni degli abitanti dell’occidente contemporaneo. Non possiamo non dirci lounge: In questo assioma, verificabile in ogni momento dell’esistenza di chiunque, sta la nostra proposta di superamento dell’ossessione dello Spettacolo e della Finzione, di cui il pianeta intero sembra attualmente ostaggio, a partire dalle sue avanguardie più illuminate e intellettuali.
Il 15 maggio 2002, alle 20.33 ora italiana, il tempo si è fermato. Raccogliendo un cross idiota del terzino sinistro Roberto Carlos, l’asso del calcio mondiale Zinedine Zidane ha sospeso la storia del mondo. Zinedine Zidane, biancovestito, ha osservato con stolido sguardo il pallone piovere dal cielo di Glasgow, si è coordinato ruotando sul perno della gamba destra, facendo compiere un largo giro alla gamba sinistra che andava tendendosi, e ha colpito con il collo del piede in miracolosa sincronia con la sfera, un tiro a effetto teso e velocissimo (ma che tutti hanno visto), siglando uno dei gol più leggendari dell’intera storia del calcio mondiale. Nell’attimo preciso della perfezione, quando il tiro stava per essere scagliato, mentre le traiettorie del pallone e del corpo del calciatore stavano avvicinandosi attraverso un complesso armillare di iperboli in movimento, il pianeta-spettatore ha sospeso il fiato, il tempo si è arrestato di colpo, nessun ordine è entrato in vigore – soltanto una calma senza storia, fatta di stupore e di infinita attesa, una libidine pronta al soddisfacimento sempre postposto e uno stupore che rasentava l’infanzia universale hanno percorso come un brivido quest’angolo di galassia. La star, mediatica e sportiva, bianchissima, un tempo povera e ora stratosfericamente ricca, ha mosso inebetita il proprio corpo, senza ragione né dialettica, pura immagine e puro strumento, fuori dal pensiero, compresente ovunque, incantevole, sinuosa, un cigno mitologico che non aveva nulla del mito per come lo pensano certuni – era concreto, era lì, era vero, era sempre, ci traghettava fuori del corso del tempo, aboliva la sofferenza, ci sospendeva in un sonno della psiche che permetteva alla vuota coscienza di riappropriarsi di noi, ci sballottava lungo il piano inclinato dell’assenza di dolore, faceva di noi dei buddha che hanno raggiunto l’illuminazione catodica, in preda a un’estasi senza furore, perfettissimi. Questo è il Lounge che intendiamo spalancare sulle sabbie calcaree del mondo.
Leggendo del mitologico trio crooner detto Rat Pack (il mafioso Frank Sinatra, l’etilista Dean Martin e il satanista Sammy Davis Jr.) oppure scrutando le movenze di un generale dei Servizi che ricorda da vicino Gian Adelio Maletti, si ha forse l’impressione di trovarsi di fronte a un’ennesima operazione di recupero del passato. Il che è esattamente ciò che non intendiamo fare. Ci hanno rotto i coglioni i sorrisini televisivi che si diffondono all’immagine della piramide di tetrapack in cui la Centrale del latte di Milano riversava il prezioso alimento negli anni Settanta. Il ricordo ironico del formaggio Dover, ormai scomparso, accresce soltanto la nostra ira e la nostra fantasmagoria, che sono implicitamente civili. La memorialistica trash ci sembra esercitare una potenza alienante di secondo grado su un’intera generazione di imbecilli, che tra l’altro è la medesima a cui appartengono i due autori di questa raccolta. Il Lounge non presume alcun tipo di emulazione e non si circoscrive nel movimento circolare del recupero del recente passato – una sorta di autofagocitazione che ci ricorda da vicino l’idiozia del servo che plaude al padrone. Il Lounge è più vicino alla lirica marinista o al furore bruniano, e ha una valenza politica profondamente contestataria. Il Lounge vuole abolire il tempo e tende all’abolizione dell’uomo. Quale uomo? Questo: l’uomo occidentale contemporaneo. Il nostro Lounge pretende di essere una forma di rinnovato umanesimo, che non espelle dal proprio cerchio vitale la chance metafisica che, in ogni momento e in ogni luogo e in ogni universo, si prospetta a qualunque fenomeno di coscienza. C’è da ridere a crepapelle davanti a certune folgorazioni Lounge (lo scrivente è convinto che la battuta del racconto di Domanin, “Pensi al tipitipitipso?”, raggiunge un vertice della letteratura odierna), ma si tratta di una risata sovrumana, esplosa da una smorfia impressa forza nella viva carne, un po’ come quella con cui il Gwynplain de L’uomo che ride di Hugo seppellisce se stesso prima che il mondo tutto. Il nostro Lounge non prefigura un paradiso in terra: ne addita l’esistenza in loco e lo realizza. L’ologrammatica figura eterea e luminosa di Elvis Presley (autore, tra l’altro, del titolo più lounge della storia umana: Un milione di persone non possono sbagliarsi: Elvis è il re) attualizza un’angelologia laicissima, ma non per questo meno necessaria. Emblematica del contemporaneo, il Lounge parla a questo uomo della forma di un altro uomo – e lo fa senza nostalgismi, poiché l’uomo di cui il Lounge parla non è l’uomo del passato; ma lo fa anche senza attese messianiche, poiché l’uomo del Lounge non è un uomo a venire. Il Lounge è come un divaricatore vaginale: ha a che fare con qualcosa che attiene alla libido sessuale e alla sfera del piacere, ma non nel senso in cui ci si aspetterebbe, bensì in un senso più fisiologico di quanto si immagini. Il punto di partenza del lavoro narrativo di Forget domani, a conti fatti, è un passo di Vineland, capolavoro di Thomas Pynchon: in uno stato di presonno e di osmosi narcotica, bambini in ipnosi ascoltano la scansione dell’etere alla radio, stazioni e onde sonore che si accavallano, fluiscono, ritornano, inebetiscono. Come quella scansione in stato di necrosi fluida delle capacità cognitive, il Lounge penetra la percezione, la rarefà, la annichila, spalanca un territorio totalmente eterogeneo rispetto alla nostra attuale capacità di sensazione del mondo. Il tempo del Lounge è l’eterno presente, ma non nel senso degli scolastici o dei romantici, bensì nel senso banale dell’espressione: un presente in cui si sente soltanto il momento presente, protratto fabulisticamente, come capita quando si ascolta un’esecuzione folgorante di Frank Sinatra o leggendo un passo di Goffredo Parise.
Pare incredibile, ma la faccia che vedete in copertina appartiene a un uomo reale – e nemmeno uno che è stato vivo: è la faccia di uno che è tuttora vivente. Si chiama Wayne Newton ed è un divo di Las Vegas. Ha ereditato la tradizione crooner e continua a praticarla nelle hall di grand hotel infittiti di divani leopardati e circoscritti da lucidi banconi bar, dove girano libere enormi tigri albine. In questo contesto urbano e in qualche modo raffinatamente elegante, Wayne Newton si muove a suo agio: il suo amnio è lo spettacolo, reiteramente improvvisato, che conserva ancora luminose tracce delle movenze della “fronte positiva” di JFK, il leggendario presidente chiamato sul palco di un locale di Las Vegas dai tre del Rat Pack. I capelli finti da implantologia talmente neri da riflettere lucori bluastri, il rimmel, le ciglia posticce, le lenti coloranti, il cerone spalmato sui pori della pelle, la chiostra dentaria falsa, il leggero tratto di rossetto che esalta le labbra sottili, il raso di seta di cui sono fatte cravatta e camicia – insomma, tutta l’artificialità incarnata dal busto di Wayne Newton – non cancellano il fatto che questa forma è vivente e canta. Non soltanto: essa è un prolungamento biologico e un rappresentante fisico del Paradiso Lounge a cui alludono continuamente i racconti di questo libro.
La glaciazione del desiderio contro il suo superamento: una lotta manichea che stringe l’eternità dell’uomo – un’eternità che copre l’arco dell’intera esistenza della specie. Questo è il Lounge.
Il parto, l’esperienza erotica, la prassi spettacolare, il divertimento fulmineo e improgrammabile, la fine improrogabile satura di attesa, la spiritualità ascetica e compressa nel cerchio individuale, la pubblicità, l’esposizione alla gioia, lo spleen che immelmisce la permanenza in una colla noiosa, lo sconcerto per l’apparizione, l’eone che sta per spalancarsi sempre, l’apocalisse laico e quindi assoluto, il suono senza suono che permea la voce umana quand’essa è condotta a fenomeni di rilevanza suprema, il ricordo che resiste all’erosione della mente – tutto questo baillamme ultrafisico fa da sfondo al Paradiso Lounge in cui inscriviamo ossessioni e mitologie, sonorità e depressioni, colpe evanescenti e misure auree. Il senso che se ne deduce non è l’assenza di senso, quanto, piuttosto, un’allegoria aperta della forma umana, che finisce per collassare su se stessa. Quando si narra dello scontro tra due diverse specie umane compresenti nella stessa era arcaica (Neanderthal e Cro-Magnon), desumendolo da un documentario conculcato in prima serata dalla voce farinacea di Piero Angela, diviene indistinguibile il processo di cortocircuito tra routine, eccezionalità, fisiologia e metafisica. Se nelle Torri Petronas di Kuala Lampur si manifesta, in forma di schianto aereo e igneo, lo spettro devastante di Sandokan, allora sfuma la grettezza di una letteratura calcolata, che emenda l’errore, esattamente come sfuma il contorno di un occidente che, oltre che l’errore, emenda l’orrore stesso (o, al limite, lo metabolizza via cavo o su server oltreoceanici). La devastazione del processo economico unico, l’applicazione dei più inquietanti protocolli di controllo psichico e l’inclinazione dell’umano alla palingenesi sono soltanto alcuni lembi dell’epitelio carcinomatoso contro cui, del tutto naturalmente, viene percorsa la via lounge alla letteratura (il che è lo stesso della vita).
Alcune precisazioni su morti presunte, il cui non funesto annuncio abbiamo voluto dare con questi racconti (se ancora possiamo definirli racconti). La prima e più importante morte: quella delle barriere cognitive ed emotive in cui si barrica l’individuo. Tentiamo di fare spreco di noi, tentiamo di abolirci. Le nostre passioni esercitano una pressione magnetica talmente pazzesca su di noi, che noi non esistiamo più. La seconda morte: la seriosità di certa letteratura, patina offuscante e isolante che interdice un godimento epidermico della leggenda o della narrazione. Terza morte: quella del rifiuto – per cui, sia detto francamente, se questi scorci narrativi vi fanno schifo, va benissimo così.
Noi non vogliamo tutto. Però è certo che continuiamo a volere parecchio. Il Lounge è l’eternità praticata in questa vita, in questa forma sovrumana che la nostra specie incarna.

