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‘Il nuotatore’ di Cheever

Questo sito si ferma nella sua settimanale produzione e riproposta di contenuti dimenticati o nascosti nelle pieghe del Web: è una vacanza, si spera non parziale.
Consigli di lettura: Tutti i racconti di John Cheever, opera benemerita che Feltrinelli ha pubblicato con una prefazione di Andrea Bajani, a 40 euro – la qual cosa, come si dice nelle stanze del Saggiatore presso cui lavoro, è editoria ancora seria, chissà fino a quando. Uno dei capolavori di Cheever è sicuramente Il nuotatore, racconto metafisico che, nonostante quest’ultimo aggettivo, impulsò perfino Hollywood a trarne un film, protagonista essendone Burt Lancaster. Eccone la versione Fandango, che coraggiosamente da anni ha trainato la (ri)lettura di Cheever in Italia. A seguire il testo integrale del racconto, la microrecensione che nel 2001 ne feci per Clarence.

* * *

IL NUOTATORE

di JOHN CHEEVER

Era una di quelle domeniche di mezza estate in cui tutti se ne stanno seduti e continuano a ripetere: “Ho bevuto troppo ieri sera” Si poteva udire i parrocchiani che lo bisbigliavano all’uscita della chiesa, si poteva udirlo anche dalle labbra del parroco, mentre si infilava faticosamente la tonaca nel vestibolo, si poteva udirlo nei campi di golf e di tennis, e anche nella riserva per la protezione della fauna, dove il presidente della locale associazione ornitologica era in preda a una feroce emicrania. “Ho bevuto troppo” gemeva Donald Westerhazy. “Tutti abbiamo bevuto troppo” gli faceva eco Lucinda Merrill. “Dev’essere stato il vino” osservava Helen Westerhazy. “Ne ho bevuto troppo di quel vino rosso.”
Ciò avveniva ai bordi della piscina di casa Westerhazy. La piscina, alimentata da un pozzo artesiano con un’alta percentuale di ferro, aveva l’acqua d’un pallido colore verdastro. Era una bella giornata. A occidente si vedeva una massiccia formazione di nuvole cumuliformi, ed era così simile a una città vista in lontananza dalla prua di una nave che s’avvicina, che si sarebbe potuto darle un nome, Lisbona o Hackensack. Il sole era caldo. Neddy Merrill era disteso vicino all’acqua verdognola, una mano immersa nell’acqua e l’altra stretta intorno a un bicchiere di gin. Era un uomo snello, con quella particolare snellezza della gioventù, e pur essendo tutt’altro che giovane, quel mattino era scivolato giù dalla ringhiera di casa sua, dando poi una pacca sul sedere della statua in bronzo di Afrodite sul tavolino nell’atrio mentre trotterellava verso l’odore del caffè in sala da pranzo. Merrill poteva essere paragonato a una giornata d’estate, in particolare alle sue ultime ore, e anche se non aveva una racchetta da tennis né una borsa da vela, evocava un’immagine di gioventù sportiva e di tempo clemente. Aveva appena finito di nuotare e ora respirava profondamente, come se volesse mandar giù nei polmoni tutte le componenti di quel momento, il calore del sole e l’intensità del suo piacere; sembrava che tutte venissero aspirate dentro il suo petto. Abitava a Bullet Park, una quindicina di chilometri a sud, dove le sue quattro splendide figlie dovevano aver terminato di pranzare e stavano forse giocando a tennis. In quel momento gli venne l’idea che, seguendo un percorso ad angolo in direzione sud ovest, sarebbe potuto arrivare a casa sua a nuoto.
La sua vita non era condizionata, e il piacere che gli dava questa constatazione non poteva essere spiegato con un complesso di fuga. Gli sembrava di vedere, con un occhio da cartografo, quella catena di piscine, quel corso d’acqua quasi sotterraneo che si snodava attraverso la contea. Aveva fatto una scoperta, aveva dato un contributo alla geografia moderna, e quel corso d’acqua l’avrebbe chiamato Lucinda, col nome di sua moglie. Non era uno che amava particolarmente gli scherzi, né era un buffone, ma era volutamente originale, e si considerava in generale, e modestamente, un personaggio leggendario. Era una bella giornata, e gli sembrava che una lunga nuotata ne avrebbe esaltato la bellezza.
Si tolse il golf che teneva sulle spalle e si tuffò in acqua. Nutriva un inesplicabile disprezzo per quegli uomini che non si tuffavano in acqua. Nuotava una specie di crawl irregolare, respirando a ogni bracciata oppure ogni quattro bracciate, e contando mentalmente l’uno-due uno-due del battito dei piedi. Non era uno stile adatto alle lunghe distanze, ma la pratica domestica del nuoto aveva imposto a questo sport alcune consuetudini, e in quella parte del mondo era convenzionale quel tipo di crawl. Il sentirsi avvolto e sostenuto da quell’acqua verdognola gli sembrava non tanto un piacere quanto un ritorno a una condizione naturale, e gli sarebbe piaciuto nuotare senza calzoncini da bagno, ma questo non era possibile, in considerazione del suo progetto. Si issò sul bordo opposto della piscina, lui che non usava mai la scaletta, e s’incamminò attraverso il prato. Quando Lucinda gli domandò dove stava andando, le rispose che ritornava a casa a nuoto.
Le uniche mappe e cartine a cui fare riferimento erano nella memoria o nell’immaginazione, ma erano abbastanza chiare. Per primi venivano i Graham, gli Hammer, i Lear, gli Howland e i Crosscup. Poi avrebbe attraversato Ditmar Street fino alla casa dei Bunker, e da lì, dopo un breve trasbordo, sarebbe arrivato alle piscine dei Levy e dei Welcher, e alla piscina pubblica dei Lancaster. Seguivano poi le piscine degli Halloran, dei Sachs, dei Biswanger, e quelle di Shirley Adams, dei Gilmertin e dei Clyde. Era una stupenda giornata, e il fatto di vivere in un mondo così generosamente fornito di acqua gli sembrava un dono del cielo, una benedizione. Si sentiva il cuore leggero, e cominciò a correre sull’erba. L’impresa di avventurarsi verso casa seguendo questa insolita rotta gli dava la sensazione di essere un pellegrino, un esploratore, un uomo del destino, e sapeva che sul percorso avrebbe incontrato molti amici, tutti amici assiepati lungo le rive del fiume Lucinda.
Scavalcò una siepe che divideva il terreno dei Westerhazy da quello dei Graham, camminò sotto alcuni alberi di melo, oltrepassò il capanno della pompa e del filtro dell’acqua, e arrivò così alla piscina dei Graham. “Ehilà, Neddy!” esclamò la signora Graham. “Che magnifica sorpresa! È tutta la mattina che ti cerco al telefono. Su, vieni a bere qualcosa”. Al pari di un vero esploratore, si rendeva conto che doveva diplomaticamente rispettare i costumi e le tradizioni di ospitalità degli indigeni locali, se voleva raggiungere la sua destinazione. Non voleva sconcertare i Graham, né sembrar loro sgarbato, ma nemmeno aveva il tempo per trattenersi a lungo a casa loro. Attraversò a nuoto la loro piscina in tutta la sua lunghezza, poi li raggiunse sotto il sole, e pochi minuti dopo fu salvato dall’arrivo di due auto cariche di loro amici del Connecticut. Durante i chiassosi saluti che seguirono, riuscì così a squagliarsela inosservato. Scese il prato davanti alla casa dei Graham, scavalcò una siepe spinosa e attraverso un terreno incolto arrivò alla casa degli Hammer Alzando lo sguardo dal suo roseto, la signora Hammer lo vide nuotare nella sua piscina, anche se non era sicura che fosse proprio lui. I Lear lo udirono tuffarsi in acqua attraverso le finestre aperte del soggiorno. Gli Howland e i Crosscup non erano in casa. Uscito dalla piscina degli Howland, Neddy attraversò Ditmar Street e si diresse verso la casa dei Bunker da dove gli giungevano, pur da lontano, gli echi rumorosi di una festa.
