Mese: giugno 2013

Il racconto a tweet ispirato a “Fine Impero”

bozzetti_fineimpero_falcinelliUn racconto inedito ispirato a Fine Impero, in 100 tweet, dunque ogni blocco di testo entro i 140 caratteri, quotidianamente somministrato agli interessati da@minimumfax su Twitter e, a fine giornata, depositato su Storify: è stata un’esperienza di scrittura estremamente interessante, di fatto un corpo in continuità col libro.
Si tratta di una trenodia in metrica barbara.
Il protagonista è lo io, insieme allo Zio Bubba: due non-personaggi che dominano e imperano in Fine Impero.
Il racconto è stato pubblicato anche su minima&moralia.
Ecco il testo definitivo, di fatto appartenente al corpus del libro.

***

Questo è dedicato a @tommasopincio.

Molte persone nella nebbia dell’inverno, carica di incenso, fuori del cerchio della città vanno, guidate da due orfani al contrario.

Suole su ghiaia: un corteo funebre, il padre con la piccola bara bianca, dentro dondola il cadaverino, la madre è una statua. È sepolta.

Il padre ero io.

Chi uccise la bimba a 10 mesi? Sprofondavo nel dolore cattivissimo, acerbo e ulteriore, dietro le lapidi nel cimitero mi guardava un uomo.

Conoscevo quell’uomo: era lo Zio Bubba. Vestito di bianco, una enorme vaporosa Nuvola di Drago umana.

È un antipasto asiatico, sfogliatine fritte da farina di tapioca e gamberi, dal cinese 炸庀虾片, gratis per tutti all’inizio coi panni caldi.

Zio Bubba era vicino al Proprietario dell’Italia, aveva eretto un impero di luce e corpi da mostrare. Spettacoli, feste, tv, altro ancora.

Avevo conosciuto lo Zio Bubba, faccia flaccida e sorriso di bimbo malizioso, in un privé di moda a una festa, disse: “Ciao, la festa è mia”.

Lo Zio Bubba davanti a corpi giovani allacciati, diceva “spettacolo è il talento, io poi sono a capo di questi nomi, queste cose. Vieni!”

Lo scrittore che ero, fallito, un grande dolore di vivere tutto questo dentro, aveva detto: “Non so” e lo Zio Bubba: “Dài, mangiane. Vieni”.

Aveva anche detto: “È permesso guardare la sventura a tradimento per soccorrerla”.

Il cadaverino sul tavolo in alluminio nella morgue appariva un coniglio spellato. Il cielo strideva con tutti noi sul ghiaìno al cimitero.

Nella scatola laccata bianco della piccola bara trapuntata dentro in cotone, delicatamente pendola il peso della bimba di 10 mesi.

A Casa di Zio Bubba i segreti erano traffici intorno all’entourage del Proprietario. I corpi continuavano a allacciarsi, ragazzi e ragazze.

La voce premierale nello schermo cinescope della tv diceva: “Sono il protagonista come imputato della storia dell’universo”.

“Ciascuno si diverte nella sua propria fiction” aveva detto Zio Bubba carezzando quei corpi oleosi di luce propria, sulle scapole tatuate.

Le feste sono lontane infinitamente: aria calda e drink e toilette a polveri bianche nelle gengive sopra i denti, specchiandosi altri.

È notte, Zio Bubba ordina: “Proviniamo!”. “Chi?” chiedo, io. “Una ragazza, il talent”. “Quale?”. “Musica, chef, enogastro, vediamo, ballo”.

Scendiamo, andiamo a provinare. Nell’ascensore c’è aria condizionata. Sono a contatto con la sua pancia gonfia di sogni promozionali.

Nello studio dabbasso tutto è pronto per questa ragazza, naso norcino e bellezza del corpo. Sopra continua la festa con i suoi echi.

Lo Zio le conferisce il titolo di donna del momento, le infila un rotolino di bresaola alle labbra, lei lo mangia, la divora con il sorriso.

“Cosa sei?” le chiede a voce stridula. Osservo i faretti televisivi, gli operatori, ombrelli da Blow-up. “Ballo, canto, eccetera” risponde.

“Devi studiare per volere tanto questo. Non è facile questo campo. Lo spettacolo dà illusioni di potere fare tutto!” s’esprime lo Zio Bubba.

La ragazza lecca un tatuaggio della mano e scuote il bacino. “Tipo danza del ventre!” “No, la lap dance, ma il palo è immaginario” risponde.

Avvinta a un palo inesistente, assistiamo in tutto e per tutto allo spettacolo lap di lei, seduti pontificali con i nostri sguardi ovunque.

La ragazza è discinta e le trovano un tumore ovarico tra qualche mese, ma si salva, grazie all’intervento dello Zio Bubba all’Oncologico.

“Presa!” grida lo Zio Bubba, batte le mani forte e clamorosamente. Ma c’è sempre un ma: dalla finestra sono blu le sirene lampeggianti.

Entrano con i registri, Guardia di Finanza e polizia non tributaria. Notificano la carcerazione. “Chiamate le telecamere” dice ai suoi.

Offre i polsi di pelle bambina alle manette, non ve n’è bisogno, sorridendo con una bocca a ciliegia insinua: “Non è me che perseguono”.

“Attaccano chi ha portato il Paese dove è ora e non vogliono che sia, una persecuzione malvagia per condurlo al suicidio. Non ci riescono!”

Squillano insistemente i cellulari, delle forze dell’ordine. Rispondono congestionati. Lo Zio Bubba è calmo. Vanno via. “C’è la festa su!”

Ma “Basta festa!” dice, dando disposizioni circa il SUV, che sia pronto. “Giriamo la notte, là fuori c’è la Brianza che ci aspetta!”

Noi ci troviamo in questo momento in corsa in una lunghissima curva della pista: pianura di nebbia fetida, chioschi, conigli sbranati, fari.

Zio Bubba illustra la Brianza: “È nato tutto qui, io, tutti, noi! All’inizio le trasmissioni le facevamo ignorando i tempi, i ritmi”.

Sento dolore. Devo impalare me stesso nella realtà. Nel tumulto dei cembali io sto in silenzio. Termina la narrativa. Addio, narrazione.

Ecco: rallentiamo, svoltando. Un cancello elettrico dotato di circuito chiuso s’apre. Uomini in nero ispezionano con i radar sotto il SUV.

Lo Zio Bubba fa la legenda e dice: “Questa è la Villa. È sua. È il cuore della Brianza. Batte spiritualmente”. E poi: “Io lo amo”.

Nel silenzio notturno dell’ispezione la natura è addomesticata: i grilli, le nottole, tutti i lipidi in noi.

Io mi ricordo la televisione accesa nel salotto con il divano blu sfondato e i quadri di teosofi comunisti, bui, alle pareti. Vedevamo.

