Mese: aprile 2013

Con Costantino all’iper: “Fate parte dell’ambaradàn”

contantinoelimperoprima puntata di GIUSEPPE GENNA
a cui segue una seconda di MICHELE MONINA

E’ domenica, il 6 febbraio dell’anno domini 2005, sono le sette. Del mattino. Milano è una lastra di piombo allo zero di Kelvin. Il motorino è congelato come uno Stecco Algida (sorbetto al citrone, bastoncino di liquirizia). Sono in ritardo, Michele mi ammazza. Viale Sabotino è allo zenit atomico: non ci sono nemmeno le ombre dei massacrati stampate sui muri. Non passano tram. Non c’è un bar aperto. Alla fine trovo Valentino: è un cinese, ha un caffè verso Porta Romana, si fa chiamare Valentino perché il suo nome cinese è impronunciabile. Il cappuccino sa di candeggina: i sali di lavaggio della macchina del caffè.
Mi chiedo: ma perché tutto questo?
Mi rispondo: perché stamattina comincia il tour negli ipermercati. Andiamo, io e Michele, a presentare Costantino e l’impero in un iper da qualche parte sulla Milano-Genova (questo qui).
Perché ci è venuta questa idea? Nei Settanta avrei risposto: perché è politico farlo. Ora rispondo: perché siamo due idioti.
E, al momento in cui medito in questo modo davanti alla faccia roditrice del cinese, nemmeno so che io & il mio socio stiamo per spaccare lo schermo tv: entriamo in Twin Peaks, abbandoniamo il divano e andiamo a conoscere per davvero il Nano della Stanza Rossa.
Dobbiamo andare non sappiamo dove.
E’ sempre così. Prima di chiudere le bozze del libro su Costantino, ci è capitato di andare da uno che voleva venti milioni per consegnarci le supposte (no, aspettate, segue un sostantivo, questo era solo un aggettivo!) le supposte ecografie del feto del figlio di Costantino e della fidanzata di Costantino (non Alessandra, ma quella vera, quella di prima), che poi sarebbe stato abortito per problemi di isteria da carriera (i problemi erano della ragazza, la carriera di Costantino, l’isteria di entrambi: sempre secondo questo qui che ci aveva contattati). Beh, ci siamo persi: non le ecografie, ci siamo proprio persi noi, in quel di Lambrate.
Poi ho riconosciuto il Regno del Wurstel, una specie di pub davanti al deposito dei tram di Lambrate, allora siamo usciti dal dedalo e ci siamo ritrovati. Il Regno del Wurstel me lo ricordavo perché, un capodanno, finii in una festa assurda in piazzale Loreto, dove avevano appeso il Duce (nel piazzale, non alla festa). C’era la prestanome che possedeva apparentemente il Regno del Wurstel, col fidanzato mafioso, che possedeva davvero il Regno del Wurstel ed era vestito come Francis Turatello. In quella festa si sciava. Davvero.
Comunque prendiamo l’autostrada per Genova, passando accanto alla birreria Woodstock, dove il mio amico Brunetto frantumò la mano a un mio compagno di filosofia, mentre io discutevo di Sendero Luminoso con una cameriera andina. Però, prima dell’autostrada, passiamo accanto al PalaNonmiricordocomesichiamaora, enorme struttura che pare il gioco del pirata (quello della botte con i coltelli da infilare nelle fessure, in plastica, e, a un certo punto, scatta una molla, salta fuori un pirata, andava negli anni Ottanta), dove si tengono concerti. Il volto di Michele si illumina (è difficile che il volto di Michele si illumini: Michele è il sosia di Bin Laden a cui hanno fatto una permanente, è impossibile che gli si illumini il volto, se non altro per la carnagione scura. Anche io ho la carnagione scura e ormai tutti i marocchini di Milano mi approcciano in marocchino, pensano che sia uno di loro. Domenica avevo paura che ci fermasse la polizia, sembravamo due kamikaze diretti a un checkpoint israeliano). Il volto di Michele si illumina per un motivo: al PalaPirata, lui ci ha lavorato.
Elizabeth Niqvist, svedese, era quella con cui lavorava Michele. Si trattava dell’amministratore delegato di Spray, il portale svedese che aveva comprato Clarence quando lavoravo a Clarence. Era una donna altissima che sorrideva sempre e diceva sempre: “E’ bèlìsimoh!”. Il periodo svedese di Clarence fu una specie di hellzapoppin esistenziale. Elizabeth Niqvist, un giorno, mi convocò con aria afflitta nel suo ufficio di capobanda delle sintassi aziendali e mi fece sedere. Per la prima volta il suo sguardo era grave. “Ci siamo, mi licenziano” pensai. No: era afflitta perché non aveva ricavato una sauna nell’ufficio, una sauna per i dipendenti, mi aveva convocato per dirmi che le dispiaceva. Una volta venne giù dalla Svezia il superpresidente, che aveva otto anni meno di me, somigliava a Zuerbriggen bambino, andava blandito, voleva vedere il derby a San Siro, ci andammo (finì zero a zero). Io mi ritrovai seduto accanto a Elizabeth Niqvist, in onore della quale Roberto Grassilli aveva inventato Kanea, esilarante azienda di arredamenti di massa che promuoveva i prodotti locali dell’Ismizia, la nazione del celebre pino peloso (quando diramammo il comunicato che Kanea veniva quotata in Borsa, un quotidiano finanziario milanese riprese la notizia). Elizabeth, mentre Coco svariava sulla fascia, mi disse che suo marito di lavoro faceva l’architetto di campi da golf. Lo disse poi anche a Michele, quando Spray crollò e la Niqvist andò a dirigere un portale musicale costituito dagli articoli del solo Michele. E’ a questo punto, dunque, che Michele mi chiede, vedendo il PalaQualcosa: “Che fine ha fatto Elizabeth Niqvist?”.
Proseguiamo.
Non ci rendiamo conto che l’aere va facendosi sempre più brumoso, mentre ci avviciniamo alla meta. Abbiamo infatti scoperto che l’ipermercato dove presentiamo Costantino e l’impero sta a Voghera. Il pubblico sarà costituito in gran parte da casalinghe di Voghera. “Casalinga di Voghera” è una popolare espressione per definire i sottoculturati, che fu forgiata dal famoso snob Alberto Arbasino. Siamo entusiasti di andare a Voghera a presentare un libro all’ipermercato alle dieci di domenica mattina.
Faccio a Michele: “Mi hanno telefonato dei produttori tv, vogliono che faccia un soggetto. Mi danno duecento milioni forse”.
“Chi sono?”
“Quelli dei film di Tirabassi…”
“Tirabassi chi?”
“Quello della Squadra“.
“No, quello di Distretto di Polizia“.
“Insomma, quello che ha fatto in tv, come si chiama, il giudice…”
“Bassolino”.
Non era Bassolino, era Borsellino, ma ormai è fatta. Io e Michele trascorriamo un quarto d’ora a elaborare il soggetto di una fiction su Canale 5, prima serata, 35% di share, dedicata a Bassolino: gli anni della terza mozione, lo scontro col migliorista Morando, l’approdo a Napoli, Ermanno Rea e la dismissione di Pozzuoli, Nino D’Angelo lo minaccia perché lo manda Morando, la Jervolino ha un transistor al posto delle corde vocali, Antonio Franchini e la nonna nel romanzo su Siani, Bassolino che prova un giorno a farsi biondo coi riccioli, il progetto di un’Area 52 a Secondigliano, un piatto di maccheroni con il cianuro nel pecorino, i portaborse.
Di colpo, non vediamo più niente.
White out.
Tutto è bianco, come la democrazia cristiana.
Una parete spessa, umida, impenetrabile. Siamo dentro lo spettro.
E’ la bennota nebbia padana.
La nuova auto di Michele, che col libro su Vasco Rossi (Vasco chi?) deve essere diventato ricchissimo, è un prototipo Nasa, un rover da spedire prossimamente su Titano. Quindi abbiamo caldo. Però tutto diventa inquietante.
Arriviamo al casello, c’è l’organizzatore che ci attende.
Scendiamo.
“Ciao!” ci fa, “fuori sono quattro sotto zero”.
L’avevamo capito.
“Si sta alzando la nebbia”.
Ma va’.
“Dopo di voi, viene Faletti, all’iper”.
Hola del Genna e del Monina.
“E’ l’inaugurazione dell’apertura con sconto domenicale, oggi. Voi fate parte dell’ambaradàn”.
Voi. Fate. Parte. Dell’. Ambaradàn.
“Andiamo, si va per due chilometri fino alla rotonda, poi prendiamo la tangenziale intorno a Voghera”.
La. Tangenziale. Intorno. A. Voghera.
“Un altro chilometrozzo e siamo arrivati. Questa che vedete non è neve: è galaverna”.
“?”
“Seguitemi!”.
Lo seguiamo.
Nella foschia, densa quanto un milkshake, a un certo punto Michele vede nel retrovisore una macchina coperta di neve e guidata dallo Yeti. Poi guarda avanti e intuisce due archi d’oro: “E’ un McDonald”.
“Impossibile. Sarà la Fortezza Bastiani. Questo è il deserto dei tartari”.
Non sopportiamo, entrambi, la salsa tartara finta nel Big Mac. Siamo in mezzo a campi sterminati, piatti quanto le mie ex fidanzate, è impossibile che si erga qui nel nulla un McDonald.
Infatti non si erge nel nulla.
Si staglia davanti a Disneyland.
Non è Disneyland: è l’ipermercato.
centroMontebello_8Abbiamo macinato chilometri dicendoci che è ovvio che alla presentazione non ci sarebbe stato nessuno. Chi vuoi che ci sia a un ipermercato a Voghera alle dieci della domenica mattina?
Te lo dico io chi c’è: c’è la popolazione del comasco e del biellese messi insieme.
Un parcheggio immenso, gremito di SUV e neoutilitarie.
Un termitaio. Sodoma e Gomorra fanno il solletico, all’iper di Voghera. Città del Messico che parla pavese.
Questo, ci dirà un ventinovenne pelato con un golf e l’influenza, è il terzo ipermercato che hanno costruito in Italia, lo hanno inaugurato nel 1974.
Questa, è archeologia.
Scendiamo dall’auto. Straparliamo. Io fumo inalando l’Himalaya. Michele, che viene da Ancona, dice che viene da Ancona.
All’entrata, ai lati del portale con cui si fa ingresso nell’iper, ci sono due abnormi cataste di legna: tagliata in segheria e impacchettata nella plastica.
“La vendono?” chiedo all’organizzatore dell’ambaradàn.
“Penso” dice.
Mi volto verso Michele: “E’ Twin Peaks. Mancano i nani”.
Entriamo e la prima cosa che vediamo sono due anziani coniugi affetti da nanismo, che faticano a spingere a quattro mani un carrellone strapieno di merce, che li sormonta.
Il nano Mannuzzu, figura centrale della criminalità di Calvairate, che è uno dei personaggi fondamentali di Costantino e l’impero, è anche qui: a Voghera, tra le casalinghe.
AVVERTENZA: QUESTA E’ LA PRIMA META’ DEL REPORTAGE CHE GENNA&MONINA HANNO DECISO DI PUBBLICARE SUI MISERABILI, PER TESTIMONIARE DEL LORO TOUR DI LETTURE E PRESENTAZIONI NEI TEMPLI DEL CONSUMO DI MASSA. LA SECONDA PARTE, SCRITTA DA MICHELE MONINA, ANDRA’ ON LINE QUANDO PARE A MICHELE. AVANZIAMO IN QUESTA SEDE LA RICHIESTA UFFICIALE AL NOSTRO UFFICIO STAMPA: VOGLIAMO ANDARE A PRESENTARE COSTANTINO E L’IMPERO ALL’IKEA DI CARUGATE, NELLA SEZIONE IN CUI SONO ESPOSTE LE LIBRERIE BILLY. SE NON OTTERREMO CENNI DALL’UFFICIO STAMPA, TRARREMO LA CONCLUSIONE CHE L’UFFICIO STAMPA NON HA LETTO FINO IN FONDO QUESTO NOSTRO CONTRIBUTO, NON CI BADA, E ALLORA CI VADA LUI LA DOMENICA ALLE DIECI ALL’IPERMERCATO DI VOGHERA.
Note tecniche dell’ipermercato dove siamo andati
Il Centro Commerciale Montebello dove siamo andati è situato nel comune di Montebello della Battaglia (PV), all’incrocio di importanti vie di comunicazione dell’Oltrepò pavese. Nasce nell’anno 1974 il nucleo iniziale costituito da un ipermercato e alcuni negozi e successive evoluzioni porteranno nel 1991 alla nascita di un Centro Commerciale integrato con circa 30 negozi.
Il complesso commerciale è frequentato da circa 5,3 milioni di visitatori all’anno, con una media giornaliera di circa 16.500 visitatori, ed è dotato di una vasta area destinata al parcheggio con 2600 posti auto gratuiti di cui 800 coperti.
Su un’area totale di mq. 185.000 c.a, l’area edificata complessiva è di mq. 45.000 c.a. e le principali attività del Parco commerciale sono:
– Ipermercato ad insegna IPER del gruppo Finiper di 13.000 c.a. mq.;
– 3 medie superfici specializzate interne: ad insegna “Media World” (hi-fi ed elettrodomestici), “Sorelle Ramonda” (abbigliamento), “Ristò” (ristorante self-service);
– 7 medie superfici specializzate esterne: ad insegna “Iper Express – I Doc” (Acque minerali-Vini), “Castorama” (bricolage), “Botanic” (piante e giardinaggio), “Longoni sport” (articoli sportivi), “Norauto (accessori per auto), “Mc Donald’s” (fast food), “Medusa Multicinema” (Multisala cinematografica); all’interno del complesso gravitano altri importanti punti di servizio quali una pompa di benzina “Shell” e un autolavaggio “Royal wash” .

  • segue
  • [pubblicato su Web il 8.2.2005]

Con Costantino all’iper: la seconda puntata

contantinoelimperodi MICHELE MONINA

La prima puntata di questo reportage si trova qui e l’ha scritta Giuseppe Genna. Il soggetto del reportage è la prima presentazione di Costantino e l’impero, che Monina&Genna hanno effettuato a un ipermercato di Voghera, domenica 6 febbraio 2005.