L’acqua rifrangeva il rumore delle voci e delle risate, e sembrava tenerle sospese a mezz’aria. La piscina dei Bunker era su un rialzo di terreno, e Neddy salì alcuni gradini che portavano a una terrazza, dove una trentina di persone stavano bevendo. L’unica persona in acqua era Rusty Towers, che galleggiava su un materassino di gomma. Oh, com’erano incantevoli e lussureggianti le rive del fiume Lucinda! Uomini e donne prosperi erano riuniti intorno alle sue acque color zaffiro, mentre i camerieri in giacca bianca servivano loro bicchieri di gin gelato. Sopra alla testa vedeva volteggiare nel cielo un aereo rosso da addestramento che sembrava gioioso come un bambino sull’altalena. Ned provò un momentaneo sentimento d’affetto per quella scena, un senso di tenerezza per quella gente lì riunita, un sentimento che gli sembrava di poter toccare con mano. In lontananza, udiva il brontolio del tuono. Non appena lo vide, Enid Bunker cominciò a strillare: “Oh, guardate chi c’è! Che magnifica sorpresa! Quando Lucinda mi ha detto che non potevate venire, mi sono sentita quasi morire.” Si fece strada attraverso la folla verso di lui, e quando ebbe finito di baciarlo lo condusse verso il bar, una marcia che fu rallentata dal fatto che Ned dovette fermarsi a baciare altre nove o dieci donne e a stringere la mano di altrettanti uomini. Un barista sorridente, che Ned aveva già visto a un centinaio di feste, gli servì un gin tonic, poi si trattenne per un attimo al bar, cercando di non farsi coinvolgere in nessuna conversazione che potesse attardare il suo viaggio. Quando gli sembrò di essere quasi circondato dagli invitati, Ned si tuffò nella piscina e nuotò lungo il bordo per evitare di entrare in collisione con il materassino di Rusty. Giunto all’altra estremità della piscina, passò accanto ai Tomlinson con uno sfolgorante sorriso e si avviò trotterellando lungo il sentiero del giardino. La ghiaia gli faceva male ai piedi, ma questo era l’unico inconveniente. Gli invitati erano tutti raccolti intorno alla piscina, e avviandosi verso la casa, Ned udiva affievolirsi il rumore vivace delle voci riflesse dall’acqua, mentre si faceva più forte quello di una radio nella cucina dei Bunker, dove qualcuno stava ascoltando la cronaca di una partita di pallone. Già, era domenica pomeriggio. Si fece strada attraverso le auto parcheggiate e percorse il bordo erboso del vialetto d’accesso fino in Alewives Lane. Gli seccava farsi vedere per strada in calzoncini da bagno, ma non c’era traffico a quell’ora, e percorse il breve tragitto fino all’ingresso della casa dei Levy, segnato col cartello PROPRIETÀ PRIVATA e con la cassetta verde del New York Times. Tutte le porte e le finestre della grande casa erano aperte, ma non c’erano segni di vita, nemmeno un cane che abbaiasse. Girando intorno alla casa arrivò alla piscina, e lì vide che i Levy se n’erano andati da poco. Bicchieri, bottiglie e piatti di noccioline erano posati su un tavolo all’estremità della piscina, dove c’era un gazebo o spogliatoio in cui erano appesi lampioncini giapponesi. Dopo aver percorso a nuoto la vasca, prese un bicchiere e si versò da bere. Era il quarto o il quinto bicchiere che beveva, e aveva già percorso a nuoto quasi la metà del fiume Lucinda. Si sentiva stanco, pulito, e contento di esser solo in quel momento, contento di tutto quanto.
Stava per arrivare un temporale. La formazione di nuvole cumuliformi si era alzata ed era divenuta più scura, e mentre era lì seduto udì di nuovo il rombo sordo del tuono. L’aereo da addestramento volteggiava ancora sopra la sua testa, e a Ned sembrava quasi di poter udire il pilota che rideva di piacere nella luce del pomeriggio, ma quando si udì un altro boato di tuoni, il pilota virò per far ritorno alla base. Si udì poi il fischio di una locomotiva, e Ned si domandò che ore erano. Le quattro? O le cinque? Pensò alla stazione a quell’ora, dove un cameriere con lo smoking coperto dall’impermeabile, una nana con un mazzo di fiori avvolti in carta di giornale, una donna con gli occhi rossi di pianto erano in attesa del treno locale. Improvvisamente si fece buio, era quello il momento in cui gli uccellini sembrano intonare tutti insieme un canto che è un acuto e riconoscibile annuncio del temporale che s’avvicina. Poi udì il piacevole rumore dell’acqua che scrosciava dalle fronde di una quercia dietro di lui, come se fosse stato aperto un rubinetto. Quel rumore d’acqua scrosciante gli arrivò poi dalle fronde di tutti gli alberi lì intorno. Ma perché amava tanto i temporali, perché lo eccitava il rumore delle porte spalancate dal vento e delle folate di pioggia che spazzavano violentemente le scale di casa, perché il semplice compito di chiudere le imposte di una vecchia casa gli sembrava così necessario e urgente, perché le prime note cristalline di un vento di tempesta avevano per lui il suono inconfondibile delle buone notizie, dell’allegria, della lieta novella? Poi si sentì un forte boato seguito dall’odore della cordite, e la pioggia investì i lampioncini giapponesi che la signora Levy aveva acquistato a Kyoto due anni prima, o era stato forse l’anno scorso?
Rimase nello spogliatoio dei Levy finché non fu passato il temporale. La pioggia aveva raffreddato l’aria, e Ned si senti percorrere da un brivido. La forza del vento aveva spogliato un acero di foglie rosse e gialle, che giacevano ora sparse sull’erba e nell’acqua. Essendo mezza estate, l’albero doveva essere malato, ma quel primo segnale dell’autunno gli diede una peculiare malinconia. Poi si riprese dal suo torpore, vuotò il bicchiere e si avviò verso la piscina dei Welcher. Per arrivarvi dovette attraversare la pista d’equitazione dei Lindley, e fu sorpreso di trovarla infestata da erbacce e senza gli ostacoli, che erano stati smontati. Si domandò se i Lindley avevano venduto i loro cavalli o se invece, dovendo partire per le vacanze estive, li avevano affidati a qualche scuderia. Gli sembrava di aver sentito dire qualcosa, a proposito dei Lindley e dei loro cavalli, ma non ricordava bene. Proseguì a piedi nudi sull’erba bagnata, fino alla casa dei Welcher, dove trovò che la loro piscina era stata prosciugata.
Questa interruzione nel flusso del suo corso d’acqua gli diede un assurdo senso di delusione, e si senti come un esploratore che si spinge alla ricerca delle sorgenti di un fiume e si trova invece davanti a un ramo morto. Era deluso e sconcertato. Era un fatto abbastanza normale che la gente se ne andasse via in estate, ma nessuno aveva mai prosciugato la piscina. I Welcher dovevano essere andati via definitivamente. I mobili del giardino erano stati piegati, ammucchiati e coperti con tela cerata. Anche la cabina era chiusa a chiave, così come tutte le finestre della casa, e quando arrivò al vialetto d’accesso davanti alla casa vide un cartello con la scritta IN VENDITA inchiodato a un albero. Quando aveva sentito l’ultima volta i Welcher, quand’era stato, cioè, che lui e Lucinda avevano ricevuto uno sgradito invito a cena in casa loro? Sembrava soltanto una settimana o due prima. Era la sua memoria che vacillava, o era il fatto che avendola esercitata a rimuovere i ricordi sgradevoli, il suo senso della realtà era ora offuscato? Poi udì in lontananza il rumore di una partita di tennis. Quel rumore lo rallegrò, spazzò via le sue apprensioni e gli consentì di considerare con indifferenza il cielo coperto e l’aria più fredda. Quello era il giorno in cui Neddy Merrill aveva attraversato a nuoto tutta la contea, che giornata! E così si avvio a compiere il suo trasbordo più difficile.

