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DeLillo: i racconti de “L’angelo Esmeralda”

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L’uscita della raccolta di racconti L’angelo Esmeralda di Don DeLillo (Einaudi, 19 euro, traduzione di Federica Aceto) consegna una galassia di fantasmi a un lettore che, a mio modo di vedere, è il lettore di questo tempo, se questo tempo ancora mantenesse in vigore il canone di lettura. Si tratta evidentemente di predilezioni personali, quanto a poetiche e stile, se a me pare di affrontare (in continuità con Body art, Cosmopolis e Punto Omega, mentre L’uomo che cade è a mio avviso un libro di passaggio e fondamentalmente un fallimento) un testo decisivo in cui gli spettri umani parlano senza dire o dicendo troppo, mentre lo spessore psicologico ed esistenziale va riducendosi a sfondo della scena, elemento invalicabile però arretrato per fare sbalzare altro. Cosa sia questo “altro” ho tentato in maniera idiosincratica di spiegarlo affrontando il tema del Personaggio Vuoto (un saggio in quattro tappe qui raggiungibili). Responsabile di un’autentica tradizione che va da Melville a James alla grande poesia americana (Wallace Stevens su tutti, mi pare), DeLillo include in questa linea la letteratura di Virginia Woolf e di tutta la famiglia che tende alla metafisica narrativa, che in Franz Kafka ha il suo insuperabile modello. Come in Kafka, “L’angelo Esmeralda” presenta spunti e brani che finiranno per contribuire alla genesi o al metabolismo narrativo delle grandi opere pubblicate dall’autore italoamericano. 31vw0O8RB-L._SL500_AA300_Il fatto che siano pezzi composti in un lungo arco di tempo mi pare costringere il lettore ad attribuire al tempo stesso un valore differente da quello della semplice storicizzazione: c’è una coerenza, una cifra che supera lo scorrere degli anni e costituisce una prova ulteriore della metatemporalità compositiva, la quale sarà più da osservare in termini evolutivi interni all’opera che in scansioni storiche collocabili con precisione. Non mi soffermerei sulla natura limbica dei personaggi e dei dialoghi di DeLillo, che sfiorano il giro filosofico di un pensiero che annulla le proprie possibilità linguistiche – rimango invece alle reazioni che si sono date all’uscita del libro in America e all’apparizione ancora priva di traduzione, riprendendo un bell’articolo di Roberto Bertinetti, apparso sul Messaggero a fornire un bilancio sulla raccolta che era ancora scevro dalle categorie prettamente italiane: una ricezione nuda ed esplorativa dei racconti di Don DeLillo. [gg]

 

DeLillo e quell’oscuro senso di fatalità
Esce la prima raccolta di racconti

Lo scrittore americano torna al tema del destino
di ROBERTO BERTINETTI | da Il Messaggero, 14 Novembre 2011

 