È sabato sera. Sono a casa a guardare L’infedele di Gad Lerner. Qui dovrebbe finire un mio pezzo sullo stato della cultura italiana. È sabato sera e sono a casa casa a guardare L’infedele di Gad Lerner. Invece è solo l’inizio, l’inizio della mia personale fine, e della fine del mio socio, Giuseppe. Dico che sono a casa a guardare L’infedele non per ricollocarmi in una fascia alta, non me ne fotte nulla della fascia alta. Lo dico perché i fatti qui raccontati, come spesso capita, sono stati annunciati da un’epifania televisiva, tra un commento spiritoso di Piero Fassino, e una sparata filocomunista di Alemanno. Tra una ghignata di Renato Farina e il commento sagace di De Cecco, economista abruzzese che si chiama come la pasta.
L’infedele parla dei DS. Sono bastate poche battute per stendere mia figlia, che per di più ha la febbre. Mia moglie resiste, ma le sue difese immunitarie sono vilipese da Gad Lerner, e infatti domani avrà anche lei la febbre. I miei coglioni sono scesi in cortile a fumare una sigaretta, ma piuttosto che vedere Telefaidate mi vedrei anche la rassegna stampa di Retequattro. Ecco l’epifania. Arriva sotto forma di spot. E come tutte le epifanie non la riconosco come tale. Dice che da domani, domenica 5 febbraio, iniziano le aperture domenicali all’Ipermercato. Ci sarà una grossa promozione, dice l’epifania. Verrà emesso un buono pari al 25% dell’importo speso durante le aperture domenicali, un buono che si potrà utilizzare all’Ipermercato in un’altra occasione, anche se nessuno specifica di che occasione si tratti. Penso che è una delle pubblicità più brutte che mi siano capitate di vedere, ma arriva lo spot del Processo di Biscardi, giunto alla venticinquesima edizione, e mi devo ricredere. Io voglio andare al Processo di Biscardi, questo è il vero scopo della mia vita. Come il vero scopo della mia carriera di scrittore è quello di scrivere la biografia di Carlos Aguilera, meglio noto come Pato. Ma questa è un’altra storia.
È domenica mattina. Dentro casa ci sono sedici gradi, perché la sera spengo sempre i termosifoni, vecchio retaggio della mia provenienza medioborghese. Mi lavo controvoglia. Non perché non abbia voglia di lavarmi, ma perché non ho la minima voglia di uscire di casa. La domenica mattina alle otto, penso, nessuno dovrebbe uscire di casa, tantomeno per andare a presentare un libro in un Ipermercato. Io ne vado a presentare addirittura due, figuriamoci. Sono livido. Nel senso che la mia carnagione scura tende vagamente al grigio. Sono anche livoroso, perché quando devo fare una cosa che non vorrei fare tendo a cercare colpevoli. Il colpevole in realtà esiste, ed è il mio ufficio stampa. È stata sua l’idea di presentare il libro dentro un Ipermercato. La domenica mattina. A febbraio. Il mio ufficio stampa deve morire. È questo che penso mentre mi vesto, controvoglia. Inizialmente avevo pensato di vestirmi in stile rockstar. Tanto per creare un po’ di scenografia con Giuseppe. Lui si sarebbe vestito elegante, col completo grigio, e io avrei indossato i miei pantaloni di pelle nera, la maglia nera e il maglione nero. Su tutto il mio cappotto di pelle nera. Insomma, mi sarei presentato vestito da rockstar. Avrei anche messo gli occhiali a specchio, tanto per completare il quadro. Invece alle otto di domenica mattina non me ne frega niente della scenografia. Metto quello che capita, che è poi il mio solito modo di vestire. Mia moglie dorme, quindi non può protestare per la mia sciatteria. Mia figlia, dorme anche lei. Salgo le cinque scale del mio letto a soppalco, le saluto come se andassi in guerra. Ancora non lo so, ma in effetti sto andando in guerra.
Sono a piazza Cinque Giornate. La mia Seat Alahmbra (non ho idea di dove si debba mettere l’acca), frutto degli introiti del mio libro su Vasco Rossi, è parcheggiata di fianco alla Coin. Giuseppe è in ritardo. Non me ne frega niente. Anzi, dentro di me spero che gli sia successo un imprevisto, magari un incidente col motorino. Qualsiasi cosa pur di non andare fino a Montebello di Battaglia a presentare il libro di Costantino. La radio spara la mia compilation “on the road”. Adesso c’è Favourite Game dei Cardigans. Giuseppe arriva. Fingo di essere felice di vederlo. Sale, e mi dice che ancora non si è abituato all’idea di vedermi con una monovolume.
Partiamo. A Milano non c’è nessuno. Questa non è una notizia. Nessuno può essere in giro di domenica mattina a quest’ora.
Spiego a Giuseppe che l’organizzatore dell’evento mi ha telefonato circa quindici volte, nel corso degli ultimi due giorni. Uso la parola “stalker”, ma non la faccio cadere dall’alto. Gli dico che mi ha detto in tutte e quindici le telefonate a quale uscita della Milano-Genova ci aspetta, ma non riesco a memorizzare quel nome. Giuseppe parla di difese del mio subconscio.
Imbocchiamo la tangenziale all’altezza di Famagosta. Subito passiamo davanti al Filaforum di Assago. Mi illumino. Non capita spesso che io mi illumini, ma mi illumino. Anche se mi illumino come un neon, come fossi una cucina degli anni settanta cantata da Luca Carboni in una sua canzone triste. Io lì dentro ci ho lavorato. È successo esattamente quattro anni fa. Ero il Project Manager del portale del Filaforum di Assago. Avevo anche dei biglietti da visita che dicevano che ero il Project Manager del portale del Filaforum di Assago. Visto che quasi nessuno di quelli che mi conoscono riuscivano a credere che io, proprio io, potessi essere manager di alcunché, ho usato tutti i biglietti da visita dell’azienda per convincere i miei amici che non stavo scherzando. Del resto il mio lavoro era poco più che questo, convincere i miei amici che qualcuno mi pagava per essere manager di un team costituito da me e basta. In pratica io ero il portale del Filaforum di Assago. Io decidevo che pezzi andavano messi online e io li scrivevo. Poi tanto il portale non era ancora online, quindi poco cambiava. Il mio lavoro al Filaforum di Assago è durato sei mesi, il tempo di impostare il portale, metterlo in rete e chiuderlo. Il tempo di vedermi i concerti di Eros Ramazzotti, Limp Bizkit, Madonna e pochi altri. A quei tempi mia moglie era incinta. Anche adesso che passo davanti al Filaforum di Assago, all’alba di una domenica mattina che, lo giuro, dubito vedrà mai il sole sorgere completamente, mia moglie è incinta. Chiedo a Giuseppe che fine abbia fatto Elisabet Niqvist, l’amministratore delegato ai tempi in cui ero Project Manager. Non lo sa, ma entrambi esprimiamo la massima ammirazione per il lavoro del marito, uno che progettava i campi da golf. Diciamo pure che se uno un lavoro così lo racconta in giro, nessuno ci crede, pensano a una trovata avant-pop.
Imbocchiamo l’autostrada. Nel mentre parliamo di una telefonata che ha ricevuto Giuseppe da parte del produttore di Distretto di Polizia. Non so perché ma confondo Borsellino con Bassolino, e da lì partiamo col progetto di uno sceneggiato in due puntate, da trasmettere il lunedì e il martedì, su Bassolino, interpretato da Giorgio Tirabassi. A interpretare la Jervolino chiameremmo la Pandolfi.
Bassolino assorbe tutte le nostre attenzioni. Il che è un bene. O un male. Infatti non ci accorgiamo che tutto intorno a noi l’aria si è fatta bianchissima. Sembra di essere due Warren Beatty in Il paradiso può attendere. Tutto si fa bianco e noi siamo in paradiso. Il paradiso è l’uscita della Milano-Genova dove ci aspetta l’organizzatore dellevento. Lui è Dio, o forse San Pietro. Non ricordo il nome dell’uscita, e non lo ricordo neanche un attimo prima di imboccare la rampa di uscita. Riesco nell’impresa solo perché il tipo continua a telefonarmi al cellulare per sapere a che punto sono. Mi sento Keanu Reeves in Matrix, rispondo al telefono ed entro nella Matrice. Tutto è perfetto, tutto è bianco. E qui non ci sono gatti che passano due volte, non ci sono deja vu.
Scendiamo dalla macchina per conoscere San Pietro.
“La nebbia si sta alzando,” dice.
“Sono sei gradi sotto zero, stamattina,” dice.
Mia moglie, Annette Benning, mi aspetta a casa. Io sono in paradiso.
“Oggi è il giorno di apertura dell’Ipermercato. È una cosa importante, ci sono le offerte, voi fare parte dell’ambaradan,” dice.
Poi ci spiega come seguirlo. Lo seguiamo, e solo in questo momento mi torna in mente l’epifania di ieri sera. Lo spot dell’Ipermercato. Noi siamo parte dell’amabaradan.
La nebbia è granitica. Ma io ho una Seat Alahmbra e la nebbia mi fa una sega.
L’Ipermercato ci si palesa sottoforma della EMME del Mc Donald’s.
Parcheggiamo dalla macchina.
“Qualcuno deve pagare, per tutto questo,” dico.
“Qualcuno deve morire,” ripeto.
Entriamo nell’Ipermercato, che è una sorta di cittadella molto più grande e abitata di una qualsiasi cittadella.
La prima cosa che io e Giuseppe vediamo è un carrello stracolmo di spesa spinto da una coppia di nani. Ora, se io dico che la prima cosa che vediamo è un carrello stracolmo di spesa spinto da una coppia di nani, ne sono sicuro, nessuno ci crederà mai. Tutti penseranno che sono cazzate. Che è un’allucinazione dovuta ai sei gradi sotto zero. Che è un vezzo da scrittori. Ma noi vediamo davvero un carrello stracolmo di spesa spinto da una coppia di nani. E poi stringiamo un sacco di mani. Mani di amministratori delegati, mani di direttori del personale. Mani di passanti. Arriviamo all’ingresso del supermercato contenuto dentro l’ipermercato. C’è un megacartellone con le copertine del libro di Vasco e del libro di Costantino e ci sono i nostri due nomi. Siamo parte dell’ambaradàn, ci ripetiamo come un mantra.
Io devo pisciare, temo per problemi legati al freddo e alla prostata.
Non piscerò di qui a due ore.
Ci avviciniamo al luogo dove si terrà la presentazione. Ci sono una quarantina di sedie bianche, da giardino. E poi, in fondo, ci sono tre poltrone di pelle. Sono identiche alle panchine del Delle Alpi, quelle dove ultimamente staziona permanentemente Alex Del Piero.
Ci sediamo. Io sono alla destra dell’organizzatore dell’evento. Giuseppe alla sinistra.
Davanti a noi ci sono una ventina di persone sedute. Di lì a poco moriranno sommerse dalle nostre parole, ma questo, loro, non lo sanno.
Oltre a loro c’è un viavai di gente impressionante. Centinaia di persone che passano, si fermano, stazionano per un po’, prendono in mano il nostro libro e se ne vanno.
“Poi magari lo lasciano nel banco dei surgelati,” ci ha detto un uomo pelato, sui ventinove anni, poco prima di cominciare. Lui è il capo, qui. Uno che ci ha spiegato come l’Ipermercato sia il vero centro cittadino della provincia. Come lo sia diventato per colpa degli amministratori locali, quegli stessi amministratori locali che si lamentano del fatto che nessuno bivacca più nei centri dei paesi che loro amministrano. Quei centri dove i negozi e i bar sono stati sostituiti da banche.
“Tu da che parte stai, dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti rubando,” mi viene in mente. È una frase di una canzone di De Gregori, decisamente fuoriluogo.
È invece più consona la frase, che in realtà non ricordo bene, di Perché no?, di Battisti. Una canzone dei tardi anni 70 in cui si parlava di far la spesa ai centri commerciali una volta al mese. Io sono di Ancona, e negli anni 70 non esistevano Centri commerciali. Lo dico, ma nessuno mi sta a sentire.
Comincia la presentazione. Il nostro presentatore nel presentarmi dice che sono un ex cantante, coprendomi di ridicolo. Diverse persone si fermano, convinte che Giuseppe sia in realtà l’onorevole Landolfi di Alleanza Nazionale. O che io sia Bin Laden. Alcuni pensano che ci sia Landolfi che presenta il libro che Bin Laden ha scritto su Costantino. Nessuno sembra meravigliarsi di niente.
Il nostro presentatore, impietoso, fa domande su domande. Ha diversi fogli davanti a sé, tra cui uno su cui campeggia l’inquietante scritta “delineare le finalità editoriali della Marco Tropea editore.” Per presentare il nostro libro dice che Repubblica, proprio ieri, ha pubblicato una recensione del nostro libro nelle pagine di Cultura dal titolo “Le avventure di Costantino eroe da Ipermercato”. Il nostro presentarore ammicca. Fa intendere che fosse un messaggio subliminale, che fosse una pubblicità occulta all’apertura domenicale dell’Ipermercato, che fosse parte dell’ambaradan.
Io e Giuseppe siamo schiacciati dal fuoco di domande. Io, involontariamente, assumo la stessa posizione che Costantino ha in copertina del nostro libro. Giuseppe dice che nessuno scrittore può più assumere quella posizione. Dentro di me dico che anche Giuseppe deve morire.
La mia attenzione si concentra sulla pagina di Repubblica che il nostro presentatore ha più volte sbandierato di fronte all’uditorio. C’è la recensione del nostro libro, poi c’è un pezzo sul femminismo, credo. Ci sono braccia levate al cielo con le mani congiunte a forma di rombo. Gli indici che toccano gli indici, i pollici che toccano i pollici. È un’ora e mezzo che parliamo di libri in un Ipermercato con davanti una foto di gente che inneggia alla figa.
Io e Giuseppe siamo morti. Kate Ann Moss, da qualche parte, sta chiamando ai nostri telefoni, per riportarci sull’astronave di Zion, ma i nostri telefoni sono spenti.
Arriva il momento delle domande. Un ragazzo parla di prodromaticità. È il primo che cadrà sotto i colpi della mia furia cieca, penso.
Un signore con un loden blu si avvicina al palchetto. Afferra il microfono e, facendo riferimento al commento di Giuseppe riguardo l’attentato mafioso di cui fu vittima Costanzo nei prima anni 90, dice, “Se la mafia ti vuole uccidere, ti uccide.”
Finisce l’incontro. La prossima volta ci sarà Faletti, dice il nostro presentatore.
Stringiamo altre mani.
Devono morire tutti, penso. Voglio la testa del mio ufficio stampa su un vassoio di argento.
Sono la Salomé di me stesso.
Il signore col loden blu si avvicina. Dice la stessa cosa di prima.
Giuseppe chiede lumi.
“No, è che io sono stato in Sicilia, anni fa…”
Giuseppe di illumina.
“Ho fatto cose, in Sicilia, anni fa…”
Il nostro ospite dice, “Lavorava nel Sismi.”
Anche a questa cosa qui, pensiamo all’unisono, non crederà mai nessuno.
Vado a pisciare, non ne posso più.
Prima di entrare nei bagni incontro tre donne di una certa età. Hanno tutte e tre il cappotto col collo di pelo. Sono tutte e tre nane.
Il nostro ospite ci invita a pranzo. Accampiamo scuse improbabili. I nostri telefoni suonano. Rispondiamo. È il segnale. Scappiamo.
Mentre andiamo verso l’autostrada mi accorgo che dietro di noi, in una berlina grigia, c’è il tipo dei servizi.
Al primo incrocio lui gira a sinistra, noi tiriamo dritti.
Qualcuno pagherà per tutto questo.
AVVERTENZA: IL NOSTRO UFFICIO STAMPA NON VERRA’ UCCISO, E’ TUTTA FICTION, NOI SIAMO EROI DA FICTION. ANZI, CHIEDIAMO SCUSA AL NOSTRO UFFICIO STAMPA, PERCHE’ NELL’AVVERTENZA IN CALCE ALLA PRECEDENTE PUNTATA DI QUESTO REPORTAGE AVEVAMO MESSO IN DUBBIO LA SUA BUONA FEDE, IPOTIZZANDO CHE NON ARRIVASSE FINO IN FONDO NELLA LETTURA DI QUESTO IMPORTANTE CONTRIBUTO CHE E’ IL NOSTRO REPORTAGE. CONTINUIAMO A DESIDERARE ARDENTEMENTE UNA PRESENTAZIONE DI COSTANTINO E L’IMPERO NELL’AREA DI VENDITA DELLE LIBRERIE BILLY PRESSO L’IKEA DI CARUGATE BRIANZA. L’ALAHMBRA DI MICHELE MONINA NON ESISTE, SIAMO ANDATI A VOGHERA A BORDO DELLA SUA HARLEY DAVIDSON, ED E’ QUESTO IL REALE MOTIVO PER CUI SIAMO INCAZZATI, ABBIAMO PRESO UN FREDDO BECCO AD ANDARE IN MOTO LI’. ADORIAMO KEN IL GUERRIERO E CI SIAMO COSTITUITI IN ASSOCIAZIONE PER LA DIFESA DEI CONSUMATORI DI LETTERATURA, COL NOME SCUOLA DI OKUTO. RIBADIAMO CHE TUTTO QUANTO ABBIAMO SCRITTO (ELIZABETH NIQVIST E SUO MARITO ARCHITETTO DI CAMPI DA GOLF, I DS, I NANI, L’ANZIANO AGENTE DEL SISMI, LO SCENEGGIATO SU BORSELLINO, LA RECENSIONE SU REPUBBLICA, LA SOMIGLIANZA CON BIN LADEN E L’ONOREVOLE LANDOLFI, IL VENTINOVENNE PELATO) E’ TUTTO STORICAMENTE COMPROVABILE, NONOSTANTE NOI DUE SOCI SIAMO EROI DA FICTION.

