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Dante: fine della “Vita Nova”

Lo sonetto lo quale io feci allora, comincia: Oltre la spera; lo quale ha in sé cinque parti. Ne la prima dico là ove va lo mio pensero, nominandolo per lo nome d’alcuno suo effetto. Ne la seconda dico perché va là suso, cioè chi lo fa così andare. Ne la terza dico quello che vide, cioè una donna onorata là suso; e chiamolo allora ‘spirito peregrino’, acciò che spiritualmente va là suso, e sì come peregrino lo quale è fuori de la sua patria, vi stae. Ne la quarta dico come elli la vede tale, cioè in tale qualitade, che io non lo posso intendere, cioè a dire che lo mio pensero sale ne la qualitade di costei in grado che lo mio intelletto no lo puote comprendere; con ciò sia cosa che lo nostro intelletto s’abbia a quelle benedette anime, sì come l’occhio debole a lo sole: e ciò dice lo Filosofo nel secondo de la Metafisica. Ne la quinta dico che, avvegna che io non possa intendere là ove lo pensero mi trae, cioè a la sua mirabile qualitade, almeno intendo questo, cioè che tutto è lo cotale pensare de la mia donna, però ch’io sento lo suo nome spesso nel mio pensero: e nel fine di questa quinta parte dico ‘donne mie care’, a dare ad intendere che sono donne coloro a cui io parlo. La seconda parte comincia quivi: intelligenza nova; la terza quivi: Quand’elli è giunto; la quarta quivi: Vedela tal; la quinta quivi: So io che parla. Potrèbbesi più sottilmente ancora dividere, e più sottilmente fare intendere; ma puòtesi passare con questa divisa, e però non m’intrametto di più dividerlo.

Oltre la spera che più larga gira,
passa ‘l sospiro ch’esce del mio core:
intelligenza nova, che l’Amore
piangendo mette in lui, pur sù lo tira.

Quand’elli è giunto là dove disira,
vede una donna che riceve onore,
e luce sì che per lo suo splendore
lo peregrino spirito la mira.

Vedela tal, che quando ‘l mi ridice,
io no lo intendo, sì parla sottile
al cor dolente che lo fa parlare.

So io che parla di quella gentile,
però che spesso ricorda Beatrice,
sì ch’io lo ‘ntendo ben, donne mie care.

Appresso questo sonetto, apparve a me una mirabile visione, ne la quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta, infino a tanto che io potesse più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso, sì com’ella sae veracemente. Sì che, se piacere sarà di colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna. E poi piaccia a colui che è sire de la cortesia, che la mia anima se ne possa gire a vedere la gloria de la sua donna: cioè di quella benedetta Beatrice, la quale gloriosamente mira ne la faccia di colui qui est per omnia secula benedictus.

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Ponso: su L’IMPERO FAMILIARE di Gentile

di ANDREA PONSO

Se la narrazione è una linea che  – volente o nolente, e anche attraverso le vie più impervie e inusitate –  congiunge un inizio e una fine, il lavoro di Andrea Gentile, in qualche modo, contraddice e potenzia tutto questo, accelera e immobilizza tale percorso. Il punto di partenza, infatti, è una fine che non finisce, sfinita ma tenace quanto l’estinzione del genere umano  –  mentre quello di arrivo è la presunta scomparsa, l’irreperibilità di un inizio, di una genesi, di una nascita che, se diventa fantasmatica nel suo punto di estinzione, sembra possedere anche la capacità retroattiva di cancellare le sue conseguenze fino al punto della sua nascita.

Si comincia infatti dall’agonia immobile del Vicario di Cristo, spiata e quasi sostenuta respiro dopo respiro dai mezzi d’informazione e, quindi, anche dalla parola – e si prosegue (se la parola ha ancora un senso all’interno di questo sismografo narrativo), con la ricerca della madre, del suo corpo o del suo irrigidimento tragico in cadavere, presentito come già presente, già accaduto ma impossibile da certificare e da toccare. È questa l’ossessione che guida la protagonista ma, come sappiamo, ogni ossessione non è mai progressione quanto piuttosto un girare a vuoto, come una trivella che affronta le asprezze e le stratificazioni della terra portando inevitabilmente con sé il corpo, i contorni e l’io di chi la incarna dolorosamente ma, anche, amorosamente, senza volersene staccare  –  come se solo in questa unica ossessione fosse possibile protrarre, anche se in negativo, come una corteccia che lentamente e metodicamente si scortica, la propria terremotata consistenza, la propria impossibile unificazione.

Tutto è vuoto in questa rincorsa che ha il ritmo e l’ictus pulsante di un buco nero; eppure, come in un buco nero, al suo limite percepibile, che viene chiamato, non a caso, orizzonte degli eventi, tutto assume un peso e una consistenza materica senza precedenti. Tutto è vuoto, certo, ma è un vuoto che ha un peso insostenibile, tanto che potremmo dire parimenti che tutto è pieno, pesante  –  e che ogni movimento è impedito da una forza di gravità schiacciante, opprimente: tanto quanto quella del corpo del Vicario di Cristo, il cui ictus è la sola misura metrica, atona, da cui si diramano le scosse, scheggiate e doloranti oltre la stessa percezione del dolore, che “s-muovono” questa scrittura letteralmente refertuale.