Si intitola «The Angel Esmeralda» la prima raccolta di racconti pubblicata da Don DeLillo, apparsa venerdì scorso negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Lo scrittore americano ha deciso di riunire nove vicende composte tra il 1979 e il 2011: alcune erano giù uscite su piccole riviste, altre sono inedite.
Per ragioni che John Banville sul Financial Times ha definito «incomprensibili ai comuni mortali, forse esoteriche», il volume è composto da tre parti: due storie nella prima, tre nella seconda, quattro nella terza. Non ci sono, comunque, suddivisioni di ordine cronologico oppure tematico e DeLillo non offre alcun indizio sui motivi della scelta. Il tratto comune è costituito dallo stile: ancora una volta dominano l’influenza del «nouveau roman» francese e l’estetica del postmoderno, movimento di cui DeLillo è uno dei padri fondatori nell’ambito della narrativa di lingua inglese.
I temi affrontati in «The Angel Esmeralda» sono ben  Uno dei racconti («Midnight in Dostoevskij») sembra una sorta di manifesto estetico, prezioso per far luce sull’idea di letteratura cara a DeLillo. Il personaggio principale è un docente di logica che nel corso di una lezione spiega agli studenti: «Tutto quello che accade ha un senso, ma nonostante gli sforzi di centinaia di filosofi nel corso dei secoli non siamo ancora riusciti ad afferrare il bandolo della matassa della vita». Parole che ricordano quelle pronunciate dallo scrittore dopo l’uscita del suo romanzo «L’uomo che cade», in cui trovava spazio la tragedia dell’11 settembre: «Ho voluto raccontare al mondo una favola triste – disse allora – per dar conto della fragile precarietà che ci tormenta e del nostro disperato, ma testardo, tentativo di costruirci un’identità solida a dispetto del disordine che ci circonda».
I racconti di «The Angel Esmeralda», hanno sottolineato i critici statunitensi e britannici, offrono un’ottima sintesi della narrativa di DeLillo: ogni vicenda ha origine da un evento di portata storica di cui vengono esaminate le ricadute nel quotidiano, illuminando così i destini di uomini e donne che al lettore offrono, attraverso i loro gesti e le loro idee, la chiave per provare a comprendere il senso complessivo di una caotica contemporaneità.
Non mancano, poi, riferimenti alla matematica, disciplina da sempre cara a DeLillo e al centro di «La stella di Ratner», un romanzo del 1976 da poco tradotto per la prima volta in Italia (Einaudi, 479 pagine, 24 euro). In questo libro Billy Twillig, genio precoce capace di vincere un Nobel ad appena quattordici anni, viene rapito da agenti di un paese non precisato e condotto in una località asiatica senza nome per decifrare un mistero: il significato di un segnale radio inviato da una lontana stella che si chiama, appunto, Ratner. E’ possibile che i numeri del segnale celino un messaggio inviato da un’intelligenza aliena che desidera un contatto? E, in caso di risposta positiva, come inviare una replica comprensibile?
Una chiave per comprendere il libro ci viene offerta da un discorso di Henrik Endor, uno dei maggiori scienziati viventi che incontra Billy dopo aver fallito nel tentativo di decifrare l’enigma. «La matematica – gli spiega – è l’unica forma di avanguardia rimanente nell’intera provincia delle arti. E’ arte pura, ragazzo. Arte, scienza e linguaggio insieme. Perse le sue ali dopo la scomparsa dei babilonesi. Ma emerse di nuovo con i greci. Andò giù nell’età oscura. Musulmani e indù la fecero andare avanti. E ora, per fortuna, è tornata più luminosa che mai». Portare la matematica in letteratura e viceversa: è questo l’intento di DeLillo, una scommessa difficile e rischiosa che tuttavia riesce a vincere in virtù di una straordinaria abilità tecnica. Che poi quella privilegiata da DeLillo sia la strategia migliore per riassumere le paure dell’America di oggi, o abbia invece ragione Jonathan Franzen quando in «Le correzioni» e in «Libertà» dilata invece di distillare è solo una questione di gusti letterari. Ma è a queste opere che occorre guardare per capire le cause della fragorosa rivoluzione antropologica, sociale e politica di un paese che, precisa De Lillo, «ha perso la capacità di immaginare il futuro e subisce le conseguenze di un’eccessiva fiducia riposta nella tecnologia e nel capitalismo».

L'anno luce · Libri

La fuga di Ratzinger ne “L’anno luce”

Benedetto-XVI

 

[In un romanzo assai particolare, postborghese e deragliato nei tempi, L’anno luce, affrontai il problema di un’allegoria che utilizzasse la figura dell’allegorizzato – e scelsi Ratzinger, che allora era da poco asceso al soglio pontificio che oggi abbandona. Numerose, quindi, le citazioni e i brani in cui Benedetto XVI appare: per esempio, in uno dei due esergo del libro, che peraltro chiude, con una predica fantascientifica e silente davanti a una piazza San Pietro assolutamente vuota. In mezzo, un dialogo altamente distopico con il pontefice prima dell’elezione, quando ancora è il potente Cardinale che sa di essere sul punto di essere nominato e discute col Profeta, uno dei protagonisti del romanzo, amministratore delegato di una compagnia telefonica internazionale. Ecco tre tranci da quel romanzo, attualmente fuori catalogo]