Nisargadatta Maharaj: “L’Illuminazione non esiste”

nisargadattada Nessuno nasce, nessuno muore. Insegnamenti di Nisargadatta Maharaj a cura di Ramesh Balsekar – Edizioni Il punto d’incontro, 1992

Maharaj dice spesso che pochissimi di coloro che vengono da lui sono novizi nel campo della conoscenza spirituale. Generalmente sono persone che hanno viaggiato in lungo ed in largo in cerca della conoscenza, che hanno letto molti libri, incontrato molti Guru e che hanno una certa idea del tutto, ma raramente una chiara visione di ciò che hanno cercato.
Molti di essi non esitano a riconoscere che tutti i loro sforzi si sono dimostrati vani e che si sentono frustrati e delusi. Ci sono alcuni che si chiedono persino se hanno rincorso una semplice illusione. Comunque, a dispetto di tutta la loro frustrazione e depressione, sembra che sappiano che la vita ha un significato ultimo.
Maharaj è profondamente interessato a questi visitatori e ha una particolare disponibilità per essi, ma ignora totalmente coloro che vengono da lui per vana curiosità o con lo scopo di poter poi parlare di lui ad una festa con l’attitudine “sono più santo di te” o forse con condiscendenza.
Infine, c’è un tipo di persone – gli intellettuali cotti a metà – che vengono da Maharaj a mettere alla prova la loro “conoscenza” accumulata e quando rispondono alla solita domanda di Maharaj sul loro retroterra spirituale, costoro raramente tralasciano di menzionare, con orgoglio, la lunga lista di libri che hanno studiato e di santi e saggi che hanno incontrato.
Maharaj riceve queste informazioni con un sorriso birichino e potrebbe dire qualcosa che gonfierebbe ulteriormente il loro ego. Per esempio potrebbe dire: Bene, allora oggi avremo una conversazione insolitamente elevata. Oppure potrebbe dire: Bene, devo dire che oggi siamo tutti onorati dalla tua presenza e potremmo imparare qualcosa di nuovo. O potrebbe dire: Ho studiato soltanto sino alla quarta elementare ed ora eccoti qui, laureato in filosofia con tutte le Upanishad sulla punta delle dita; com’è gratificante!
Mentre le discussioni procedono, ci sarà una vasta gamma di reazioni da parte di questi luminari. Alcuni di essi inizieranno dal campo di conoscenza in cui si considerano più o meno allo stesso livello di Maharaj. Poi, nel giro di pochi minuti, l’enorme differenza diventerà così ovvia che cominceranno ad adottare un atteggiamento di umiltà ascoltando, piuttosto che parlando. Presto realizzano quanto è vuota la loro pedanteria e la pignoleria delle loro teorie e dei loro concetti.
Un mattino, arrivò da Maharaj una donna europea. Lodò profusamente il libro Io Sono Quello e disse che era una grande fortuna essere in grado di porgere i suoi omaggi a Maharaj, di persona. Aveva viaggiato in lungo ed in largo, aveva incontrato molti insegnanti spirituali, ma non aveva mai sentito di avere trovato ciò che stava cercando ed era ora sicura che la sua ricerca era finalmente terminata ai piedi di Maharaj.
Evidentemente aveva avuto alcune “esperienze” che altri Guru avevano probabilmente catalogato come prova del suo “progresso” spirituale. Ella cominciò a narrare queste esperienze a Maharaj molto dettagliatamente. Maharaj ascoltò ciò che stava dicendo per alcuni minuti e poi la interruppe chiedendo:

Dimmi, chi ha avuto queste esperienze? Chi si è sentita compiaciuta da queste esperienze? In assenza di che cosa queste esperienze non sarebbero affatto sorte? Esattamente, dove compari tu in queste esperienze? Durante questo periodo piuttosto lungo di addestramento spirituale, qual è l’identità che sei stata in grado di scoprire come tu?
Ti prego, non pensare nemmeno per un momento, disse Maharaj, che io intenda insultarti, ma devi veramente ottenere delle risposte chiare a queste domande prima di poter decidere se stai procedendo nella giusta direzione. Nell’attuale situazione tu sei come una bambina di cinque anni che sia stata abbigliata con bei vestiti e graziosi ornamenti.
Quella stessa bambina tre anni prima avrebbe ignorato i bei vestiti e i begli ornamenti, o li avrebbe accettati come un fastidio forzato imposto dai suoi genitori, ma ora, dopo il condizionamento ricevuto nel frattempo, la bambina non vede l’ora di uscire per rallegrarsi dell’invidia delle sue piccole amiche che non possiedono quegli abiti eleganti.
Ciò che è accaduto, tra l’infanzia e la fanciullezza, è esattamente l’ostacolo per vedere la tua vera natura. L’infante, a differenza del bambino, trattiene ancora la sua personalità ed identità soggettiva. Prima del condizionamento fa riferimento a se stesso così com’è, si considera semplicemente un “oggetto”, non come “me”, il conoscitore/soggetto. Pensa profondamente a ciò che ho detto. L'”entità” personale e l’illuminazione non possono andare insieme.
Se, dopo ciò che ti ho detto, decidi di continuare a farmi visita, ti devo mettere in guardia, disse scherzosamente Maharaj: non soltanto non acquisirai nulla, ma perderai qualunque cosa hai “acquisito” con così tanto sforzo negli ultimi anni. Inoltre, perderai persino il tuo sé! Quindi, sei avvisata! Se continuerai a visitarmi, arriverai alla conclusione che non c’è “me” né “te” che cerca l’illuminazione.
In effetti non esiste una cosa come l'”illuminazione”. La percezione di questo fatto è in se stessa illuminazione.

La donna sedette persa nel suo pensiero. La sovrastruttura di preconcetti che aveva costruito così assiduamente negli anni era stata scossa fin dalle fondamenta. Congiunse le mani in omaggio a Maharaj e chiese il permesso di fargli visita giornalmente sino a che era a Bombay.
“Sei la benvenuta” disse Maharaj.

Alexander Lowen: da “Paura di vivere”

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di ALEXANDER LOWEN | Da Paura di vivere (Astrolabio-Ubaldini Editore)