In questa spaccatura tra ritmo e silenzio si apre la voragine della scomparsa della madre: vero e proprio spazio di nascita, ventre che letteralmente dà luogo all’ossessione e, quindi, come già abbiamo detto, alla possibilità di una seppur minima consistenza del soggetto protagonista. Siamo in un territorio che, per certi aspetti, potremmo avvicinare alla condizione di “terrore della lingua” segnalato per la poesia di Andrea Zanzotto. La ricerca di immagini, di specchi che possano in qualche modo, anche solo per un attimo, mostrare il riflesso della protagonista, viene continuamente cercata e fuggita  –  tra l’impossibilità di un fondamento ontologico (il Vicario di Cristo) e la responsabilità nei confronti del desiderio e, quindi, del nascere e soprattutto dell’essere nati (la madre). Se nella lingua e nello stile del poeta di Pieve di Soligo l’etichetta di “letteratura” aveva ancora la sua forza di consistenza, già comunque inevitabilmente e profeticamente compromessa con il suo contrario, vale a dire con il rigor mortis e il blocco asfissiante della Norma  –  la lingua e lo stile di Gentile non posseggono più nemmeno questa infernale e paradisiaca sicurezza: sono infatti una sorta di alfabeto morse, un continuo sussulto come di chi procede a tentoni  –  sono la registrazione del respiro sempre più flebile e intralciato del Vicario di Cristo, un respiro sorvegliatissimo, che assume volumi universali e si espande in tutto il paese in trepidante e tragica attesa come il pulsare stesso di un millenario e sfinito universo; un respiro che è come lo stile di Gentile, perché ad ogni scossa ulteriore si va verso la morte e l’estinzione (anche la liberazione?)  –  ma si va anche verso la madre e l’origine, forse già morta o irreperibile.

Ma, in fin dei conti, non si può, nonostante tutto, non chiedersi “dov’è ora, adesso, la madre?”. La risposta, o le risposte, non sono univoche, non lo possono proprio essere; come non può e non vuole essere univoca, mi pare, l’interpretazione di questo scritto: si è chiamati, infatti, ad entrare in queste pagine lasciandosi accadere e cadere, e incespicare, senza la pretesa di ricostruire, di segnare sentieri già percorsi. Si è chiamati piuttosto a farsi anche noi sismografi, cercando di registrare quello che in noi si scuote e ci squassa in questa immobilità di pietra sorda e opaca. Allora, per tornare alla domanda sul luogo della madre: dov’è? Io posso dare la mia risposta, corrispondere la mia vibrazione, la mia screpolatura, lasciando cadere in mille pezzi il mosaico che forma la mia percezione, la mia cultura, la mia esperienza. E la risposta che riesco a darmi è proprio il cadere di tale mosaico, e non posso non vederlo provando profonda misericordia. A mio modo di sentire la madre è ovunque in questo libro, mentre il cercarla è solo un espediente per allungare la vita (o la non-vita della protagonista): è ovunque perché è il grembo sterile che continua a far nascere il mondo morente che la protagonista attraversa nella sua ossessione; è ovunque, ma non vista dall’interno dell’ossessione stessa  –  perché è la stessa madre a generarla, a distaccarsene per darla alla luce  –  quasi come se ogni consistenza oggettuale o soggettiva non fosse altro che l’effetto di una ossessione omnipervasiva che siamo soliti chiamare “realtà”. Una luce che, tuttavia, la protagonista sembra non potere o volere vedere, tanto è accecante e calcificata in ogni cosa, ad ogni passo, in una prossimità insostenibile, come quella della morte stessa che nasce  –  e, in questo, forse le differenze tra la madre e il Vicario di Cristo non sono più così grandi; anzi, in certi punti esse tendono tragicamente alla coincidenza  –  come quando padre e madre generano biologicamente un figlio, anche un figlio abortito, mai nato.

È la mancanza tragica e tuttavia del tutto grigia e consueta di relazione, di relazioni, che impedisce all’ossessione in cui è richiusa la protagonista di vedere e percepire qualcosa di “umano”, di poter davvero parlare, di sciogliere le scaglie balbettanti del suo terrore in undiscorrere piano  –  lasciandola invece in uno scorrere granuloso, a sbalzi, a scalini duri e secchi  –  ansimando in agonia, in sintonia solo con il respiro del Vicario morente e di un mondo che si fa deserto strettissimo, cunicolare, venoso ma senza la vita impetuosa del sangue. Per questo “tutto è museo”, un “museo” fatto per non essere visitato da nessuno, come ci dice la protagonista in uno dei suoi incontri che non sono mai veri incontri,  ma scontri abrasivi e, in fondo, inconsistenti: è questa contiguità tra abrasività e inconsistenza, mi pare, una delle trovate più interessanti e sconcertanti della scrittura di Andrea Gentile.

Ma, allora, cosa rimane a chi scrive e al lettore? Sembrerebbe, una sorta di “stanza dei relitti fonico-visivi” che la protagonista, nella sua ricerca, visita all’interno dell’ospedale deserto dove lavora la madre. Forse la madre è lì? Forse la letteratura è diventata un immenso reparto ortopedico, dove ogni postura della lingua si sbriciola e viene fantasmaticamente conservata come si fa con le cose che ci hanno colpito nel profondo, nel nucleo, nelle ossa disarticolate o spezzate o anche solo incrinate? Si sta, immoti, anche in questo “qui”, senza possibili e facili risposte  –  oppure con risposte fabbricabili all’infinito, come opere di ortopedia, tentativi di ristabilire posture, cenni, ictus, modi di deambulare o di rimanere in equilibrio. Ma la protagonista sembra voler rinunciare o non poter approfittare del rollare di questi infiniti relitti fonico-visivi: nella loro fluttuazione, distruzione e ricomposizione, essa rimane “ferma”, non acconsente con la sua persona al gioco dell’infinito intrattenimento, alla modalità difensiva e, tutto sommato, salvifica, di certo postmoderno. Forse solo un crocifisso, nel coacervo di immagini e relitti fonico-visivi assume, agli occhi della protagonista, una consistenza che si può dire “immagine pura”, forse un “segno”, che vuole dire qualcosa: “cosa vuole”  –  prima che tutto riprenda ad esplodere all’infinito. Tutto questo, oltre al deposito della Norma zanzottiana, richiama alla mente il guardarobato beniano, quello da lui stesso definito “obitorio delle lettere italiane” o, anche, gli ingranaggi stridenti della poesia di Amelia Rosselli: amati e odiati insieme, attraversati pericolosamente e umilmente per non rimanerne per sempre imprigionati. Infatti, anche questa scrittura punta, mostrando tutta la sua debolezza e finitezza, ad un oltre, ad una unità che non si dice ma si sente, c’è  –  tragicamente incistata su se stessa, dietro ogni relitto, ogni frase, ogni accelerazione o immobilità.