Primo esergo

l_anno_luce_di_giuseppe_genna__net_____8__9006“Non considerare il potere, la ricchezza e il prestigio come i valori superiori della nostra vita, perché in fondo essi non rispondono alle attese del nostro cuore”
Benedetto XVI, udienza generale 1 giugno 2005

Nelle chiese abbandonate si preparano le nuove astronavi per viaggi interstellari

I preti avevano atteso anni per avanzare la pretesa della paga.
Il Profeta si disse disposto a pagare. Il denaro, dopotutto, non era suo. L’azienda aveva i suoi padroni, lui non era tra questi. Potevano andare tutti a farsi fottere. I preti gli garantirono la fuoriuscita, lo avrebbero appoggiato nella sua transumanza verso luoghi di potere meno esposti e più consoni alla sua anagrafe. Intravvedeva, visione confusa, il tempo del riposo, della meditazione: un ulteriore piacere.
Fu convocato. Non si attendeva una simile richiesta. Gli dissero che sarebbe stato un colloquio privato col Cardinale.
Questo Cardinale è un uomo centrale per la storia contemporanea e per l’imminente futuro non soltanto della Chiesa, ma dell’umanità intera.
Il Profeta era confuso dalla prospettiva del colloquio privato con quella leggendaria ed eminente figura: incontrare questo prestigioso Cardinale lo intimoriva e lo attraeva al tempo stesso. Per un breve colloquio, la vicinanza al Cardinale era un trofeo, per un lungo servaggio no. Non sapeva se quell’incontro avrebbe preluso a tale prospettiva.
Aveva, il Cardinale, fama di rigido custode della fede. La sua ascendenza sassone non faceva altro che aumentarne l’aura di severità e il sospetto di una durezza che gli ambienti vaticani sanno ritualmente dissimulare in protocolli di comodo e in smorfie di melensa accondiscendenza, assai distanti dall’empatia che governa le relazioni tra esseri umani. Il Cardinale si era conquistato onorificienze e altissimo rispetto in ordine ai suoi studi teologici. La mente raffinatissima era uno strumento perfetto al servizio di un’intenzionalità sempre irrevocabile. Imponeva il carisma dell’infallibità. Proponeva una versione della volontà alternativa a quella umana, più fredda e meccanica, assai simile al carattere con cui si svolgono le traiettorie degli asteroidi o funzionano gli ingranaggi del sottosuolo terrestre.
Faceva paura, insomma.
Era prossimo ma non organico all’istituzione ecclesiale che aveva preso in cura il rampollo debosciato del Profeta. Aveva cospirato per la santificazione del fondatore di quella prelatura specialissima – fondatore di origine mediterranea ma di atteggiamento tedesco. Sovrintendeva curialmente a tutto. Si esprimeva in un italiano morbido e sinuoso, lessicalmente prodigioso.
Questa la fama. La realtà era ben altra.
L’incontro avvenne in un dolce presera romano, nella luce che caracolla tra le vie antiche della capitale, della Gerusalemme occidentale in cui il Papato ha destinalmente scelto la sede del proprio tramonto.
La sede del priorato era augusta ma essenziale. A dispetto della facciata, l’interno sembrava l’azienda guidata dal Profeta. I materiali erano artificiali, il marmo era stato integrato con varianti pvc. I preti erano incredibilmente giovani, austeri e belli. Molti parlavano tedesco, alcuni addirittura latino.
Non ci fu da sottoporsi al rapido corso di comportamento che i maestri delle celebrazioni pontificie avevano impartito su due piedi in Vaticano. Il Profeta, accompagnato da un prelato affabile e sorridente, fu gentilmente fatto accomodare in una sala di attesa dalla cui finestra si osservavano platani neri. Infine fu fatto accomodare nella sala capitolare, estremamente bene illuminata e moderna, dove il Cardinale gli venne incontro abbracciandolo affettuosamente.
Conversarono amabilmente, assisi in poltrone dal design anni Sessanta.