Claudio Lippi e Ettore Andenna poi sopra il ghiaccio in un palazzetto dello sport francese, era “Giochi senza frontiere”, un programma.

Quella era l’Europa composta da San Marino che giocava sempre contro il Lussemburgo, con arbitri severi in gare a fischiare tutto.

Claudio Lippi e Ettore Andenna con una donna sempre incitavano in un microfono che si chiamava “gelato”, peloso dove si parla.

Vestiti carnevalizi compivano fatiche molto estese sui nostri cervelli bambini. Fingevano situazioni tipo: i boscaioli, le piramidi.

Allora tu tifavi San Marino e era per sempre tra quei giochi uguali mentre moriva Aldo Moro.

Una volta, ricordo, lì dicevano che bisognava spegnere la luce tutti assieme in Italia, quando lo dicevano loro e tutti la spensero.

Non esisteva ancora Bruxelles nella mente e le madri facevano la tinta con un henné terra bruciata per avere capelli ramati.

A “Giochi senza frontiere”, tra le difficoltà, non moriva mai nessuno ed erano felici, anche se sconfitti. Non esisteva mai la morte.

Tutto questo lo aveva inventato tra gli altri lo Zio Bubba, esportandolo nella Brianza in una prima emittente privata vicino a Legnano.

Lì costruivano, anche Enzo Tortora, programmi discinti, molte donne giovani nel fango a lottare: era “La Bustarella”, sempre Ettore Andenna.

Partiva tutto di lì con un desiderio infinito verso i cieli di Lombardia.

Nella tv satellitare dell’iPad in questo SUV dove siamo ispezionati il premier italiano sta parlando di se stesso e tutti noi a sorpresa.

“La mia è una passione che è nata fin dai primi anni della mia giovane età, quando sono stato appassionato, e quindi l’ho sempre avuta”.

Ci fanno passare. Una scorta ci segue. C’è lo scricchiolio sulla ghiaia dei copertoni. Nel buio si avvicina un molosso: “È la Villa”.

Zio Bubba tracima di gioia quando vede il Proprietario che arriva sorridendo nella notte della Brianza e si abbracciano. Cosa è il tremendo?

Dentro c’è una festa in un locale, sotto, enormemente ricoperta di corpi e cose: si muovono ondeggiando, bevendo assenzi.

Dei ragazzi parlano del 2.0 e dei social. “C’è un ritorno a quei piccoli social network di nicchia ad invito privato”. “Vuol dire business”.

“Sì, perché il grande business del porno è: finito”. “Resistono vecchie glorie. Veronica Moser ha capitalizzato con il suo official site”.

Veronica Moser era una pornodiva e è che mangia la cacca.

Le ragazze discinte sembrerebbero luminose se non reggessero ombrelli in costume. Fingono piova. I ragazzi: vestiti da templari, con gladii.

L’un l’altro guarda e del suo corpo esangue sul pomo della spada appoggia il peso.

Tante modelle giovanissime ucraine parlano di Femen, Putin, Pussy Riot. Si guardano invidiandosi, invidiano alle italiane le labbra spesse.

L’invidia allunga il laccio di malizia che tende alla gente e festeggia scandalizzando gli altri.

Nella festa sono, io, in una bolla, galleggiante in un dolore estremo e sordo, in una separatezza di sofferenza e storia, negata, nel buio.

Niente è più vuoto di un sarcofago vuoto. In una stanza attigua, museale elettronica sotto allarme, vedo disteso un sarcofago in una teca.

Ligneo, dipinto in lamine auree e polvere di lapislazzulo triturato, sotto faretti nel buio ha occhi spalancati. È un faraone vivo e morto?

Guarda ovunque reggendo due bastoni ricurvi heqa. All’interno filtra il puzzo mummificato di un cartiglio antichissimo con le mebrane.

Mi guarda in questa fiction di vita. Io sono nel buio. Lui è nella luce.

“Diventeremo quello. Già lo siamo: faraonici”. È il Proprietario. È alle mie spalle. Mi volto, ne apprezzo la grana epidermica del volto.

Spira da lui un sentore di incenso come nei completi che indossano nella bara prima di seppellirli.

Perché come fossero vivi vestiamo i morti? Quanto più casta e giusta è la nudità dei corpi che li avvicina al loro finalmente disincarnarsi!

“Una volta conobbi Niki Lauda dopo l’incidente. Lei ricorderà: pilotava la Ferrari. Nel 1976 al Nürburgring, la monoposto prese fuoco”.

Io: “Ricordo perfettamente. Lauda rimase intrappolato nella vettura in fiamme. Uscì dall’ospedale con ustioni gravissime. Volto sfigurato”.

“Infatti. Non chiesi nulla a Niki Lauda, quando me lo presentarono. Avvicinai la mano alla sua guancia, sentii la plastica di pelle”.

Era un morto vivo ridotto a plastica combusta, con i denti incisivi fuori e senza ciglia, un sarcofago che mangiava la propria carne.

A quel punto il Proprietario crolla per un infarto miocardico acuto. Dodici secondi di spasimi e muore.

Io vengo travolto dalle scorte e dalle ragazze e i ragazzi dentro il panico congestionato. Tutti i suoni sono ostinati. Le sirene lancinano.

Il corpo si snoda, tentano la rianimazione. Versa in una condizione nuovissima. Socchiude la bocca morta, una schiuma un poco si addensa.

Lo spostano, lo agitano. Egli sembra metallo sonoro.

Il vivente e il non vivente sono ormai un’unica indistinguibile cosa.

Il suo vestito non è altro che lui.

È venuto nella propagazione della carne.

Le giovani donne, le giovani bellezze: la giovane, per lui, carne.

Lo osservo. Continuo a osservare immagini.

Portano via il cadavere. Il cadavere è l’autentico sarcofago.

Dove era la festa e passano ora i servizi e militari agitati è vuoto. Gli schermi continuano a rappresentare immagini del premier.

Dice il premier degli italiani: “L’amore vince su tutto”.

Quando moriva le iridi appannate diventarono di pesce e si contrassero le labbra bianche, il corpo cadde, il jiva si ritraeva sontuosamente.

Lo Zio Bubba in fretta dietro la salma che si pensava recuperabile muoveva agevolmente il corpo flaccido, mi osservò come una telecamera.

Su una tavolata antistante quella del buffet vi era una serie di cadeau per le ospiti, ninnoli che luccicavano innocentemente.

Lo Zio Bubba piangeva senza accorgersene stando dietro una barella a body bag, sembrava un eunuco persiano affranto.

Ululava di dolore come uno scotennato dagli indiani nella fantasia dei bambini con le pistole finte nei Settanta.

“I timoni dei giornali da rifare questa notte. Tutti i giornalisti d’Italia diranno una cosa sola. Ha vinto lui”. Era un direttore di tg.

Ognuno di voi avrà sentito il sonno morbidissimo, il vortice dolce che si adagia sul letto, i flaconi nella luce chiaroscura, la lettiga.