Il finale è e deve rimanere di calce (un tempo) viva  –  magari da grattare, in-utilmente, con gli artigli dell’arte, fino alla loro completa e lentissima erosione che, come una peste, prenderà progressivamente anche le mani e tutto il resto dell’immagine dell’uomo. Nel libro del Levitico si dice che, una volta che la malattia ha preso tutto il corpo, esso viene ripulito e sanato, di nuovo reso puro e santo. Il finale deve rimanere bianco.

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Su ‘Orwell’: Italia zombi

di GIUSEPPE GENNA | da Orwell, 13 ottobre 2012

Arbasino: “Non occorre esser ‘vati’ per accorgersi che una società si sfascia: si vede. E’ una percezione diffusa, come per i cambiamenti climatici. Non più solo un mero sentimento civile”. Questo scorcio di Paesaggi italiani con zombi risale a quindici anni orsono: l’Italia era già allo sfascio? E’ allo sfascio da sempre per il discorso che lo scrittore pronuncia. Quale discorso può fare oggi sull’Italia uno scrittore? Egli ne eseguirà uno sospetto, ne va della sua tradizione: si lamenta.

Oggi il carattere nazionale è fuori uso, armamentario che la retorica patriottarda si è mangiata, sprecando una chance educativa che giunge sino alla mia generazione (i nati prima del 1975). La sinistra e i cattolici manutengono una solida concordia dei piccoli italiani circa i valori dell’unità e dell’antifascismo, tuttavia non prevedono quanto Enrico Berlinguer, in un celebre discorso, mutuava da un nume degli ex azionisti, cioè il radicale francese Servant Schreiber, che servì tanto Giscard d’Estaing quanto Mitterrand. Nel suo La sfida americana veniva preconizzata l’accelerazione verso un sistema cibernetico di network, omogeneo al sistema distributivo di qualunque merce o valore – distribuzione destinata a mutare la natura stessa della merce o del valore (mettiamo, per esempio, il valore della nazionalità). Anziché preparare culturalmente a un futuro imminente e tanto diverso, le maestre elementari fanno spremere gli inconsci agli scolari della mia generazione sulla Bomba Atomica, che non esploderà, e su un fotomontaggio di Robert Capa, anziché portare gli allievi dal vivo in Val d’Ossola. Inizia proprio dalla celebrazione astratta del miliziano spagnolo la demitizazzione dell’eroe resistente, che deflagra quando è annichilito lo humus culturale su cui fare crescere qualunque mitologia: cioè dagli Ottanta in poi. Si volta pagina, ma non secondo le aspettative di Giovanni Pellegrino, già presidente della Commissione parlamentare su stragi e terrorismo: “Abbiamo vissuto in una situazione di guerra civile rimasta a lungo ‘quiesciente’, e poi riaccesa di colpo nello scontro sociale che infiammò gli anni Settanta. Prendiamone atto, voltiamo pagina”. E’ una lettura semplice, se non semplicistica. Però i passi sono stati diversi, al di là del fantasma della guerra civile mai sopita. Trent’anni dopo il suo rapimento, una ricerca nazionale ci dice che il 68% degli studenti non sa chi sia Aldo Moro – “forse era un pittore”. Oggigiorno non c’è filtro a separare I quadranti ideologici, dunque, si vive in uno spensierato revisionismo a cui sarebbero gli intellettuali a dovere resistere – ma gli intellettuali resistenti non hanno più facoltà di discorso. E’ stata la narrazione stessa a levare loro questa facoltà.

Anzitutto la narrazione berlusconiana dell’Italia, consistita in una fallacia che manipola il vero e il falso, equalizzando tutta la realtà in uno spettacolo inverosimile. E’ l’amnio in cui cresce l’indifferenza al potere della verità delle parole, degli atti, delle relazioni. Il “fascismo televisivo” che avrebbe in Drive In la sua più alta ed emblematica rappresentazione non è altro che una tappa adatta a fare sì che si depositino fenomeni irrazionali scambiati per realtà effervescenti e del tutto verisimili, a uso e consumo delle menti italiane a venire. Si è vissuta la comparsa di “lucciole” geneticamente modificate, il che vanifica e verifica al contempo l’analisi antropologica di Pier Paolo Pasolini.

La storia italiana moderna si consuma per scenari decennali, oltre che per movimenti di strisciamento geomorfo più lungo. In un generale “sentimento del progresso” che rimane costante fino a oggi, e cioè al momento del crollo della rappresentazione, questi scenari costituiscono degli universi di riferimento, che hanno dettato fasi distinte di nostalgie negli italiani delle generazioni trascorse: nei Cinquanta la ricostruzione e l’educazione politica di massa; nei Sessanta il boom e il capitalismo nazionale accanto alla maturazione politica e all’esplosione dei movimenti; nei Settanta l’imporsi di telecomunicazioni e cibernetica selettive a fronte di una messa in mora della movimentazione politica; negli Ottanta il trionfo del broadcast e della finanziarizzazione, della deideologizzazione; nei Novanta l’azzeramento dell’idea di rappresentanza e lo sfogo concesso al qualunquismo microfascista antropologico che è la cifra genetica dell’italianità: questa capacità di essere giacobini in assenza di rivoluzione, l’autoritarismo più dei Cesaroni che dei Cesari, schierato contro i valori umanistici e contro chi li incarna, un’autentica specialità italiana, l’enogastronomico spirituale di cui siamo protagonisti nel mondo.