[Pubblicato su Web la prima volta il 30 novembre 2002]

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Derek Walcott: poesie

– Perché la memoria è meno del posto che vagheggia,
da nessun luogo deriva la sua forma
se non per dire che perfino con la merda e l’affanno
di quel che ci facciamo a vicenda con la beatitudine della corrente
contraddice la prosopopea della disperazione
con alcune scintillanti semplici cose, acqua, foglie, e aria,
che eccitano dissoluzione pronta ad andare oltre la felicità. –

Because memory is less
than the place which it cherishes, frames itself from nowhere
except to say that even with the shit and the stress
of what we do to each other, the running stream’s bliss
contradicts the self-importance of despair
by these glittering simplicities, water, leaves, and air,
that elate dissolution which goes beyond happiness.

(da Parang – The Bounty)

***

Lontano dall’Africa

Un vento scompiglia la fulva pelliccia
Dell’Africa. Kikuyu, veloci come mosche,
Si saziano ai fiumi di sangue del veld.
Cadaveri giacciono sparsi in un paradiso.
Solo il verme colonnello del carcame, grida:
«Non sprecate compassione su questi morti separati!».
Le statistiche giustificano e gli studiosi colgono
I fondamenti della politica coloniale.
Che senso ha questo per il bimbo bianco squartato
nel suo letto?
Per selvaggi sacrificabili come Ebrei?

Trebbiati da battitori, i lunghi giunchi erompono
In una bianca polvere di ibis le cui grida
Hanno vorticato fin dall’alba della civiltà
Dal fiume riarso o dalla pianura brulicante di animali.
La violenza della bestia sulla bestia è intensa
Come legge naturale, ma l’uomo eretto
Cerca la propria divinità infliggendo dolore.
Deliranti come queste bestie turbate, le sue guerre
Danzano al suolo della tesa carcassa di un tamburo,
Mentre egli chiama coraggio persino quel nativo terrore
Della bianca pace contratta dai morti.

Di nuovo la brutale necessità si terge le mani
Sul tovagliolo di una causa sporca, di nuovo
Uno spreco della nostra compassione, come per la Spagna,
Il gorilla lotta con il superuomo.
Io, che sono avvelenato dal sangue di entrambi,
Dove mi volgerò, diviso fin dentro le vene?
Io che ho maledetto
L’ufficiale ubriaco del governo britannico, come
sceglierò Tra quest’Africa e la lingua inglese che amo?
Tradirle entrambe, o restituire ciò che danno?
Come guardare a un simile massacro e rimanere freddo?
Come voltare le spalle all’Africa e vivere?