41v8ASduhtL._SS500_Di solito non si definisce la nevrosi come paura della vita, ma è proprio questo che è: il nevrotico ha paura di aprire il proprio cuore all’amore, paura di scoprirsi o di farsi valere, paura di essere pienamente se stesso. Possiamo spiegare queste paure da un punto di vista psicologico: aprendo il proprio cuore all’amore, si diventa vulnerabili alle ferite; scoprendosi, ci si espone al rifiuto; facendosi valere, si rischia di essere distrutti. Ma questo problema ha un’altra dimensione. Per un individuo, avere una vita più intensa o più sensazioni di quanto non sia abituato è fonte di paura, perché ciò minaccia di schiacciare il suo Io, di oltrepassare i suoi limiti e di indebolire la sua identità. Essere più vivi e avere più sentimenti fa paura. Una volta mi sono occupato di un giovane che presentava una forte insensibilità corporea. Era teso e contratto, gli occhi erano spenti, il colorito terreo, la respirazione superficiale. Grazie a una respirazione più profonda e ad alcuni esercizi terapeutici, il suo corpo acquistò una maggiore sensibilità. Gli occhi gli brillavano, il colorito si ravvivò, provò sensazioni stimolanti in alcune parti del corpo e le gambe cominciarono a vibrare. Ma allora, mi disse: “Questa è troppa vita. Non posso resistere”.
Credo che, in gradi diversi, siamo tutti nella situazione di questo giovane. Vogliamo essere più vivi e sentire di più, ma ne abbiamo paura. La nostra paura della vita si rivela nel nostro continuo affaccendarci per non sentire: corriamo per non affrontare noi stessi, ci diamo ai liquori o alle droghe per non percepire il nostro essere. Poiché abbiamo paura della vita, cerchiamo di controllarla o di dominarla. Crediamo che essere trasportati dalle emozioni sia nocivo o pericoloso. Ammiriamo le persone calme, che agiscono senza emozionarsi. Il nostro eroe è James Bond, agente segreto 007. Nella nostra cultura si dà importanza all’azione, al fatto compiuto. L’individuo moderno è tenuto ad avere successo, non a essere una persona. Egli appartiene alla ‘generazione attiva’ il cui motto è fare di più, ma sentire di meno. Questo atteggiamento caratterizza gran parte della sessualità moderna: più azione, ma meno passione.
A prescindere da quanto bravi possiamo essere nel lavoro, come persone siamo un fallimento, e io credo che la maggior parte di noi senta il fallimento dentro di sé. Percepiamo indistintamente il dolore, l’angoscia, e la disperazione esistenti appena sotto la superficie, ma siamo decisi a vincere la debolezza, a superare le paure e sormontare le angosce. Per questo i libri su come migliorare se stessi o su come fare una data cosa sono così popolari. Purtroppo, questi sforzi sono destinati a fallire perché essere una persona non è qualcosa che si può fare; non è un atto definito: è un qualcosa che ci obbliga a interrompere il nostro lavoro frenetico, a prendere il tempo di respirare e sentire. Questo può farci sentire dolore, ma se abbiamo il coraggio di accettarlo, proveremo anche piacere. Se sappiamo far fronte al nostro vuoto interiore, riusciremo a realizzarci. Se siamo in grado di andare in fondo alla nostra disperazione, scopriremo la gioia. E in questa impresa terapeutica abbiamo bisogno di aiuto.
È destino dell’uomo moderno essere nevrotico, avere paura della vita? La mia risposta è sì, se consideriamo l’uomo moderno appartenente a una cultura i cui valori dominanti sono il potere e il progresso. Poiché questi valori caratterizzano la civiltà occidentale nel ventesimo secolo, ne risulta che ogni persona che vive in questa civiltà è nevrotica.
L’individuo nevrotico è in conflitto con se stesso. Una parte del suo essere cerca di dominarne un’altra. Il suo Io tenta di sottomettere il corpo; il suo pensiero razionale, di controllare le emozioni; la sua volontà, di superare paure e angosce. Sebbene questo conflitto sia per lo più inconscio, il suo effetto è di esaurire le energie di una persona e di distruggere la pace della mente. La nevrosi è conflitto interno. Il carattere nevrotico assume forme diverse, ma tutte implicano una lotta all’interno dell’individuo tra quello che è e quello che crede di essere. Tutti i nevrotici sono coinvolti in questa lotta.
Come nasce questo stato di conflitto interno? Perché è destino dell’uomo moderno soffrirne? Nel caso individuale la nevrosi nasce nel contesto familiare. Ma la situazione familiare riflette quella culturale, perché la famiglia è soggetta a tutte le forze della società a cui appartiene. Per capire le condizioni esistenziali dell’uomo moderno e per conoscerne il destino, dobbiamo cercare le cause del conflitto nella nostra cultura.
Conosciamo bene alcuni conflitti nella nostra cultura. Per esempio, parliamo di pace, ma prepariamo la guerra. Difendiamo la conservazione della natura, ma sfruttiamo spietatamente le risorse naturali della terra per ottenere ricchezza. I nostri obiettivi sono il potere e il progresso, eppure vogliamo il piacere, la serenità e la stabilità. Non ci rendiamo conto che potere e piacere sono valori opposti e che spesso il primo rende impossibile il secondo. Il potere conduce a una lotta che spesso oppone il padre al figlio, il fratello al fratello. È una forza separatrice in una comunità. Il progresso implica un’attività costante per trasformare il vecchio in nuovo, con la convinzione che il nuovo sia sempre superiore al vecchio. Anche se questo può essere vero in alcuni settori tecnici, si tratta di una convinzione pericolosa. Generalizzando, ciò implica che il figlio sia superiore al padre o che la tradizione sia semplicemente il peso morto del passato. Ci sono culture in cui dominano altri valori, dove il rispetto del passato e della tradizione è più importante del desiderio di cambiamento. In queste culture il conflitto è minimizzato e la nevrosi rara.
I genitori, come rappresentanti della cultura, hanno la responsabilità di infondere i propri valori ai figli. Esigono da loro atteggiamenti e comportamenti destinati a inserirli nella matrice sociale e culturale. Da una parte il bambino oppone resistenza a queste richieste perché equivalgono a un addomesticamento della sua natura animale. Per diventare parte del sistema, deve essere domato. D’altra parte il bambino desidera conformarsi a queste esigenze per ottenere l’amore e l’approvazione dei genitori. Il risultato dipende dalla natura delle richieste e dal modo in cui sono imposte. Con l’amore e la comprensione è possibile insegnare al bambino le abitudini e le regole di una cultura senza soggiogare il suo spirito. Purtroppo, nella maggior parte dei casi, il processo di adattamento del bambino alla cultura indebolisce la sua personalità, e ciò lo rende nevrotico e timoroso della vita.
Il problema essenziale nel processo di adattamento culturale è il controllo della sessualità. Non c’è cultura che non imponga un freno al comportamento sessuale. Questo controllo sembra necessario per impedire che si sviluppino contrasti all’interno della comunità. Gli esseri umani sono creature gelose e inclini alla violenza. Anche nella maggior parte delle società primitive il legame del matrimonio è sacro. Ma i conflitti che nascono da simili restrizioni sono estranei alla personalità. Nella civiltà occidentale, la norma è di far sentire in colpa una persona per le sue sensazioni sessuali e per pratiche sessuali come la masturbazione, che non minacciano in nessun modo la pace delle comunità. Quando senso di colpa o vergogna si associano ai sentimenti, il conflitto è interiorizzato e crea il carattere nevrotico.
L’incesto è un tabù in tutte le società umane, ma le sensazioni sessuali di un bambino per il genitore di sesso opposto sono reprensibili solo nelle società moderne. Si crede che questi sentimenti rappresentino un pericolo per il diritto esclusivo del genitore alle attenzioni sessuali del partner. Il bambino è considerato come un rivale dal genitore dello stesso sesso. Anche se l’incesto non avviene, il bambino si sente in colpa per queste sensazioni e questi desideri naturalissimi.
Quando Freud studiò, con l’analisi, le cause dei problemi emotivi dei suoi pazienti, in tutti i casi trovò che c’era di mezzo la sessualità della prima infanzia e della fanciullezza, in particolare le sensazioni sessuali per il genitore di sesso opposto. Scoprì anche che ai sentimenti incestuosi si associavano desideri di morte verso il genitore dello stesso sesso. Osservando l’analogia con il mito di Edipo, egli definì la situazione del bambino una situazione edipica. Egli pensava che, se un ragazzo non avesse represso i propri sentimenti sessuali verso la madre, avrebbe subito il destino di Edipo, cioè avrebbe ammazzato il padre e sposato la madre. Per impedire il compimento di questo destino si minaccia di castrazione il bambino che non reprime il proprio desiderio sessuale e i propri sentimenti ostili.
L’analisi non solo rivelò che questi sentimenti erano repressi, ma che la stessa situazione edipica era rimossa; gli adulti, cioè, non ricordavano il triangolo in cui erano stati coinvolti tra i tre e i sei anni. La mia stessa esperienza clinica conferma queste osservazioni. Pochi pazienti possono ricordarsi il desiderio sessuale per il genitore. Freud credette che questa rimozione fosse necessaria se una persona voleva avere una normale vita sessuale all’età adulta. Egli pensava che la rimozione rendesse possibile il trasferimento del primo desiderio sessuale dal genitore a un coetaneo; in caso contrario, si sarebbe verificata una fissazione sul genitore. Così, per Freud, la rimozione era il mezzo per risolvere la situazione edipica, permettendo al bambino di raggiungere l’età adulta attraverso un periodo di latenza. Se la rimozione era incompleta, la persona diventava nevrotica.
Secondo Freud, il carattere nevrotico rappresentava un’incapacità di adattarsi alla situazione culturale. Riconosceva che la civiltà negava all’individuo la piena gratificazione istintuale, ma credeva che questa negazione fosse necessaria al progresso culturale. In effetti, accettò l’idea che il destino dell’uomo moderno fosse quello di essere infelice. Tale destino non era affare della psicanalisi, che si limitava ad aiutare un individuo ad adeguarsi al sistema culturale. La nevrosi era considerata un sintomo (fobia, ossessione, coazione, malinconia, ecc.), che interferiva con il normale funzionamento.
Wilhelm Reich aveva un’opinione diversa. Pur avendo studiato con Freud ed essendo membro della Società di Psicoanalisi di Vienna, si rese conto che l’assenza di sintomi inabilitanti non era affatto un criterio di salute emotiva. Lavorando con pazienti nevrotici trovò che il sintomo si sviluppava da una struttura caratteriale nevrotica e poteva essere completamente eliminato solo se si cambiava tale struttura. Per Reich non si trattava di un adattamento alla cultura, ma di una capacità individuale di darsi pienamente al sesso e al lavoro. Questa capacità permetteva alla persona di trarre piena soddisfazione dalla vita. Nella misura in cui questa capacità era carente, la persona era nevrotica.
Nel suo lavoro terapeutico Reich considerò la sessualità come la chiave per la comprensione del carattere. Tutti i nevrotici hanno problemi legati alla risposta orgastica: non possono abbandonarsi pienamente agli spasmi piacevoli e involontari dell’orgasmo: hanno paura delle sensazioni travolgenti dell’orgasmo totale. Se, in seguito alla terapia, la persona raggiunge questa capacità, diventa emotivamente sana, scompaiono tutti i disturbi nevrotici di cui soffriva: inoltre, fino a quando conserverà la sua potenza orgastica sarà libera dalla nevrosi.
Reich vide una relazione tra impotenza orgastica e problema edipico. Affermò che l’origine della nevrosi era nella famiglia patriarcale autoritaria in cui si reprimeva la sessualità. Non voleva accettare che l’uomo fosse inevitabilmente votato a un destino infelice. Secondo Reich, un sistema sociale che negasse la piena soddisfazione dei bisogni istintuali era malato e doveva essere cambiato. Nei primi anni di psicoanalisi Reich era anche un attivista sociale; tuttavia negli ultimi anni della sua vita giunse alla conclusione che gli individui nevrotici non potevano cambiare una società nevrotica.
Sono stato molto influenzato dal pensiero di Reich. Fu il mio maestro dal 1940 al 1953 e il mio analista dal 1942 al 1945. Sono diventato psicoterapeuta perché credevo che il suo approccio ai problemi umani sul piano teorico (analisi caratteriale) e tecnico (vegetoterapia) rappresentasse un importante progresso nel trattamento della nevrosi. L’analisi caratteriale fu il più grande contributo di Reich alla teoria psicoanalitica. Per Reich il carattere nevrotico era il terreno su cui si sviluppavano i sintomi nevrotici. Egli credeva che per ottenere un ulteriore miglioramento, l’analisi dovesse mettere a fuoco il carattere piuttosto che i sintomi. Con la vegetoterapia, il processo terapeutico esplora la dimensione somatica. Reich si accorse che la nevrosi, oltre ai conflitti psichici, si manifestava con un disturbo del funzionamento vegetativo. Nell’individuo nevrotico la respirazione, la motilità e i piacevoli movimenti involontari dell’orgasmo erano fortemente limitati da tensioni muscolari croniche. Egli definì queste tensioni un processo di corazzatura, che si ripercuoteva sul carattere a livello somatico e affermò che l’atteggiamento corporeo di una persona è identico dal punto di vista funzionale al suo atteggiamento psichico. Il lavoro di Reich è la base dello sviluppo dell’analisi bioenergetica, che ne ha ampliato le idee in alcuni aspetti importanti.
Uno: l’analisi bioenergetica porta a una conoscenza sistematica della struttura caratteriale a livello psichico e somatico. Questa comprensione rende possibile la lettura del carattere di una persona e dei suoi problemi emozionali a partire dall’espressione del suo corpo. Essa dà inoltre la possibilità di immaginare la storia della persona, poiché le sue esperienze di vita si sono strutturate nel corpo. L’informazione ottenuta dall’interpretazione del linguaggio del corpo è integrata al processo analitico.
Due: mediante questo strumento di conoscenza, l’analisi bioenergetica offre una comprensione più profonda dell’effetto dei processi energetici del corpo sulla personalità. Il Grounding si riferisce alla relazione energetica tra i piedi di una persona e la terra o il terreno, poiché riflette la quantità di energia o di emozione che un individuo accorda alla parte più bassa del proprio corpo e indica la sua relazione con il terreno su cui sta in piedi. Si appoggia saldamente o è instabile? I suoi piedi sono ben fissi? Com’è il suo portamento? I sentimenti di sicurezza e indipendenza sono intimamente collegati alla funzione delle gambe e dei piedi, e influenzano fortemente la sessualità.
Tre: l’analisi bioenergetica dispone di molte tecniche corporee attive e di esercizi per aiutare una persona a rinforzare il proprio portamento, ad aumentare la propria energia, ad arricchire e approfondire prima la percezione e poi l’espressione di sé. Nell’analisi bioenergetica il lavoro del corpo è coordinato al processo analitico, in una modalità terapeutica che associa il corpo alla mente nell’affrontare i problemi emotivi.
Ho praticato la terapia per più di trenta anni e ho cercato di aiutare i pazienti a raggiungere gioia e felicità nella vita. In questo tentativo, è stato necessario uno sforzo continuo per capire il carattere nevrotico dell’uomo moderno nella sua situazione culturale e individuale. Il mio centro d’interesse è stato ed è l’individuo che lotta per dare un significato alla propria vita e per trarne una soddisfazione; in altre parole, la sua lotta contro il destino. Tuttavia, questa lotta avviene in una precisa situazione culturale. Senza una conoscenza del processo culturale non possiamo capire la profondità del problema.
Il processo culturale che ha dato origine alla società moderna e all’uomo moderno è stato lo sviluppo dell’Io. Questo sviluppo è associato all’acquisizione della conoscenza e alla conquista del potere sulla natura. L’uomo appartiene alla natura come qualsiasi altro animale ed è completamente soggetto alle sue leggi; ma egli è anche al di sopra della natura, poiché agisce su di essa e la controlla. Si comporta nello stesso modo con la sua intima natura; una parte della sua personalità, l’Io, si ribella alla parte animale, il corpo. L’antitesi tra Io e corpo produce una tensione dinamica che favorisce il processo della cultura, ma contiene anche un potenziale di distruzione. Questo può capirsi meglio con l’analogia dell’arco e della freccia. Più si tende l’arco, più la freccia volerà lontano. Ma se lo si tende troppo, si spezzerà. Quando la separazione tra l’Io e il corpo è tale che non esiste più contatto, il risultato è il crollo psicotico: credo che nella nostra cultura abbiamo raggiunto questo momento pericoloso. Il crollo psicotico è abbastanza comune, ma la paura del crollo, a livello personale e sociale, è ancora più diffusa. Qual è il destino dell’uomo moderno, nella cultura a lui specifica e con il carattere da essa determinato? Se la storia di Edipo può valere come profezia, essa predice che si può ottenere il successo e il potere di cui si va in cerca, solo per poi trovare il proprio mondo diviso in due o crollato. Se il successo si misura in termini di ricchezze materiali, come nei paesi industrializzati, e il potere in termini della capacità di fare e di andare (macchine ed energia), la maggior parte della gente nella civiltà occidentale ha successo e potere: il crollo del loro mondo è l’impoverimento della loro vita interiore o emotiva. Assorbiti dal successo e dal potere, essi hanno poco altro per cui vivere. E come Edipo, sono diventati vagabondi sulla terra, esseri sradicati che non trovano mai pace. Tutti gli individui, in misura diversa, si sentono alienati dai propri simili e ognuno porta dentro di sé un profondo senso di colpa che non capisce: questa è la condizione esistenziale dell’uomo moderno. La sfida all’uomo moderno è di riconciliare gli aspetti antitetici della sua personalità. Nel corpo egli è come un animale, ma a livello dell’Io si vorrebbe simile a una Divinità. Il destino dell’animale è la morte, che l’Io cerca di evitare con aspirazioni divine. Ma cercando di evitare il suo destino, l’uomo ne crea uno anche peggiore, cioè vivere con la paura della vita.
La vita umana è piena di contraddizioni, e riconoscerle e accettarle è una prova di saggezza. Dire che l’accettazione del proprio destino ne determina un cambiamento può sembrare una contraddizione, ma non lo è. Quando si smette di lottare contro il destino, ci si libera dalla nevrosi (conflitto interno) e si raggiunge la serenità. Il risultato è un atteggiamento diverso (non più paura della vita) espresso da un carattere diverso e unito a un destino diverso. In questo modo l’individuo avrà il coraggio di vivere e di morire e riuscirà a realizzarsi. La storia di Edipo, la mitica figura il cui nome è legato al problema chiave della personalità dell’uomo moderno, si conclude così.

Wallace Stevens: da “Parti di un mondo”

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di WALLACE STEVENS | da Parts of a World (1942)

 

Come vivere. Cosa fare

Ieri sera la luna si alzò su questa roccia,
impura sopra un mondo non purgato.
L’uomo e la sua compagna sostarono
a riposare dinanzi alla sua eroica altezza.

Freddo il vento cadde intorno a loro
in molte sovranità di suono:
avevano lasciato il sole striato di fiamma
per cercare un sole dal fuoco più intenso.

Invece c’era questa roccia irta
che sorgeva massiccia, alta e nuda,
oltre tutti gli alberi, gettando i crinali
come braccia gigantesche fra le nubi.

Non c’era né voce né crestata immagine,
né corista, né prete. C’era solo
la grande altezza della roccia
e loro due fermi a riposare.

C’era il vento freddo e il suono del vento,
lontano dalla melma della terra
che avevano lasciato, un suono eroico
gioioso e giubilante e certo.

 

How to Live. What to Do

Last evening the moon rose above this rock
Impure upon a world unpurged.
The man and his companion stopped
To rest before the heroic height.

Coldly the wind fell upon them
In many majesties of sound:
They that had left the flame-freaked sun
To seek a sun of fuller fire.

Instead there was this tufted rock
Massively rising high and bare
Beyond all trees, the ridges thrown
Like giant arms among the clouds.

There was neither voice nor crested image,
No chorister, nor priest. There was
Only the great height of the rock
And the two of them standing still to rest.

There was the cold wind and the sound
It made, away from the muck of the land
That they had left, heroic sound
Joyous and jubilant and sure.

 

***

 

Le poesie del nostro clima

I.