E poi, improvvisa, la quiete.

Al cimitero c’erano tutti uniti nell’ustione del dolore faraonico, effettuavano atti dimenticati subito da tutti, anni evaporati in un’ora.

Lo scrittore non esiste più, compiendo il fallimento con una gioia lenta di crepuscolo maturo e albicocca, che si allarga al mondo.

È come vivere in una terra tragica in un tempo tragico. Era un battere di tamburi che udivo, era fame, erano gli affamati che gridavano.

Le onde erano soldati in movimento. Le aurore vestivano l’idea immateriale. Tutti noi eravamo padri e madri di figli morti e piangevamo.

Non vidi più quell’uomo, il suo corpo grande e bianco, rattrappito in me passavo a un nuovo impero, stando nel precedente.

Il racconto a tweet ispirato a “Fine Impero”: loading 50%

ziobubbaUn racconto inedito ispirato a Fine Impero, in 100 tweet, dunque ogni blocco entro i 140 caratteri, quotidianamente somministrato agli interessati da @minimumfax su Twitter e, a fine giornata, depositato su Storify: è un’esperienza di scrittura estremamente interessante, di fatto un corpo in continuità col libro.
Si tratta di una trenodia in metrica barbara.
Il protagonista è lo io, insieme allo Zio Bubba: due non-personaggi che dominano e imperano in Fine Impero.
Seguite lo hashtag come dice Formigli.
A oggi, siamo alla pubblicazione di metà del testo.
Qui sotto, la finestra da Storify in cui si depositano i tweet narrativi. Al termine dell’emissione dei 100 tweet, il racconto verrà compattato e pubblicato in una splendida sede di cui si daranno per tempo notizie.

//storify.com/minimumfax/fineimpero.js[View the story “#FineImpero” on Storify]

Linkiesta: intervista su “Fine Impero”

Michele Weiss mi ha intervistato per il bellissimo portale Linkiesta.it, a proposito di Fine Impero e anche un poco oltre – domande che superano i 360°… 🙂 Ringrazio Michele e lo staff del sito.

L’INTERVISTA SUL PORTALE LINKIESTA.IT

 

Conversazione con l’autore

Giuseppe Genna: “Non c’è scampo alla fine dell’impero”

di MICHELE WEISS

Fine Impero racconta il crollo epifanico di una civiltà che ha smesso dall’inizio di essere tale

genna_impero (2)È arrivato nelle librerie “Fine Impero” – Minimum Fax – l’ultimo romanzo di Giuseppe Genna. Si racconta la storia di uno pseudo-scrittore fallito che, dopo la morte della figlia di dieci mesi, in preda a un dolore così forte da cambiargli la struttura del viso, si tuffa nella Milano del circus tv – zeppo di tronisti, modelle e fiumi di droghe – manovrato da Zio Bubba, strambo personaggio che lo trascina a una festa in cui aleggia la presenza di uno sfuggente e decrepito padrone di casa (che assomiglia all’ex premier Berlusconi). Un singolare voyage au bout de la nuit contemporaneo, a metà tra narrazione pura e spunti di critica antropologico-letteraria e filosofico-politica – in cui l’Io romanzesco collassa nella miriade di episodi e immaginari innescati dal proprio tuffo nella più grande deriva splatter del post-moderno.

Anche “Fine Impero” ha un immaginario denso, materico e ipercontaminato: a scegliere un’immagine non letteraria, fa pensare a una crocifissione sospesa a metà tra quelle di Grünewald e Bacon (ma forse più di Grünewald). Tu ne avrai mille altre.
“Fine Impero” è uno strano romanzo, secco e impostato su un basso continuo. Le analogie con la pittura, da un punto di vista meramente personale, sono quelle con i Rothko della Chapel, certi yantra indiani di medio periodo e il “San Sebastiano” di Antonello. Ciò riguarda premesse e esiti e momenti interni della scrittura. Quanto a rappresentazione dell’affollamento compresso di immagini e immaginarii, Grünewald è perfetto, nella sintesi tra luce e carne della “Crocifissione”; oppure, da un punto di vista laicissimo e molto sociologico, il ciclo di Terry Rodgers, “The fluid geometries of Illusions”. I riferimenti espliciti e le citazioni sono tuttavia fuori dalla pittura, richiamano espressioni che vanno dalla fotografia non artistica di Alex Prager ed Erwin Olaf a certi frame di Bill Viola, al “Censimento” di Anselm Kiefer. In ogni caso ciò che mi ha più impegnato nella stesura del romanzo e che richiamo continuativamente è il film “La notte” di Michelangelo Antonioni.

La neonata che muore ha una valenza simbolica che parrebbe evidente, ovvero la morte della purezza e/o della possibilità del nuovo – oppure c’è dell’altro?
No. il libro si rifà a una poetica del trascendimento del simbolico, che in epoca nostrana ha molte manifestazioni, dal teatro di Jerzy Grotowsky alla critica di Peter Szondi; dalla filosofia di Gilles Deleuze alla teoria di Jacques Lacan; dalla scrittura di Don Delillo alla saggistica di Michel Houellebecq; dall’arte di Carsten Höller al cinema di David Lynch. La questione che si dà è sfuggire alla solidificazione del significato simbolico. Il simbolico non lo si traduce, non è una metafora o un’analogia. La bambina è tutt’altro che pura: muore e impone un dolore acutissimo e psichicamente insormontabile. La bambina è innocenza feroce. Inoltre è una bambina e non la Bambina, non può essere un simbolo. Il simbolo manifesta il trascendimento, si tenta di forare il simbolo, la sua immagine cangiante, si tenta di entrare nello spazio a cui esso veicola. Ci si chiede, nel libro, come sia possibile che chi perde i genitori sia “orfano” e chi perde i figli non sia etichettato da una parola specifica – ecco, è quello lo spazio a cui si tende, siamo consapevoli di quello stato eppure non si parla… la parola si sottrae introducendo a una pratica indifferentemente terribile o oscena o gioiosa. Stare nel niente, che non può mai essere niente. C’è un equivoco che si manifesta, evidentemente: la bambina muore e la società prespettacolare pure. Non è quanto intendevo scrivere.