A wind is ruffling the tawny pelt
Of Africa. Kikuyu, quick as flies,
Batten upon the bloodstreams of the veldt.
Corposes are scattered through a paradise.
Only the worm, colonel of carrion, cries:
«Waste no conpassion on these separate dead!».
Statistics justify and scholars seize
The salients of colonial policy.
What is that to the white child hacked in bed?
To savages, expendable as Jews?

Threshed out by beaters, the long rushes break
In a white dust of ibises whose cries
Have wheeled since civilization’s dawn
From the parched river or beast-teeming plain.
The violence of best on beast is read
As natural law, but upright man
Seeks his divinity by inflicting pain.
Delirious as these worried beasts, his wars
Dance to the tightened carcass of a drum,
While he calls courage still that native dread
Of the white peace contracted by the dead.

Again brutish necessity wipes its hands
Upon the napkin of a dirty cause, again
A waste of our compassion, as with Spain,
The gorilla wrestles with the superman.
I who am poisoned with the blood of both,
Where shall I turn, divided to the vein?
I who have cursed
The drunken officer of British rule, how choose
Between this Africa and the English tongue I love?
Betray them both, or give back what they give?
How can I face such slaughter and be cool?
How can I turn from Africa and live?

[da Mappa del nuovo mondo, Adelphi, Milano 1992; Traduzione di Barbara Bianchi]
A far cry from Africa

***

Il naufrago

L’occhio affamato divora la marina per un tozzo
di vela.

L’orizzonte la percorre all’infinito.

L’azione nutre la frenesia. Io giaccio,
veleggiando l’ombra nervata di una palma,
temendo il moltiplicarsi delle mie impronte.

Sabbia che vola, esile come fumo,
annoiata, sposta le sue dune.
La risacca si stanca dei suoi castelli come un bambino.

La verde vite salata con gialle bignonie,
una rete, attraversa lenta il nulla.
Nulla: la rabbia di cui è piena la testa del flebotomo.

Piaceri di un vecchio:
mattino: contemplativa evacuazione, rimirando
la foglia secca, progetto di natura.

Al sole, le feci del cane
s’incrostano, sbiancano come corallo.
Finiamo nella terra, dalla terra siamo cominciati.
Nelle nostre viscere, genesi.

Se ascolto posso udire il polipo al lavoro,
il silenzio infranto da due onde del mare.
Schiacciando un pidocchio marino, faccio schiantare il tuono.

Come un Dio, annullando la divinità, l’arte
e l’Io, abbandono
morte metafore: il cuore simile a foglia di mandorlo,

il cervello maturo che marcisce come una noce gialla
covando
la sua babele di pidocchi marini, flebotomi e bruchi,

quel vangelo della bottiglia verde, soffocato di sabbia,
con l’etichetta, una nave affondata,
serranti legni marini inchiodati e bianchi come la mano di un uomo.

The Castaway

The starved eye devours the seascape for the morsel
of a sail.

The horizon threads it infinitely.

Action breeds frenzy. I lie,
sailing the ribbed shadow of a palm,
afraid lest my own footprints multiply.

Blowing sand, thin as smoke,
bored, shifts its dunes.
The surf tires of its castles like a child.

The salt green vine with yellow trumpet-flower,
a net, inches across nothing.
Nothing: the rage with which the sandfly’s head is filled.

Pleasures of an old man:
morning: contemplative evacuation, considering
the dried leaf, nature’s plan.

In the sun, the dog’s feces
crusts, whitens like coral.
We end in earth, from earth began.
In our own entrails, genesis.

If I listen I can hear the polyp build,
the silence thwanged by two waves of the sea.
Cracking a sea-louse, I make thunder split.
Godlike, annihilating godhead, art
and self, I abandon
dead metaphors: the almond’s leaf-like heart,

the ripe brain rotting like a yellow nut
hatching
its babel of sea-lice, sandfly, and maggot,

that green wine bottle’s gospel choked with sand,
labelled, a wrecked ship,
clenched sea-wood nailed and white as a man’s hand.

[da Mappa del nuovo mondo, Adelphi, Milano 1992; Traduzione di Barbara Bianchi]

***

Il negro rosso che ama il mare

Io sono solamente un negro rosso che ama il mare,
ho avuto una buona istruzione coloniale,
ho in me dell’olandese, del negro e dell’inglese,
sono nessuno, o sono una nazione.

I’m just a red nigger who love the sea,
I had a sound colonial education,
I have Dutch, nigger, and English in me,
and either I’m nobody, or I’m a nation

[da Mappa del nuovo mondo, Adelphi, Milano 1992; Traduzione di Barbara Bianchi]

***

Mappa del nuovo Mondo

Alla fine di questa frase, comincerà la pioggia.
All’orlo della pioggia, un vela.

Lenta la vela perderà di vista le isole;
in una foschia se ne andrà la fede nei porti
di un’intera razza.

La guerra dei dieci anni è finita.
La chioma di Elena, una nuvola grigia.
Troia, un bianco accumulo di cenere
vicino al gocciolar del mare.

Il gocciolio si tende come le corde di un’arpa.
Un uomo con occhi annuvolati raccoglie la pioggia
e pizzica il primo verso dell’Odissea.

[da Mappa del nuovo Mondo]

***

Nostalgia del mare

Qualcosa di rimosso rimbomba nelle orecchie
a questa casa,
fa pendere le tende senza vento, tramortisce
gli specchi
finchè i riflessi perdono sostanza.

Un certo suono pari al digrignare di mulini a vento
si è fermato di colpo;
un’assenza assordante, una mazzata.

Accerchia questa valle, pesa su questo monte,
estrania il gesto, spinge questo lapis
attraverso un fitto nulla, ora,

carica di silenzio le dispense, piega il bucato acido
come i panni dei morti, lasciati esattamente
dai congiunti come usavano i morti,

increduli, aspettando occupazione.

[da Mappa del nuovo Mondo]

***

Mezza estate, Tobago

Larghe spiagge lastricate dal sole.

Calore bianco.
Una fiumana verde.

Un ponte,
gialle palme bruciacchiate

giù dalla casa in letargo estivo
appisolata per tutto l’agosto.

Giorni che ho stretto,
giorni che ho perduto,
giorni che sono troppo grandi, ormai, come figlie,
per rifugiarsi nel porto delle mie braccia.

[da Mappa del nuovo Mondo]

***

Amore dopo amore

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,

e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato

per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,

le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.