Acqua trasparente in un vaso brillante,
garofani rosa e bianchi. La luce
nella stanza quasi un’ aria nevosa,
riflette neve. Una neve appena caduta
a fine inverno quando tornano i pomeriggi.
Garofani rosa e bianchi… si desidera
tanto, tanto di più. Il giorno stesso
si semplifica: un vaso di bianco,
freddo, una porcellana fredda, bassa e tonda,
con nient’altro che i garofani dentro.

II.

Mettiamo che questa semplicità completa
ci spogliasse di ogni nostro tormento, celasse
l’io vitale, malvagiamente assommato,
e lo facesse fresco in un mondo di bianco,
un mondo di acqua trasparente, dai bordi hrillanti:
pure si vorrebbe, si avrebbe bisogno di più,
più di un mondo di bianco e profumi di neve.

III.

Resterehbe pur sempre la mente inappagata,
cosi che si vorrebbe fuggire, tornare
a quello che era stato tanto a lungo composto.
L’imperfetto é il nostro paradiso.
Notare che in questa amarezza la gioia,
poiché l’imperfetto ci brucia tanto dentro,
sta in parole rotte e suoni ostinati.

 

The Poems of Our Climate

I.

Clear water in a brilliant bowl,
Pink and white carnations. The light
In the room more like a snowy air,
Reflecting snow. A newly-fallen snow
At the end of winter when afternoons return,
Pink and white carnations – one desires
So much more than that. The day itself
Is simplified: a bowl of white,
Cold, a cold porcelain, low and round,
With nothing more than the carnations there.

II.

Say even that this complete simplicity
Stripped one of all one’s torments, concealed
The evilly compounded, vital I
And made it fresh in a world of white,
A world of clear water, brilliant-edged,
Still one would want more, one would need more,
More than a world of white and snowy scents.

III.

There would still remain the never~resting mind,
So that one would want to escape, come back
To what had been so long composed.
The imperfect is our paradise.
Note that, in this bitterness, delight,
Since the imperfect is so hot in us,
Lies in flawed words and stubborn sounds.
***

 

Pane secco

E’ come vivere in una terra tragica
vivere in un tempo tragico.
Considerate dunque le rocce scoscese, montuose,
e il fiume che forza la sua strada sulle pietre,
co nsiderate i tuguri di quelli che vivono in questa terra.

E’ ciò che ho dipinto dietro il pane,
le rocce neppure sfiorate dalla neve,
i pini lungo il fiume e gli uomini secchi soffiati
bruni come il pane, pensando a uccelli
che volano da paesi incendiati e spiagge di sabbia bruna,

uccelli che venivano come acqua sporca in onde
che scorrono sulle rocce, scorrono sopra il cielo,
come se il cielo fosse una corrente che li portasse,
spargendoli come le onde si spargono piatte sulle spiagge,
una dopo l’altra erodendo i monti fino a denudarli.

Era un battere di tamburi che udivo,
era fame, erano gli affamati che gridavano
e le onde, le onde erano soldati in movimento,
in marcia, in marcia in un tempo tragico
davanti a me, sull’asfalto, sotto gli alberi.

Erano soldati che marciavano sulle rocce
e ancora gli uccelli venivano, venivano in stormi acquosi,
perché era primavera e gli uccelli dovevano venire.
Indubbiamente i soldati dovevano marciare
e i tamburi dovevano rullare, rullare, rullare.

 

Dry Loaf

It is equal to living in a tragic land
To live in a tragic time.
Regard now the sloping, mountainous rocks
And the river that batters its way over stones,
Regard the hovels of those that live in this land.

That was what I painted behind the loaf,
The rocks not even touched by snow,
The pines along the river and the dry men blown
Brown as the bread, thinking of birds
Flying from burning countries and brown sand shores,

Birds that came like dirty water in waves
Flowing above the rocks, flowing over the sky,
As if the sky was a current that bore them along,
Spreading them as waves spread flat on the shore,
One after another washing the mountains bare.

It was the battering of drums I heard
It was hunger, it was the hungry that cried
And the waves, the waves were soldiers moving,
Marching and marching in a tragic time
Below me, on the asphalt, under the trees.

It was soldiers went marching over the rocks
And still the birds came, came in watery flocks
Because it was spring and the birds had to come.
No doubt that soldiers had to be marching
And that drums had to be rolling, rolling, rolling.
***

 

L’uomo sulla discarica

Il giorno striscia giù. La luna striscia su.
Il sole e una corbeille di fiori che la luna Blanche
mette lì, un bouquet. Oh oh… La discarica è piena
di immagini. I giorni passano come giornali da una rotativa.
I bouquet arrivano qui nei giornali. Cosi il sole
e anche la luna vengono, e le poesie della quotidianità
del portinaio, l‘etichetta sulla latta di pere,
il gatto nel sacchetto di carta, il corsetto, la scatola
dall’Estonia: il cofanetto tigre, per il tè.

Il fresco della notte è stato fresco per lungo tempo.
Il fresco della mattina, il fiato del giorno, si dice
che soffia come si legge Cornelio Nepote, soffia
più di, meno di, o soffia come questo o quest’altro.
Il verde punge l’occhio, la rugiada nel verde
punge come acqua fresca in un bidone, come il mare
su un cocco. .. quanti uomini hanno copiato la rugiada
su bottoni, quante donne si sono coperte di rugiada,
vesti di rugiada, pietre e collane di rugiada, teste
dei fiori più floreali roride della rugiada più rugiadosa.
Si finisce con odiare questa roba se non sulla discarica.

Ora, in tempo di primavera (azalee, trillium,
mirti, viburni, narcisi, flox blu),
fra questo e quel disgusto, fra le cose
che sono sulla discarica (azalee eccetera)
e quelle che ci saranno (azalee eccetera),
si sente un cambiamento purificante. Si rifiuta
la spazzatura.

E’ il momento quando la luna striscia fuori
al borbottio dei fagotti. E’ il momento
che si guardano i copertoni color elefante.
Tutto è deposto, e la luna sorge come la luna
(tutte le sue immagini sono nella discarica) e vedi
da uomo (non come un’immagine d’uomo),
vedi la luna sorgere nel cielo vuoto.

Si siede e batte una vecchia latta, pentola di lardo.
Si batte e batte per quello in cui si crede.
A questo ci si vuole avvicinare. Potrebbe dopo tutto
essere solo il proprio sé, superiore quanto l`orecchio
alla voce di un corvo? Forse l’usignolo torturò l’orecchio,
riempì il cuore e graffiò la mente? E l’orecchio
si compiace di uccelli meschini? E’ forse la pace,
é forse la luna di miele di un filosofo, che si trova
sulla discarica? E’ forse sedere fra i materassi dei morti,
bottiglie, vasi, scarpe, erba e mormorare acconcia sera:
é forse sentire il vocio delle gracule e dire
sacerdote invisibile; è forse estromettere, fare
a pezzi il giorno e gridare strofa mia pietra?
Dove fu che qualcuno menzionò la verità? La la.

 

The Man on the Dump

Day creeps down. The moon is creeping up.
The sun is a corbeil of flowers the moon Blanche
Places there, a bouquet. Ho-ho… The dump is full
Of images. Days pass like papers from a press.
The bouquets come here in the papers. So the sun,
And so the moon, both come, and the janitor’s poems
Of every day, the wrapper on the can of pears,
The cat in the paper-bag, the corset, the box
From Esthonia: the tiger chest, for tea.

The freshness of night has been fresh a long time.
The freshness of morning, the blowing of day, one says
That it puffs as Cornelius Nepos reads, it puffs
More than, less than or it puffs like this or that.
The green smacks in the eye, the dew in the green
Smacks like fresh water in a can, like the sea
On a cocoanut – how many men have copied dew
For buttons, how many women have covered themselves
With dew, dew dresses, stones and chains of dew, heads
Of the floweriest flowers dewed with the dewiest dew.
One grows to hate these things except on the dump.

Now, in the time of spring (azaleas, trilliums,
Myrtle, viburnums, daffodils, blue phlox),
Between that disgust and this, between the things
That are on the dump (azaleas and so on)
And those that will be (azaleas and so on),
One feels the purifying change. One rejects
The trash.

That’s the moment when the moon creeps up
To the bubbling of bassoons. That’s the time
One looks at the elephant-colorings of tires.
Everything is shed; and the moon comes up as the moon
(All its images are in the dump) and you see
As a man (not like an image of a man),
You see the moon rise in the empty sky.

One sits and beats an old tin can, lard pail.
One beats and beats for that which one believes.
That’s what one Wants to get near. Could it after all
Be merely oneself, as superior as the ear
To a crow’s voice? Did the nightingale torture the ear,
Pack the heart and scratch the mind? And does the ear
Solace itself in peevish birds? ls it peace,
Is it a philosopher’s honeymoon, one finds
On the dump? Is it to sit among mattresses of the dead
Bottles, pots, shoes and grass and murmur aptest eve:
Is it to hear the blatter of grackles and say
Invisible priest; is it to eject, to pull
The day to pieces and cry stanza my stone?
Where was it one first heard of the truth? The the.
***

 

Sulla via di casa

Fu quando dissi:
“La verità non esiste”
che i grappoli parvero più grossi.
La volpe corse fuori dalla tana.

Tu… Tu dicesti:
“Vi sono molte verità,
ma non sono parti di una verità”.
Allora l’albero, di notte, cominciò a mutare,

fumando nel verde e fumando blu.
Eravamo due figure in un bosco.
Dicemmo che ci sostenevamo da soli.

Fu quando dissi:
“Le parole non sono forme di una singola parola.
Nella somma delle parti, vi sono solo Ie parti.
Il mondo deve essere misurato ad occhio”;

fu quando dicesti:
“Gli idoli hanno visto molta povertà,
serpenti, oro e pidocchi,
ma non la verità”;

fu allora che il silenzio fu più largo
e più lungo, la notte più rotonda,
la fragranza dell’autunno più calda,
più vicina e più forte.

 

On the Road Home

It was when I said,
” There is no such thing as the truth”,
That the grapes seemed fatter.
The fox ran out of his hole.

You… You said,
“There are many truths,
But they are not parts of a truth”.
Then the tree, at night, began to change,

Smoking through green and smoking blue.
We were two figures in a wood.
We said we stood alone.

It was when I said,
“Words are not forms of a single word.
In the sum of the parts, there are only the parts
The world must be measured by eye”;

It was when you said,
“The idols have seen lots of poverty,
Snakes and gold and lice,
But not the tru’th”;

It was at that time, that the silence was largest
And longest, the night was roundest,
The fragrance of the autumn warmest,
Closest and strongest.

 

(traduzioni di Massimo Bacigalupo)

Un racconto di Antonio Franchini: ‘Abbandonare’

antonio_franchini

Tra i migliori narratori italiani di questi ultimi due decenni, Antonio Franchini (nato a Napoli nel 1958) è forse il più paradossale: in vista nel mondo editoriale, vi si trova al contempo nascosto. In quanto direttore della narrativa mondadoriana, è forse l’addetto ai lavori più riconosciuto e rispettato del ring letterario nostrano; in quanto autore, fa appositamente scomparire con discrezione assoluta il suo ologramma pubblico. Ciò non toglie che si tratti davvero di uno degli scrittori più importanti del nostro panorama. Fondamentale il suo Quando vi ucciderete, maestro? (Marsilio, 1996), che ha segnato una generazione di narratori italiani, introducendo un ibrido di generi e intuendo le potenzialità dell’autofiction che stava incombendo, col suo imminente e soffocante successo. E’ autore di una memorabile raccolta di racconti, Camerati: quattro novelle sul diventare grandi (Leonardo, 1992), e di altri romanzi importanti, quali L’abusivo (Marsilio, 2001), Cronaca della fine (Marsilio, 2003), Signore delle lacrime (Marsilio, 2010).

 

***

 

Abbandonare

di ANTONIO FRANCHINI | da Officina Italia 2011

 

Fu a Lipari che successe, l’isola della lucida ossidiana e della pietra pomice di cui si favoleggiavano distese bianche, che scivolavano fin dentro il mare. Ma io non le vidi e soprattutto la più famosa non trovai, quella da cui si diceva che ci si potesse rotolare, come da un pendìo nevoso, fino all’acqua trasparente, senza rischi, come nel borotalco. La discesa che mi trovai davanti era invece fitta di pietre, la polvere di pomice appena un velo, e a lasciarsi cadere da là chiunque si sarebbe scorticato a morte, ma forse era perché arrivavo troppo presto, mi dissi, era l’inizio di giugno.
Che sciocchezza, pensai subito dopo: la polvere sfarinata della pietra è forse soggetta alle stagioni? Si scalda come l’acqua d’estate?
Tornando deluso, su una strada assolata, incontrai un gatto piccolissimo. Era un micio appena nato, mi venne dietro, lo presi e lo carezzai, poi volevo lasciarlo in un posto protetto, che non c’era; c’era solo quella strada abbacinante e vuota che sembrava non portare in nessun posto, per cui mi domandai come ci fosse finito, quel gatto, in un luogo così senza ripari, senza nascondigli, senza niente.
Dovevo proseguire, perciò lo lasciai in mezzo alla strada. Ma come non aveva ripari lui, così ero senza vie di fuga io perché, quando cominciò a seguirmi, miagolando lamentosamente, non trovavo nessun posto, neanche una semplice curva dove svoltare, perché l’abbandono si consumasse senza traumi e senza rimorsi.
Il gattino prese a seguirmi tenendosi al centro della via e il suo lamento era amplificato fino a un’intensità insopportabile dal silenzio della strada vuota. Affrettai il passo e a un certo punto dovette accelerare anche lui, perché non mi abbandonava. Cominciai allora quasi a correre, non proprio a correre, perché mi vergognavo di correre per sfuggire a una minaccia così risibile, ma di buon passo, sì, di buon passo andavo, tuttavia non quanto sarebbe bastato a sperderlo.
Per un bel pezzo durò quello strazio, mi sentivo un assassino, un padre che abbandona i suoi figli, un uomo che affama la prole, ma io proprio non potevo tenerlo con me. Perché mi seguiva così? Continuammo a girare i tornanti di quella strada deserta e assolata finché arrivò una zona d’ombra a darmi respiro. Ombra significava alberi, cespugli, recessi. Mi voltai, il gatto dovette pensare che mi ero deciso a prendermi finalmente cura di lui e mi attese. Lo sollevai, il suo corpo tremava tutto, gli picchiava il cuore contro le costole. Lo alzai e lo deposi con cautela dietro il reticolato che bordava un orto. Da lì non poteva arrampicarsi per seguirmi. Me ne scappai senza voltarmi a guardarlo, neanche l’avessi schiacciato sotto le suole, ma contro il miagolio non potevo fare niente e da allora me lo sento risuonare nelle orecchie.