Però sembra un libro in cui ci si occupa di un cadavere, da becchino e da anatomopatologo – o meglio, tutta una serie di cadaveri – la morte aleggia in maniera totalizzante, ma il vero grande defunto sembra essere l’Immaginario, inteso come possibilità di creare/dare vita a nuove visioni, nuovi sogni e quindi, a una vera nuova epoca: il grande scopo del libro è l’annuncio della morte (e il seppellimento) del postmoderno (o del suo soffocante trionfo definitivo)?
No. Esistono immagini di un parto a ciclo continuo, dall’inizio alla fine c’è un’ecografia che sarebbe un annuncio. Il libro è saturo di immaginari, non soltanto storicamente dati. A un certo punto siamo negli anni Settanta, sotto la luce fredda in una cucina piccolo-borghese, quattro umani immobili che mangiano apparentemente senza progressione temporale, nitidi, tutti unificati dal “pasto nudo”, che per William Burroughs era il momento preciso in cui si è consapevoli che la forchetta si avvicina e sta per entrare nella bocca: è un’installazione? Un quadro iperrealista? una narrazione minimalista? E, a proposito di installazioni, c’è un momento in cui il narrante, questo scrittore fallimentare e fallito che è l’avversario poetico del Jep Gambardella de “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, per sopravvivere cerca di spacciare suoi lavori artistici, stanze che raccolgono immagini e luci nere, zodiaci fatti con statue in cera di morfologie umane patologiche – anche questo è immaginario. Non c’è bisogno di certificare artisticamente la supposta morte del supposto Postmoderno: al limite lo fa certa critica, certo giornalismo, certa storiografia. Il paradigma di base in cui cerco di muovermi è la letteratura, o, meglio, la testualità.

In “Dies Irae”, il sistema del terziario avanzato – la società della comunicazione – veniva descritto come una bolla, e il narratore diceva di non essere al passo di questo nuovo decennio. Cos’è cambiato qui? Il protagonista è sempre un outsider afflitto da un incurabile nichilismo di stampo umanista, ma alla fine sembra anche attratto dai salotti-format dello Zio Bubba con i suoi mostri bellissimi, che appare il motore immobile di questa società dello spettacolo putrescente.
Il protagonista è uno scrittore fallimentare e fallito. Vive un immedicabile dolore. Nel primo capitolo porta una piccola bara in cui è custodito il corpo della sua bambina, morta a dieci mesi. In questo dolore acutissimo o basso, comunque continuo, egli si muove in una nebulizzazione di una storia precedente, all’interno della quale è sussunta in micronizzazione anche la cosiddetta Società dello Spettacolo, la quale non esiste più, non ha più la forma che aveva quando essa significava uno dei paradigmi dominanti della vita occidentale. La lingua distorta è afona eppure molto, troppo carica di storia, di emblemi, di possibili analogie. Nel crollo del business e del suo erede, il b2b, nel collasso del digitale e dell’analogico, nell’ipertrofia della chiacchiera diffusa, nella crisi endemica e irreversibile della comunicazione, nell’esplosione degli schermi, appaiono corpi che non sentono di esserlo, psicologie che non sono tali in quanto è venuto meno il paradigma psicologico, emozioni prive di un soggetto unificante, moltissimi “io” a legioni sterminate senza che avvenga una centralizzazione dello sguardo dello “io”. Il protagonista di “Fine Impero” quali libri ha pubblicato? Perché dovremmo considerarlo uno scrittore? Perché ce lo dice lui? E il suo turismo nell’esistente, dolentissimo, è davvero quello del Pontano protagonista de “La notte” di Antonioni, laddove vediamo lo scrittore che presenta il suo libro con Livio Garzanti e Umberto Eco con Antonio Porta gli chiedono l’autografo? E che cosa nasce dal rivolgimento che essenzialmente significa ogni catastrofe? Avevo scritto in passato un libro, “Io Hitler”, per cercare di cogliere fino a che punto esistessero presso di noi le condizioni per parlare di una vittoria postuma di Hitler: eccole realizzate, le condizioni – sono manifeste.

Zio Bubba è chiaramente ispirato a Lele Mora e al suo circus. Pensando anche a Videocracy che ha mostrato il fenomeno su larga scala ma in forma più o meno docu, tu invece lo hai trattato con i crismi dell’“iperrealtà”, caricandolo ancora di più fino a stravolgerlo: non hai temuto quindi che la semplice “datità” della cosa – mostrata dai video e poi dai processi – fosse più efficace?
Non esiste proprio, per quanto mi riguarda, l’idea dell’efficacia, e meno ancora mi interessa la prospettiva sul personaggio. “Io”, il personaggio centrale e illusorio, è miliardi di personaggi. “Videocracy” è molto bello, sociologico, un documentario interessante, l’ultimo sguardo di Silvio Berlusconi alla telecamera di Gandini in mezzo a centinaia di telecamere che egli riesce a centrare tutte, è un emblema notevole. Non è però il ciclo di vita di Lele Mora a interessarmi. In “Fine Impero” mi interessa una modalità mentale dell’imperio, che certo è passata attraverso spettacolo e dominio politico, tra ribaltamento valoriale e oscenità, e che però non si conclude affatto con il tramonto della televisione o con il fatto che al posto del “Drive In” e dei reality arriva “MasterChef”. È uno degli indefiniti “compimenti” della mente occidentale a interessarmi. Lo spalancamento di un’evidenza, soprattutto: la fine dell’interpretazione, in occidente, del mondo come un testo misterioso da decifrare. Lavorare a un testo nella momentanea fine del testo è il punto in questione. Intorno a quel punto si affollano spettri, storie, pixel, echi, motivetti, lottatori e troie: è l’eterna migrazione della specie, che è eterna appunto finché la specie vive.

Esiste una risposta sensata al perché si diventa scrittori? Intanto, il protagonista cita rabbiosamente Kafka e la blatta de “La Metamorfosi” – è un omaggio a quel modo di vivere e praticare la letteratura?
Non ho nulla da dire a questo proposito. Credo che si manifesti un sentimento della lingua, molto precocemente, che incanta e si condensa in immaginazioni e storie, e che spinga per prendere una forma linguistica. Poi avviene del tutto naturalmente che la scrittura, non gli scrittori, porti l’assalto ai limiti estremo dell’umano. Pochi sono i geni che vengono veicolati dalla scrittura a quelle latitudini. Kafka è secondo me tra costoro.

La scena letteraria italiana appare “disrupted” oltre maniera, emerge tutto e il contrario di tutto, l’editoria sembra aver perso la bussola e le librerie come Hoepli e anche Feltrinelli sono in cassa integrazione senza che in apparenza nulla possa cambiare le cose: ha ancora senso parlare del libro e di letteratura – e di un mercato collegato?
Il libro è una cosa, il testo è un’altra, la letteratura un’altra ancora. Per decenni si è stati molto tranquilli, lottando ideologicamente su piattaforme di mercato industriale, declinato in questa formula superficiale: l’industria culturale. Era, come tutti gli stati, uno stato momentaneo. Si trattava di un mecenatismo a plurimo valore, che impulsava autocensure, spettacolarismi, patetismi e sentimenti di gloria. Quel tempo è finito. Finisce, prima che ovunque in occidente, qua in Italia, laddove è un dato antropologico a fare crollare quella piattaforma: gli italiani hanno in odio geneticamente la cultura, l’intellettuale, l’artista – è ciò che Wu Ming 1 chiamava “microfascismo antropologico”. Nessuno, se non pochi, oggi ritiene che la lettura di un libro sia un’esperienza immersiva capace di trasportare nello stato decisivo e interiore in cui si affaccia la domanda di verità e di senso – una domanda che non ha risposta: è impensabile, in quanto inefficace e frustrante, stare oggi in una domanda che rifiuta ogni risposta. Che poi le cose debbano cambiare è un’illusione ottica, a mio avviso: è una richiesta alla realtà che appartiene a paradigmi pregressi, sociologicamente minoritari oggidì. Comunque, le cose cambiano.