La voce del porporato era candida come il suo aspetto. Le ricercatezze del suo lessico, che la stampa aveva di tanto in tanto enfatizzato, altro non erano che una loquela precisa e, si direbbe, quasi scientifica. Prive di emozioni e tuttavia circonfuse di una certa quale soavità, le espressioni del Cardinale non lasciavano spazio a sospetti o previsioni, equivoci o fantasie. Il suo sì era sì, il suo no era no. La sua lingua vibrava in consonanza di una presenza più intima ed estesa, non riconducibile alla corporeità: emanava una forma di beatitudine che in nulla aveva a che fare con l’isterica felicità che sempre si spera cogliere l’uomo. Era dunque una persona serena, gentile.
Fece le sue richieste, non fu come se impartisse un ordine. Specificò che i particolari delle intenzioni più riposte sarebbero stati rivelati dopo avere consumato la cena, intanto richiese l’appoggio del Profeta a un ingresso azionario consistente in Telekom da parte di laici prossimi a quella congregazione. Non fu neanche necessario rievocare le sfortune del figlio del Profeta, l’opera di salvaguardia a cui era stato sottoposto. Era chiaro che il Profeta scontava un debito con questi ecclesiastici. Il Cardinale accennò al futuro del manager: le grandi edizioni cattoliche che controllavano media televisivi e un quotidiano avrebbero accolto un professionista di tale caratura, ma era una soluzione in sottordine rispetto a un progetto più ardimentoso, disegnando il quale il Cardinale accennò a componenti politiche di primo piano, e trasversali: un ruolo eminente in una controllata statale italiana. Avrebbe avuto, il Profeta, tutto l’appoggio necessario.
Cenarono a un travertino sommariamente apparecchiato.
Mangiarono del fegato.
Il Cardinale bevve una soda al limone.
Dopo la cena egli spiegò che, sul breve periodo, era opportuno per tutti che gli inglesi non penetrassero tanto profondamente nel tessuto industriale e politico italiano. Il controllo della telefonia di una nazione è argomento delicato e va inquadrato in logiche più complesse di quelle commerciali. Finemente il Cardinale accennò a ragioni geopolitiche, al tradizionale conflitto che oppone Londra al Vaticano.
“E tuttavia – disse, con quel tono lieve e sommesso, ma geometrico – non è questo semplicemente il motivo per cui siamo interessati alla vostra azienda”.
“E quale, allora?” un poco si stupiva il Profeta.
Che candido sorriso, che beanza irradiava quel vecchio dolce! Gli occhi cerulei incantavano con uno sguardo maturo e non privo di un’innocenza tanto edenica da ipnotizzare mollemente il suo interlocutore… Un vecchio bambino: senex puer. Il risultato tanto difficile delle tecnologie della saggezza… Si sollevò dalla poltrona con la cautela degli anziani, prese per mano il Profeta: “Venga, ho qualcosa da mostrarLe…”
Lo guidò in corridoi bui.
Si incontravano pochi avventori.
Incedevano, silenziosi, il Cardinale che non stringeva la mano al Profeta ma solo l’appoggiava per condurlo, camminava felpato quai sembrava sfiorasse i pavimenti.
Addentrandosi in quel dedalo, i corridoi si facevano sempre più austeri e antichi. Sembrava di trascorrere attraverso gli intestini della storia umana: le pareti, settecentesche prima, andavano colorandosi e torcendosi in fantasie barocche secentesche, fino a esplodere in una galleria riccamente addobbata di dipinti prodigiosi del migliore Cinquecento, poi regredendo a una povertà di ornamenti sempre più essenziale, sempre più mistica. Fino a un chiostro: l’erba…
“L’erba, veda, è la nostra forma iniziale, dopo la minerale. Mi creda: l’evoluzione è altra da quel modello che abbiamo fantasticato…” diceva il Cardinale quasi sussurrando e dolcemente sorridendo, mentre guidava per gradini che scendevano sotto il livello di quell’orto, verso il buio, il Profeta.
E aprì una porta di metallo pesante, chiedendo l’aiuto al suo ospite. E una volta dentro gli mostrò il modello di cattedrale.