Da Mike Buongiorno al Drive In a Capitan Ventosa, uno sturacessi vivente che vorrebbe fare le veci del servizio pubblico, per la risata grassa e codina della nazione. La metafora è televisiva, la morale no. Il discorso del potere, dagli Ottanta in poi, diviene un invito alla lotta tra generazioni in sostituzione di quella di classe, salvo saltare una generazione e oggi propalare una saldatura tra vecchi e giovani perché questi ultimi sopravvivano male erodendo i patrimoni degli avi. Futuro: zero. Questa prospettiva non punk, ma tutta italiota, tutta gesuitica. Si ha l’impressione che in Italia tutto accada in letteratura, come nell’Affaire Moro per Sciascia: per via di “quell’astrarsi dei fatti in una dimensione fantastica, da cui ridonda una costante, tenace ambiguità”.  O ancora, in Arbasino: “L’ideologia italiana. Mai badare minimamente ai dati che la contraddicono. Rimuovere i fatti: e cancellarli come inopportuni e contraddittori in un discorso”. Stiamo del resto parlando di un Paese che è passato da un modello di sovranità segretamente limitata a un modello di sovranità palesemente limitata – senza colpo ferire, senza mobilitazione. Il tessuto sociale non si strappa: continua a fare da rete all’acrobata che incanta il pubblico, cioè ciò che fu la gente, cioè ciò che fu la nazione.

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Teresa Ciabatti: su ACQUA NERA di Joyce Carol Oates

L’autrice de I giorni felici compie un raid nel monologo allucinato che Joyce Carol Oates, pluricandidata americana al Nobel letterario, dedica alla morte della segretaria di Ted Kennedy, nello sciagurato incidente a Martha’s Vineyard che eliminerà per sempre il Senatore dalla corsa alla Casa Bianca. Un’eroina femminile che diviene filo metastorico nella produzione narrativa dell’autrice di Acqua nera.

di TERESA CIABATTI

“Cellulite! Ecco cos’è: cellulite! Cazzo, sono troppo giovane per avere la cellulite!” esclama Dolly nel suo bikini nero lucente, statuaria, bellissima.
Proprio come lei vorrebbe essere Kelly: la stessa disinvoltura, sicurezza, malizia. E invece lei è solo una ragazza americana qualunque, intelligente sì, studiosa, graziosa, ma di certo non bella come Dolly.
Una ragazza, Kelly, animata (come molti personaggi femminili della Oates) dal desiderio di essere speciale.
Dunque come non cadere nelle braccia di chi ti ritiene tale? Come non seguirlo ovunque?
Come non tentare disperatamente di far durare quell’attimo, prima che lui si renda conto che non sei così speciale, che non sei Dolly, ma solo una delle tante, una Kelly qualsiasi.
Se poi lui è il più famoso, il più importante, l’abbandono è totale.
“Occhi verdi, sono verdi vero?” è la prima cosa che chiede il senatore.
Kelly si affretta ad abbassare gli occhi che non sono verdi, ma grigi, e nascondono un segreto che nessuno deve scoprire, lei stessa si è premurata di distruggerne ogni traccia, le foto dell’infanzia, le immagini dell’orribile bambina strabica. L’operazione ha cancellato per sempre quella bambina “da quel momento l’occhio, gli occhi, la ragazza, divennero, come tutti i segni esterni indicavano, normali.”
Ecco chi è Kelly Kelleher, ventisei anni, segno zodiacale Scorpione.
È Marylin (Blonde), è la piccola Edna Louise (Sorella, mio unico amore), è Zoe (Uccellino del paradiso).
Kelly, Marylin, Edna Louise, Zoe, tutte che corrono verso la morte, la fine prematura è il loro destino.
Morte che qui si dilata, biforca (diventa morte scampata, salvezza, nel ricordo nella compagna di classe che tenta il suicidio), si moltiplica, come se Kelly morisse non una, ma dieci volte (“mentre l’acqua nera le riempiva i polmoni, e lei moriva” è il leitmotiv che scandisce ogni ritorno indietro, ogni nuova morte).
E si moltiplica anche l’istante perfetto di felicità: Kelly bambina che, tolte le scarpette di vernice, corre verso il nonno che la solleva in aria chiedendo chi sia mai questo angioletto. E ancora Kelly che, mani protese, corre verso il padre, poi la mamma, poi la nonna.
È questo l’ultimo ricordo di Kelly, è questa l’ultima immagine che vede: mamma e papà vecchissimi, mamma, papà, nonni, i suoi affetti tutti insieme, che la prendono tra le braccia e la sollevano in aria.
È questa la morte di una ragazza qualunque che i giornali e la storia ricorderanno erroneamente come la segretaria del senatore Ted Kennedy.
Un piccolo capolavoro che prelude alla Oates di Blonde e di Sorella mia unico amore. Di più: che fa pensare a un romanzo lunghissimo, ancora da finire, con protagonista un’unica bambina-ragazza ammirata, amata, rapita, uccisa.

 

***

La scheda del romanzo

4 luglio, metà anni ’90. Grayling Island, Maine. Una Toyota nera corre a tutta velocità. È notte e gli alberi riducono la visibilità. Al volante un senatore degli Stati Uniti, uomo grande e rassicurante, guidatore aggressivo e alticcio, macina la strada con aria decisa: gli restano solo pochi minuti per raggiungere il traghetto che porterà lui e la giovane Elizabeth «Kelly» Kelleher, appena conosciuta nel corso di un esclusivissimo party, verso la terra ferma. Poi, una curva, gli pneumatici perdono aderenza, l’auto impazzita esce di strada, sprofonda nell’acqua nera dell’Indian River. L’uomo riemerge dalla palude e si salva. Ventisei anni, una laurea in Storia americana, una ricerca sulla figura del Senatore, Kelly Kelleher perde la vita. Da questo episodio di cronaca che sconvolse l’America (l’uomo era Ted Kennedy, la ragazza la sua giovane segretaria), Joyce Carol Oates ha tratto un romanzo intenso, una storia che scorre nei minuti in cui Kelly, intrappolata nell’auto, ripercorre per rapidi lampi le ore precedenti l’incidente e la sua intera esistenza. La coscienza abbandona la ragazza, le immagini le affollano la mente mescolandosi e correggendo la sua imprecisa visione della realtà. Ricordi e riflessioni, impressioni e brani di dialogo si alternano in una serie di schegge sempre più confuse. Attorno a questa cupa istantanea, reiterata senza pietà capitolo dopo capitolo, Joyce Carol Oates assembla un quadro brutale della tracotanza del potere e della politica. Acqua nera si rivela un’opera lucidissima, claustrofobica e disturbante che concilia sperimentazione linguistica e critica politica e sociale in un terribile, perfetto congegno narrativo.