Il mio barista è un toscano poliedrico, rinascimentale. Dipinge quadri facili con i velieri nella tempesta, i nudi e i vasi di fiori, ma dipinge; suona la quinta di Beethoven, Stardust, la toccata e fuga di Bach e Yesterday su una tastiera elettrica che tiene dietro al bancone, ma suona; legge i libri che gli consiglio e gli porto io, ma legge.
Una mattina entrai nel bar più tardi del solito. C’era un altro avventore, al banco, e il barista me l’indicò con sollecitudine: «Sono contento di potervi presentare, è tanto tempo che lo volevo fare, perché sono convinto che voi avreste delle cose da dirvi, ognuno di voi mi ricorda un poco l’altro. Lui, Francesco, lavora nel mondo dei libri», disse presentando me. «Lui, Luca, è il mio amico musicista, musicista jazz».
«Veramente è un bel po’ di tempo», disse Luca, «che faccio più il lettore che il musicista».
«Ah!» esclamai io, perché non sapevo che dire e le presentazioni improvvise mi mettono in imbarazzo, ma questo signore aveva una faccia simpatica, che mi ricordava un’altra persona, poi mi venne in mente quale e conclusi che la faccia di Luca sembrava più simpatica in virtù di quella somiglianza. Stavo entrando nell’età in cui comincia a diventare difficile incontrare una persona che non te ne ricorda un’altra.
«Qual è quel bel libro che mi dicevi?» gli chiese il barista per avviare la conversazione.
«Ah, sì, la Trilogia di New York di Paul Auster. Quello sì, è un bel libro che mi sono proprio divertito a leggere».
«Ah, Paul Auster, certo», ripetei con aria competente, come uno di quelli che di Paul Auster sanno vita, morte e miracoli. In effetti qualcosa sapevo, per esempio che le persone brillanti lo chiamano Pollaster, con quella confidenza ironica che lascia intendere lunga frequentazione. Nessuno avrebbe detto che non avevo letto la Trilogia di New York.
Scoprimmo anche di avere un’amica in comune, io e il jazzista, la moglie di un altro mio amico che fa la cantante jazz. Anche questo era il segno che ormai, in una città di due milioni di abitanti, potevo risalire da una persona all’altra, potevo fare dei percorsi raccogliendo i capi di gomitoli lasciati cadere nei corridoi di un labirinto immenso dove tuttavia esistevano zone dove ero già passato.
È tanto, da quando mi occupo professionalmente di libri, che non entro in una libreria per comprarmi un libro, come il pasticciere che non mangia i dolci, ma uscendo dal bar ero contento al pensiero che al più presto sarei andato a comprarmi una copia della Trilogia di New York.
Desideravo proprio farlo e ne sentivo gioia perché col tempo diventa sempre più difficile avere davvero voglia di fare qualcosa.

Quello stesso giorno un collega mi aveva detto che mi sarei divertito a incontrare la vecchia scrittrice Giorgia e il suo ex marito Piero, altrettanto famoso pittore, per scegliere insieme le fotografie che dovevano corredare l’ultimo libro di lei.
Forse me l’aveva detto perché sinceramente convinto che la visita potesse procurarmi qualcosa di diverso dalla pena che era prevedibile e che infatti mi aspettavo.
Piero e Giorgia erano stati marito e moglie per trent’anni, poi lui l’aveva lasciata, poco prima che lei si avviasse a trasformarsi in una vecchia ingombrante e subito dopo che lui era diventato un artista di successo.
L’avevo chiamata più volte al mattino, per confermarle l’appuntamento: con i vecchi non si sa mai. Per quattro o cinque volte il telefono squillò a vuoto. La sesta volta lei rispose, ma non sentiva. Continuava a ripetere pronto? pronto? e a emettere versi lamentosi.
La porta di casa me l’aprì un cameriere indiano, ma lei comparve subito alle sue spalle. Sembrava che l’avesse rincorso, come se non potesse resistere all’ansia.
«Accomodati, accomodati», mi disse, «ti devo fare strada. Qui c’è un sentiero da percorrere, un sentiero, altrimenti non si passa».
Il sentiero era tra pile di libri, di scartafacci, di riviste, di giornali, di vecchi schedari di metallo.
Non mi erano mai sembrati così funebri, i libri, così disperatamente inutili, carta morta. Già era un periodo che non sopportavo più le biblioteche, con tutti quei loro dorsi di volumi schierati, come militari in piedi su un infinito, inutile attenti.
Figuriamoci i libri ammonticchiati senz’ordine, come nelle fosse comuni, impossibili da riscattare, da mobilitare, anche volendo, per richiamarli al loro dovere: restituire il ricordo di una parola, di una frase, di un verso.
Piero era seduto sull’unico divano da cui le pile fossero state per l’occasione rimosse, forse dal cameriere indiano.
Piero, il famoso pittore, era un vecchio vestito come un artista giovane, con le scarpe da ginnastica nere, i calzettoni a scacchi, i jeans, una camicia aperta e una giacca di taglio giovanile, che avrei avuto qualche problema a indossare io, in ufficio. E aveva il codino, un codino di capelli bianchi, dove l’età aveva appiccicato il suo smorto incendio di sfumature giallastre. Un’acconciatura con cui certi vecchi possono allo stesso tempo ostentare eccentricità, rievocare grazie settecentesche e mascherare stempiature. Aveva un aspetto ancora vigoroso e le sue esibizioni di giovanilismo potevano essere tipiche di quei vecchi che non sono stati veramente giovani quando dovevano, perché di solito chi è stato giovane davvero la gioventù l’ha bruciata e sepolta, non la rievoca più.
Che lui non fosse stato giovane quando doveva lo compresi sfogliando le fotografie.
Lei aveva preparato il tè, il tè e dei pasticcini dall’aspetto freschissimo che contrastavano con tutto il marcio di quelle torri di carta. I pasticcini sul tovagliolo bianco stavano in equilibrio precario in mezzo alle scartoffie, e ancora più precario era l’equilibrio della teiera e delle tazze.
Anche lui mi ricordava qualcuno: un mio vecchio professore, uomo assai compiaciuto di sé, affascinante e superficiale.
«Prima di cominciare», disse Giorgia presentandosi con due pacchetti, «ho una sorpresa per voi, una sorpresa di carta».
«Posso aprirlo?» chiesi
Li aprimmo insieme.
«È bellissima», dissi. «Avevo proprio bisogno di un’agenda. Io ho sempre bisogno di agende».
Piero scartocciò la sua e la infilò in tasca senza dire niente, poi si riaccomodò sul divano.
«Così, ogni ogni volta che le aprite, penserete a me».
Piero afferrò il primo pacco di fotografie, slegando con attenzione lo spago che le teneva insieme.
«Vediamo un po’…».
«Vediamo, sì, questo libro sarà un libro bellissimo, sai?»
«Certo che sarà un libro bellissimo. Sono sicuro che sarà un libro bellissimo».
«È un miracolo avere qui quest’uomo», disse lei fissandolo e sedendosi di fronte a lui sul divano. «È un uomo molto importante. Non è mai libero».
«Posso togliermi la giacca?» domandai.
«Puoi toglierti quello che vuoi. Anche i pantaloni. Tanto, sotto avrai i boxer».
«Adesso, insomma…», sogghignò Piero continuando a sfogliare le foto. «Ho controllato la tua lista, eccola qui, ma molte delle foto che hai chiesto non ci sono…».
«Come non ci sono?».
«Sto rimettendo a posto l’archivio, lo sai. Ho tutto per aria… Qui, per esempio, leggo Ruth Welsh… Ma noi non abbiamo fatto nessuna fotografia di Ruth Welsh…».
«Come no?».
«La giapponese non ne ha trovata nessuna. La giapponese, sai, è scrupolosa, mi sta ristrutturando tutto l’archivio… ma tu poi, scusa, nel libro parli di Ruth Welsh?».
«Io? Io non lo so se parlo di Ruth Welsh, forse… oddio, forse ne parlo nell’autobiografia… Non so più dove ne parlo…».
«Però nella lista me l’hai messa».
«Sì, no… non l’ho messa, non lo so… non so più niente, sto facendo troppe cose…»
«E poi mi hai segnato Max Ernst, ma lo sapevi benissimo che Max Ernst non l’ho mai fotografato. M’imbarazzava fotografare Max Ernst…».
«Questa, guarda questa», mi disse porgendomi una sua fotografia, «guarda qui com’ero bella… Non sono sempre stata un mostro».
«Se è per questo», disse lui sporgendosi appena a sbirciarla, ce ne sono decine molto più belle. Di ritratti tuoi ce ne sono almeno duemila in archivio».
«Lo so, sì, lo so…».
«Questa? Chi era questa?» mi vidi passare davanti una donna dall’acconciatura alta e un filo di perle al collo. Una foto d’inizio anni sessanta, forse.
«Non so chi è. Sarà stata una delle tue amanti, caro».
Lui la mise sotto alle altre senza dire niente.
«E questo? È quel pittore di Parma. Adesso non me ne ricordo il nome».
Sfogliava le fotografie con metodo, vidi un nudo a cavallo di una motocicletta, lo indicai debolmente, lui lo estrasse. Era una performance a Parigi nel sessantasette.
Avevano vissuto insieme trent’anni e per trent’anni lui aveva fatto fotografie di ogni loro viaggio, di ogni cena con gli amici, mostra, cinema, teatro. Adesso con aria esperta e fredda sfogliava e tirava fuori i provini, fogli con decine di fotografie minuscole, da ingrandire e sviluppare, circolettate di rosso. Ogni tanto tra le stampe s’infilava anche qualche negativo, come un viscere pendulo, dimenticato dall’imbalsamatore dentro al corpo secco.
Trent’anni a fare fotografie di artisti, pittori, scrittori, attori, musicisti.
«Trent’anni siamo stati assieme prima che lui si accorgesse che non gli andavo più bene», mi aveva già confessato lei più di una volta.
Era una sua ossessione quell’abbandono. E poi ripeteva a tutti «quella gli faceva i pompini, ecco perché se n’è andato, perché quella gli faceva i pompini!», parlando della donna per la quale lui l’aveva lasciata.
Ma adesso aveva preparato i pasticcini e il tè e vuoi che ti versi il tè? gli chiedeva e lui continuava a sfogliare le fotografie senza dire né sì né no, poi fece girare una cordicella di spago attorno al mazzo delle foto e armeggiò un poco per chiuderlo.
«Ecco, come si vede che non fa più niente da solo, come si vede che ha tre segretarie. Non sei più capace di fare un pacco…».
Lui senza rispondere le accennò solo il punto in cui doveva mettere il dito per fare il nodo. Lei posò il dito dove lui le indicava con un movimento vezzoso. Ogni loro serata, ogni loro gesto, ogni loro amico e conoscente era stato fotografato, non avevano perso niente. Volendolo, lo potevano sempre ritrovare. Che martirio…
«Chi è questa?» chiesi sfilando una foto di donna di profilo, abbronzata, al mare, forse su una barca.
«Come, chi è? Non vedi, sono io!».
«Non è lei», disse lui.
«Come non sono io?» disse lei con un tono per la prima volta roco, addolorato, cavernoso. «Come non sono io?».
«Non sei tu».
«Ma che cosa stai dicendo?».
«Guarda questo profilo!» disse lui chiamandomi a giudice, «vedi un po’ se può essere lei».
Io non sapevo che dire, forse poteva essere lei, le fotografie possono essere false, tutti lo sanno. Molti ci contano, anche, su quanto possono essere false le fotografie.
«Vuoi dire che non sono io perché sono troppo bella?».
«Non voglio dire questo. Dico che non sei tu».
«Ma guarda, ma guarda», la voce di lei rantolava.
«Forse potresti essere tu», dissi, «ma sai…».
«Ma sono io!» urlò lei.
«Qui c’è Frank Vocca. Tu parli di Frank Vocca nel libro?».
«Parlo di Frank Vocca? Certo… No, non so. Parlo di Frank Vocca nell’autobiografia, sicuramente lì parlo di lui, ma non mi ricordo se ne parlo in questo, forse no, non ne parlo».
«Se non ne parli lasciamo perdere, perché la giapponese mi ha segnato che le altre foto di Vocca, quelle migliori, stanno nella parte d’archivio ancora non schedata. La giapponese è precisa».
«Allora vado a prendere le fotografie che ho io», disse lei con una specie d’esaltazione. «Voglio andare a prendere le foto di quando sarò morta!».
«Che cosa sono le foto di quando sarai morta?».
«Sono le mie foto più belle, quelle che voglio che si vedano quando sarò morta».
«Ma figurati….».
«Le vado a prendere».
«Le trovi?».
«Certo che le trovo, anche in questa confusione. Tu credi che io sia proprio fuori? Io le trovo…».
«È una bella casa, la tua».
«Quale bella casa? Lo vedi come è ridotta, non ci sto, non ci sto più, questa è la casa in cui mi ha messo questo signore…».
«Ma è in pieno centro, è perfetta!».
«Sì, la posizione è buona, ma le sue amanti stanno meglio. Però vedi quel quadro, lo vedi? Quello è un pezzo da museo… Lo riconosci, no? La “Venere seduta” di Piero, è uno dei suoi quadri più belli. Grazie, amore, per avermelo dato. Io sono contenta che lui abbia questo successo, che credi?».
«Vai a prendere le foto di quando sarai morta».
«Vado, vado».
C’erano anche le immagini di lui, quand’era giovane. Una, sulla neve, a Saint Moritz, indicava la scritta dietro, era del ’56. Allora sembrava più vecchio, allora non giocava a fare il giovane, non aveva il codino, né la giacca larga, “destrutturata”, né le scarpe da ginnastica; era vestito sobrio, di scuro.
«Questo è lei?».
Mosse appena il capo, i suoi gesti erano parchi e lenti: «Sì».
«Ecco. Che cosa diresti adesso se dicessi che non sei tu? Ma tu guarda, non ti ricordi neanche com’ero…».
«Questa è bellissima. Qui eri molto bella», osservai.
«No, qui già cominciavo a essere un mostro. Non vedi che ho il faccione?».
«È bello il sorriso. Avevi un bel sorriso».
«Devi vederne altre per capire quant’ero bella. Quella dove ho le gambe nude. Dov’è quella dove avevo le gambe nude?».
«È questa?».
«Ecco, questa. Vedi, questo è il costume del modello che portava Brigitte Bardot».
«Vuoi che vedano questa quando sarai morta?».
«No, scherzavo. Prendi qualche altro pasticcino».
«Ti ringrazio, ma ne ho mangiati troppi. Questa pure è bella». Era lei che entrava in un ricevimento al braccio di un’altra donna.
«Questa foto mi ricorda un’esperienza dolorosa. Molto, molto dolorosa…».
Indugiava come per spingermi a chiederle quale? Quale esperienza? Era la sera che ti ha detto che ti lasciava?
«Quale esperienza?» chiesi, quasi di sfuggita, per non fare pesare l’indiscrezione.
«Molto… molto dolorosa. Che serata orribile!» ripose la foto nel mucchio. Non commentai, mi rivolsi a Piero, dissi: «Non mi sembra che ci siamo molto con queste fotografie, non sappiamo bene nemmeno che cosa cercare. Forse è il caso che io venga a indagare nel suo archivio, che mandi una persona… Ma poi, è proprio necessario metterle, queste fotografie?».
«Secondo me, no» disse l’artista. «Conta il testo».
«Che cosa stavate dicendo?».
«Stavamo dicendo che conta il testo», le ripeté lui scandendo le sillabe, lento e paterno. «È importante il tuo libro, non le fotografie».
«Non è vero, la gente vuole le fotografie, questi libri si vendono per le fotografie».
«Allora bisogna prendere un appuntamento al suo studio».
«Certo, si può fare».
«Figurati se si può fare. Quest’uomo non ha mai tempo. È un miracolo averlo qui per un’ora, è un assoluto miracolo…».
«Lunedì».
«Lunedì no, devo fare un’operazione».
«Come devi fare un’operazione?» saltò su lei.
«Cioè no. Devo fare gli accertamenti per l’operazione di cataratta. Devo andare dall’oculista».
«Anche io devo andare dall’oculista».
«Vai dal mio. Te l’avevo già dato l’indirizzo, no? È il migliore che c’è».
«Allora possiamo fare martedì, mercoledì?».
«Certo, certo. Ci telefoniamo, ci mettiamo d’accordo. Mi chiami un taxi?».
«Anche io devo andare. Devo andare alla mostra di Fishman. Mi accompagni? Mi accompagni alla mostra di Fishman?» mi chiese.
«Ti ci accompagno. Giorgia, prendiamo un taxi insieme, ma dopo devo andare».
«Devi andare? Dove devi andare?»
«Ho un impegno».
«Ah, hai un impegno? Quand’ero giovane, nessuno aveva impegni, mi volevano accompagnare tutti dappertutto. Adesso tutti hanno impegni. Chissà perché! Chissà poi perché!».