Dall’epopea di Clarence alla tua webzine “I Miserabili” fino al wall interattivo con i “cascami” di Fine Impero: il web e l’avvento del digitale li hai vissuto dal principio – com’è cambiata la rete e la produzione di contenuti digitali in questi quasi vent’anni?
Sono rimasto sorpreso dall’accelerazione: oggi è impensabile occuparsi di contenuti. La Rete è il luogo in cui, quanto alle professioni, si realizza il peggiore precariato cognitivo del momento. Da anni c’è Facebook, che ha contribuito all’alfabetizzazione di Rete attraverso la coincidenza tra back-end e front-end, e lì ci si è fermati. Twitter è angosciante, mi sembra di essere costretto a giocare ai videogames degli anni Ottanta mentre c’è il 3d. La retorica della battuta sarcastica, che fuoriesce dall’utilizzo della Rete in questo modo apparentemente ubiquo, è insopportabile e terminalmente enfatizzata da una pubblica opinione morente. Tutti gli sviluppatori sono dietro a fare app, nel Web non si impone da anni qualcosa di nuovo. Il trolling esiste dagli albori della Rete, quando nemmeno c’era il Web, quindi non mi scandalizza. Le quote di attenzione degli individui sono crollate. Gli streaming eiettano icone che hanno vita post-spettacolare per qualche ora. Nessuno ancora si è incaricato di fare arte con questa digitalità, così come pochissimi (penso a Lynch di “Twin Peaks” e a Kieslowski di “Decalogo”) si misero a fare arte con la televisione. Lo sviluppo degli hardware è la traiettoria: entreranno nel corpo e al contempo ci porteranno su Marte. La Rete è un passaggio, pensare che sia un contenitore era errato e sarà sbagliato. Niente di fatale, comunque.

Ti sei sempre occupato di politica anche se incidentalmente: a Roma per il sindaco al ballotaggio ha votato meno del 50% dei cittadini, vale il discorso per la letteratura/editoria o è pure peggio – sembra che ormai stia finendo un’epoca, con i cittadini che hanno abbandonato il capitano – ma chi guiderà la nave?
Quell’epoca è già finita ab initio. Si vota da pochissimo, in realtà. La militanza deve essere continua, condotta con acribia e ossessività. Non mi illudo che, senza strategie e volontà, si possa mantenere eretto il fronte democratico. Quanto alla situazione attuale: manca la sinistra in Italia, non esiste un contenitore realmente socialista, la barca non la guiderà Barca. Tutto ciò, però, non ha a che vedere con la letteratura.

Adelchi Battista: videorecensione di “Fine Impero”

Essere intercettati da chi si stima è una gioia che la vita riserva con generosità ambigua: diciamo che è un caso mediamente eccezionale. Per esempio, io stimo molto Adelchi Battista, l’autore dell’eccezionale romanzo, monoculare e corale al contempo, Io sono la guerra, un testo di testi che per me, che avevo pubblicato io Hitler, faceva scattare migliaia di archi voltaici e una corrente di inesausta ammirazione nei confronti di questo scrittore capace di allegorizzare tutto topicizzando ogni momento, montando e smontando non la storia bensì le storie tutte, mandando in secondo piano qualunque distinzione di genere. Quello di Adelchi Battista è uno dei libri che indubbiamente alzano il catalogo Rizzoli a vertici importanti, in anni in cui al catalogo non si pensa nemmeno sotto tortura. Nella comunità degli scrittori autentici di questa nazione slacciata, Adelchi Battista mi è parso uno dei nomi su cui puntare. Da editor del Saggiatore avrei voluto e vorrei pubblicarlo, a occhi chiusi.
Tra me e Adelchi Battista sono intercorsi tre messaggi di posta privata e un centinaio di commenti su Facebook. Mi imbarazza tantissimo, quindi, ascoltarlo e vederlo parlare di Fine Impero, accostarmi a scrittori che molto stimo (da Aldo Nove a Teresa Ciabatti), mentre ricorda i tempi in cui leggeva Catrame e arriva a identificare punti per me nodali del libro che ho appena pubblicato per minimum fax. Si dà per me un abbraccio totalmente gratuito, che ricambiavo a priori, adesso sembro goffo e interessato nel praticare un gesto di affetto e stima profondi, però giuro che è così – si stava nello sguardo reciproco che è uno e ci trascina di testo in testo, di opera in opera, miscelando vite individuali in un’avventura esistenziale che vale la pena di attraversare, e non perché si parla bene ognuno delle cose dell’altro, non è questo il punto. Sono felicissimo di questa recensione in video, ringrazio Adelchi Battista e anche coloro che saranno interessati ad assistervi.

Il tumblr di “Fine Impero”

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genna_impero (2)E’ on line il wall di Fine Impero: un sito a scroll infinito con video, testi, immagini, link e audio legati agli immaginari compressi nel libro. In continuo aggiornamento.

Parte un work in progress indefinito: lo scroll continuo e inesausto di materiali e materiali fatti deflagrare dagli immaginari che ho compresso in Fine Impero.
L’indirizzo del tumblr è:

http://giuseppegenna.tumblr.com

Ci sono video, canzoni, immagini, fotografie, quadri, testi, citazioni, volti e luoghi che vanno da Michel Houellebecq che canta a un documentario sulla vita di Massimo Boldi, da Gotico Americano al wrestler anni 80 André the Giant accompagnato a scuola da Samuel Beckett, dai Kraftwerk a Don DeLillo, da Tommaso Pincio ad Aldo Nove, da Ennio Doris a Franco Fortini, dalle modelle a Tom Ford – e così via, per uno scroll che via via sarà sempre più infinito.
A oggi siamo circa a 200 inserimenti. Di giorno in giorno crescerà.
Buon* visione lettura ascolto.