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Andrea Gentile: L’IMPERO FAMILIARE DELLE TENEBRE FUTURE

Arriva in libreria, per la narrativa del Saggiatore, l’esordio letterario di Andrea Gentile, L’impero familiare delle tenebre future (€ 14), un testo che mi rende orgoglioso di svolgere opera di editor presso la casa editrice milanese. Riproduco la quarta di copertina e un passaggio del libro, già comparso su Affaritaliani.it:

In un centrosud fantasmagorico e in un presente dilatato, mentre l’anziano Papa R sta morendo in diretta su tutti gli schermi della nazione, una ragazza è preda della narrazione di un calvario psichico, fatto a sbalzi come la geografia immaginifica che si trova ad attraversare. Dalle case di un’anonima quanto sapienziale frazione, Masserie di Cristo, la protagonista trascina un titanico racconto alla ricerca di un corpo scomparso – quello della madre, recatasi all’ospedale dove è infermiera e sicuramente uccisa, già uccisa, nella certezza psicotica della testimone che tutto narra. Errabonda, disperata e veggente, tra incontri mitologici ed esperienze apocalittiche, questa ragazza in preda a un disturbo ossessivo compulsivo attraversa rade, campi calvi, dirupi, balze, torrenti, si inerpica su chine pericolose, penetra clandestina in antri magici arredati misteriosamente, mentre in video il morente Vicario continua a sopravvivere, ipnotizzando il suo popolo con il semplice ritmo del suo cuore indebolito e sciamanico. Fatti sconvolgenti, apparizioni che aprono brecce nel tessuto della realtà, architetture non euclidee colpiscono a raffica il lettore: obelischi eretti in memoria di stragi mai avvenute, sculture di pietre ferine, cimiteri dalle tombe cancellate, animali mutanti, fatti indicibili e un profluvio di carne pronta al proprio destino di putrefazione graduale e immedicabile. Nella marea montante di questa carne, si aggira come uno spettro la protagonista disperatissima e impossibilitata a mettersi in contatto con la madre: il più semplice e amoroso dei rapporti che si complica in una quête metafisica e ostacolata dall’incrocio di molti destini, cani licaoni e personaggi trapassati che riprendono corpo non avendo perduto l’anima, mentre al centro del libro dorme un sonno segreto l’immane animale che regge le sorti del cosmo…
In questa discesa per infera ad infera, si erige uno dei più sorprendenti esordi letterari dell’attuale narrativa italiana. Andrea Gentile impegna allo stremo la propria tenuta emotiva, catapultandoci in un’abnorme descrizione del territorio cerebrale e del significato della storia e degli universali, stracciati in quanto bersagli della narrazione e venerati in quanto sacre reliquie del fenomeno umano. Ricorrendo a una lingua conturbante per musica e sapienza, si costruisce un diario perpetuo che somiglia alle «croniche» fantastiche da territori dove il sogno si intesse col dramma mortale, cruento e mai defi nitivo. Talento immaginifico e plurilinguistico, Gentile si allinea alla nostra contemporaneità, che produce oggetti narrativi non identificati, rovesciando le strutture e alterando le percezioni: ponendo la volta delle stelle sotto i nostri piedi di viaggiatori mentali, ovverosia di lettori legittimati dall’autore a tornare a lande di incubo e di trasognate verità.

Tutt’attorno nulla giace. Bisogna correre. Sterpaglie si affastellano, escrementi di cavalli si ammonticchiano, paglia su paglia su paglia. Tu mi hai generato, mamma.
E, ora, io, sono, qui.
Era di gennaio, ed era il giorno della grande nevicata.
Eri su un letto bianco. Nessun lenzuolo rosa attorno a te: solo il verde melmoso e ospedaliero.
Non del tutto eutocico il parto.
I medici ti ronzano attorno, accennando a problemi di sofferenza fetale.
Stare a un passaggio a livello e aspettare: tutta la vita: nessuna possibilità di retromarcia. Dietro: la vallata infinita dei mondi infiniti.
Il display del cardiotocografo non è ottimista. Intanto i medici e gli infermieri appoggiano il trasduttore sull’addome, registrano le contrazioni uterine, valutano la loro frequenza.
Bisogna fare il cesareo. È un parto cesareo quello che ci vuole.
Rinunciare alla via vaginale e andare convintamente su quella addominale.
Anestesia: così possiamo ridurre la morbilità perioperatoria.
Il tuo corpo diviene museo. Si muove mummificato, madame Tussauds, senza magnetica, senza neanche dissipazione.
Stando, tu avversi il genere umano.
Una schiera di uomini e donne in mascherine e guanti bianchi ti accerchia. Sono tanti, e tu sei sola.
Ti spalmano un liquido sulla pancia.
Procedono.
L’incisione è longitudinale. È un taglio. Ora l’adipe sottocutaneo è attraversato, la lama raggiunge la fascia muscolare.
Sei museo, sei a metà tra l’essere e il non, né luna né stelle né lampi.
Respiri.
Ti aprono, tu vedi, vedi nello schermo buio del tuo stato indefinito, del tuo essere nel non, un’opera, la vedi lì di fronte a te, in quell’ospedale, tra bisturi e ferri e lame e odore di lattice e spirito, lo spirito, vedi, la Natività mistica di Sandro Botticelli, non alla National Gallery, qui e ora è qui, nel luogo indefinito del tuo stare, dodici angeli nel loro carosello vorticoso, uomini e donne qui, dodici angeli, un brano di paradiso, fulgente, il taglio è compiuto, il taglio che me svelerà, te squarcerà, il medico apre, taglia la fascia a destra e sinistra sotto il piano adiposo sottocutaneo, allarga la fascia in senso cranio-caudale, vede i muscoli divaricati, tocca, apre con le mani, come il macellaio sventra pollame, come lo svelamento di un gorgo vaginale, dischiava, che gli angeli danzano e ballano e tengono in mano ramoscelli di ulivo, e scendi con il viso, mentre io non ho, non sono, sinuosi gli angeli, scendi verso la caverna, è una bocca la caverna, la tua pancia, liquido amniotico fluisce sulle lenzuola, verso il basso, come un ruscello del presepio, sgorga sillabico e frammenti liquidi di una vita che fu, un impasto amniotico di amnios e cruore scorre verso le gambe, si distende sfilacciandosi, distanziandosi dalle viscere, e tu lo senti, lo guardi quel dipinto, è acqua sangue tempo, in te ripieghi, vuoto di forze, guardi ma non guardi quella grotta, forata nel retro, e vedi il bosco e la tettoia di paglia retta dai tronchi e il Bambino e il giaciglio e la vergine e il Padre e le fiere, ti aprono, in due, in quattro mani spalancano, una è dentro alla ricerca di me, me che non sono, me che, qui e ora, vivo, vivrò, vissi, scava, il Bambino nel dipinto si illumina spento, la mano del medico scava, afferra la mia testa, mi spinge verso l’esterno, verso questo gelo, il giorno della famosa nevicata, dei corpi polari e distanti, che eludono il calore dei corpi degli altri, le vite degli altri, è tutto qui, e io, nel momento che sarà, che fu, vengo afferrata per la testa, angeli, dodici ballano e cantano nel paradiso dorato, afferrata e tirata fuori vengo, io, qui e ora, sarò, io.
La Natività mistica subisce un colpo. Si squarcia. Svanisce il canto, l’abisso di caverna.
Svanisce il Bambino.
Si svela l’opera, si squarcia e svela.
Guardo fuori. È la neve, per prima, a tumefarmi, a gelarmi.
Una pozza di meconio vischioso ed escrementale mi segnala cosa sarà.
Non è straniante ora percepire il cordone ombelicale, continuazione del me.
Si svela l’opera, si squarcia e svela.
Svanisce il canto, l’abisso di caverna.
Svanisce il Bambino.
La madre può vederlo. Sulla tela, ora, qui, solo radici putrefatte.
Con un taglio netto e metallico, l’infermiera recide il cordone ombelicale, che ancora mi legava al mondo altro.
Sulla tela, ora, qui, solo radici putrefatte.
Nasco, io.
Sono, io, qui e ora, una radice putrefatta?