Se quel pomeriggio qualcuno avesse fatto una gita domenicale, avrebbe potuto vederlo, seminudo, ai margini della strada statale 424, in attesa che si presentasse l’occasione di attraversarla. E si sarebbe domandato allora se quell’uomo era vittima di qualche scherzo di cattivo gusto, se la sua auto si era rotta, o se era semplicemente un pazzo. Lì, a piedi scalzi tra le immondizie dell’autostrada, tra lattine di birra, stracci e pezzi di pneumatici scoppiati, esposto a ogni sorta di ridicolo, Ned era una figura patetica. Già al momento della partenza sapeva che quel tratto di strada, segnato sulla sua cartina, faceva parte del percorso, ma una volta giunto davanti a quelle file di auto che si snodavano nella luce d’estate, si era trovato impreparato. Si era visto deriso, beffeggiato, bersagliato perfino da una lattina di birra, e non aveva né la dignità, né il senso dell’umorismo sufficienti per far fronte alla situazione. Sarebbe potuto tornare indietro, a casa dei Westerhazy, dove Lucinda doveva essere ancora distesa al sole. Non aveva firmato niente, non aveva giurato niente, non aveva sottoscritto impegni con nessuno, nemmeno con se stesso. E perché, allora, pur convinto com’era che tutto l’orgoglio umano doveva essere subordinato al buonsenso, non era capace di voltarsi e di tornare indietro? Perché era così deciso a portare a termine il suo viaggio, anche se ciò poteva mettere a repentaglio la sua stessa vita? Quand’era successo che quel gioco, quello scherzo, quell’esibizione erano divenuti una cosa seria? Non poteva tornare indietro, e non riusciva nemmeno a ricordare chiaramente l’acqua verde della piscina dei Westerhazy, la sensazione che aveva provato di respirare le componenti di quella giornata, le voci rilassate degli amici che dicevano di aver bevuto troppo. Nello spazio di un’ora, più o meno, aveva percorso una distanza che rendeva impossibile il suo ritorno.
Un vecchio che arrancava sull’autostrada a venti all’ora lo lasciò passare e poté arrivare così allo spartitraffico erboso in mezzo alla strada. Lì si trovò esposto al ridicolo degli automobilisti diretti verso nord, ma dopo una quindicina di minuti riuscì ad attraversare anche quella carreggiata. Da lì il tragitto era breve fino al centro di ricreazione alla periferia del villaggio di Lancaster, dove c’erano alcuni campi per la pallamano e una piscina pubblica.
L’effetto delle voci sull’acqua, l’illusoria impressione di allegria e di attesa, erano gli stessi che aveva avvertito in casa dei Bunker ma qui i suoni delle voci erano più forti, aspri e acuti, e non appena entrò nel recinto affollato della piscina si trovò davanti ai suoi regolamenti da caserma: TUTTI I BAGNANTI DEVONO FARE LA DOCCIA PRIMA DI ENTRARE IN ACQUA. TUTTI I BAGNANTI DEVONO LAVARSI I PIEDI. TUTTI I BAGNANTI DEVONO PORTARE APPESA LA MEDAGLIETTA DI RICONOSCIMENTO. Fece la doccia, si lavò i piedi con una soluzione lattiginosa dall’odore amarognolo, poi si fece strada verso il bordo della vasca, che puzzava di cloro e gli sembrava una fogna. Due bagnini in cima a una torretta soffiavano nei loro fischietti da poliziotti a intervalli che sembravano regolari e insultavano i bagnanti attraverso gli altoparlanti. Neddy pensò con nostalgia all’acqua color zaffiro della piscina dei Bunker e si disse che in quest’acqua poteva anche contaminarsi, compromettere il suo aspetto florido e seducente, ma poi si ricordò di essere un esploratore, un pellegrino, e pensò che quella era soltanto un’ansa stagnante del grande fiume Lucinda. Allora si tuffò, storcendo il naso con disgusto, in quell’acqua che puzzava di cloro, nuotando con la testa fuori per evitare collisioni, ma nonostante ciò fu continuamente urtato, investito e spruzzato dagli altri bagnanti. Quando arrivò dove l’acqua era più bassa, udì che i due bagnini stavano gridando al suo indirizzo: “Ehi tu, tu che non hai la medaglietta, esci subito dall’acqua!” Ned usci, ma i bagnini non avevano la possibilità di inseguirlo, e allora se ne andò, in mezzo a quella puzza di olio abbronzante e di cloro, scavalcò una palizzata e usci passando attraverso i campi di pallamano. Attraversata la strada, entrò nel bosco della proprietà degli Halloran. Il bosco non era stato pulito, ed era difficile e insidioso camminare lì a piedi nudi, ma alla fine arrivò al prato e alla siepe ben potata che circondava la piscina.
Gli Halloran erano due anziani coniugi immensamente ricchi, che sembravano compiacersi al sospetto che li circondava di essere comunisti. Erano ardenti riformatori, questo sì, ma non comunisti, tuttavia quando erano accusati di essere sovversivi, come talvolta succedeva, ne sembravano compiaciuti ed elettrizzati. La siepe di faggi era ingiallita, e Ned pensò che anch’essi fossero malati come l’acero di Levy. Chiamò gli Halloran ad alta voce, per avvertirli del suo arrivo e per farsi perdonare in qualche modo quell’intrusione nella loro intimità. Per qualche motivo che non gli avevano mai spiegato, gli Halloran non indossavano costumi da bagno, un vezzo che era davvero inspiegabile, anche se il loro nudismo era forse un aspetto del loro irriducibile ardore riformatore. Ned si spogliò educatamente dei suoi calzoncini da bagno prima di varcare un passaggio della siepe.
La signora Halloran, una donna robusta con i capelli bianchi e un volto sereno, stava leggendo il Times, mentre suo marito era intento a togliere dall’acqua le foglie di faggio con un grande retino. Non sembrarono né sorpresi né dispiaciuti di vederlo arrivare. La loro piscina, forse la più vecchia della zona, era un rettangolo di pietra alimentato da un ruscello. Non aveva filtro né pompa, e la sua acqua aveva l’opaco colore dorato del corso d’acqua.
“Sto attraversando a nuoto la contea” annunciò Ned.
“Non sapevo che fosse possibile” osservò la signora Halloran.
” Io ce l’ho fatta fin dalla casa dei Westerhazy” dichiarò Ned. “Devono essere cinque o sei chilometri”.
Lasciò i suoi calzoncini sul bordo dell’acqua più alta, andò a piedi dov’era più bassa, poi fece a nuoto la vasca. Mentre si stava issando fuori dall’acqua udì la signora Halloran che diceva: “Ci è dispiaciuto immensamente sapere di tutte le tue disgrazie, Neddy”
“Le mie disgrazie?”; domandò Ned. “Non capisco di che cosa parli”.
“Be’ abbiamo saputo che hai venduto la casa e che le tue povere bambine…”
“Non ricordo proprio di aver venduto la casa” replicò Ned. “E in quanto alle ragazze, sono a casa”.
“Già” sospirò la signora Halloran. “Già…” La sua voce riempiva l’aria di una malinconia fuori stagione, e Ned le disse allora in tono brusco: “Bene; grazie della nuotata.”
“Buon viaggio”; lo salutò la signora Halloran.
Oltrepassata la siepe, si infilò i calzoncini e li legò, ma gli erano larghi, e si domandò allora se, nell’arco di un solo pomeriggio, potesse aver perso peso. Aveva freddo e si sentiva stanco, e oltre a ciò la nudità degli Halloran e l’acqua opaca della loro piscina lo avevano depresso. Era una nuotata troppo lunga per le sue forze, ma come avrebbe potuto prevederlo quel mattino, mentre scivolava giù per la ringhiera e quando stava disteso al sole in casa dei Westerhazy? Sentiva le braccia fiacche, le gambe molli, le giunture che dolevano. Peggio ancora era il freddo che sentiva nelle ossa, insieme con la sensazione che non sarebbe mai più riuscito a riscaldarsi. Le foglie cadevano intorno a lui, e a un tratto sentì nel vento l’odore di legna bruciata. Chi poteva bruciare legna in quella stagione dell’anno?
Sentiva il bisogno di bere qualcosa. Un bicchiere di whiskey l’avrebbe riscaldato, l’avrebbe tirato su di morale, gli avrebbe dato le forze per compiere l’ultimo tratto del suo viaggio, avrebbe rinvigorito la sua idea che quella di attraversare a nuoto tutta la contea era un’impresa valorosa e originale. Anche quelli che attraversavano a nuoto la Manica bevevano bicchierini di brandy. Aveva proprio bisogno di uno stimolante. Attraversò il prato davanti alla casa degli Halloran e percorse poi il vialetto che portava alla casa che essi avevano fatto costruire per la loro unica figlia Helen, e suo marito Bric Sachs. I Sachs avevano una piscina piccola, e Ned li trovò lì accanto.
“Oh, Neddy!”; esclamò Helen. “Sei stato a pranzo da mia madre?”
“Non proprio” rispose lui. “Mi sono fermato a salutare i tuoi genitori” Sembrava una spiegazione più che sufficiente. “Mi dispiace terribilmente di arrivare in questo modo, ma sono gelato e mi chiedevo se mi avreste dato qualcosa da bere”
“Molto volentieri, rispose Helen,” ma non c’è più niente da bere in questa casa da quando Eric è stato operato, tre anni fa”.