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“Colpire Bambi”: da “La legge di questa atmosfera” di Domanin

Image (1)E’ in tutte le librerie il nuovo romanzo di Igino Domanin, La legge di questa atmosfera, edito da il Saggiatore (€ 11,90). Ne riproduco un capitolo, che ha il titolo per me geniale “Colpire Bambi”. La scheda del libro è leggibile qui o qui.
Alcuni elementi di supporto sui personaggi e i fatti che vengono rappresentati: lo studio dell’archistar Arrigoni sta per essere incaricato di realizzare a Milano una delle monumentali demolizioni per cui è noto a livello planetario, una creazione di rovine viventi che producono choc, ancora più estrema di quella con cui è stata estetizzata Dubai; Lorna è fidanzata del consulente per eventi Marco Riva, un businessman del terziario avanzatissimo, il quale è stato convocato da Arrigoni e si trova davanti all’occasione della vita; il socio di Marco si chiama Renato; Gloria Zenobi è anch’ella una non tanto attempata consulente; dall’assessore Magnani dipendono i permessi e i megafinanziamenti dell’opera. Il resto, da Celentano ai Righeira a Kylie Minogue li si conosce per default. La lingua è un miracolo di spostamenti tellurici. Il libro è semplicemente bellissimo. Buona lettura.

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COLPIRE BAMBI

La decisione dei nostri antenati di spostarsi su due gambe anziché quattro non fu un buon momento per la schiena umana. Quando usavamo ancora le braccia come zampe anteriori, il peso era distribuito equamente sulla colonna vertebrale, e la compressione della parte inferiore della schiena era molto molto meno intensa.
Non è affatto una cattiva idea, perciò, mettersi a gattonare.
Lorna lo fa spesso, sente come è naturale spostarsi in questo modo, con la forza di gravità che si spande in ogni punto del suo corpo, che si scioglie e si alleggerisce; lei non ha più inibizioni, poggia mani e ginocchia sul tappeto o su una coperta, e si allunga e avanza lentamente, riavvolge il nastro dell’evoluzione, entra in contatto con il terreno. Le sue paure e speranze, i sogni e i pensieri, sono spesso troppo lontani dalla terra. Vagola per la stanza immersa in una luce bagnata, fresca, temperata, quasi miagolando come un gattino, Lorna si ristora così e ricresce come un’erba appena rasata.
Si rialza, poi, per un altro esercizio, e si inginocchia, la caviglia delicata, affusolata, ornata di un minuscolo tatuaggio, soffre un poco la tensione, allora Lorna afferra un asciugamano e gliel’arrotola sotto, per lenire il bruciore del muscolo.
I muscoli vivono sotto la pelle come quando vedi che sotto la scorza della bistecca che credi arsa e carbonizzata c’è invece il fiotto invitante del sangue.
Lorna allarga ora più che può le gambe, continuando però a tenere i piedi giunti, e si siede per qualche istante sui talloni, avvertendo che l’intero corpo è adesso bilanciato ed eretto, come una Kore è interamente raccolta, ravvolta, compattata, sta provando un’improvvisa, meravigliosa, indistruttibile stabilità. Lorna può poggiare le mani sulle cosce e rimanere fissa per prolungati, ipnotici, istanti dove tutto quello che fa è puramente respirare. La concentrazione cade come un’ombra sulla sua sagoma totalmente immobilizzata; ora solleva lentissimamente le braccia, le allunga, le stende, diventano liquide come una macchia d’olio, così inizia a piegarsi tutta come un foglio di carta, morbidamente, a cominciare dalla vita; mantenendo i glutei a contatto con i piedi, immagina, può soltanto immaginare e non farlo realmente, di portare l’addome contro il pavimento. Le mani trainano le braccia quasi fuori dal corpo, mentre l’addome cala giù a terra, così la spina dorsale di Lorna si svuota, non sente più peso, ma stirandosi è un sacco, una cavità dolente che si tratta di riempire con forti, profondi, cavernosi, acutissimi respiri. L’osso non è più rigido come prima. Lorna non è più un gattino, ma una rana che gracida e ha il petto gonfio d’ossigeno.