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Hrabal: “Manuale dell’apprendista sbruffone”

di BOHUMIL HRABAL | (Testo scritto nel 1970, pubblicato in MicroMega, n. 3/95, traduzione di Annalisa Cosentino)

Sono un estimatore del sole nei ristoranti all’aperto, un bevitore della luna che si specchia nel selciato bagnato, cammino eretto e diritto, mentre mia moglie, a casa, benché sobria, fa atti mancati e barcolla, una descrizione piena di humour dell’eraclitiano panta rei mi scorre alla gola e tutti i ristori del mondo sono come un gruppo di cervi agganciati per le corna dei discordi, la grande scritta Memento mori che alita dalle cose e dai destini umani è un motivo per bere sub specie aeternitatis, il cimitero di Olšny, la prigione di Pankrác e via Bartoloméjská altrettanto, sono perciò un dogmatico dell’allergia allo stato fluido, la teoria del giunco e della quercia per me è una forza motrice, sono un urlo umano atterrito, che si dissolve in un fiocco di neve, vado continuamente in fretta, per poter sognare due o tre ore al giorno inattivamente attivo, perché so bene che la vita umana è breve e passa mentre si mescolano le carte, che forse sarebbe meglio se fossi lavato via, buttato via dentro un fazzolettino, talvolta mi atteggio come se stessi fiutando un milione, anche se so bene che alla fine vincerò una merda che ride, che la festa è cominciata con una stilla di seme e finirà nel crepitio del fuoco, da inizi così belli così belle conclusioni, dietro un visetto grazioso si può amare l’allegra madrina Morte, annaffio le piante quando piove, nel luglio afoso mi tiro dietro lo slittino di dicembre, nei caldi giorni estivi, per rinfrescarmi, mi bevo i soldi destinati al carbone per scaldarti d’inverno, tremo continuamente di paura perché la gente non trema di paura per quanto la vita è breve, è così poco il tempo, finché ce n’è abbastanza, per le follie e l’ubriachezza vivo i mattutini postumi di sbronze come campioni nient’affatto privi di valore, anzi, come valore assoluto di un trauma poetico con un accenno di insania, che va assaporata come una santa colica epatica, sono un albero frondoso pieno di occhi attenti e sorridenti, occhi sempre in stato di grazia e come assi appaiati di accidenti e incidenti, che gioia, su un vecchio fusto giovani ramoscelli, che godimento il riso delle foglie appena nate sui giovani rami, il mio clima è il tempo variabile di aprile, una tovaglia sbrodolata è la mia bandiera, nella cui ombra ondulata provo non solo allegra euforia, ma anche slittamento e resurrezione, quel dolore sordo alla nuca, quell’orribile tremito della mano, con i denti mi tiro via dalle zampe piccole schegge di vetro e i residui dell’esuberante notte precedente, ogni mattina mi stupisco di non essere ancora morto, sono sempre in una condizione di morosità, potrei crepare prima di aver fatto follie a mio piacimento, non mi considero un rosario, ma un anello della catena spezzata del riso, il più fragile grano determina la forza della mia immaginazione dissipatrice, è qualcosa in me di castrato, qualcosa che è e allo stesso tempo indietreggia verso il passato, per essere catapultato nel futuro compiendo un arco, nel futuro che poi mi distoglie completamente da labbra ed occhi bramosi, tanto che divento strabico, vedo doppio come attraverso la calcite islandese, oggi è ieri e l’altroieri è dopodomani, perciò sono un produttore di affrettati giudizi sintetici, assaggiatore e sommelier di uno spazio adulterato, considero la sclerosi e la demenza e il balbettio infantile come l’inizio di possibili scoperte, con la giocosità e il gioco trasformo la valle di lacrime in riso, scongiuro la realtà e lei non sempre mi dà un segno, sono un timido capriolo nella radura di un’aspettativa sfacciata, sono la solida campana dell’imbecillità incrinata dal fulmine della conoscenza, l’oggettività in me assurge alla soggettività estrema, che considero un’aggiunta alla natura e anche alle scienze sociali, sono un genio negativo, un bracconiere nelle riserve della lingua, sono il guardaboschi dell’ispirazione piena di humour, una guardia giurata sui campi delle barzellette anonime, l’assassino delle buone idee, il guardiano dei dubbi vivai della spontaneità, eterno amatore e dilettante dell’idiozia e della pornografia, eroe dell’insensatezza pensante, precipitoso crocifero di parallele anticipate, che vuol mangiare una fetta di pane spalmata sul burro dell’infinito, che vuol bere da un boccale la panna dell’eternità subito, ora, e ora e mai più, quindi mai, reputo la spiegazione sbagliata delle parole di Cristo il fascino dei testi apostolici, una trina di Bruxelles inzuppata nelle