Era un sogno.
Una chiesetta minuscola, in stile trecentesco, con richiami patarini.
Sotto si allargava uno spazio gigantesco.
Era un’astronave. Immensa.
“E’ il futuro. E’ immenso. Lo conosciamo. L’abbiamo visto in sogni, in visioni. Profezie confuse e offuscate, che non lasciano però adito a dubbi. E’ nostro compito allargare questo presente perché accolga il futuro che abbiamo veduto. Abbiamo il dono di essere guidati. Potenze celestiali ci guidano e ci ammaestrano, in senso letterale, molto più di quanto laicamente si supponga. Gli angeli esistono. Anche gli arcangeli. E i troni, le dominazioni. Il Pontefice è il vicario di Cristo in terra. La Chiesa è una perché il Principio è uno. Il Principio ha creato con il suono e la forma questi tesori universali e la nostra missione è scoprire ovunque questo verbo che ci svela i segreti del nostro essere. Soltanto l’essere è segreto. Dio dice: ‘Io sono che io sono’. E’ fatto di ‘io sono’, come me e come tutti, è qui, presente, ci muoviamo in Lui, respiriamo in Lui, viviamo in Lui. Siamo nell’alienazione solo provvisoriamente. Non festeggiamo tanto la morte del Cristo, quanto la Sua risurrezione. Siamo più vivi che mai, viviamo nella vera Vita, il futuro è nostro.
Muteremo alcune istanze che vanno aggiornate.
I preti non vestiranno più di nero, ma con tonache celesti e sandali di cuoio dolce. Vivranno per le strade incontrando i discepoli che si chiedono con affanno: ‘Io chi sono? Cosa sono? Che significa che io sono?’. Porteranno acqua agli assetati. Apriranno a chi bussa chiedendosi cos’è questa sensazione che non ha nome ed esiste nel cuore, nel sacro cuore di ognuno: ‘io sono’.
Questo è il carisma universale: il nuovo, l’antico, il sempiterno.
Salveremo il pianeta, evangelizzando l’erba e i dolci animali. Non riusciremo nel nostro umano intento: il pianeta si rivolterà. E’ imminente. Io sarò il penultimo Pontefice. Tutto è previsto, è stato intravvisto. Assumerò un nome inaspettato, un numero romano cifrato. Sarò il penultimo Pontefice, quello dell’ulivo, cioè della beatitudine nella pace. Poi sarà la trasformazione e ci metteremo in viaggio.
La nave astrale si solleverà con immenso fragore, liberandosi delle zolle di terra, dei lastricati della città eterna. Nessuna città è eterna, tranne il fortilizio che chiamiamo ‘io sono’.
Strieremo il cielo di cremisi partendo.
Andremo verso ghiacci luminosi e zone irrespirabili.
Il sinodo si riunirà nella nuova arca. Saranno mistici criogenizzati, la rotta è segreta. Quando riapriranno gli occhi, condurranno la coscienza della nostra specie in zone mai prima toccate dai nostri limitati sensi. Tutto è fatto di coscienza, perché tutto ciò che esiste è, e l’essere è coscienza. La materia è coscienza dimentica di sé, che dorme. L’universo aspira al risveglio.
La teologia è un nascondimento. Lui ha detto: “Mio padre e io siamo Uno”.
La Chiesa è un nascondimento. Abbiamo nascosto per due millenni le pratiche di ascensione, celandole nella preghiera. L’ascensione è un simbolo e quindi è reale: ascenderemo, andremo nei cieli, solcheremo le atmosfere, addormentati in un sinodo criogenizzato, negli immensi sarcofaghi bianchi e ovulari che ci terranno a temperatura fissa, in un sonno da cui ci risveglieremo quando avremo raggiunto le mete previste, che la tradizione chiama ‘giardino’ o ‘eden’.
Santo viene dall’ebraico e significa: ‘separato’.
Tutto verrà rifondato, profondamente trasformato.
Le immense pareti in titanio della nave, vede?, sono la forma degli antichi colombari, la riedizione delle catacombe in cui abbiamo stipato i nostri antichi.
Noi siamo gli antichi. Essi vivono in noi. Come noi hanno sentito questa sensazione all’altezza del cuore e dei polmoni, in cui Iddio si manifesta, che è: ‘io sono’. Non hanno mai smesso di percepire questo: ‘io sono’. L’Antico dei Giorni è questo.