«Ecco. Già andato via. È sempre stato così impegnato. Prendi un altro cioccolatino…».
«Giorgia, ne ho mangiati tanti, davvero non posso più».
«Prendi tutta la scatola».
«Ma non posso… sono buoni…»
«Certo che sono buoni! Pensi che te li avrei dati se fossero stati cattivi?».
«Ma possono servire a te, scusa, per un altro ospite…».
«Quale altro ospite? Qua non viene nessuno. Tu quando credi che verrà un’altra volta, lui? Tra sei mesi, tra un anno? Tu non sai che miracolo era averlo qui!».
«Be’, adesso non fare la vittima. La settimana prossima verrò io».
«E quando verrai ne troverai pronta un’altra scatola», ribadì vezzosamente.
«Se è così, va bene».
«Sai… io, la prossima settimana, non ci voglio venire allo studio di Piero… tu non sai… quello è un bordello!».
«Come un bordello? In che senso?».
«Un bordello! Un bordello! Lo sai che cos’è un bordello? Lo sai che cosa si fa in un bordello? La giapponese è una delle sue amanti, tutte in quell’ufficio sono sue amanti. Gli fanno i pompini. Certo, quando io gli dovevo comprare anche i calzini, non era così. È cominciato quando ha fatto i soldi, ma io sono contenta che li abbia fatti, io sono contenta che abbia avuto successo, cosa credi? Che sia una star. Adesso è una star».
«Giorgia, se devi andare forse è meglio che chiamiamo un taxi».
«Aspetta, vado a prepararmi».

Così rimasi solo, in mezzo alle pile di quei libri morti, nei corridoi creati dalle cataste dei giornali, dietro la parete alzata dagli schedari di metallo dai cassetti arrugginiti, in quel cimitero di carta.
E su una pila di libri avvistai la Trilogia di New York di Paul Auster, ancora incellofanata, un libro nuovissimo che galleggiava su quello sfascio come il corpo d’Ismaele aggrappato alla bara di Quiqueg dopo il naufragio del Pequod.
Dovevo farlo. Mi guardai attorno, poi lo rubai. Lo presi infilandolo subito nella busta con le poche fotografie che eravamo riusciti a racimolare. Avevo sentito un impulso a farlo, un impulso potente come di rado mi è successo nella vita. Lo dovevo fare.

Poi uscì e mi chiese devi andare in bagno? No, risposi.
«No, non hai capito. Tu devi andare in bagno. Mia nonna diceva che prima di uscire bisogna sempre andare in bagno. Vuoi far dispiacere mia nonna?»
«Per nessuna ragione».
In bagno pensai adesso mi scopre. Adesso apre la busta per infilarci un’altra fotografia e ci trova dentro il libro. Che cosa mi dirà, urlerà che sono un ladro, che sono venuto a casa sua a rubare, oppure sarà fredda, sibilerà che non capisce, che bastava che glielo chiedessi, se proprio lo volevo, oppure strillerà che altro hai preso, ladro, che altro hai preso da qua dentro?
Invece sulla porta dell’ascensore è scoppiata a piangere.
«Hai capito perché sto scrivendo questi libri», singhiozzava, «hai capito? Perché non voglio morire come una casalinga, solo per questo, perché non voglio finire così».
Le ho detto che cosa ti viene in mente? Che parole dici? Morire…

Io lo so che tutto questo è esagerato e sinceramente non credo che, dopo la nostra morte, ci tocchi ancora di vedere qualcosa o d’incontrare qualcuno. Però, fosse anche dalla voce del silenzio, sono sicuro che mi verrà chiesta ragione di tutte le persone, gli animali e le cose che nel corso della vita ho abbandonato. Allora tenterò di scolparmi dicendo che salvai un libro da un cimitero di carta e lo portai a casa e poi lo lessi anche, avendolo tolto a una donna che non era più in grado di capirlo, io che allora, invece, avevo tutti i sensi intatti.
Io lo so che questo sembrerà eccessivo, ma è contro la mia stessa volontà che ne sono sicuro. Io lo sento che mi sarà rinfacciato il lamento di quel gatto e che i miei atti di misericordia sembreranno gocce nel mare e allora pagherò per tutto.

Ken Wilber: Dissociazione e disidentificazione

Ken-Wilber

La Meditazione e l’Ombra – Dissociazione e Disidentificazione
di KEN WILBER | da “Integral Spirituality” (Integral Books, 2006)

Trascendenza Sana: dall’Io al Me

Qui è dove la storia entra in collisione con la meditazione e la contemplazione. Quello che questi “studiosi dell’ombra” occidentali hanno scoperto, come abbiamo osservato, è che nei primi stadi di sviluppo, parti dell’io (parti della soggettività: “io”) possono essere scissi o dissociati. Quando questo accade queste parti dell’io appaiono come ombra e sintomi, e diventano “essi” (cioè aspetti dell’io appaiono come “essi”, oggetti esterni). Quando c’è repressione, è ancora possibile sperimentare la rabbia, ma non è più possibile sperimentare la proprietà della rabbia.
La rabbia, iniziata come un “io”, è adesso un “esso” nella mia consapevolezza, e posso praticare la meditazione vipassana su questa rabbia-oggetto quanto voglio, sia che utilizzi la “pura attenzione” sia che osservi semplicemente che “emerge rabbia, emerge rabbia, emerge rabbia” – ma tutto quello che potrò fare è solo affinare e intensificare la mia consapevolezza della rabbia in quanto “esso”. Gli sforzi meditativi e contemplativi di fatto non riescono a raggiungere il problema originario, cioè il fatto che c’è un fondamentale problema di proprietà-confine. Disfarsi del confine, come aiuta a fare la meditazione, semplicemente nega e sospende il problema sul piano dove esso è reale. Esperienze dolorose hanno dimostrato spesso che la meditazione non  risolve l’ombra originaria, può invece spesso esacerbarla.
wilber_integral_spiritualityVisti tutti i meravigliosi benefici della meditazione e della contemplazione, è ancora problematico ammettere che persone che meditano da lungo tempo possiedono ancora importanti elementi di ombra. Dopo 20 anni di meditazione hanno ancora quegli elementi di ombra. Forse è perché, come quelle persone rivendicano, non hanno ancora meditato abbastanza. Magari altri 20 anni? O forse il fatto è che la meditazione non riesce a risolvere quel problema…
Qui è dove il modello AQAL (tutti i quadranti, tutti i livelli, tutti gli stati, tutti i tipi) permette di concettualizzare questa importante questione. Consideriamo uno sviluppo normale o sano. Robert Kegan, riportando quello che in generale sostengono i teorici dello sviluppo, ha sottolineato che il processo fondamentale dello sviluppo può essere espresso come segue: il soggetto di uno stadio diventa l’oggetto dello stadio successivo.
Così, per esempio (e parlo in termini molto generali),  se sono allo stadio rosso dello sviluppo (magico/mitico, egocentrico, preoperativo), questo significa che il mio “io” – il soggetto – è completamente identificato con il rosso, tanto che io non posso vedere il rosso come un oggetto, ma lo uso come soggetto con il quale e attraverso il quale vedo il mondo. Ma quando passo allo stadio successivo, lo stadio ambra (mitico, convenzionale, conformista, operativo concreto) allora l’io-rosso diventa un oggetto della mia consapevolezza, che è adesso identificata con l’ambra – quindi, il mio soggetto-ambra adesso vede gli oggetti rossi, ma non può esso stesso essere visto. Se pensieri e impulsi relativi allo stadio rosso emergono nello mio spazio-dell’io, li vedrò come oggetti del mio io (adesso identificato con lo stadio ambra). Quindi, il soggetto di uno stadio diventa l’oggetto del soggetto dello stadio successivo, e questo è proprio il processo fondamentale dello sviluppo. Per usare i termini di Gebser: l’io di uno stadio diventa lo strumento dello stadio successivo.
Per quanto questo sia genericamente corretto, non ci racconta tutta la storia. Questo è un modo in terza-persona di concettualizzare il processo; ma nei termini diretti della prima-persona, non accade semplicemente che il soggetto di uno stadio diventa l’oggetto del soggetto dello stadio successivo, ma che l’io di uno stadio diventa il me dell’io dello stadio successivo.
Cioè, in ogni stadio di un sano-sviluppo-dell’io, la prima-persona soggettiva diventa la prima- persona oggettiva (o possessiva) nel mio spazio-io: “io” divento “me” (o “mio”). Il soggetto rosso diventa oggetto del soggetto ambra, che a sua volta diventa oggetto del soggetto arancione, che a sua volta diventa oggetto del soggetto verde, ecc. – ma oggetti che sono posseduti – non solo oggettivi, ma oggettivi o possessivi della prima-persona. Non puramente “oggetti di un soggetto”, ma i miei oggetti del mio soggetto (cioè, io divento me o mio).
Quindi, per esempio, una persona potrebbe dire, “Io ho pensieri, ma io non sono i miei pensieri, io ho sensazioni, ma non sono le mie sensazioni” – la persona non è più identificata con essi in quanto soggetto, ma ancora li possiede come un oggetto – cosa che è sana, perché essi sono ancora posseduti come “miei pensieri”. La proprietà è cruciale. Se io di fatto pensassi che i pensieri nella mia testa fossero i pensieri di qualcun altro, questa non è trascendenza, ma grave patologia. Lo sviluppo sano, dunque, è la conversione della prima-persona soggettiva (“io”) in prima-persona oggettiva o possessiva (“me” o “mio”) nello spazio-dell’io. Questa è la forma propria della trascendenza e della trasformazione sana: l’io di uno stadio diventa il me dell’io dello stadio successivo.

Trascendenza Patologica: dall’Io all’Esso

Mentre lo sviluppo sano converte l’io in me, lo sviluppo patologico converte l’io in esso. Questa è una delle scoperte più significative di una prospettiva AQAL. Coloro che studiano la psicologia della meditazione sono consapevoli da molto tempo di due fatti importanti che appaiono del tutto contraddittori. Il primo è che nella meditazione l’obiettivo è quello di distaccarsi o dis-identificarsi da qualsiasi cosa emerga. La trascendenza è stata a lungo definita come un processo di dis-identificazione. E agli studenti di meditazione era di fatto insegnato a dis-identificarsi con qualsiasi “io o me o mio” si manifestasse.
Ma il secondo fatto è che nella patologia, vi è una dis-identificazione o dissociazione di parti dell’io (self), quindi dis-identificarsi è il problema, non la cura. Allora, devo identificarmi con la mia rabbia o disidentificarmi da essa?
Entrambe le cose, ma i tempi sono tutto – i tempi dello sviluppo, in questo caso. Se la mia rabbia emerge alla consapevolezza, ed è autenticamente sperimentata e posseduta come la mia rabbia, allora l’obiettivo è continuare la dis-identificazione (lasciare andare la rabbia e l’io che ne fa esperienza – così da convertire l’io in un “me”, cosa che è sana). Ma se la mia rabbia emerge nel campo della consapevolezza come la tua rabbia o la sua rabbia o una rabbia-esso – ma non la mia rabbia – l’obiettivo è prima identificarsi e possedere di nuovo la rabbia (convertendo quella “rabbia-esso” o “rabbia sua” in terza-persona in “Rabbia Mia” in prima-persona – e veramente possedere la dannata rabbia) – e in seguito ci si può dis-identificare dalla rabbia e dall’io che la sperimenta (convertendo la prima-persona soggettiva “io” nella prima-persona oggettiva “me” – che è la definizione di un processo sano di “trascendere e includere”). Ma se come prima cosa non intraprendiamo questa riappropriazione dell’ombra, allora la meditazione sulla rabbia non fa che aumentare l’alienazione – la meditazione diventa “trascendere e negare”, che è esattamente la definizione dello sviluppo patologico.
Questa è proprio la ragione per cui persino meditatori avanzati hanno talmente tanto materiale relativo all’ombra che non sembra potrà essere integrato. E tutti possono vederlo chiaramente tranne loro. Nella “Oprahizzazione” dell’America una recente tendenza vede maestri di meditazione che si riuniscono e parlano senza posa di questioni relative alla loro ombra, dimostrando che possono portare una grande attenzione e “chiara visione” alla loro ombra, senza però curarla.
Il punto è che questi due fatti che riguardano il “distacco” o la “dis-identificazione” che sembravano prima così sconcertanti possono facilmente essere espressi in modo sintetico nei termini della prospettiva AQAL come segue: lo sviluppo sano converte l’io in me; lo sviluppo patologico converte l’io in esso. La prima affermazione esprime la disidentificazione sana o il distacco sano; la seconda esprime la disidentificazione malata o la dissociazione patologica o la trascendenza patologica o la repressione.
E’ chiaro allora – se sintetizziamo la discussione in questo modo – che lo sviluppo sano e la trascendenza sana sono la stessa cosa, dal momento che lo sviluppo è “trascendere e includere”. Il soggetto di uno stadio diventa l’oggetto del soggetto dello stadio successivo, quindi possedendo ma trascendendo quel soggetto, finché – in una sequenza ideale – tutti i soggetti e “io” relativi sono stati trascesi e c’è soltanto il puro Testimone o il puro Sé, lo spazio aperto nel quale parla lo Spirito.
Più particolarmente, abbiamo visto che in ogni stadio di sviluppo dell’io, l’io o soggetto di uno stadio diventa il “me” dell’io dello stadio successivo. Poiché ogni io diventa me, un nuovo e più elevato io prende il loro posto, finché c’è soltanto l’Io-Io, o il puro Testimone, il puro Sé, puro Spirito o Grande Mente. Quando tutti gli “io” sono stati convertiti in “me”, sperimentalmente non rimane altro che l’Io-Io ( Ramana Maharshi lo chiamava: l’Io che è consapevole dell’Io), il puro Testimone che non è mai un oggetto visto ma sempre il puro Colui Che Vede, il puro Atman che è non-atman, il puro Sé che è non-sé. Io divento me finché c’è solo Io-Io, e l’intero mondo manifesto è “mio” nell’Io-Io.
Ma, in ogni punto di questo sviluppo, se la proprietà di alcuni aspetti dell’io viene negata, essi appaiono come un esso, e questa non è trascendenza, questa è patologia. Negare la proprietà non è dis-identificazione, ma negazione. E’ il cercare di dis-identificarsi da un impulso prima che sia riconosciuto e sentito, e questa non appropriazione produce sintomi, non liberazione. E una volta che si è prodotta la non appropriazione, il processo di disidentificazione e di distacco della meditazione la renderà probabilmente ancora peggiore, ma in ogni caso non raggiungerà la causa più profonda.