[da Mappa del nuovo Mondo]

***
Aria

Le inascoltate, onnivore
fauci di questa foresta pluviale
non solo divorano tutto
ma non ammettono nulla di vano;
non si placano mai,
macinando il loro ripudio
della sofferenza umana.

Molto, molto prima di noi
quelle torride fauci, come un forno
fumigante, erano aperte
al genocidio; divorarono
due piccole razze gialle
e metà di una nera;
nella Parola fatta carne di Dio
tutti entrarono in quell’immane stomaco che non
fa distinzioni;

la foresta non si è convertita
perché quel rumore di conchiglia
che romba come il silenzio, o come
i cori dell’oceano, vestiti di cotta,
che accendono alla sua navata, a un incensiere
che diffonde nebbia, non è
un fruscio di preghiera
ma nulla: aria mulinante,
una fede, infestata, cannibale,
che mangia gli dei, che divorò
il Caribe ostile a ogni Dio, un petalo
d’oro dopo l’altro, poi ha dimenticato,
e l’Aruaco
che del suo fossile non lascia
la traccia più lieve, una felce, da coltivare
nella roccia nera,

ma soli i gridi rugginosi
di un cuculo, simile a un rauco
guerriero che aduna la sua razza
dall’aria vaporante
tra questa dorsale di monti
e il vago mare
in cui l’esodo perso
delle canoe affondò senza traccia –

c’è troppo nulla qui.

***

La luna mattutina

Ancora stregato dal ciclo della luna
che corre a vele spiegate
oltre il dorso di balena acquattata, Morne Coco Mountain,
guardo attonito al suo sano chiarore.

È l’inizio di Dicembre,
la brezza rinfresca la pelle a questa terra,
la pelle d’oca dell’acqua,
e io osservo il tuffarsi azzurro
di ombre giù dal Morne Coco Mountain,
la meridiana di Dicembre,
felice che la terra cambi ancora,
che la luna piena possa accecarmi
con la sua fronte
in questo chiaro primo mattino,
e che sottili ramoscelli bianchi spuntino
dalla mia barba.

The morning moon

Still haunted by the cycle of the moon
racing full sail
past the crouched whale’s back of Morne Coco Mountain,
I gasp at her sane brightness.

It’s early December,
the breeze freschens the skin of this earth
the goose-skin of water,
and I notice the blue plunge

of shadows down Morne Coco Mountain,
Dicember’s sundial,
happy that the earth is still changing,
that the full moon can blind me

with her forehead
this bright foreday morning,
and that fine sprigs of white are springing
from my beard.

[da Sea Grapes – 1976]

Pubblicato su Web per la prima volta il 28 febbraio 2008

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Milo De Angelis: TEMA DELL’ADDIO

E’ troppo importante la pubblicazione del nuovo libro di Milo De Angelis, Tema dell’addio (Mondadori, € 9.40), per non parlarne direttamente, anziché accostare in maniera critica la recensione apparsa su “Alias”, supplemento culturale de il manifesto, a firma di Andrea Cortellessa, qui pubblicata. Le ragioni di Cortellessa, sia chiaro, sono ragioni legittime di una componente della critica italiana di poesia, che io non condivido minimamente. Impiegherei pagine per smentire – ma unicamente nella mia prospettiva – quanto Cortellessa dice dell’itinerario poetico di De Angelis, dal ’76 a oggi. Basti, a sedare ogni eventuale contrasto di ordine critico, la considerazione che non è possibile prescindere, in poesia contemporanea, dal lavoro che De Angelis è andato via via pubblicando, certo anche con discontinuità, ma che con Tema dell’addio tocca vertici di un riconosciuto capolavoro quale fu il primo testo edito, Somiglianze. Unica notazione circa il pezzo di Cortellessa è l’uso del termine ermetismo: una fossilizzazione indebita, di cui la critica ufficiale faticherà per molto ancora a liberarsi, non accorgendosi che proprio Milo De Angelis l’aveva mandata a gambe all’aria trent’anni orsono.

Milo De Angelis è un poeta nondualista o, più precisamente, shankariano. Comprendo benissimo che la “critica ufficiale” fatichi ad assumere come effettive categorie di questo genere. Ciò è dovuto al consolidarsi, in àmbito istituzionale, di letture della tradizione poetica che sono completamente esogene rispetto alle tradizioni interne che certi poeti si scelgono quali ineliminabili contesti di angoscia d’influenza. Se esiste un complesso d’Edipo passabilmente rintracciabile nella poesia di De Angelis, è certamente lo spettro di una classicità aurea, tale non per stilemi filtrati attraverso l’ideologia del neoclassicismo e nemmeno attraverso il diporto del petrarchismo: si tratta al contrario di una classicità gnomica che ha probabilmente nel poema notturno di Parmenide e in Eraclìto e in Pindaro i suoi rappresentanti più evidenti.
Parmenide, Eraclìto e Pindaro: tre poeti (se ancora si può dire poeti, a proposito di questi tre giganti preteroccidentali) che si collocano in una linea che la tradizione letteraria non ha mai smesso di frequentare, mentre la critica ha sempre avuto difficoltà a riconoscerne la sotterranea presenza e la metatemporalità che irradia dall’intercettazione di archetipi e simboli. La tradizione archetipica e simbolica ha incontrato molte difficoltà, financo pretesamente ideologiche e politiche, a essere decrittata. Poco importa che Foscolo o Pascoli o Carducci praticassero proprio quella lettura, a proposito di Dante e Petrarca. Siamo arrivati perfino al paradosso che questo approccio è stato bollato come fascista. Dobbiamo a Valerio Evangelisti la mirabolante mossa letteraria di strappare ai campihobbit il primato sulla riflessione su simbolo e archetipo in Italia, poiché al povero Furio Jesi si negò (e continua a negarsi) la legittimità dei suoi profondi studi in materia, mentre la critica a oggi sembra dimenticarsi delle imprescindibili incursioni di Ioan P. Coulianu (vedansi il fondamentale Eros e magia nel Rinascimento e l’altrettanto imprescindibile I viaggi dell’anima, editi in Oscar). intorno a questa enigmatica tradizione.
Se ci si leggesse il capitolo dedicato alla poesia induista da René Daumal e pubblicato in La conoscenza di sé (Adelphi, 1986), si otterrebbe un saggio perfetto sulla poesia migliore di Milo De Angelis. Il che è davvero un problema per la critica stilistica italiana. Sorge un equivoco: uno che fa poesia induista in Italia potrebbe al limite essere un ermetico. Non è così. Anzitutto per la radice cristiana (cattolica) che sostanzia (in dialettica magari negativa, come in Sereni) l’ermetismo italiano. E poi per il fatto che una poesia induista significa una poesia nondualista: una poesia senza lingua, che mira alla sostanza da cui la lingua (anche quella poetica) emerge (si percepisca il verbo in parallelo con la scuola emergentista neuroscientifica, cui è indispensabile il contributo di Varela).
Non è un caso che, per parlare dei versi di Milo De Angelis sia quasi sempre necessario ricorrere all’analogia: strumento retorico che sottende un’anagogia, un sovrasenso spirituale, che la critica quasi sempre bolla come irrazionalismo e/o vitalismo, da cui fa discendere un veto di ordine ideologico. L’analogia che è strumentazione dell’ermetismo non c’entra nulla con il procedere analogico in De Angelis, su cui egli non solo lavora: piuttosto, si mette direttamente a mutarne lo statuto retorico. Le analogie, in De Angelis, vengono soppresse per essere scatenate. L’analogia è uno scatto intuitivo causato dalla tensione tra due piani polari, uno superiore all’altro non soltanto per quantità di semantica interna, ma anche per qualità di rivelazione. E’ una metafora al verticale: ciò che la metafora mette in contatto orizzontalmente, l’analogia mette in contatto se esiste verticalità. In Somiglianze appare l’incontro con questa immagine apparentemente slegata dall’omogeneità lessicale del libro: 