Ned si domandò se stava perdendo la memoria, se quella sua capacità di rimuovere i fatti spiacevoli gli aveva fatto dimenticare che aveva venduto la casa, che le sue figlie erano in difficoltà, che quel suo amico era stato malato. Il suo sguardo si spostò dal volto di Eric al suo addome, dove vide tre pallide cicatrici suturate, due delle quali lunghe almeno una trentina di centimetri. L’ombelico era scomparso, e Neddy si domandò che sensazione avrebbe provato una mano nel toccare i propri attributi nel letto, alle tre del mattino, e nel sentire una pancia senza ombelico, senza legami con la nascita, un’interruzione nella successione della specie?
“Sono sicura però che troverai da bere in casa dei Biswanger” soggiunse Helen. “Stanno facendo un gran baccano, si può sentirlo anche da qui, ascolta!”
Helen sollevò una mano, e al di là della strada, dei prati, dei giardini, dei boschi, dei campi, Ned udì di nuovo il suono squillante delle voci sull’acqua. “Be’ farò un bagno” disse, sentendosi ancora vincolato alla scelta del suo percorso. Si tuffò nell’acqua fredda della piscina dei Sachs, e annaspando, correndo il rischio di annegare, riuscì ad attraversarla da un capo all’altro. “Lucinda e io abbiamo un’enorme voglia di vedervi” disse poi accomiatandosi, e voltando appena la testa, che era già rivolta verso la casa dei Biswangen “Ci dispiace che sia passato tanto tempo, e sicuramente ci faremo sentire molto, molto presto.”
Attraversò alcuni campi, verso la casa dei Biswanger e i rumori della festa che venivano da là. Sarebbero stati onorati di offrirgli qualcosa da bere, ne sarebbero stati davvero felici. I Biswanger invitavano a cena lui e Lucinda quattro volte all’anno, con sei settimane d’anticipo, e ogni volta venivano snobbati, eppure continuavano a invitarli, incapaci di comprendere le rigide e antidemocratiche regole della loro società. Erano quel tipo di persone che durante i cocktail discutono di prezzi, che a cena si scambiano informazioni sul mercato, che raccontano barzellette sporche dopo cena all’insieme degli invitati d’ambo i sessi. Non appartenevano all’ambiente di Neddy, e non erano nemmeno compresi nell’elenco degli auguri di Natale di Lucinda. Ned si avviò verso la loro piscina con una sensazione d’indifferenza, di degnazione e anche un po’ d’imbarazzo, perché sembrava farsi buio, e quelle erano le giornate più lunghe dell’anno. La festa era molto rumorosa e affollata. Grace Biswanger era quel tipo di padrona di casa che invitava gente di tutti i tipi, l’optometrista, il veterinario, l’agente immobiliare o il dentista. Nessuno era nella piscina, e il crepuscolo che si rifletteva nell’acqua aveva un bagliore invernale. Poi Ned vide il bar e si avviò in quella direzione. Quando Grace Biswanger lo vide, si diresse verso di lui, ma non aveva l’espressione cordiale che lui aveva diritto di aspettarsi, bensì un’aria bellicosa.
“Ehi, in questa festa c’è proprio di tutto” esclamò ad alta voce, “compresi quelli che violano i domicili privati”
Non sarebbe mai riuscita, però, a mortificarlo pubblicamente su questo non c’era dubbio, e Ned non batté ciglio. “Uno che viola i domicili privati” domandò garbatamente, “si merita almeno qualcosa da bere?”
“Accomodati” rispose lei. “Non sembra che fai molto caso agli inviti”
Poi gli voltò le spalle per andare a raggiungere alcuni invitati, mentre Ned andava al bar a ordinare un whiskey. Il barista glielo servì, ma con fare sgarbato. Era un mondo, il suo, in cui i camerieri tenevano un aggiornato registro sociale, e quell’umiliazione da parte di un barista affittato significava uno scadimento del suo rango sociale. Ma forse quell’uomo era nuovo dell’ambiente e non era beninformato. Poi Ned udì Grace che diceva alle sue spalle: “Sono andati in bancarotta da un giorno all’altro, ora non hanno altro che il reddito, e lui è arrivato qui una domenica, ubriaco, e ci ha chiesto di prestargli cinquemila dollari…” Era una donna che parlava sempre di soldi, peggio di uno che mangia i piselli col coltello. Ned si tuffò nella piscina, l’attraversò a nuoto e poi se ne andò.
La successiva piscina del suo elenco, la terz’ultima, era quella di una sua ex amante, Shirley Adams. Se era stato maltrattato a casa dei Biswanger, lì Ned avrebbe trovato consolazione. L’amore, anzi l’esaltazione dei sensi, sarebbe stato il miglior elisir, l’analgesico, la pillola colorata che avrebbe restituito elasticità ai suoi movimenti e gioia al suo cuore. Avevano avuto una relazione la settimana prima, o forse un anno prima, lui non ricordava bene. Era stato lui a troncarla, il coltello dalla parte del manico l’aveva lui, e mentre varcava il cancello del muro di recinzione della piscina sentiva dentro di sé soltanto una grande sicurezza. Sembrava, in un certo senso, che quella piscina gli appartenesse, perché gli amanti, in particolare gli amanti clandestini, posseggono le cose dei loro spasimanti con un’autorità che è sconosciuta nel sacro vincolo del matrimonio. Shirley era lì, con i suoi capelli color rame, ma la sua figura, ai bordi della lucente acqua cerulea, non suscitava in lui profondi ricordi. Era stata una faccenda superficiale, ricordava Ned, anche se lei aveva pianto quando lui l’aveva troncata. Sembrò sconcertata, nel vederlo, e lui si domandò se era ancora offesa. Dio non voglia, si sarebbe messa a piangere di nuovo?
“Che cosa vuoi?” gli domandò.
“Sto attraversando a nuoto la contea” le spiegò lui.
“Oh, Cristo. Ma tu non crescerai mai?”
“Be’ che cosa ti prende?”
“Se sei venuto per soldi” rispose lei, “non ti darò nemmeno un altro centesimo”
“Potresti darmi qualcosa da bere.”
“Potrei, ma non voglio. Non sono sola.”
“Be’ passavo solo di qui.”
Si tuffò nella piscina e l’attraversò a nuoto, ma quando tentò di issarsi sul bordo, si accorse che non aveva più forza nelle braccia e nelle spalle, e pian piano raggiunse la scaletta e la salì. Voltandosi a guardare dietro di sé, vide un giovanotto nello spogliatoio illuminato. E mentre attraversava il prato già buio senti nell’aria l’odore di crisantemi o delle calendule, qualche persistente odore autunnale, penetrante come quello del gas. Alzando lo sguardo, vide che le stelle erano già spuntate, ma perché gli sembrava di vedere Andromeda, Cefeo e Cassiopea? Dov’erano finite le costellazioni di mezza estate? E allora gli venne da piangere.
Era forse la prima volta che piangeva, nella sua vita di adulto, e sicuramente era la prima che si sentiva così infelice, infreddolito, stanco e sgomento. Non riusciva a comprendere la maleducazione del barista, né i modi sgarbati di un’amante che era andata da lui in ginocchio, bagnandogli i pantaloni delle sue lacrime. Ecco di che cosa aveva bisogno, di qualcosa da bere di compagnia e di vestiti puliti e asciutti, ma anche se sarebbe potuto arrivare direttamente a casa sua tagliando la strada, si diresse invece verso la piscina dei Gilmartin. E qui, per la prima volta in vita sua, non si tuffò in acqua, ma scese la scaletta nell’acqua gelida e con le lente bracciate laterali che aveva imparato da principiante, nuotò attraverso la piscina. Poi si trascinò barcollando fino alla casa dei Clyde, e percorse anche la loro piscina, fermandosi continuamente a riposare con la mano sul bordo. Quando salì la scaletta, si domandò se ce l’avrebbe fatta a ritornare a casa. Aveva fatto quello che si era proposto, aveva attraversato a nuoto la contea, ma ora era così inebetito dallo sforzo che il suo trionfo gli appariva senza senso. Curvo, aggrappandosi ai paletti del cancello per sostenersi, imboccò finalmente il vialetto che conduceva a casa sua.
Trovò la casa immersa nel buio. Era così tardi che erano andati tutti a letto? Forse Lucinda si era fermata a cena a casa dei Westerhazy? E le ragazze l’avevano raggiunta lì o erano andate in qualche altro posto? Non erano d’accordo di rifiutare la domenica tutti gli inviti per rimanere a casa? Provò ad aprire le porte del garage per vedere quali auto erano dentro, ma le porte erano chiuse a chiave, e sulle mani gli rimase la ruggine delle maniglie. Mentre andava verso la porta di casa, vide che la violenza del temporale aveva strappato un tratto di grondaia che ora pendeva sopra la porta come la bacchetta di un ombrello. L’avrebbe fatta aggiustare il mattino dopo. La casa era chiusa a chiave, e pensò che doveva averla chiusa qualche stupida cuoca o cameriera, finché non ricordò che già da un po’ di tempo non avevano più cuoche e cameriere. Gridò, batté con i pugni sulla porta, tentò di abbatterla a spallate, e poi, guardando attraverso le finestre, vide che la casa era disabitata.

