Apoteosi lounge. La via lounge alla letteratura.

di GIUSEPPE GENNA

[Appendice a Forget Domani, di Igino Domanin e Giuseppe Genna, peQuod edizioni]

Forget domani (una canzone che ebbe, tra i molti illustri interpreti, anche Perry Como) è un adagio che attraversa un ampio arco del nostro presente appena passato. Dagli anni Cinquanta alla fine dei Novanta, a detta delle due menti che sono in questo libro in reciproca metastasi, l’occidente ha vissuto una propria storia ufficiale, che non coincide affatto, bensì si interseca in continuazione, con una miriade di controstorie segrete o, quando evidenti e palesi, relegate all’incoscienza collettiva. Una massa di questa infinità di controstorie è ciò che denominiamo Lounge.

Il Lounge è una stronzata e può sembrare bizzarro che due individui, peraltro impegnatissimi e non del tutto idioti, spendano tempo ed energie a elaborare la mappa di una categoria dell’idiozia. Però è anche vero che, a questi due individui, l’idiozia interessa. Una pellicola di iridescenza, una superficie in cui fiorisce la luminosità dell’effimero, un buco nero che attrae verso il proprio nulla l’intera pesantezza del mondo: questo è il Lounge di cui scriviamo e di cui, con tutta probabilità, ognuno a modo suo, continueremo a scrivere. 25_forgt.jpgE’ come se avessimo da tempo immemore covato una segreta ambizione, la massima e più prometeica tra quelle a disposizione della fantasia umana: rappresentare una psiche larghissima, in perenne deflagrazione, l’universo mentale in continua contrazione ed espansione secondo traiettorie anarchiche, in un assolutismo che cancella la distinzione tra caos e ordine. A questa ambizione abbiamo cercato di dare corpo esponendo i lettori alla girandola cosmica di una storia conosciuta da molti e sconosciuta ai più: quella dell’occidente degli ultimi cinquant’anni, nelle sue epitomi per noi più significative e interessanti – l’Italia e l’America.
La psiche è un assoluto. Non abbiamo bisogno di giustificazioni o di moralismi che sorreggano le nostre incursioni in territori pericolosi (pericolosi anche politicamente, in quanto lo sono psichicamente). L’assolutismo psichico, a cui desideriamo esporre noi e i lettori, non tollera figurazioni di vizi o di virtù. C’è un abbandono alle correnti psichiche che va praticato, prima di essere ridotto a esercizio letterario o storiografico o critico. Non intendiamo concedere alcun appiglio a chi voglia esercitare una indagine analitica o culturale su questa esperienza che, a differenza da certi scherzi del passato, ci pare non priva di senso e perfettamente leggibile.
Tutto il nostro Lounge è molto concreto e immediatamente storico, appartenendo alla coscienza collettiva di questo cinquantennio occidentale. Che tra le righe di queste narrazioni elusive ed epidermiche appaia, sfolgorante e aurea, la sagoma di Frank Sinatra, l’implicita profferta sessuale del corpo di Mina, la colpa senza senso della carcassa di Aldo Moro, la folla dei crooners e dei microfoni che hanno parlato al mondo per decenni, la rivoluzione antropologica imposta dall’epifania di Garrincha, la semivita catatonica di Henry Kissinger o l’esoterismo del beau vivre versiliano – tutto ciò conferma e supera l’impressione che il Lounge di cui parliamo sia in effetti un orizzonte distante dalle vite comuni degli abitanti dell’occidente contemporaneo. Non possiamo non dirci lounge: In questo assioma, verificabile in ogni momento dell’esistenza di chiunque, sta la nostra proposta di superamento dell’ossessione dello Spettacolo e della Finzione, di cui il pianeta intero sembra attualmente ostaggio, a partire dalle sue avanguardie più illuminate e intellettuali.
Il 15 maggio 2002, alle 20.33 ora italiana, il tempo si è fermato. Raccogliendo un cross idiota del terzino sinistro Roberto Carlos, l’asso del calcio mondiale Zinedine Zidane ha sospeso la storia del mondo. Zinedine Zidane, biancovestito, ha osservato con stolido sguardo il pallone piovere dal cielo di Glasgow, si è coordinato ruotando sul perno della gamba destra, facendo compiere un largo giro alla gamba sinistra che andava tendendosi, e ha colpito con il collo del piede in miracolosa sincronia con la sfera, un tiro a effetto teso e velocissimo (ma che tutti hanno visto), siglando uno dei gol più leggendari dell’intera storia del calcio mondiale. Nell’attimo preciso della perfezione, quando il tiro stava per essere scagliato, mentre le traiettorie del pallone e del corpo del calciatore stavano avvicinandosi attraverso un complesso armillare di iperboli in movimento, il pianeta-spettatore ha sospeso il fiato, il tempo si è arrestato di