bende che odorano forte di zuppa di pesce. 

Qui precisamente siamo di fronte a un procedimento analogico che è vertiginoso. L’odore di zuppa di pesce è un odore ammoniacale che si armonizza, per sinestesia, alla perfezione con la frequenza delle immagini che alludono a pronto soccorso (bende), ospedale, dramma biologico. Questa primarietà elementale (l’ammonio) sale di grado quando De Angelis, in maniera apparentemente inconsulta, “salta” a livelli di immagine cosmologica. Il riferimento continuo a elementi primi, che richiamano proprio la teoria elementale di matrice presocratica, fa giungere l’ammonio sul piano di altri gas nobili e primari, emblemi della tavola chimica, atomi mendeieviani.
La grande analogia, che in nulla ha a che vedere con l’analogia di provenienza ermetista, viene costruita da De Angelis con un salto esso stesso analogico: il microscopico come macrocosmico, la formazione di nebule galattiche e le mitosi cellulari. Occorrenze di un’analogia estrema, che tanta presa ha avuto sulla comunità poetica nazionale, e non per certa indefinibile ineffabilità lirica o iperlirica: qui la decomposizione del vivente è analoga alla decomposizione dei legami chimici, che sono microbiologici e macrofisici contemporaneamente. La morte denegata, subìta emotivamente, supera se stessa nell’analogia quantistica. Se uno volesse andarsi a leggere le conclusioni provvisorie della Teoria delle Stringhe di Gabriele Veneziano su ciò che c’è prima del Big Bang – un prima esigito per equazione -, troverebbe composizioni apparentemente irrazionali ma non per questo vanamente religiose o pretestuosamente metafisiche. Con uno slogan, si potrebbe dire che la poesia di Milo De Angelis è tanto spiritualista quanto materialista: è l’incrocio metafisico tra materia e coscienza di cui qui si parla.
E’ una lunghissima premessa, ma, siccome non si discute mai in spazi sufficientemente ampi della poesia contemporanea, era forse il caso di esplicitare qui alcune delle prospettive implicite in una delle più folgoranti apparizioni della nostra letteratura contemporanea.
Proprio a partire da una simile premessa, che tenta in chiave di critica emblematica di dare conto dell’aspetto “siderale” della poesia di De Angelis, si può apprezzare il lavoro che l’autore milanese ha compiuto col doppio salto di cui Tema dell’addio è testimonianza.
Vanamente si cercherà una versificazione tradizionale, in De Angelis, poiché lo stile, per come lo interpreta la critica stilistica, è un aspetto sommariamente secondario nella scrittura di questo poeta: del resto non è che la poesia si faccia in risposta ai desiderata della critica, la quale oggi del resto è morente o almeno in stato precomatoso – la poesia si fa, anche se la critica fatica a reperire etichette e/o solchi tradizionali in cui iscrivere i testi.
Eppure in Tema dell’addio colpisce un’aura di domesticità della scrittura di De Angelis. E’ in atto un procedimento di addolcimento, da Biografia sommaria, il titolo precedente: addolcimento non dei temi, ma sicuramente della natura dei tic stilistici. Si contino per esempio, confrontandoSomiglianze Millimetri con Tema dell’addio, quante tautologie in meno e quante rime in più. Uno slittamento verso il canto? E’ un’ipotesi, ma a me non soddisfa. Resto più incline alla possibilità che De Angelis ricorrra a quelli che ho definito tic. Un canto autentico non può essere un tic. Se il tic non è più cerebrale o algebrico (le tautologie: “matita d’erba nella matita alta”) e appare invece cantato, ciò non è dovuto a una scelta stilistica: è imposto piuttosto dalla situazione di tremore, esistenziale certo (qui uno dei temi fondamentali è la morte prematura della moglie, la poetessa Giovanna Sicari) ma anche essenziale. Prendiamo un bambino di cinque anni e abbandoniamolo in una cantina al buio: il bimbo ci cerca, non ci trova, è terrorizzato e, mettiamo, canticchia ripetutamente una filastrocca per rassicurarsi. Questa autodifesa psichica, qui addirittura antitraumatica, è l’automatismo a cui ho dato nome tic. Poiché certa critica stilistica pensa allo stile come difesa psichica e identitaria, sarà il caso che quella critica stilistica comprenda che, nel caso di De Angelis, non siamo nelle strutture di queste autodifese: siamo nella sostanza che le strutture psichiche cristallizzano. La poesia di De Angelis è sempre una sagomatura del cratere del trauma, ma può essere tale soltanto in quanto esperisce il trauma, non in quanto eietta la memoria del trauma stesso.
Il tema dell’addio non è la morte: è la proiezione del distacco. Il tema dell’addio è il contenuto dell’addio e non soltanto l’accadere della pronuncia dell’addio. Una poesia nondualista non può per natura considerare definitivo il distacco: esiste una prosecuzione di sostanze in sostanze, di lingue in altre lingue. “Morire fu quello | sbriciolarsi delle linee” si legge nella formidabile sezione d’apertura del libro di Milo De Angelis (a mia detta, questa sezione è uno dei massimi esiti dell’intera sua opera poetica): cosa si sbricioli e dove vada ciò che si sbriciola è questione ben diversa dall’evaporare delle linee, dei contorni, delle figure e, in ultima sintesi, degli stili. “Non è più dato.” è l’incipit gnomico della terza poesia di questa raccolta: e che non sia più dato non significa che non sia più – l’essere non può non essere. E tuttavia, questa poesia nondualista deve rovesciarsi per quintessenza, e dire che la morte, che non esiste, esiste:

Non è più dato. Uno solo è il tempo, una sola
la morte, poche le ossessioni, poche
le notti d’amore, pochi i baci, poche le strade
che portano fuori di noi, poche le poesie.