La fecondazione è sempre stata extraumana.
La morte è illusoria e facile come levarsi un vestito. Nascere è più complicato.
Il diavolo non è esterno, ma è interno: se io percepisco l’esterno, è perché c’è uno specchio interno, quindi il diavolo è già dentro.
Unde malum?, si chiese il mio amatissimo Agostino. Non lo sappiamo. La verità è sempre questa: non lo sappiamo. Io so che il non sapere è lo stato naturale e divino delle cose del mondo, delle cose dei mondi.
Niente sarà segreto, sarà tutto rivelato, e dopo l’ultima parola avrà sopravvento il beatissimo silenzio di gioia e beanza, che è lo stato naturale di tutte le cose e anche di noi.
Taciamo davanti all’opera umana, che è lo specchio della divina.
Siamo una febbre.
La Madre del Cristo veste di azzurro e noi vestiremo di azzurro.
Materia inerte, polarizzata senza contatto dal Principio: ecco la verità del simbolo, la radianza mariana, quella anomala maternità misteriosa.
Abbiamo in grande conto le donne.
I gradi più alti, cioè i più profondi, cioè gli occulti prima del trionfo e della rivelazione che chiuderà la storia di tutte le parole, sono donne e nessuno lo immagina.
Parliamo femmineo da secoli, noi preti: c’è un motivo.
Caricheremo la povertà nelle dottrine stipate in questo convoglio spaziale, perché l’umano è soltanto nella povertà.
Seguiremo certe rotte in diagonale.
Una moltitudine di cardinali, vescovi, semplici pastori, laici che continueranno la specie.
Iddio non ha sesso, l’essere non ha sesso, neanche noi. Noi polarizzati, momentaneamente. Tutto è transitorio e scorre, ma la sostanza che scorre non è transitoria: questo, il mistero.
Ci alzeremo che non era ancora l’alba, pronti per trasbordare, dentro l’utero artificiale. Verso le porte di Sirio. L’utero che avremo costruito debitamente, preparati per il viaggio, il lungo viaggio: questo, da sempre. Per non disperderci. Il lungo viaggio. In cui ci si perde. Seguiremo certe rotte in diagonale dentro la Via Lattea. Vi abbiamo parlato di mondi lontanissimi, da sempre, dell’amore che si fa in mezzo agli uomini, poiché noi non eravamo uomini. Di continenti alla deriva. Seguiremo per istinto le scie delle comete. Viaggiatori anomali in territori mistici. Viaggiatori mistici in territori anomali. Nel sonno, privi tempo e di spazio, effettueremo l’ulteriore corsa in vibrazioni aliene, nel grande mare della dissimulazione, che sveleremo al nostro risveglio.
La piccola chiesa sarà il centro dell’ultima cristianità.
I nostri avi hanno vissuto sull’Atlantide e soltanto negli ultimi tempi del periodo atlantideo gli uomini hanno cominciato a rassomigliare alle forme attuali. Presso gli uomini dell’Atlantide la testa eterica superava considerevolmente la testa fisica. Poi hanno finito per identificarsi. L’Atlantide era continuamente circondata dalle nebbie. Possedevano delle macchine volanti mosse dalle forze germinative di certi semi. Se ci si fermasse a respirare l’aria proveniente dalle sostanze in decomposizione che generano le nascite spirituali, si diventerebbe capaci di guarire. Respirare l’aria che emana da una decomposizione conferisce alla saliva la forza di unirsi alla vita della terra, per formare ciò che Cristo ha fatto sotto gli occhi del nato cieco e gli ha reso la vista.
Tutto ciò è molto oscuro.
Niente è oscuro.
Chiamiamo niente qualcosa che esiste. E siamo noi.
Il cattolicesimo appartiene al tempo, il cristianesimo appartiene all’eternità. Il cristianesimo sarà ringiovanito in una maniera straordinaria. La rivelazione non aveva detto ancora l’ultima parola. La dirà.
La grande fratellanza, dopo di me, la grandissima, solcherà gli spazi interstellari.
Questa è una nuova estetica, voi siete la componente di una nuova, straordinaria estetica” disse.