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“Cazzo, ma non è mica tanto comodo…”
Renato, il socio di Marco Riva, seduto su quella cosa non riesce proprio a tranquillizzarsi, si gira e si stira come un fachiro, anzi allunga il proprio tentacolo per afferrare una confezione di frutti esotici da un cesto natalizio. Gli deve piacere molto questo tipo di pesca fortunosa in mezzo a tutto quel variopinto bengodi. Una volta aveva tirato su una scatoletta di caviale di astrakan, anche se quando l’aveva aperta i grani grigi gli parevano semi di senape.
Marco: “No, devi provarlo con dei cuscinoni, altrimenti certo la seduta è scomodissima, ma l’idea è geniale…” E’ entusiasta dei nuovi mobili che trionfano nella luce aurorale del suo studio, a grandi vetrate rombiformi, all’ultimo piano di un mastodontico palazzo del centro. Poltrone e divani interamente realizzati con piantumazioni contorte e svettanti.
“Ma la figata sai qual è, Renato? Il divano su cui poggi le tue natiche è vivo, vedi che c’è un vaso sotto? In realtà è una piantagione, è l’intreccio delle sue ramificazioni che forma il tessuto, l’ornamento, la tappezzeria del divano, c’è solo un sostegno in legno per reggere il peso, ma tutto è praticamente mimetizzato dall’intrico… Non è un concetto formidabile, avanzatissimo? Anzi ti devo dire che questi arredi vegetali me li ha suggeriti Gloria Zenobi, mentre chiacchieravamo stravaccati sul baldacchino del suo gazebo e mi aveva fatto notare quegli strani mobili che sembravano sbucare direttamente dal terreno. In realtà, i vasi in cui i rampicanti erano piantati li avevano semplicemente interrati… ”
Renato è un po’ perplesso, ma non contraddice il socio, non comprende questa ossessione infantile, un po’ maniacale, di Marco per il design e per l’architettura. Sta giocherellando con due tamarillos acerbi, colorati di rosso pallido, e sta pensando di farli bollire stasera: la loro polpa rammollita finirà nel frullatore insieme alla tequila.
“Mi dovrò abituare, certo che è divertente pensare di stare seduti su una pianta… Mi dovrò soprattutto ricordare di tenere un innaffiatoio in ufficio… Ahahahah! Che cazzo ci facevi sdraiato sul baldacchino con la Gloria? Mica ti sei scopato quella troia della Zenobi?”
“Ehi!, ti stai fottendo i tamarillos! Che cazzo te ne fai? Una spremuta di quella roba nauseante?”
Renato è completamente coibentato, nessuna sensazione di vergogna lo trapassa. Nasconde i frutti esotici sotto il braccio, poi si alza meccanicamente e si allontana per una telefonata. Non ha l’espressione coinvolgente di chi deve chiamare un cliente…
Marco si rilassa, gli occhi appiccicosi, quasi cieco, è un tricheco che si strofina svogliatamente sulla sua poltrona. Più si sente accolto dai suoi nuovi arredi, più rimpicciolisce, diventa una miniatura umana, contenta delle sue dimensioni infime, e adesso sente caldo come se fosse contenuto nel chiuso di una mano femminile. La serenità placida di una gigantessa che lo imprigiona delicatamente nel cavo della propria impugnatura. La Zenobi è una vecchia matrona emiliana, una biondona cremosa, ancora piacente, divorziata da due mariti molto ricchi. Svolge bene il suo mestiere di commercialista, visto che fa risparmiare allo studio di Marco e Renato parecchi euro di tasse ogni anno. Ha un grande influenza sui gusti di Riva, perché lui la ritiene in grado di fiutare alcuni trend, anche se la chiama “la mia Idrovora”. Eros e mostruosità cortocircuitano nelle tipiche, ossessive, maniacali fantasie erotiche da succube di Riva. La Zenobi ha un grosso neo, un poco nascosto, un’esplosione di robinia purulenta, tra la spalla e il collo, che Marco vorrebbe schiacciare come un bottone.
Renato si sarà ricordato di far eseguire alle ragazze il recalling per la premiazione al Westin Palace? Renato è troppo pirla, troppo smagato, un cascamorto che va sempre in giro in moto a inebetirsi…
Marco afferra il telefono fisso, il lobo del suo orecchio è surriscaldato. Disegna una smorfia di dolore prima di attaccare a parlare. Forse biascica appena un “Ah!”, un’esclamazione forse, che però non si avverte nemmeno, e infine inghiotte la saliva, una pallina vaporosa, che gli si è formata in punta di lingua.
“Franci, per favore, datemi conferma entro stamattina per il recalling! Devono esserci almeno centocinquanta persone stasera, lo sapete? Abbiamo tarato il catering su questo afflusso e non ci voglio smenare!”. Franci gli coordina tutto. Senza prendere fiato, Riva compila a voce una lista del problem solving della giornata per le sue junior assistant e per la stagista. Alla fine dispone di preparare una check list per vedere se tutte le operazioni sono state eseguite. E’ meticoloso come una formica.
“D’accordo, Grande Capo! Sarà fatto!” La risata della Franci è argentina, canzonatoria, affettuosa, vibra nella cornetta. Troppa tensione, troppe cose da ricordare in questo mestiere per non scherzarci sopra…
“Scusami, ma lo sapete che io sono un tipo asburgico…”. La parola asburgico piace molto a Marco, non c’è solo ironia, perché gli ricorda le gite in montagna, durante l’infanzia, sulle Prealpi, il burro molto denso e grasso, il latte crudo, freddo, alimentare.
Avverte il respiro della pianta su cui siede: il suo metabolismo, il fluire ritmico della clorofilla. Il gesto silenzioso, umido, avvincente della pianta che ospita e abbraccia il suo corpo. Tutto qui vive e si nutre. Si può udire il rintocco di campane cosmiche attraverso le vibrazioni delle foglie.
Marco capisce che adesso non è più solitario, dentro un mondo di puri e semplici oggetti. La presenza così vasta di un organismo vivente nel suo ufficio lo obbliga a una relazione, a una cura. Immagina che ogni mattina, per esempio, dovrà rendere visita alla sua poltrona, alla sua sedia, al suo tavolo, alla sua scrivania e preoccuparsi del loro stato di salute, impedire il loro deperimento, avere a che fare con la loro delicata e potente linfa, avvertirne le variazioni di odore. Dovrà avere un legame con ciò che fino a ieri è esistito per lui soltanto in modo indifferente.
Sulla nuova scrivania c’è pressoché il vuoto. L’assenza è sempre più ordinata, più calcolata di qualsiasi ingombro. E’ stesa sul piano superiore una pellicola rigida, lucida e spessa, che ricopre e isola il fitto e saturo intreccio dei rami, una specie di piallatura trasparente e sottile che permette di scrivere, di lavorarci sopra, di poggiare le cose. Nella pagina aperta della sua agenda riordina il biglietto da visita dell’assessore Magnani, che è messo lì per ricordargli che alle 15 deve bere un caffè con lui dalle parti del Duomo. Adesso può finalmente accendere il computer, perché deve assolutamente rileggersi un articolo apparso qualche settimana fa su un settimanale.

Marco cerca nell’archivio del sito della rivista, una lunga intervista a Sandro Arrigoni, l’archistar, uno di quelli a cui stanno affidando il rimodellamento delle grandi città. Un genio neorinascimentale. Riva ama la parola neorinascimentale, gli ricorda la sontuosa speziatura di una chianina divorata al Mangia in piazza del Campo a Siena: l’aggettivo trionfava iscritto nel memorabile menù, in caratteri gotici.
Il caricamento della pagina web è lento. Passano insignificanti istanti. Poi appaiono le parole di Arrigoni:

“Il modello della megalopoli è saltato, nessuno vuole vivere in città inquinate, innaturali, sature di comunicazione, di virtualità, che espropriano l’esperienza, che assaltano i nostri più delicati equilibri psichici, affettivi, cognitivi…”

Lo interrompe la Franci. Il caffè americano sta sbollendo, intiepidisce, Marco ci aggiunge ancora un cucchiaino di fruttosio, lo manderà giù come una bibita. Non gli dispiace mica, poi il fruttosio non lascia residui sul fondo, si mimetizza perfettamente nel liquido.
“Mi fai per favore le correzioni che ti ho evidenziato, poi mandi pure il comunicato entro le 11…”
“Ok, Grande Capo, sarà fatto…”
Per fortuna la Franci è sempre di buon umore, quando si lavora a certi ritmi è molto importante, dovrebbe migliorarle il contratto, visto che scade tra due mesi. In cambio le chiederà di farsi ricrescere i capelli, li porta troppo corti, non è ancora il momento di essere così seriose, in fondo due anni fa era ancora una studentessa.
A Renato, il socio, non deve chiedere quasi nulla, è bravo a vendere fumo in Powerpoint, a chiudere contratti di fornitura perfino con le fondazioni bancarie, ma che nell’organizzazione del lavoro è praticamente un latitante.
Sul sito di Arrigoni c’è una dettagliatissima gallery, un catalogo per immagini ad alta definizione, delle procedure di devastazione controllata messe in atto dal suo studio di archistar. Sono embedded anche dei video che documentano l’azione improvvisa di un’autobomba nel pieno centro di Mosca sotto lo sguardo divertito di un magnate del petrolio, proprietario del vecchio albergo anni settanta in stile sovietico che è il target dell’operazione restyling: un SUV che viaggia a quasi 180 km all’ora e va a cozzare contro il fianco destro dell’albergo, creando un varco, una nuova area su cui sorgerà un giardino pensile babilonese.
Nelle foto successive spuntano piante di origine transgenica, perfino alcune simulazioni di sabbie mobili, liane, vegetazioni carnivore, una jungla fantastica, di sogno, vibrante. In mezzo a tutto questo, tavolini, sofà, lettighe, bagni minerali o vulcanici, piste di ghiaia. Una somma di comfort in seno alla catastrofe.
Marco ritiene che gli scenari architettonici proposti da gente come Arrigoni siano location eccezionali per promuovere un evento, poiché innanzitutto sono un evento in sé, sono interamente costruiti secondo una logica della performance. Quello che conta è il dramma, l’azione che scuote, coinvolge, purifica, trasforma chi vi partecipa. Ciò che secondo gli ideali metodologici di Marco è al centro di un grande, perfetto, lavoro di comunicazione è il fatto che chi vi partecipa, in quanto implicato e risucchiato in quella realtà, non potrà più essere la stessa persona che era prima dell’impatto, non potrà fare riferimento a ciò che era prima. L’evento lo cambia, c’è una totale rottura del livello di coscienza.