Nella settima delle Nemee di Pindaro si legge:

Per tutti avanza l’onda della morte,
piomba su chi l’attende e chi l’ignora.

E più avanti:

Nascendo differiamo, e abbiamo in sorte
chi una vita e chi un’altra, ma nessuno
coglierà intera l’avventura.

Questa posizione viene rovesciata radicalmente da Pindaro nella decima delleNemee:

In perpetua vicenda
dimorano col Padre amato un giorno
e un giorno nel segreto della terra.

Questo rovesciamento (la vita data in sorte finisce, eppure si parla di perpetua vicenda) che cos’è? Una pratica e credenza da sciamani? Un invaghimento new age? Pindaro era new age? Il fatto che esista una vicenda (ma non storia) perpetua dovrebbe fare svanire il lutto e il dolore per la perdita, anche se si sa che questa perdita si iscrive in perpetuità?
Non è così. E’ che in questi luoghi poetici si adottano due prospettive diverse nel medesimo tempo. Ciò che per la ragione aristotelica non può accadere (il “sì” e il “no” contemporaneamente e sotto il medesimo aspetto) accade invece nella vicenda tragica, cioè poetica. Milo De Angelis, con Tema dell’addio dà forma alla sempre attuale, apocalittica, vicenda del tragico: la perpetuità della perdita, il dolore nell’inesistenza del dolore.

“Non c’era più tempo. La camera era entrata in una fiala”

ed ecco un altro memorabile incipit di questo libro. Via dalla logica sovraccaricante del simbolico: non si dice “nella fiala” (il simbolo come antonomasia del mondo, metonimia totale), bensì e più prosaicamente “in una fiala”. E’ soltanto il procedere analogico del testo in De Angelis che consente l’intercettazione di una vibrazione di fondo e di senso perfino nella banalità dell’occasionale e del seriale (una fiala tra tante non diviene la fiala, ma supera addirittura in intensità imaginativa il simbolo della fiala, la fiala unica, il rappresentante iperuranico che spesso la cattiva poesia simbolista adotta come sua unica retorica). E infatti la poesia si conclude così:

Ancora una volta
ci stanno chiamando, giudicati da una stella fissa.

Chi ci chiama, cioè chi attui questo riflusso sonoro che ci porta in nessun dove (un movimento totale, questo, prediletto dallo Zanzotto della “trilogia”), nello stesso tempo sta esterno e sta interno a questo universo: la stella fissa evocata è unastella fissa, tra tante. L’unità trascendente è un fantasma, e ugualmente è, in quanto un fantasma. Il piano imaginale è convocato da De Angelis quale sottopiano fondante della lingua: egli disnoda sintassi imaginali, enuncia una prosodia imaginale.
Finché non si comprende questo punto, abissalmente difficile da canonizzare (ma la critica non può attendersi di canonizzare con facilità!), la poesia di Milo De Angelis appare quella di un marziano. E paradossalmente è così: è una poesia aliena dalla fede nella percezione, dall’autoadesione al canto. Ciò non toglie che sia commovente, pietas allo stato puro. E’ una fase previa al discioglimento della coscienza nella coscienza.

Pubblicato per la prima volta su Web da Giuseppe Genna , Lunedì 21 Febbraio 2005

blog · Dies Irae

Il Sistema Politico Sergio Baracco

Molti dei lettori di questo sito sono giovani, o disattenti, o giustamente disinteressati al recente passato, oppure talmenti boccheggianti nell’orrore dell’epoca da non volerne sapere di orrori che hanno preceduto questo tempo. Eppure inimmaginabili OGM umani e spettri fatti di etere e sparati da tubi catodici prepararono, non più di trent’anni fa, l’attuale disastro sociale e tutto italico.
Prescindiamo dai ricordi: cominciamo con un video, così vi orientate. Questo che segue è il noto televenditore Sergio Baracco:

Linkando alla voce Wikipedia relativa al noto televenditore Sergio Baracco, di constatare che lo scrittore viene citato sin dalle prime righe:

È noto in particolare per la sua marcata erre moscia e per il grido “Amici!”, caratteristiche enfatizzate dalla parodia delle sue televendite messa in scena dai Fichi d’India da cui è nata la loro celebre esclamazione “Amici Ahrarara”, per la quale è stato guest star all’inizio del loro primo film intitolato proprio Amici Ahrarara. Il “sistema politico Sergio Baracco” è stato assunto da Giuseppe Genna, nel romanzo “Dies irae” come simbolo di un “canone televisivo”, urlato e truffaldino, della vita pubblica italiana.

Ecco, sotto un ulteriore video, il brano del Dies Irae in cui viene introdotto il sistema politico Sergio Baracco, mentre il protagonista fa le interviste per una specie di Doxa negli anni Ottanta. Eccolo, sotto un ulteriore video.

coverbig.jpgIL SISTEMA SERGIO BARACCO
di GIUSEPPE GENNA

“Se non ci sono le televendite, le guardo, perché altrimenti mi imbarazzo, che ci sono i miei amici, che fanno le televendite. C’è Sergio, Sergio lo conosci?”
Una branca degli intervistati: i divagatori, gli approfonditori. Si pone a fianco di coloro che ti scambiano per un operatore del telefono amico. E’ il tempo in cui gli psicoanalisti hanno perduto credibilità e aumentato le tariffe, le indovine e le maghe non sono sufficienti, e i preti sono considerati antiquati e portasfiga. Si confessano all’intervistatore telefonico. Chiedono consigli, i-ching via cavo, tu sei il crogiolo alchemico dove riversare il letame del loro compost, tradimenti, acciacchi, i figli che non… “Non conosco Sergio, mi dispiace”.
“Sergio! Ma come! Lo conoscono tutti! Quello di Valenza Po, vende i gioielli, non ha la ‘r’, la pronuncia ‘v’. E’ un mio amico. Se ti dico le serate con Sergio…”
Sergio Baracco. Della SM di Valenza Po. Televendite di parure, gioielli che mi sembrano paccottiglia a chili, ti televende pacchi di gioielli, ripete continuamente “Amici!”, poi ti fa la proposta, “Amici!”, infila nel pacchetto da venderti una roba che dice che è prestigiosa, “vubìno vosso sangue di piccione”, è compulsivo, si agita, urla, “Amici!”, dice che ci perde, che ti fa un favore pazzesco, gioielli presentati come appartenessero alla Corona Inglese, e lui per centomila te li dà insieme al “pazzesco, un vevo vubìno vosso sangue di piccione”.