Illuminazione orizzontale e verticale

Facciamo una pausa per intercalare un’importante questione sulla quale ritorneremo tra breve, ma che merita di essere menzionata qui. Abbiamo visto che il modo più adeguato di sintetizzare l’Illuminazione è: diventare uno con tutti gli stati e stadi disponibili. Questa definizione include quello che possiamo definire Illuminazione verticale – o diventare uno con tutti gli stadi (in qualsiasi epoca storica data) – e Illuminazione orizzontale – o diventare uno con tutti gli stati (grossolano, sottile, causale, non duale).
Notiamo che la nostra raffinata definizione (o “doppia definizione”) dell’Illuminazione si adatta perfettamente a tutto quello che abbiamo visto circa lo sviluppo. Essere completamente Illuminato significa essere uno con – trascendere e includere – tutti gli stadi e stati, e questo significa: Tutti gli stadi e stati sono stati fatti oggetto della vostra soggettività, o tutti gli “io” sono diventati “me” dell’io successivo finché c’è solo Io-Io, e l’intero mondo è il vostro oggetto che poggia tranquillamente sul palmo della vostra mano. Vi siete disindentificati da tutto e siete diventati uno con tutto, trascendendo e includendo l’intero Kosmo.
Se avete realizzato un’Illuminazione orizzontale – se avete fatto di tutti gli stati grossolani, sottili e causali l’oggetto del vostro Testimone – questo è, per così dire, metà Illuminazione. Ma se il vostro sviluppo verticale è, diciamo, soltanto allo stadio arancione, allora voi siete uno con tutto gli stadi precedenti fino all’arancione ( avete trasceso e incluso gli stadi magenta, rosso, ambra e arancione), ma si stendono davanti a voi o sopra di voi le strutture del verde, turchese, indaco e violetto… Queste sono strutture reali del Kosmo che esistono in quest’epoca storica ma che voi non avete ancora attraversato, con cui non siete ancora diventati uno (che non avete ancora trasceso e incluso), e quindi ci sono aspetti dell’universo con cui voi semplicemente non siete ancora diventati uno. Queste strutture (in questo caso, da verde a violetto) sono, abbastanza letteralmente, “sopra la mia testa”, e se il mio sviluppo non include ancora queste strutture del Kosmo, questi livelli di coscienza, questi strati dell’emanazione stessa dello Spirito, allora non sono veramente uno con tutte le manifestazioni dello Spirito in questo momento storico – di fatto si tratta di aspetti del mio proprio Sé più profondo – e quindi non posso pretendere di essere completamente Auto-Realizzato…
Allora, la completa Auto-Realizzazione o la completa Illuminazione richiede entrambe le Illuminazioni: la verticale riferita agli stadi e l’orizzontale riferita agli stati – trascendendo tutti gli stadi e stati (essi diventato oggetti del mio infinito soggetto, diventano “me” dell’Io-Io o Testimone) e includendo tutti gli stadi e stati (l’intero Kosmo diventa “mio” nella consapevolezza non duale), così che tutti i soggetti e tutti gli oggetti emergono nel grande gioco del Sé Supremo che è l’Io-Io di questo e di ogni momento.

Meditazione e Ombra

Ritorneremo su questa fondamentale questione, ma ora finiamo la nostra saga dell’ombra.
La meditazione, con tutte le sue meraviglie, non può arrivare all’originario problema dell’ombra, che è un problema di possesso di confini. Nel corso dello sviluppo e della trascendenza – orizzontale o verticale che sia – quando l’io di uno stadio diventa il me dell’io dello stadio successivo, se, in qualsiasi punto dello svolgimento della sequenza, vi è stata una disidentificazione prematura da aspetti dell’io – come una negazione difensiva o una non appropriazione (che avviene nell’io prima che diventi “me”, o prima che sia stato veramente trasceso) – allora quegli aspetti vengono dissociati dall’io e appaiono come “tu” o persino come “esso” nella mia consapevolezza (non come me/mio nella mia consapevolezza), e dunque il mio mondo oggettivo contiene due intere classi differenti di oggetti: quelli che sono posseduti correttamente e quelli che non lo sono.
E questi due tipi di oggetti sono fenomenologicamente indistinguibili. Ma uno di questi oggetti è di fatto un soggetto nascosto, un io nascosto, un impulso dissociato (nei casi avanzati, una subpersonalità) che è stata separata del mio io, e quindi questo io-nascosto non può mai essere veramente trasceso perché è un’identificazione inconscia o un attaccamento inconscio (non può essere veramente trasceso perché non può diventare un me del mio io, perché il mio io non ne è più proprietario). Quindi, quando testimoni la rabbia, è la tua rabbia o la rabbia-esso o la sua rabbia, ma non la mia rabbia. Questa rabbia-ombra, che emerge come un oggetto nello stesso modo in cui accade per ogni altro oggetto nella mia consapevolezza, è di fatto un soggetto nascosto che è stato scisso, e semplicemente testimoniarlo come un oggetto ancora e ancora e ancora non fa che rinforzare la dissociazione.
La rabbia-ombra è, quindi, una fissazione che non sarò mai capace di trascendere adeguatamente. Per trascendere la rabbia-ombra, l’ “esso” deve prima tornare a far parte dell’ “io”. E poi quell’io può diventare “me/mio”, da cui ci si può veramente e realmente disidentificare, che si può lasciar andare e trascendere. Entrare in contatto con questo problema psicologico e riappropriarsi degli aspetti dell’io non posseduti, è la croce della therapia, o terapia, ed è la parte centrale di ogni approccio integrale alla psicologia e alla spiritualità.
Questo può essere sintetizzato molto rapidamente così: disidentificarsi da un io posseduto è trascendenza; disidentificarsi da un io non posseduto è una doppia dissociazione.
La meditazione fa entrambe le cose.

Riassunto

Al fine di riassumere quanto esposto finora, ripercorrerò ancora una volta il processo di disconoscimento. Se questo vi è già chiaro, perdonatemi la ripetizione.
Abbiamo iniziato con la rabbia come esempio di un impulso-ombra. La rabbia inizia come una realtà in prima persona (la mia rabbia, sono arrabbiato, ho rabbia). Per varie ragioni – paura, auto-inibizione, giudizi del superego, traumi passati, ecc. – mi ritraggo dalla mia rabbia e la spingo dall’altra parte del confino dell’io, sperando così di non essere punito per il fatto di provare questa orribile emozione. “La mia rabbia” è diventata ora “la rabbia che guardo o a cui parlo, che sperimento, ma non è la mia rabbia!” Nel momento in cui la spingo via – quel momento di resistenza e contrazione – nel momento in cui la spingo via, la rabbia in prima persona è diventata una presenza in seconda persona nel flusso della mia coscienza in prima persona. Se la spingo via ancora di più, la rabbia diventa una terza persona: non sono più neppure in contatto verbale con la mia propria rabbia. Posso ancora provare questa rabbia in qualche modo – so che qualcuno è molto arrabbiato, ma siccome non posso essere io, devi essere tu, o lui, o lei, o quello. Adesso che ci penso, John è sempre arrabbiato con me! Non è giusto, perché io non mi arrabbio mai né con lui, né con nessun altro.
Quando spingo la rabbia dall’altra parte del mio confine dell’io, appare come un sentimento in seconda e terza persona che è tuttavia ancora all’interno del flusso di coscienza del mio io. Io posso ancora sentire la rabbia “di lui, o di lei, o di quello”. Se la proiezione funzionasse bene, dopo tutto, non proverei più quel sentimento e non avrei problemi di sorta. Mi sbarazzerei della rabbia, e sarebbe tutto a posto. Come amputarsi una gamba – via per sempre – per quanto doloroso, mi sarei liberato di fatto della gamba-rabbia. Ma il fatto è che sono connesso alla mia proiezione dalla proprietà segreta della rabbia (non è veramente un oggetto, è il mio stesso soggetto nascosto). Non è come tagliare la mia gamba, ma solo pretendere che si tratta della tua gamba. Non è la mia gamba, è la tua! Non è la mia rabbia, è la tua rabbia! (Ma questa è una grave disfunzione, non vi pare?)
Quindi, l’attaccamento nascosto o l’identità soggettiva nascosta dei “sentimenti degli altri” collega sempre la proiezione all suo proprietario attraverso una serie di dolorosi sintomi nevrotici. Ogni volta che io spingo la rabbia dall’altra parte del mio confine dell’io, quello che rimane al suo posto da questa parte del confine dell’io è un doloroso sintomo, una pretesa assenza dei sentimenti che sono stati alienati che lascia al loro posto la sofferenza psicologica. Il soggetto è diventato ombra è diventato sintomo.
Abbiamo dissociato o disconosciuto la rabbia all’interno del nostro flusso di coscienza dell’io. Questa rabbia può essere proiettata su altri “là fuori”. O può essere dissociata e proiettata su parti della mia stessa psiche, magari facendo emergere un mostro nei miei sogni, un mostro che mi odia sempre e vuole uccidermi. E io mi sveglio sudato da questi incubi.
Diciamo che io sono dedito a una pratica di meditazione molto sofisticata come quella del Buddhismo Tibetano (Vajrayana), e sto lavorando con la “trasmutazione delle emozioni”. Questa è una tecnica molto potente in cui il meditante contatta un’emozione negativa presente in quel momento, ne prende coscienza tramite la chiara e brillante consapevolezza non duale sempre presente, quindi lascia che l’emozione negativa si trasformi nella corrispondente saggezza trascendentale.
Quindi io inizio con il mio incubo, mi rendo conto che ho paura a causa del mostro. Di fronte al mostro, provo una grande paura. Quindi opero una trasmutazione di quell’emozione, vengo istruito a stare con quell’emozione, a rilassarmi in quella paura e quindi lasciare che si dispieghi e si sciolga nella sua corrispondente trasparente saggezza.
Tutto bene… A parte il fatto che la paura stessa è un’emozione non autentica e falsa (cioè il prodotto di una repressione) e trasmutare emozioni non autentiche non soltanto presume e rinforza l’inautenticità, ma le converte in ciò che possiamo chiamare saggezza non autentica, cioè saggezza che poggia su false basi. La repressione è ancora lì! Non è stato fatto nulla per risolverla. Perciò, ogni volta che tu sperimenti la rabbia, sarà proiettata per creare mostri intorno a te, cosa che farà emergere la paura in te (che è paura della tua propria rabbia, non paura del mostro), e tu contatterai la paura e trasmuterai la paura – non raggiungendo MAI la vera e autentica emozione della rabbia. Ti riapproprierai della non autentica emozione della paura, non della autentica emozione della rabbia.

Il processo 3-2-1: Riappropriarsi dell’Io prima di trascenderlo

Il processo terapeutica “3-2-1” che è stato sviluppato dall’Integral Institute per aiutare in questi casi consiste nel convertire questi mostri in terza persona (o “essi”) di nuovo in voci dialoganti in seconda persona (“tu”) – che è molto importante – e poi andare ancora oltre per re-identificarsi con quelle voci come realtà in prima persona di cui riappropriarsi e possedere di nuovo utilizzando, a quel punto, il monologo in prima persona, non il dialogo. Si termina dicendo: “Io sono un mostro molto arrabbiato che vuole ucciderti!”.
Facendo questo, si è ora in contatto con un’emozione autentica, che è rabbia non paura. Ora, si può praticare la trasmutazione delle emozioni, e tu trasmuterai emozioni autentiche e non emozioni false. La prima persona soggettiva si convertirà in prima persona oggettiva/possessiva – NON in seconda o terza persona – e quindi si potrà lasciar andare, trasmutare o liberare l’emozione – questo è il vero non attaccamento e la sana disidentificazione.
Facendo questo, avrete lavorato con la barriera della repressione che all’inizio ha convertito la rabbia in paura – non praticate semplicemente la meditazione vipassana sulla paura, non diventate testimoni della paura, non dialogate con la paura, non sperimentate direttamente la paura – tutte queste cose non fanno che sigillare l’ombra rendendo certo che essa rimarrà con voi per tutto il cammino verso l’Illuminazione e oltre. Se non si lavora con l’effettivo meccanismo della dissociazione (da 1 a 2 a 3) e con la riappropriazione terapeutica (da 3 a 2 a 1), la meditazione diventa un modo per entrare in contatto con il vostro infinito Sé, mentre si rafforza l’inautenticità del vostro io finito di ogni giorno, che ha rotto se stesso in frammenti e ha proiettato alcuni di essi su altre persone; questi frammenti disconosciuti e repressi nascondono, persino al sole della contemplazione, la mala erba dell’Ombra che dalle fondamenta saboterà ogni passo che farete da qui all’eternità…

Traduzione dall’inglese di Giovanna Visini