“Il centro del mio lavoro iniziale sono state le rovine. Lo choc feroce di un bombardamento intelligente, di un’esplosione programmata, che riattiva i centri emotivi… è come se dalla materia cominciassero a provenire delle radiazioni, antichi messaggi, senz’altro più profondi della parola, da cui può cominciare un nuovo modo di abitare, nel senso più radicale del termine, cioè un nuovo modo di stare sulla terra…”

Sotto la finestra della pagina web, giace l’ennesimo testo da guardare. Supervisionare, correggere, vidimare i comunicati stampa è uno dei compiti più noiosi del lavoro di Marco, anche perché lui predilige l’intelligenza visiva, non gli piacciono le parole, preferisce le immagini. Da ragazzino aveva cominciato coi lavori di grafica, smanettando su Dreamweaver, preparando e-flyer per una web agency, era ancora studente, ma scalpitava per ogni novità nel campo dei media. Studiava De Kerchkove, Lévy, Baudrillard, si sentiva partecipe di un grande cambiamento, nell’azienda in cui lo presero in qualità di stagista i manager avevano solo 5-6 anni più di lui….

“… La rovina, il senso vivente della rovina è prepotente, liberatorio, proiettivo. Intendo praticare una sorta di archeologia attuale che è l’esatto contrario del totalitarismo. Il monumentalismo di Piacentini, i fori imperiali à la Mussolini, per non parlare della Berlino capitale del Terzo Reich secondo i modellini giocattolo e le coreografie impazzite di Albert Speer: sono l’estetizzazione del monumento, l’enfasi ossessiva sulla presenza, la negazione della temporalità costitutiva dell’esistenza che è la cifra ontologica dell’abitare, come ha spiegato il filosofo Heidegger già mezzo secolo fa…”

Le rovine dei templi Angkor, o le piramidi maya, sono la traccia evidente di come le grandi civiltà periscano in modo biologico, inghiottite dalla natura. Anche Atlantide pare sia finita in questo modo.
Le analisi di Arrigoni risultano estremamente eccitanti per Marco Riva, che continua a masticare quanto legge. Lo colpisce il fatto che, in una prospettiva rovesciata rispetto a quella occidentalista, nulla va restaurato perché la realtà del monumento è il tempo, la sua variazione ciclica, il declino metabolico, l’impermanenza assoluta. Forse dovrebbe mettersi a studiare di più. Interessarsi, in breve, di filosofia, antropologia, storia delle religioni, per capirne di più: sono tutte cose che a Scienza della Comunicazione non si fanno. Finora ha lavorato, è vero, sempre per la telefonia, il luxury, e, ultimamente – ma più per opportunismo che per profitto – anche per la politica, curando la campagna di questo giovane politico, un emergente dell’ala conservatrice qual è Magnani.
Marco è però uno che sogna, che vorrebbe creare, gli piace il lato demiurgico del suo mestiere di professionista della produzione di eventi. Come quella volta che organizzò la festa a Barcellona, per lanciare la collezione di intimo, una linea di capi prodotta sotto il brand di una vecchia pornostar latina, un macho messicano del secolo scorso: lì si scatenò con obelischi, siluri, stalagmiti, scisti, una colonna sonora di orgasmi campionata da vecchi film hard e mixata con disco music tipo Isaac Hayes o Lou Rawls, la gente che ballava e poi scandiva il nome, invocava la presenza (sotto un rullìo incessante di tamburi) supplicava la comparsa della divinità psichedelica Acid Queen (una citazione dal musical degli Who, Tommy) e veniva fuori un clone di Kylie Minogue in slip e reggiseno, in mezzo a un nugolo di gay palestrati danzanti con la mascherina nera o da maialino: un’apoteosi…
Oppure quando al Marriott Hotel aveva crocifisso una modella seminuda, posta su una piattaforma mobile, olezzante tutta la fragranza dell’esclusivo profumo da promuovere, e aveva incitato gli invitati a dileggiarla, oltraggiarla con lancio di sassi di gomma, come una sorta di burlesca lapidazione…

“Immaginate uno spazio ancestrale, vi chiedo di pescare a strascico nelle zone più infime della vostra attività cerebrale, di infilarvi in mezzo a quei perenni cortocircuiti tipici della nostra memoria rettile…Un effetto del genere me lo fece alcuni anni l’inaugurazione di un parco a tema, dove era possibile partecipare a una caccia chiamata Shooting for Bambi. Pagando un ticket, ti fornivano di fucili in grado di colpire femmine di ogni razza, messe a scorazzare svestite e con code posticce tra rovi, bassi cespugli, spuntoni di roccia. Era una gara, se ne centravi una ti davano un punteggio, una roba disgustosa, triviale, misogina, una simulazione, una falsità, certo! Però solo a guardare superficialmente la cosa: invece era un’esperienza, pura realtà, pura potenza che affonda nell’energia delirante e psicotica, invaginata come una sacca vitale dentro ciascuno di noi che abbiamo paura di vivere, mortificati nella quotidianità imbecille, televisiva, mediatica…”

“C’è la segretaria dell’assessore Magnani in linea: te la passo?”
“Un minuto, Franci, dammi solo un minuto e poi girami la chiamata!”

“… Vi sembrerà strano, ma il primo nucleo della mia idea è nato ascoltando le parole di K.H. Stockhausen, il supremo compositore, che di fronte allo spettacolo pauroso, tenebroso e letale dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle, dichiarò che si trattava di un’opera d’arte che raggiungeva il sublime. Un’affermazione solo apparentemente delirante… Dobbiamo ripensare una prospettiva di rinascita e di liberazione, un’idea di speranza che prescinda dal nichilismo, poiché è vitale per la nostra sopravvivenza e per la nostra destinazione (per noi in quanto esseri umani, puri elementari rappresentanti della specie, nuda vita) abituarci a vedere nella distruzione una grande chance biologica. Questa per me è politica, questa è assoluta, necessarissima, metafisica…”

Chi è Stockhausen? Riva non ha mai ascoltato nulla di Stockhausen. Dovrebbe? Nel suo hard disk l’unica cosa che forse può somigliare a Stockhausen sono tre minuti del Pierrot lùnaire di Schonberg, che ha scaricato pirata. Musica dodecafonica: non regge più di 100 secondi.
Imparare Stockhausen, assorbire tutto: il futuro è musica intuitiva…