bave di un epilettico, frantumi di ghiaccio sulle sponde di un torrente invernale sono il mio ornamento, contro il quale ci si può ferire, io sono depressione e spleen e prostrazione, i preparativi al salto di testa contro il muro sono la prova, continuamente rimandata, che si può vivere diversamente da come ho vissuto finora, sono un nevrotico che gode di ottima salute, un insonne che si addormenta profondamente solo sui tram e si lascia così portare fino al capolinea, sono una grande presenza di piccole aspettative e di attesi grandi crack e fiaschi, su un orizzonte grottesco vedo altri orizzonti di minuscole provocazioni e di scandali in miniatura, perciò sono un clown, un animatore, un narratore e un istitutore, proprio come un grande detrattore e delatore di me stesso, redattore di lettere minatorie senza firma, considero le notizie prive di valore un possibile preambolo alla mia costituzione, che cambio di continuo, che non posso mai aver finito, nel progetto di un ombra tracciata lievemente scorgo una costruzione gigantesca, anche se è una piccola tomba di bambino sprofondata da tempo, sono un signore incinto di giovinezza che invecchia già, la mimica e la lingua sono la grammatica in movimento di un gergo interiore, una fetta di polpettone caldo e un bicchiere di birra fredda in mezz’ora riescono a transustanziarmi la materia in buon umore, che metamorfosi a buon mercato, e il primo miracolo è venuto al mondo, una mano posata su una spalla amica è per me la maniglia che apre la porta della beatitudine, dove ogni oggetto amato è il centro del paradiso terrestre, il cuore della natura è lo stato accessibile del bodhi, in cui nel pensiero si può amare una vagina riluttante e ostinata, avvolta per di più nelle più belle curve di carne, verbum caro factum est, il cannibalismo raggiunto a secco, senza prete e senza diploma di maturità, tristi occhi di mucca che si sollevano curiosi sopra le sponde dei camion, sono i miei occhi, una giovenca minorenne attesa da macellai con coltelli luccicanti, sono io, una cinciallegra con le ali rovesciate svuotata in una sera gelata in un secchio d’acqua fredda, sono io, la fiamma a cui ritornano vespe fedeli, per morire bruciate insieme alle altre nel nido che arde, questo è l’abbozzo di un’idea abbastanza precisa di favi che bruciano pieni di un miele preparato solo e soltanto per me, sono dunque un membro corrispondente dell’Accademia della sbruffoneria, un allievo della cattedra di euforia, il mio dio è Dioniso, un leggiadro giovane ubriaco, l’allegria che si è fatta uomo, il mio padre della chiesa è l’ironico Socrate, che con pazienza attacca discorso con chiunque, per portarlo con la lingua e per la lingua fino alla soglia stessa del non sapere, il figlio primogenito è Jaroslav Hašek, inventore da storielle da osteria e geniale viveur e scrivano, che con l’afrore dell’uomo ha reso umani i cieli prosaici e ha lasciato la scrittura agli altri, con gli occhi sbarrati fisso le pupille blu di questa Santa Trinità, senza aver raggiunto il culmine del vuoto, l’ebbrezza senza alcol, l’istruzione senza il sapere, inter urinas etfaeces nascimur ed è come se le nostre madri ci avessero partorito a cavalcioni direttamente nei forni crematori, o in tombe ricoperte di erbetta, sono un toro dissanguato dal riso, al quale qualcuno con un cucchiaino mangia il cervello come un gelato.

Cameriere, ci sarebbe un’altra porzioncina di gulasch?

P.S. Quando analizzo questo testo, che dovrebbe fare da postfazione a questo libro, un testo che ho scritto in cinque ore in pause irregolari mentre spaccavo la legna e tagliavo l’erba, un testo che ha il battito rallentato della scure verticale e la melodia della linea orizzontale di una falce austriaca, devo distinguere tra le frasi defluite come somma di esperienza interiore e quella che ho ricavato dalla lettura. Devo elencare le frasi di autori che, dal momento in cui le lessi, mi affascinano al punto che mi dispiace non averle inventate io stesso. “Non mi considero un rosario, ma l’anello di una catena spezzata” è una variazione rovesciata del nietzschiano “non sono l’anello di una catena, ma la catena stessa”. “Ogni oggetto amato è il centro del paradiso terrestre” è esattamente Novalis. “Verbum carofactum est” è S. Giovanni, “la Parola fu fatta carne”. “Dioniso, l’allegria che si è fatta uomo” è Herder. “Inter urinas et faeces nascimur” dovrebbe essere S. Agostino, “nasciamo tra feci e urine”. E malgrado ciò siamo bellissimi. “Le nostre madri ci partoriscono a cavalcioni in tombe aperte” è uno scolastico spagnolo, di cui ho dimenticato il nome. Eppure siamo magnifici e, dunque, qui. Questo è tutto.