Mi dà l’impressione di uno sniffato. Mi ossessiona dal video. Ultimamente appare al suo fianco un suo amico che dice di essere suo socio, un biondo, anche lui nervosissimo, assomiglia un po’ a Max Headroom, il volto sintetico biondo su Italia Uno, che presenta canzoni e legge notizie assurde con un tono da baritono fallito, una sintassi improbabile e una pronuncia desillabante, e questo amico e socio di Sergio Baracco litiga con Sergio Baracco, il biondo contro il moro, litiga perché le offerte di Sergio Baracco “sono troppo basse, così ci perdiamo”, litigano come litigassero davvero, Sergio Baracco reagisce istericamente, dice che lui sta dalla parte dei clienti, “Amici!” e a volte due volte “Amici!”, la prima urlata e la seconda in tono conciliante, da persona seria, con questo rotacismo che rende tutta la proposta indistinguibile e scivola.
El maschio sta scivolando in una marcata inflessione calabra: “Non me lo puoi dire che non conosci Sergio dei gioielli, che cazzo di intervistatore sei?”
Abituale momento clou dell’intervista telefonica: rischi di perdere l’intervistato, devi dargli ragione, devi essere fine, empatico, schierarti dalla sua parte, altrimenti lo perdi, l’intervista è abortita, tu cali nella media di interviste effettuate, devi stare attento, ti controllano dalla centralina, random, controllano gli intervistatori, come parlano al telefono, se effettuano tutte le domande, se cali nella media di interviste condotte a buon fine forse non ti richiamano, perché sono loro a chiamarti, anche se tu hai un disperato bisogno, anche se per te 10.200 lire sono oro, ti senti schiacciato dal Sistema Sergio Baracco, ti verrebbe voglia di parlare a telefono con il rotacismo di Sergio Baracco, “Buongiovno, sono un intevvistatove pev una vicevca telefonica”, Sergio Baracco è un’ombra gigantesca, il suo sistema di condizionamento a colpi di “Amici!”, la sua politica delle vendite percepisco nitidamente che ha un futuro, le sue vendite sono una politica e questa politica ha un futuro, Sergio Baracco subentra allo yuppismo che è ormai in calo, ai proventi gonfiati da una bolla di economia irreale che sta andando verso l’afflosciamento, 50 milioni di spettatori italiani possono assorbire la visione del mondo di Sergio Baracco e farla propria, adornati di rubini “vosso sangue di piccione”, e io mastico la radice nera del mio tempo.
“E poi?” fa el maschio.
“Il suo programma televisivo preferito?”
“Ho molti amici lì, ne vedo molti se no mi annoio. Comunque il Benny Hill Show su Italia Uno”.
Chiedergli se Benny Hill è suo amico, se fa serate con Benny Hill. Travolgerlo. Triturarlo col Sistema Sergio Baracco. Benny Hill. A questo puttaniere che ha in casa un travesta brasiliano che lo chiama el maschio piace Benny Hill. Benny Hill è un idiota che fa strisce comiche mute a fine secolo (ma questo secolo, non l’altra fin de siècle, quando sarebbe stato comprensibile il comico muto), situazioni brevi che fanno ridere soltanto mia zia Pina. Benny Hill è biondastro e grassoccio ed è l’archeotipo fisionomico dell’inglese. Ha la faccia rubizza e la sua spalla comica è un vecchietto pelato e sdentato, Benny Hill gli batte sempre la mano sulla pelata, si sente il rumore degli schiaffetti, spesso il vecchietto ha un parrucchino e Benny Hill glielo toglie e gli dà gli schiaffetti sulla pelata. Benny Hill con la pancia calciatore che tira un rigore e ammazza il portiere che è il vecchietto. Benny Hill cacciatore nella jungla africana con il vecchietto che fa Tarzan e crolla da una sequoia sbagliando liana ed è vestito con una finta pelle di leopardo che gli va larga sul corpo avvizzito, striminzito. Benny Hill che si presenta alle elezioni e il candidato opposto è il vecchietto e Benny Hill è nominato premier inglese e prende a schiaffetti sulla nuca in Parlamento il vecchietto, togliendogli la tuba. Benny Hill nominato premier.
Benny Hill nominato premier.
“Hai finito?” chiede el maschio, ma il tono non è irritato o stanco, continua a rispondere, se no si annoia.
“Ancora qualche domanda sui consumi”.
“Che consumi?”, sospettoso, adesso gli chiedo quanti grammi di bamba si fa al giorno, se il travesta pippa.
“Che cifra mensile destina all’alimentazione?”
“Che cazzo ne so? Devo stare lì con la calcolatrice? Quando ho fame, mangio”.
“Il prodotto che acquista più spesso”.
“Sottilette Kraft”.
“Acquista dischi, film o libri?”
“A me piace la lambada, ma non ho capito il gruppo, non sono andato a prendere il disco”.
“Kaoma”.
“Cosa?”
“L’originale. La lambada è dei Kaoma”.
“Aspetta che scrivo, mi piace troppo”. Rumori indistinti. “Scrivi lì”. Lo sta dicendo al travesta. A me: “Ripeti, lettera per lettera, che poi li prendo”.
“K-A-O-M-A”.
“Comunque mi piaceva il corvo Rockfeller, ma non fa più dischi”.
Un pupazzo mi pare dell’84, una scoperta di Pippo Baudo per Sanremo, un ventriloquo che non lo era, apriva semplicemente la bocca e faceva una voce distorta e rauca, e muoveva questo pupazzo irritante che si muoveva e si comportava con la stessa spocchia di Fonzie. José Luis Moreno, ecco come si chiamava. Scomparso. Scomparso con Rockfeller, si sarà riciclato in Argentina, quei fenomeni che girano le tv planetarie come fossero animatori da crociera. 50 milioni di spettatori italiani ipnotizzati dalle cazzate rauche del corvo Rockfeller che si metteva la mano sul pacco e sbullettava rauco.
“Comunque l’ultimo che ho preso è Salvi, C’è da spostare la macchina”.
Segno: Francesco Salvi. C’è She drives me crazy dei Five Young Cannibals, ma questo compra Salvi. Gli mancano i Milli Vanilli, i sovrani della farloccheria. Il futuro è loro. La loro politica delle vendite di copie (a centianai di migliaia) e la vendita di una politica che io sento avere un futuro, si sta spalancando. Trionfa inarrestabile il duo dei Milli Vanilli. Centinaia di migliaia di copie di Blame it on the rain. Non soltanto in Italia – in tutto il mondo. Li vedi ritirare dischi di platino. Sembrano due travesta brasiliani. Io so (lo so per amicizie nel giro dei discografici, a Milano chiunque o lavora in pubblicità o in discografia) che i due finti travesta nelle loro canzoni ci mettono solo la faccia, la voce è in realtà di un trio di cantanti dietro le quinte, i Milli Vanilli muovono solo la bocca (la notizia diventerà pubblica di qui a qualche mese, lo scandalo che ne segue provoca un forte esaurimento nervoso per uno dei due componenti del duo, che di lì a poco preferirà il suicidio alla vergogna. Tristi storie fine Ottanta).
“Basta? Finito?” chiede el maschio.
“Sì, la ringrazio della disponibilità e la saluto”.
“Eh, no”.
Eh, no. Quand’è così, stai tranquillo e non reagire, la società ti ha detto durante l’addestramento (due giorni di addestramento, serve addestramento per fare domande al telefono e barrare caselle) che per qualunque problema la società ti è dietro, sei coperto.
“Prego?”
“Tu adesso mi devi ringraziare in un altro modo”.
“Gliel’ho già detto, la ringrazio…”
“No, tu mi devi ringraziare davvero, devi essermi grato. Dimmi che mi sei grato”.
La coordinatrice è una nana e io so che ora mi sta ascoltando. E’ risaputamente una troia, ha cinquant’anni, suo figlio è tra gli intervistatori e a fine serata fa la spia a sua madre. La puttana, se sgarri, non ti richiama o ti richiama quando proprio sono a corto di intervistatori.
“Tu mi devi dire che mi sei molto grato per avere risposto alle tue cazzo di domande. Mi hai interrotto e mi hai fatto perdere tempo. E devi ringraziare anche la mia compagna”.
Devo ringraziare anche la travesta.
Devo amplificare la mia presenza nel mondo, allargare il senso di esistere, e compilare miliardi di pagine nel libro nero del tempo, e percorrere la curva schiena del tempo che volta un decennio nel successivo, e devo resistere dal suicidarmi come quello dei Milli Vanilli, per l’odio e il disagio profondo e l’ansia e la penuria di soldi e l’esposizioni ai raggi di questa materia indegna in cui mi muovo, magro, con i buchi nelle tasche dei pantaloni di cattivo velluto presi all’Oviesse, i testi di filosofia inutili che sto studiando in facoltà e gli esami su Platone esoterico che mi conducono a follie immaginative e alla radicalità di un precariato perenne, devo amplificare le forze e resistere attraverso gli strategemmi di un’intelligenza acuminata, tesa contro il prossimo, schierata in avanguardia per perforare i giorni, schierata contro di me, la fatica, l’ansia, l’inutilità, le voci dei morti, la nonna Gisella continua a lanciarsi dall’ottavo piano nel ralenty mentale, Alfredino crolla nel pozzo, continua a crollare nel pozzo e il cadavere indecomposto di Gino è ritto nella stanza gelida chiusa nell’appartamento popolare dove tornerò tra un’ora, a bordo dell’Autobianchi che imbarca acqua e fa marcire la moquette e puzza.