colpo, nessun ordine è entrato in vigore – soltanto una calma senza storia, fatta di stupore e di infinita attesa, una libidine pronta al soddisfacimento sempre postposto e uno stupore che rasentava l’infanzia universale hanno percorso come un brivido quest’angolo di galassia. La star, mediatica e sportiva, bianchissima, un tempo povera e ora stratosfericamente ricca, ha mosso inebetita il proprio corpo, senza ragione né dialettica, pura immagine e puro strumento, fuori dal pensiero, compresente ovunque, incantevole, sinuosa, un cigno mitologico che non aveva nulla del mito per come lo pensano certuni – era concreto, era lì, era vero, era sempre, ci traghettava fuori del corso del tempo, aboliva la sofferenza, ci sospendeva in un sonno della psiche che permetteva alla vuota coscienza di riappropriarsi di noi, ci sballottava lungo il piano inclinato dell’assenza di dolore, faceva di noi dei buddha che hanno raggiunto l’illuminazione catodica, in preda a un’estasi senza furore, perfettissimi. Questo è il Lounge che intendiamo spalancare sulle sabbie calcaree del mondo.
Leggendo del mitologico trio crooner detto Rat Pack (il mafioso Frank Sinatra, l’etilista Dean Martin e il satanista Sammy Davis Jr.) oppure scrutando le movenze di un generale dei Servizi che ricorda da vicino Gian Adelio Maletti, si ha forse l’impressione di trovarsi di fronte a un’ennesima operazione di recupero del passato. Il che è esattamente ciò che non intendiamo fare. Ci hanno rotto i coglioni i sorrisini televisivi che si diffondono all’immagine della piramide di tetrapack in cui la Centrale del latte di Milano riversava il prezioso alimento negli anni Settanta. Il ricordo ironico del formaggio Dover, ormai scomparso, accresce soltanto la nostra ira e la nostra fantasmagoria, che sono implicitamente civili. La memorialistica trash ci sembra esercitare una potenza alienante di secondo grado su un’intera generazione di imbecilli, che tra l’altro è la medesima a cui appartengono i due autori di questa raccolta. Il Lounge non presume alcun tipo di emulazione e non si circoscrive nel movimento circolare del recupero del recente passato – una sorta di autofagocitazione che ci ricorda da vicino l’idiozia del servo che plaude al padrone. Il Lounge è più vicino alla lirica marinista o al furore bruniano, e ha una valenza politica profondamente contestataria. Il Lounge vuole abolire il tempo e tende all’abolizione dell’uomo. Quale uomo? Questo: l’uomo occidentale contemporaneo. Il nostro Lounge pretende di essere una forma di rinnovato umanesimo, che non espelle dal proprio cerchio vitale la chance metafisica che, in ogni momento e in ogni luogo e in ogni universo, si prospetta a qualunque fenomeno di coscienza. C’è da ridere a crepapelle davanti a certune folgorazioni Lounge (lo scrivente è convinto che la battuta del racconto di Domanin, “Pensi al tipitipitipso?”, raggiunge un vertice della letteratura odierna), ma si tratta di una risata sovrumana, esplosa da una smorfia impressa forza nella viva carne, un po’ come quella con cui il Gwynplain de L’uomo che ride di Hugo seppellisce se stesso prima che il mondo tutto. Il nostro Lounge non prefigura un paradiso in terra: ne addita l’esistenza in loco e lo realizza. L’ologrammatica figura eterea e luminosa di Elvis Presley (autore, tra l’altro, del titolo più lounge della storia umana: Un milione di persone non possono sbagliarsi: Elvis è il re) attualizza un’angelologia laicissima, ma non per questo meno necessaria. Emblematica del contemporaneo, il Lounge parla a questo uomo della forma di un altro uomo – e lo fa senza nostalgismi, poiché l’uomo di cui il Lounge parla non è l’uomo del passato; ma lo fa anche senza attese messianiche, poiché l’uomo del Lounge non è un uomo a venire. Il Lounge è come un divaricatore vaginale: ha a che fare con qualcosa che attiene alla libido sessuale e alla sfera del piacere, ma non nel senso in cui ci si aspetterebbe, bensì in un senso più fisiologico di quanto si immagini. Il punto di partenza del lavoro narrativo di Forget domani, a conti fatti, è un passo di Vineland, capolavoro di Thomas Pynchon: in uno stato di presonno e di osmosi narcotica, bambini in ipnosi ascoltano la scansione dell’etere alla radio, stazioni e onde sonore che si accavallano, fluiscono, ritornano, inebetiscono. Come quella scansione in stato di necrosi fluida delle capacità cognitive, il Lounge penetra la percezione, la rarefà, la annichila, spalanca un territorio totalmente eterogeneo rispetto alla nostra attuale capacità di sensazione del mondo. Il tempo del Lounge è l’eterno presente, ma non nel senso degli scolastici o dei romantici, bensì nel senso banale dell’espressione: un presente in cui si sente soltanto il momento presente, protratto fabulisticamente, come capita quando si ascolta un’esecuzione folgorante di Frank Sinatra o leggendo un passo di Goffredo Parise.