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Sandro Penna: poesie (e una nota di Cesare Garboli)

di CESARE GARBOLI
La poesia di Sandro Penna (qui a fianco in una foto del 1974, ndr) è fatta del ricordo di cose presenti, nasce dalla vicinanza e dalla lontananza, dal dilatarsi e accorciarsi gommoso di sensazioni che appartengono a un presente che è sempre già passato e a un passato fulmineo e istantaneo come il presente. Così la pendolarità di felicità e frustrazione trova un correlativo immediato nella fatalità meteorologica, e nel rapporto tòpico (che è una specie di spago col quale Penna cuce moltissime delle sue poesie) interno/esterno, ambiente chiuso e plein air. Mentre tutto il sistema penniano ruota intorno a una solarità che fa pensare a uno stupore da primitivo («sole» è parola-tema di Penna, le estensioni meteorologicamente metonimiche dell’oscurità (sera, notte, luna, stelle, pioggia, nubi) si fanno carico dell’interiorità con cui la vita si ritira nell’ombra dopo le «solari gesta» e le «solari prodezze» del giorno, e rinuncia a se stessa per il bisogno non meno vitale di ricontemplarsi e di ricordarsi.

Penna si è fatto interprete non della novità del linguaggio poetico italiano del Novecento, ma – che non è meno importante – del suo destino di putrefazione. Ci sono poeti di tale forza innovatrice da cambiare quasi di colpo i codici costituiti; e ci sono poeti inamovibili dall’antichità, così fedeli alla tradizione da scenderne giù come le pecore dai tratturi. Penna è poeta di questa razza; poeta di registro linguistico piccolo-borghese, dannunziano e pascoliano, inesplicabile in un secolo che ha fatto del linguaggio uno strumento non di lode, ma di concorrenza col mondo. Uno dei motivi che hanno tenuto Penna lontano dai centri di maggior traffico della cultura italiana negli ultimi cinquant’anni, è stata la sua disappartenenza al moderno, la sua natura, in contrasto con la sua psicologia, di epigono, di poeta sopravvissuto. Il fatto è che le radici di Penna si perdono poi così lontano da elevare la potenza del suo italiano qualunque e da trasformare lo scintillio moribondo in un valore storico, in una contraddizione occulta e predestinata come una malattia. La poesia di Penna presuppone il grande serbatoio pascoliano – «ascolto i miei pensieri / piegarsi sotto il vento occidentale» – e nasce dall’oscuro nesso vita-sogno, da perdite di memoria e pronti rimedi dannunziani di stile panico («Nel cuore è quasi un urlo / di gioia. E tutto è calmo»). Ma Penna non fa mai ricordare i modelli. Penna trascrive direttamente dal vissuto, riducendo a pochi suoni inimitabili una tastiera letteraria fatta di combinazioni miracolose di grazia visiva, pennello impressionista, traduzione «greca», stile narrativo, canzonetta sentimentale. Ricchissimo il movimento emotivo, in pendolo tra la meraviglia di vivere e il confuso dolore da piede gonfio; e mobilissima la variabilità, la temperatura, l’intonazione, sempre in equilibrio fra lo stupore onirico, la battuta gnomica, il tono fatale, il sottinteso ironico, e soprattutto il decreto di legge esistenziale da idolo impenetrabile col volto pieno di rughe. Penna è poeta molto chic; col passare degli anni, ha poi sostituito a linee musicali di una certa evanescenza una franchezza ritmica che si esalta nella precisione di segno degli «appunti», nella semplicità oracolare, per così dire, del distico e della quartina.

Sandro Penna: Poesie

 

Sole con luna, mare con foreste,
tutt’insieme baciare in una bocca.
Ma il ragazzo non sa. Corre a una porta
di triste luce. E la sua bocca è morta.

 

***

 

O mia vita felice cui confido
ogni mia dolce pazzia solitaria.
***

Le nere scale della mia taverna

tu discendi tutto intriso di vento.
I bei capelli caduti tu hai
sugli occhi vivi in un mio firmamento
remoto.
Nella fumosa taverna
ora è l’odore del porto e del vento.
Libero vento che modella i corpi
e muove il passo ai bianchi marinai.

 

***

 

Era l’alba su i colli, e gli animali 
Era l’alba su i colli, e gli animali
ridavano alla terra i calmi occhi.
Io tornavo alla casa di mia madre.
Il treno dondolava i miei sbadigli
acerbi. E il primo vento era si l’erbe.

Altissimo e confuso, il paradiso
della mia vita non aveva ancora
volto. Ma l’ospite alla terra, nuovo,
già chiedeva l’amore, inginocchiato.

Cadeva la preghiera nella chiusa
casa entro odori di libri di scuola.
Navigavano al vespero felici
gridi di uccelli nel mio cielo d’ansia.
***

 

Quando tornai al mare di una volta 

Quando tornai al mare di una volta,
nella sera fra i caldi viali
ricercavo i compagni di allora…

Come un lupo impazzito odoravo
la calda ombra fra le case. L’odore
antico e vuoto mi cacciava all’ampia
spiaggia sul mare aperto. Lì trovavo
l’amarezza più chiara e la mia ombra
lunare ferma su l’antico odore.
***

 

Ero solo e seduto. La mia storia 
Ero solo e seduto. La mia storia
appoggiavo a una chiesa senza nome.
Qualche figura entrò senza rumore,
senz’ombra sotto il cielo del meriggio.

Nude campane che la vostra storia
non raccontate mai con precisione.
In me si fabbricò tutto il meriggio
intorno ad una storia senza nome.
***

 

Felice chi è diverso 
Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.
***

 

Da “Una strana gioia di vivere”

XVII 
Cercando del mio male le radici
avevo corso tutta la città.

Gonfio di cibo e d’imbecillità
tranquillo te ne andavi dagli amici.
Ma Sandro Penna è intriso di una strana
gioia di vivere anche nel dolore.

Di se stesso e di te, con tanto amore,
stringe una sola età – e te allontana.
***

 

XXVII

Come è bella la luna di dicembre
che guarda calma tramontare l’anno.
Mentre i treni si affannano
a quei fuochi stranissimi ella sorride.

 

***

 

XXIX

Come è forte il rumore dell’alba!
Fatto di cose più che di persone.
Lo precede talvolta un fischio breve,
una voce che lieta sfida il giorno.
Ma poi nella città tutto è sommerso.
E la mia stella è quella stella scialba
mia lenta morte senza disperazione.

Pubblicato da Giuseppe Genna , Domenica 21 Dicembre 2003