Senza fine oltre la fine

L’uomo-dio dai lombi larghi solleva la mano in un gesto misterioso e ha accanto la madre-donna misteriosamente fecondata, che si protegge con l’indice la guancia ed è protetta nelle gambe da un manto azzurro. Li sostiene una nube misteriosa. Un’aura misteriosamente radiante è in forma di mandorla luminosa alle loro spalle. Tutti gli anni luce convergono qui, nel gesto e nella mandorla e nel manto azzurro che non ha forma.
Gloria della continuità di essere.
Attorno all’uomo-dio e alla madre-donna è la folla di incarnati che si sono disincarnati morendo, e ora tornano nella luminosità dei loro corpi di gloria.
Sullo schermo l’azzurrità è immensa.
Non sono pronunciate parole.
Non sono fermi e neppure si muovono.
Più in basso a destra, molto sotto, l’uomo umano è oltre la disperazione, il volto crepato di terrore e pena, seduto, la mano sulla fronte e pensa nel terrore. Avvinti a lui un rettile verdastro e un cadavere grigiocenere: stanno per sprofondare, la destinazione è ignota. Tutto è ignoto.
Si incrociano nella radianza azzurra esili trombe sonanti, ma si ascolta qui soltanto il suono del silenzio.
La natura e la cultura indistinguibili, oltre le migrazioni della specie, in occasione dell’ultima allucinazione.
Questa è la Cappella Sistina in Roma.
E’ serrata ed è stato pronunciato l’extra omnes.
E’ il Conclave. Il penultimo.
I cardinali sono corpi adorni di porpora e bianco trinato, piccolini sotto l’affresco del Giudizio Universale, sotto le figure secondarie pitte nelle volte.
Si ascoltano i mormorii umani.
Il Cardinale sta per essere designato e non desiderava. E’, questo, il penultimo Calvario prima del grande esodo. Esige da sé una precisione teutonica nel sillogismo, la modulazione della sostanza pensativa che predilige e ha raffinato nel corso di decennali veglie notturne. Si è affinato nell’arte teologica, che lo conforta. Contempla segretamente azzurrità immense nel proprio intimo. I suoi capelli sono bianchi e candidi, il suo sguardo ha fama di raggelare e intimorire. Ha subìto due ictus che gli hanno addolcito il sorriso. La maschera facciale si è distesa inaspettatamente. La sua fede è estranea alle cose fisiche. Ha cavalcato la certezza a scapito della speranza: questo dicono gli uomini di lui. Conserva nella tasca sotto la porpora il bigliettino di un prelato tedesco che gli ha consigliato la speranza. Spera nonostante tutto sia previsto. L’uomo allucina. La speranza è un propellente allucinatorio.
Lo scrutinio volge al termine.
Viene pronunciato una volta di più il cognome razionale e duro del Cardinale. Non cacofonico, piuttosto l’impronta di una precisione che sembra sorpassare i limiti della specie e forare lo strato inquinante del linguaggio umano, questo effetto serra che obnubila l’immensa azzurrità.
Le cose umane si contraggono.
La conta è definitiva.
E’ eletto Pontefice.
Qualcosa accade.
Le azzurrità sono tremule e feconde.
E’ mariano.
Questa esposizione è un mistero nascosto.
Ognuno sarà nel suo grado, vi saranno molte dimore.
Il dio costituirà una folla di essenze radianti e turbinose, angeli e umani insieme, che glorificheranno il suo nome nell’assemblea degli spirituali.
Questa è l’assemblea.
Nella Sistina calano troni, dominazioni: è il ventre che sta ingravidando.
Il Cardinale non è più cardinale e non è ancora pontefice.