 

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Da Clarence: la recensione dell’8.3.2001

John Cheever – Il nuotatore – Fandango Libri
di GIUSEPPE GENNA

Fandango, sotto la guida di Sandro Veronesi, edita un piccolo capolavoro di John Cheever, dimenticatissimo autore statunitense che poteva ragionevolmente aspirare ad avere la notorietà mondiale che ebbe – postuma ma debordante – Raymond Carver. I racconti di Cheever ebbero una popolarità vastissima negli States e rilanciarono il genere breve, che l’editoria aveva snobbato con un cieco e ingiustificato pregiudizio di mercato, peraltro andato miseramente a vuoto. Cheever pubblicò i suoi racconti, per anni, su testate importanti della stampa americana, dal New Yorker a Esquire, fino alla leggendaria raccolta in libro del 1978, che intitolò The Stories of John Cheever e che, venduto in ottocentomila copie, gli valse il Pulitzer. Fu un caso editoriale ma non solo. L’intera tradizione letteraria americana fu riassettata da Cheever nel solco di Hemingway e di Fitzgerald, e incominciò a figliare senza posa, negli Ottanta, talenti su talenti, dallo stesso Carver a Bret Easton Ellis, da Leavitt all’insospettabile Foster Wallace. Cheever è a tutti gli effetti la strozzatura di una clessidra, attraverso cui scorre il flusso di una tradizione per allargarsi in un nuovo e diverso spazio, che comporterà esiti sorprendenti e assai diversi tra loro per natura e specificità.
Fandango inizia la selezione dei racconti di Cheever con Il nuotatore, noto qui in Italia (dove l’autore americano non ha mai attecchito) per la versione cinematografica che ha per protagonista uno statuario e postmoderno Burt Lancaster. Neddy Merril individua nel suo quartiere altoborghese un fiume occulto: è un corso d’acqua composto da piscine private, che si scaldano al sole nei giardini delle ville monofamiliari degli abbienti vicini di Ned. Il quale decide di farsi a nuoto l’intero percorso di acqua al cloro, trapassando in interni sempre più inquietantemente soffocanti, tra tuffi che lo estenuano moralmente più che fisicamente, fino all’agnizione finale del ritorno a casa sua, una dimora eticamente devastata dall’esperienza del trapasso che, a Neddy, è costata l’integrità della sua visione del mondo.
Sorprendentemente la prefazione di Fernanda Pivano è bellissima e non rovina in nulla la lettura dei racconti di Cheever (esiziale, in altre occasioni, la voce della Nanda: per esempio nella prefazione a Fight Club di Palahniuk). E’ la Pivano a riesumare una citazione su Cheever dal New Yorker: “Cheever ha in comune con Checov l’eleganza, il calore, lo humor, un occhio infallibile per le assurdità del mondo e i difetti e le debolezze del genere umano”. Sembra di leggere il ritratto di Carver. E’ una verità che consegniamo a chi di Cheever poco o nulla sapeva.

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Bresson: L’ARGENT

Una minima premessa di Giuseppe Genna – La conclusione di questo splendido saggio di Angelo Signorelli, che concerne l’esito addirittura fisico oltreché psichico della visione sinestesica dell’opera di Bresson (cito: “Chi guarda è perciò costretto a mobilitare un sovrappiù di attenzione, di partecipazione mentale, se vuole intendere la formazione del montaggio bressoniano”), mi convince che, quanto a L’argent, di tutto si tratta tranne che di un allestimento di macchina antitrascendentale. Mi pare invece un’opera tesa alla forte valorizzazione del qui e ora, fuori dal corso delle immagini inteso come corso storico, come vicenda, financo teologica e morale, con cui lo hic et nunc non ha rapporti causali né di parentela narrativa. In pratica la vicenda amorale che scorre lungo la pellicola montata da Bresson introduce sguardo ascolto e percezione in un’attesa attentissima, che precede di molto la postuma ricostruzione della vicenda stessa. La presenza ossessiva e ossessionante di macchine e oggetti strumentali del passato, dal bancomat alla lanterna, l’apparizione continua e reiteratamente accidentale degli arti e degli organismi umani sembrano non costituire un elemento stilistico bressoniano, quanto una necessità artistica e ontologica: l’accidentalità del fenomeno umano e della sua indefinita congerie di storie, la trappola del legame causa-effetto che per l’appunto amoralmente costruirebbe una storia a priori alienata. (gg)