Lo mando affanculo.

[Prima edizione su Web: 3 aprile 2010]

blog · Catrame

Recensione all’edizione francese di ‘Catrame’

A causa di una migrazione delle innumerevoli migrazioni di contenuti, è rimasta esterna al sistema editoriale di questo sito, a volte addirittura assente del tutto, una certa quantità di articoli e post che vengono dunque dal passato e che progressivamente vado a reintegrare nella memoria del Web. Comincio con questo pezo su Sous un ciel de plombe (edito da Grasset), edizione francese al noir Catrame (Mondadori). [gg]

di JULIEN VEDRENNE
[da litteraire.com]

Sous un ciel de plombe (di Giuseppe Genna, tradotto da Julien Gayrard, edito da Grasset) è un romanzo incrostato di squallore allo stato puro. Uno squallore causato dall’afa e dal sudore – e dalla paura, anche. Per tutto il racconto, l’ispettore Guido Lopez ne è intriso. Inizialmente è una storia molto semplice. E’ la storia dell’evasione di Cerfoglio, detenuto politico, alla vigilia dell’indulto, cioè un’amnistia concessa agli ex terroristi a vent’anni dal caso Moro. Improvvisamente, però, scatta la follia. Il ministro dell’Interno esercita pressioni politiche insopportabili su Santovito, il capo di Lopez, e minaccia di destituirlo dall’incarico di responsabile della Squadra Investigativa. I Servizi Segreti occupano tutti gli spazi d’indagine e sottopongono polizia e carabinieri a ogni tipo di depistaggio.

Lopez, il migliore elemento della Squadra Investigativa, è da subito sbaragliato, spostato su un’indagine miserevole: quella del suicidio di tale Pessina, uno sbandato di quartiere. I pericoli e gli azzardi – se di azzardi si tratta: le vie del Signore e dei Servizi sono infinite… – che Lopez affronterà finiranno per fare confluire le due inchieste. Lopez non ama essere manovrato: indagherà, con metodi ufficiali e ufficiosi, sgradevolissimi per chi ne fa le spese, come la prostituta milanese Rita Mennitti.
Lo spettro dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR) dorme nel cuore di questo romanzo. Qui chiunque manipola chiunque. E nonostante ciò, paradossalmente, chiunque agisce a suo modo. Le cimici abbondano in Questura ed è impossibile confidarsi con altri. Si spia ovunque, sempre, senza sosta. Per quale occulto motivo? Lopez lo scoprirà addentrandosi nei labirinti sotterranei delle cantine di un enorme complesso popolare, con il terrore che gli stringe lo stomaco e la miseria morale che gli si attacca addosso…
Sous un ciel de plombe è un romanzo abissalmente nero, che torna sulla questione italiana degli anni Settanta: un’epoca in cui il terrorismo di destra fu al servizio dello Stato e in cui la repressione assunse i caratteri di strumento da guerra civile, in una nazione spaccata e lacera. La scrittura di Giuseppe Genna è brutale, secca; l’autore sta lontano da ogni orpellatura. Egli descrive un mondo totalmente privo di distinzioni morali tra male e bene, in un periodo storico da cui nessuno esce indenne: chiunque avrà le mani lordate di sangue, e cercherà di rigettare ogni responsabilità, addossandola agli altri. Nessuna verità può venire pronunciata, conta soltanto la Verità Ufficiale. Che, come sempre, copre LA verità vera.