Pare incredibile, ma la faccia che vedete in copertina appartiene a un uomo reale – e nemmeno uno che è stato vivo: è la faccia di uno che è tuttora vivente. Si chiama Wayne Newton ed è un divo di Las Vegas. Ha ereditato la tradizione crooner e continua a praticarla nelle hall di grand hotel infittiti di divani leopardati e circoscritti da lucidi banconi bar, dove girano libere enormi tigri albine. In questo contesto urbano e in qualche modo raffinatamente elegante, Wayne Newton si muove a suo agio: il suo amnio è lo spettacolo, reiteramente improvvisato, che conserva ancora luminose tracce delle movenze della “fronte positiva” di JFK, il leggendario presidente chiamato sul palco di un locale di Las Vegas dai tre del Rat Pack. I capelli finti da implantologia talmente neri da riflettere lucori bluastri, il rimmel, le ciglia posticce, le lenti coloranti, il cerone spalmato sui pori della pelle, la chiostra dentaria falsa, il leggero tratto di rossetto che esalta le labbra sottili, il raso di seta di cui sono fatte cravatta e camicia – insomma, tutta l’artificialità incarnata dal busto di Wayne Newton – non cancellano il fatto che questa forma è vivente e canta. Non soltanto: essa è un prolungamento biologico e un rappresentante fisico del Paradiso Lounge a cui alludono continuamente i racconti di questo libro.
La glaciazione del desiderio contro il suo superamento: una lotta manichea che stringe l’eternità dell’uomo – un’eternità che copre l’arco dell’intera esistenza della specie. Questo è il Lounge.
Il parto, l’esperienza erotica, la prassi spettacolare, il divertimento fulmineo e improgrammabile, la fine improrogabile satura di attesa, la spiritualità ascetica e compressa nel cerchio individuale, la pubblicità, l’esposizione alla gioia, lo spleen che immelmisce la permanenza in una colla noiosa, lo sconcerto per l’apparizione, l’eone che sta per spalancarsi sempre, l’apocalisse laico e quindi assoluto, il suono senza suono che permea la voce umana quand’essa è condotta a fenomeni di rilevanza suprema, il ricordo che resiste all’erosione della mente – tutto questo baillamme ultrafisico fa da sfondo al Paradiso Lounge in cui inscriviamo ossessioni e mitologie, sonorità e depressioni, colpe evanescenti e misure auree. Il senso che se ne deduce non è l’assenza di senso, quanto, piuttosto, un’allegoria aperta della forma umana, che finisce per collassare su se stessa. Quando si narra dello scontro tra due diverse specie umane compresenti nella stessa era arcaica (Neanderthal e Cro-Magnon), desumendolo da un documentario conculcato in prima serata dalla voce farinacea di Piero Angela, diviene indistinguibile il processo di cortocircuito tra routine, eccezionalità, fisiologia e metafisica. Se nelle Torri Petronas di Kuala Lampur si manifesta, in forma di schianto aereo e igneo, lo spettro devastante di Sandokan, allora sfuma la grettezza di una letteratura calcolata, che emenda l’errore, esattamente come sfuma il contorno di un occidente che, oltre che l’errore, emenda l’orrore stesso (o, al limite, lo metabolizza via cavo o su server oltreoceanici). La devastazione del processo economico unico, l’applicazione dei più inquietanti protocolli di controllo psichico e l’inclinazione dell’umano alla palingenesi sono soltanto alcuni lembi dell’epitelio carcinomatoso contro cui, del tutto naturalmente, viene percorsa la via lounge alla letteratura (il che è lo stesso della vita).
Alcune precisazioni su morti presunte, il cui non funesto annuncio abbiamo voluto dare con questi racconti (se ancora possiamo definirli racconti). La prima e più importante morte: quella delle barriere cognitive ed emotive in cui si barrica l’individuo. Tentiamo di fare spreco di noi, tentiamo di abolirci. Le nostre passioni esercitano una pressione magnetica talmente pazzesca su di noi, che noi non esistiamo più. La seconda morte: la seriosità di certa letteratura, patina offuscante e isolante che interdice un godimento epidermico della leggenda o della narrazione. Terza morte: quella del rifiuto – per cui, sia detto francamente, se questi scorci narrativi vi fanno schifo, va benissimo così.
Noi non vogliamo tutto. Però è certo che continuiamo a volere parecchio. Il Lounge è l’eternità praticata in questa vita, in questa forma sovrumana che la nostra specie incarna.

[Pubblicato su Web la prima volta il 30 novembre 2002]

Annunci