Bresson: L’ARGENT
di ANGELO SIGNORELLI | Cineforum n. 252, marzo 1986

La forza dei sentimenti è assente dal film di Bresson L’Argent, costruito su una reductio portata al limite delle sue implicazioni: l’essere umano viene spogliato delle pretese di elevazione dalla necessità materiale. Ogni atto viene compiuto sotto la direzione di un destino che non ha nulla di superiore, ma nasce dalla costituzione del rapporto sociale. Con un unico scopo: il denaro, il possesso, la capacità di comprare ad ogni costo e, cosa più importante, l’esclusione di qualsiasi comportamento morale. Furto, falsificazione, imbroglio, delitto sono puri nomi, postulati di legge rimossi dall’idea di una libertà estrema, una delle non poche caricature dell’ideologia. I personaggi de L’argent non sono vittime del denaro, ma interpreti del mercato; oggetti funzionali, non conoscono il dover essere. Il grande moralista Bresson li abbandona al rispecchiamento di un’essenza. Prodotti di alienazione, essi sono chiusi alla trascendenza, intesa anche solo come il progetto esistenziale della scelta. Oltretutto l’autore li riduce a puri strumenti linguistici; essi sono espressione di una visione del mondo non in quanto significati, metafore o simboli di una o della verità, ma in quanto significanti, composizioni di una scenografia concettuale.
(…) Bresson vede sì nell’argent una specie di forza del male, ma ricorrendo all’astrazione e negando qualsiasi sostituzione di significato, egli riconduce l’oggetto alla sua forma pura, alla sua origine concreta. Il film cancella qualsiasi idea di “incarnazione” (non c’è colpevolezza nel denaro) e acquista forza dimostrativa, rivelando in ciò una interessante tendenza antiideologica. Il denaro non è un che di misterioso, un’estrinsecazione di qualche oscura divinità; è un soggetto logico materialmente operante, che riproduce le condizioni della sua necessità. Non c’è dramma ne L’argent, tutto dipende dal predominio di un esistente. Ed è vano cercarvi tracce di soggettività; se ne Il diavolo probabilmente un suicidio per procura poteva ancora pretendere il protagonismo di una scel-ta, di un gesto dostoieskianamente e pretenziosamente liberatorio, ne L’argent la morte viene data senza motivo. E viene ucciso proprio il sentimento, la disponibilità affettiva, la comprensione, la pietà: probabilmente le uniche negazioni del valore di scambio. Ne Il diavolo l’angoscia, la paura, l’insoddisfazione, la cattiveria erano segni di vita; ne L’argent tutto appare perduto; la “caduta” non si dà più neppure l’alibi di un dio. Quei ragazzi in motorino, che parlano ormai solo attraverso il fastidioso ronzio degli scappamenti, sono immagini così diffuse agli angoli delle strade e insieme così piatte e prive di qualsiasi futuro.
(…) Bresson crea una scrittura solo in apparenza sovratemporale; essa alla fine risulterà la sola possibilità esistenziale di “vittoria” sul mondo. Quella scrittura che, come si diceva nel paragrafo precedente, permette al regista francese di assimilarsi con spietata partecipazione alle tendenze dei concreto, gli concede anche il “superamento del negativo”. Egli ottiene ciò tramite una figura emotiva: l’attesa, disposizione che avvicina colui che compone il film, la materia ripresa, e l’eventuale destinatario della proiezione. La macchina da presa che osserva la scena prima ancora che in essa si svolga l’azione, i luoghi stessi, per convenzione destinati ad essere occupati, l’oggetto presente in anticipo rispetto alla vicenda, oppure visibile in eccesso, quasi ad annullare il tempo di un facile consumo, lo spettatore costretto alle “incertezze” della narrazione. È un’attesa intrinseca, la vera temporalità del fìlm, che ordina le sostituzioni spaziali.
Un elemento in particolare raccoglie la carica di senso dell’attesa e la sua valenza emotiva: lo sguardo. I personaggi guardano fuori dall’inquadratura, non nella logica del campo controcampo, verso la zona di massimo attrito tra la concentrazione spaziale della raffigurazione e la negazione della stessa nell’infinita possibilità dei punti di vista. La qualità di questo sguardo è forse il solo superamento spaziale, anche rispetto allo spettatore, spesso chiuso in una morsa visiva (vengono in mente quegli spazi tra le porte aperte, compressi dall’inquadratura, che a sua volta comprime i personaggi e annulla ogni via d’uscita). Sono sguardi che sembrano aspettare qualcosa o qualcuno, contro gli incentivi al male. Sguardi di animali braccati che alla fine si rassegnano alla morte o ad una giustizia mostruosa. Il cattolicesimo disperato di Bresson gioca le sue ultime carte con un dio sempre più lontano dal mondo degli uomini (non è un caso tra l’altro che ne L’argent gli sguardi si facciano più rari rispetto ai precedenti film). Il regista francese ricorre ancora all’universo formale: il cinema, o meglio il cinematografo, in fondo si pone come sola possibilità di trascendenza. La scrittura è allora l’unico modo per scalfire le prepotenze della necessita; essa è quindi segno esteriore di volontà etica, della pretesa di trasporre nell’immagine un significato di opposizione. Nel cinema di Bresson la proiezione della realtà viene a tal punto intensificata, da diventare un modo d’essere autonomo, capace di esaurire, da solo, un atto di fede. Il ci-nema non si riduce alla semplice rappresentazione, ma è intenzione creativa; universo di rapporti che ricompone e sconfessa l’esistente, inteso anche come convenzionalità linguistica. Bresson è come se si muovesse per scoprire l’immagine rivelatrice, il “segno della grazia”; un oggetto che richiama su di sé l’attenzione della macchina da presa trattenendola presso la sua apparente inutilità, un piccolissimo gesto che vuole dimostrare la sua indispensabilità, sconvolgono la normalità cinematografica. La loro fragilità, la loro dolcezza sono una violenza silenziosa contro la presunzione dei codici e sguardo sull’infinito, “punti” d’angoscia per la coscienza che pretende grandi verità e certezze e sbrigativamente lascia le cose per onorare idoli e dogmi. Religiosità interiore, introversa, formalmente scomoda; rifiuto intransigente del compromesso spettacolare e del consumo retorico. Lo spiritualismo bressoniano è anti-idealistico, perché è ricerca dell’altro come contenitore di verità.
Bresson utilizza quanto offre il profilmico in direzione della smobilitazione dell’ovvio; due situazioni, una fisica (il negozio) e l’altra narrativa (la rapina in banca), dimostrano questa intenzione. Il negozio è il teatro dove la produzione completa il suo ciclo (la vendita al consumo); nelle mani di Bresson esso diventa una specie di camera della morte, di prigione. Quella macchina da presa ossessivamente interna, il mondo visibile separato rigidamente dalle vetrine, luogo di esposizione di ciò che è desiderabile e spesso irraggiungibile, i personaggi che, dopo aver varcato la soglia, dan-no l’impressione di essere caduti in una trappola.
Un luogo dell’abitudine, delle faccende quotidiane si trasforma in uno scenario di catastrofe, in una zona maledetta; gli individui che vi sono en-trati hanno il destino segnato, vittime colpevoli di un bisogno innaturale, disumano. Spazio dostoieskiano anch’esso, è il segno della predestinazione al delitto. La bottega come microcosmo, ma spazio per azioni decisive, centro gravitazionale, scena urbana ideale per significare la caduta, Ia perdizione, la falsità. Anticamera del sottosuolo, essa attira il male e la macchina da presa si lascia racchiudere, come entro una barriera invalicabile; quella porta a vetri, quel tintinnio annunciano l’ingresso all’inferno.
Non c’è nulla di più cinematografico di una rapina; quella contenuta ne L’argent, pur nella sua brevità, riesce a spazzar via molta storia del cinema. Vagamente si sviluppa con queste inquadrature: un uomo legge il giornale, l’auto di Yvon, una macchina della polizia, gente che corre, ancora l’uomo che legge il giornale, poliziotti in posizione di tiro, la banca in campo lungo, si sente uno sparo, di nuovo l’auto di Yvon, spari fuori campo e fischi di poliziotti, Yvon accende il motore, l’auto della polizia si ferma, lo specchietto retrovisore, brusca frenata ed urto. In successione rapidissima, in pochissimo tempo si svolge sotto gli occhi dello spettatore un saggio di teoria cinematografica, dove le figure del montaggio, del fuoricampo, del rapporto colonna sonora/colonna visiva vengono decantate e riflesse nella loro sostanzialità. Un elemento soprattutto mostra qui la sua potenzialità espressiva: il rumore.
“Staccato” dalle immagini, che di norma lo contengono come componente o con funzione integrativa, esso acquista qui, pur nella correlazione con il visibile (ma in quanto occasione di montaggio), una dimensione discorsiva sua propria, quindi in grado di portare senso, di costruire il testo. Chi guarda è perciò costretto a mobilitare un sovrappiù di attenzione, di partecipazione mentale, se vuole intendere la formazione del montaggio bressoniano; il sonoro è come l’immagine ed entrambi si completano vicendevolmente; la dipendenza è reciproca, essi non differiscono per importanza. Lo spazio del sonoro si allarga ed esso irrompe portando con sé tutte le sue possibilità non ancora percepite. Bresson si affianca a Godard, pur con metodologie diverse, nel lavoro di arricchimento della pluricodicità cinematografica; entrambi alterano lo stato delle cose ed “aumentano” il futuro del cinema.