Pronuncia, al decano, che glielo domanda: “Sì”.
E’ trasformato.
E’ compiuto.
Il mondo è rinnovato.
Noi eravamo come bambini prima di discernere bene e male. Eravamo come bambini, discernendo bene e male, prima di comprendere che essi modulano un’unica radianza, fatta di “io sono”. “Io sono” è la natura e la cultura congiunte in mistiche, beanti nozze.
Il nuovo Papa entra nella Stanza delle Lacrime e piange.
Si scioglie nella trasformazione. Metamorfosi sta arrivando.
Entrano, lo vestono.
Lui vuole urlare: “Amici!”. Lui vuole urlare: “Aiuto!”.
Passa la porta dello spavento supremo.
Per cunicoli lo guidano verso la folla, duecentomila persone assiepate nella piazza dedicata a San Pietro, stipate nell’utero del colonnato eretto dallo scultore Bernini.
Roma è ingravidata dentro il mondo rinnovato.
Nella stanza buia enorme al primo piano, verso il balcone che dà centrale sulla piazza, la finestra è aperta e il cielo è bianco.
Ha scelto il nome Benedetto. Il giorno del giudizio universale, l’uomo-dio dice a chi sta alla sua destra: “Venite, Benedetti”. Lui è ora Benedetto, non è più il nome precedente.
E’ il teologo trasformato.
Sta crescendo in lui, mentre compie i passi verso la finestra, il crisma stellare.
Viene investito da un eccesso.
Transumanare, dirlo a parole, non si potrebbe.
E’ investito dal carisma mentre si affaccia e trattiene le lacrime. Il crisma e il carisma si abbracciano e trapassano in forma di neutrini, a flussi potenti, la sua membrana corporea.
Lui, disadatto al corpo, solleva un poco goffe le braccia e simula una vittoria.
Osservando il centro vuoto delle sue pupille si intuisce la forma nitida delle stelle.
I primi saranno quelli che precedono l’uomo-dio, saranno rapiti sulle nubi fino all’etere, saranno portati sulle ali del vento. I cieli e la terra saranno incandescenti. Gli uomini fuggiranno. Il tempo non è profondo e neanche lo spazio e non vi saranno né tempo né spazio.
Il dio rinchiuderà le potenze demoniche in un’unica spaventosa Geenna.
Il suo regno non avrà fine.
Non ci sarà fine.
Non esiste più la fine.
Disse: “Seguimi ancora, e ti mostrerò quanto devi apertamente narrare e riferire”.
Udii parole che all’umano non è lecito profferire.
Il nuovo Papa parla e dice: “Vi amo”. Dice: “Amo”. Mistero dell’amore. La folla lo investe con un nuovo carisma e lui scioglie le membra e si trasforma. Diventa beanza. Nessuno nella piazza, duecentomila persone, capisce cosa significhi: “Amo”. E’ oltre le equazioni. Non riescono a definirlo, a contrarlo in una forma. Colui che mi ama non pronuncia le mie parole: le osserva.
Il Papa Benedetto solleva la mano nella gratitudine che invita. E’ come lo spazio tutto in cui tutto accade senza che lo spazio obietti alcunché o pronunci una parola. Non c’è fine né paura.
Andiamo oltre il limite, nella sostanza eterea, poi sciogliamo quella e non è più niente ed è.
Il Papa Benedetto è anziano e bambino, candido con la papalina bianca nella testa bianca, indistinguibile. Il suo riso è bambino, il suo sguardo si stupisce oltre la fine, è senza fine.
Era il Cardinale nella storia nostra e ora è trasformato.
Sorridendo è solo come nella piazza non fosse alcun umano, fossero migrati, ominidi confusi, via, verso sconosciuti Bering, allucinando. E’ solo e spalanca il suo manto e sotto il manto non vi è il corpo e si vede l’universo e tutte le stelle.

Luce – bianca, intensa.