 

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Silvia Bre: MARMO

 

E’, questa, una recensione per me particolarmente importante e atipica, poiché mi costringe a entrare personalmente, con dati esistenziali ed emotivi, il che oggidì sembra essere rifiutato dalla critica ufficiale. Poiché però si tratta di discutere un libro di poesia, ci sarebbe da chiedersi quale critica ufficiale si occupa oggi seriamente di poesia.
Semplicemente potrei dire che Marmo (Einaudi, 10 euro) di Silvia Bre è uno dei libri in versi più importanti degli ultimi vent’anni della nostra letteratura poetica. Tuttavia non è così semplice dirlo, e non perché io debba argomentare il sintetico giudizio con chissà quali supporti teorici o metrici, ma perché vengono in questo libro impegnate tutte le potenze che lirica ed epica, al giorno d’oggi, sono possibili, e vengono esse rivitalizzate in connessione con la potenza veritativa che la letteratura ha sempre esercitato, in ogni tempo e in ogni dove.
Conosco dal ’91 la scrittura di Silvia Bre, mentre di persona l’ho incontrata, in diciassette anni, credo, non più di due volte. E’ da più di un quindicennio, dunque, che sono incantato dal movimento di lingua e di pensiero, dai ripiegamenti che sembrano tautologie e sono spirali abissali, linde e cristalline, che si spalancano nei suoi libri. Marmo lascerebbe intendere un avanzamento di questa sua cifra, pulitissima e quasi oracolare e, se oracolare, oracolare con discrezione. Le barricate misteriose, quanto a un simile processo di musica perfetta, di versificazione alla Bach, di matematica sillabale che stende pace nella mente e nel cuore, di tecnica e pratica dell’umano – Le barricate misteriose, dicevo, edito da Einaudi sei anni fa, mi è sembrato il libro apicale di una poetessa che si collocava in prima fila tra gli eredi del futuro dopo-Zanzotto. Questa capacità di un algore caldo, di una vetrificazione mobile e dinamica e dolce è per il sottoscritto uno dei segni più inconfondibili del classico in epoca contemporanea. E quanto sbagliavo…
Quanto ho sbagliato nel classificare Marmo a partire dal suo titolo: pensando alla conferma dello scavo nel classico, attraverso l’esibizione del materiale più proprio al classico, il marmo bianco (la poesia di Bre è da sempre per me una’irradiazione di bianco), il materiale della perfezione scultorea, fino alle epifanie neoclassiche. Pensavo a Canova, non pensavo a Bernini. Pensavo a una rinnovata levigazione della lingua, a una nuova scomposizione del dolore (una costante della poesia di Silvia Bre) e ricongiunzione grazie a una fiducia smodata ma trattenuta della lingua poetica. Ed era uno sbaglio. Dopotutto, anche Eschilo è marmoreo.
L’errore di lettura è durato l’attimo in cui, constatato il titolo, ho creduto di trovare conferma a quanto ho sempre considerato il pregio stellare e il limite intrinseco della poesia di Bre: come se questa poetessa non avrebbe mai compiuto evasione da una voce, da uno stile che per lei veniva costituendosi come norma. Ma quale norma? Quanto si può sbagliare, pur rimanendo incantati da una scrittura, a valutarla e a sentirla per anni e anni? Mi sono reso conto della scivolata aprendo a caso, come spesso faccio con i libri di poesia: una perforazione casuale e artesiana, prima di una lettura pagina per pagina, a ricercare la prosodia sotto la lingua di superficie, a constatare la struttura, le sue divaricazioni, il suo ritmo largo e interno. E’ stato uno choc. Di colpo mi si appalesa una reincarnazione femminile di Wallace Stevens, rivitalizzata la scrittura “platonica” (nel senso iniziatico e non filosofico secondo accezione contemporanea) del grande americano in una lingua che supera se stessa, in un poetare italiano che trascende la perfezione oraziana delle origini. Dal nitore, sono precipitato in un abisso.
Qui devo dire che a Marmo di Bre andrebbe dedicato un saggio, non una recensione – e sbaglierei ancora. Perché questa poesia, come accade con la grande poesia, annulla la critica. Non nel senso che non se ne possa ragionare, ma per il semplice fatto che qualunque ragionamento, qualunque applicazione di moduli interpretativi o teorici, qualunque rilevazione stilistica o fenomenologica sono del tutto inadeguati rispetto ai testi puri e semplici. Così, il saggio su Marmo dovrebbe essere la lettura, la pura esposizione dei semplici testi di questo libro, del quale evidenzierò, con pudore e gratitudine, qualche carattere, in via sommaria, invitando tutti i lettori a comprarsi e leggersi il libro, perché è davvero raro assistere a un simile salto nel buio, a una riuscita che giunga tanto in profondità, a un fendente di katana che, mentre apre la ferita, la sutura e la mantiene aperta: il lavorìo della perfezione letteraria è dopotutto questa compresenza di contraddizioni, questo movimento di cervello e muscolo cardiaco e organo epatico che si autosupera. Tale è l’assalto ai confini estremi del linguaggio che lascia intatta la comprensibilità, la leggibilità e al posto della consolazione spalanca i buchi neri della pietà, dell’amore e della misteriosa conca di risonanza in cui il linguaggio si esaurisce e da cui, per rifrazione altrettanto misteriosa, esce rinnovato, a volte polito a volte sbagliato, proprio nel momento in cui nulla è più giusto o sbagliato. Poiché a questo stadio è giunta la ricerca di Silvia Bre: superamento dei paradigmi duali (male/bene, brutto/bello, sbagliato/giusto), il che dà una valenza di percorso personale, intimo e sapienziale a tutta la sua precedente posizione.
Non sbagliavo a intercettare Wallace Stevens, se me lo ritrovo, alla seconda lettura, citato a bella posta in esergo a un testo, che peraltro vengo a sapere da una nota finale appartenere a una produzione pregressa (1973). Segnale di un’autoconsapevolezza di percorso che è regina e che io ho subìto in questi anni, avvertendo una familiarità e una confidenza, insolite per quanto mi riguarda, nei confronti di questa poetessa di cui a conti fatti non posso considerarmi storicamente intimo, e di cui, evidentemente, sono un intimo su un altro piano. Quale piano? Quello dello sguardo. Ragiono sul fatto che ormai, fatte salve pochissime eccezioni, i miei interlocutori sono scrittrici in gran numero – e tra queste, la più silente e colei che avverto più vicina al discorso che tento scrivendo in prima persona è lei, è Silvia Bre. Oserei dire che il suo sguardo è tra i tre o quattro che mi fanno sentire esistere in quanto scrittore – e ciò sia affermato al di là di ogni emotività appiccicosa. Marmo mi impressiona perché io sento di coincidere con il movimento interno e il destino di apertura silenziosa che ha in questo libro di poesia, molto più che in qualunque lavoro in prosa, una sua testimonianza di arrivo transitorio, di stasi dinamica nell’aperto, nel non nominabile (per carità: senza tirare fuori le poetiche post-rimbaldine dell’innominabile, con tutto il Novecento che ha inseguito Mallarmé: non di ciò qui si tratta…). Poiché il percorso di cui dico è quello che, dalla percezione che illusoriamente forza l'”io” a identificarsi con il mondo, parte a mettere in dubbio la realtà permanente del percepito, staziona nella mente e ne interroga lo statuto immaginale, trascende anche questo stadio e si espone alla misteriosa trasparenza di uno “sguardo semplice”, da dove l'”io” stesso è visto, e da lì, tenendo costantemente presente l’effettività del continuum di quello sguardo, torna nel mondo e ne ravvisa la fragilità, i nomadismi immaginali, si dispera se solo cerca di linguificare quello sguardo aperto, tenta di stabilire almeno un simbolo (qui è l’aquila) che svolga la funzione analogica e anagogica rispetto a quella cosa che è qui ed eccede il mondo nel qui e ora, fino ad avvertire una colpa, un dispiacere, che è duplice: si vorrebbe che chi si ama comprendesse e coincidesse con quello sguardo che è niente (ma il niente non può essere: quello sguardo è, solo non è qualcosa di determinato – è e basta, ed è in questo sguardo che emergono le forme del mondo, gli altri, gli amati – si pensi a versi come i seguenti. “amiche, miei amici, anime amate | che vagate dentro il mio pensiero | vorrei salvarvi con un gesto solo | con il suono che tiene unito l’universo – | non lo conosco ancora però è perso | dentro di me…”); d’altro canto, si vorrebbe stabilizzare se stessi in quello sguardo, e questa è opera tanto difficile, tanto penosa proprio nei confronti di se stessi…
Alcuni esempi varranno a fare comprendere quanto sapienziale sia il testo che ci consegna Bre. Vado a casaccio – come osservavo prima il caso opportuno sarebbe di mettere in fila, nude e semplici, le poesie, tutte:

Non c’è cosa ch’io dico che non dica
ch’io vivo un’altra vita che è più viva
di questa stessa mia che vivo e dico.
[…] E io lì me ne resto muta: aspetto,
continuo ad aspettare, aspetto ancora,
non mi fermano il sole né la luna,
fino a che arrivi il verde e copra tutto
fino al mio cuore aperto alla gran vista.

[…]

Mai fissare l’aquila allo specchio –
vede solo lontano, abissalmente,
ogni suo sguardo ti scaglia da te stesso
nel paesaggio al posto tuo:
i deserti dei quali si fa parte
da cui si torna solo col pensiero.

[…]

[…] e con il vuoto che vaga intorno al mondo,
centro di me che dentro non resiste,
che nascondo nei nomi che conosco
eccomi ancora qui, la testa china
come una che non riesce e si vergogna […]

[…]

Se c’è una posa
da cogliere di scatto,
una sorpresa
è quella di chi è
teso tra i fili del pensiero
nell’atto di tenerli uniti insieme […]

[…]

Il nome è troppo
bisogna farne senza –
alzarsi con il vento che s’alza
e fare perfetto il vuoto della danza.

[…]

[…] realtà spiovute dall’immaginazione.

[…]

Tutto l’essere qui
non viene detto –
resta da solo in noi
già benedetto
se solo lo si lascia respirare […]

[…]

Scocca l’istante scocca
e il tuo destino è piccolo
ti sta nelle mani
ti tocca.

[…]

[…] scommetto
di tramutare un sasso nel sasso di sempre
sotto gli occhi degli altri,
che ogni cosa sia la stessa se la guardo.
Sento che è poco,
voglio che sia meno. […]

[…] Ma c’è persa nell’aria della vita
un’altra fede, un dovere diverso
che non sopporta d’esser nominato
e tocca solamente a chi lo prova.
E’ questo. E’ rimanere
qui a sentire come adesso […]

Potrei, dicevo, andare avanti per tutta l’ampiezza del libro. Che, finalmente, si può dire essereclassico nel suo scavo verso una verità che sostanzia i nomi ma li eccede, che è un io-io vuoto, aperto alla magnitudine delle possibilità che “spiovono” in forma nel mondo. In questo senso possiamo richiamare, al posto di Orazio e Petrarca, l’autentico padre del discorso che si tenta (e non riesce: non si può…) di fare in Marmo – il padre è Dante, poiché qui si disegna un’iniziazione che coincide con l’iniziazione letteraria nel Dante della Commedia e della Vita nova. Potremmo appiccicare qualunque etichetta a questa poesia superna di Silvia Bre: non-dualista, orfica, socratica, misteriosofica, plotiniana, ficiniana, bruniana, metafisica pratica, alchemica addirittura (si osservi attentamente la simbolica del primo lacerto di testo che ho citato: il riferimento alle polarità di Sole Luna, corrispondenti alla sintassi alchemica delle potenze di maschile efemminile, e l’insorgere del Verde che connota alchemicamente la fase in cui il centro del Cuore si spalanca alla Vista). Eppure questo esercizio ermeneutico, che tra l’altro sarebbe rigettato come critica di impostazione mistica (nulla di più sbagliato) o addirittura new age (sarebbe probabile, conoscendo lo stato della critica odierna), questo esercizio non avrebbe senso, rovinerebbe quanto irradia in purezza la poesia di Bre: attenzione, consapevolezza, sentire il mondo alla luce dell’attenzione e della consapevolezza. Questa consapevolezza attenta è indicibile: può soltanto riflettersi nel movimento del pensiero, nei suoi ritmi e nelle sue figure di canto, che manifestano una caduta dalla semplicità dell’attenzione stessa, che è coessenziale a un nucleo vuoto, autentico centro di sé: “e qui dove io sono io non sono | che la pace profonda di me stessa || e non so più chi sono || e nemmeno un pensiero che mi venga”. L’evocazione della Pax Profunda è dunque la traccia del classico, compreso fino ai suoi fondamenti ed esperito, ripetuto con parole di scacco, poiché ogni parola è inadeguata: “transumanar significar per verba | non si porìa”, dopotutto. Il qui e ora, che Silvia Bre esercita poeticamente in opposizione ai nomi, che sono stati amici, sono diventati ostacoli, sono stati trascesi, sono stati compresi nella loro sorgenza e sono tornati a essere amati nella fragilità della loro impermanenza e nell’incapacità di dire la cosa – ilqui e ora è il perno vuoto del libro.
Questo è un libro sapienzale, il che significa: chi ha occhi per vedere veda; chi ha orecchi per sentire senta.

 

Ciò detto, e davvero forse ho detto troppo, possiamo tentare, per rispetto alla poetessa Silvia Bre e ai lettori, quella che io considero ormai una pratica inutilissima e perniciosa, poiché illusoria e produttiva di attaccamento: cioè la collocazione critica all’interno di un orizzonte letterario. Nonostante le mie perplessità intorno a questo esercizio, che appartiene ormai a una critica che personalmente giudico morta e sepolta, lo svolgo a favore del lettore di poesia disinteressato a vertici di metafisica e più interessato a coordinate testuali e autoriali in cui sistemare l’attività poetica di Bre.
Mi pare che la poesia di Silvia Bre, e Marmo in particolare, vada a definire un quadrilatero della poesia italiana contemporanea, in cui, oltre a Bre stessa, si pongono Valerio Magrelli, Milo De Angelis e Mario Benedetti. Valerio Magrelli non è un poeta metafisico (non ancora), però è un poeta della percezione e della trasparenza, del giro di pensiero che vede la percezione. La sua uscita dal moderno e dal postmoderno avviene attraverso una cerebralità che può essere più o meno acuta a seconda dei testi, ma che in ogni caso ha come orizzonte una epoché di husserliana derivazione, ammesso che Husserl intendesse proprio quell’epoché che la tradizione filosofica contemporanea ci consegna (e, personalmente, non lo penso: sarebbe da ridiscutere non la nozione, bensì l’esercizio stesso dell’epoché), tenendo presente l’importantissimo filtro di Valéry che Magrelli utilizza come schermo fondamentale. Milo De Angelis è un poeta chiaramente metafisico. Compie il balzo, fulmineo, a strappi, verso immagini folgoranti tese ad attivare uno sguardo che, tuttavia, non si stabilizza, così come non si stabilizza la lingua, ora oracolare e completamente disinteressa alla tradizione stilistica lirica di derivazione petrarchesca, ora più dolce e morbida e carnale, comunque tesa a un non-dualismo che è prossimo al discorso effettuato sopra sulla poesia di Silvia Bre. Mario Benedetti non è un poeta metafisico, ma si dispone, credo meno consapevolmente di quanto emerge nei testi, a compiere il medesimo balzo, che per il momento, nel suo Umana gloria, si configura come attraversamento dell’umano, sempre nella direzione del non sapere, attraverso una lingua innovativissima rispetto alla tradizione tanto amata, che è comunque di matrice leopardiana e post-petrarchesca, con variazioni metriche desunte da Carducci e Pascoli, oltre che dall’apparente prosastico di Pavese. Silvia Bre è una poetessa pienamente metafisica che ha superato i termini della lingua di tradizione, in questo senso: non c’è parola o gesto poetico che non derivi dalla tradizione, da quanto ne è intrisa la poetessa, ma proprio per questo, in Marmo, si abbandona il nitore assoluto e si creano scarti linguistici e metrici interni (“Vedevo uno che ha smesso di sapere”; “d’esserevicini”; “verso non lo sai dove”; “fanno del bene”).
In pratica. individuo un quadrilatero di poeti che, più o meno, appartengono alla medesima generazione, che condividono elementi comuni, date comunque distanze di poetica e di lingua, tesi tuttavia a scrutare esplicitamente l’oggetto principe della poesia grande: il mistero umano e l’impossibile nominazione. Questo scrutare è per me il canone: a diversi gradi di intensità di sguardo, essi si avvicinano o meno, ma comunque sono tesi ad avvicinarsi, all’esperire quello sguardo, e non linguisticamente.
Tra questi poeti, Silvia Bre con Marmo mostra una impressionante progressione. Chi volesse meditare sulla sostanza strutturale che fa il poemetto finale del libro su San Sebastiano (già edito da Nottetempo), avrebbe l’occasione di comprendere come e perché la poesia e la narrazione stanno avvicinandosi in maniera decisiva in questo tempo di contagi rapidi e transitori: tale avvicinamento è invece un geomorfismo che, a mia detta, va a comporre qualcosa di stabile per un lungo tempo, almeno nella letteratura italiana.

[Pubblicato su Web la prima volta il 26 giugno 2007]