Mese: novembre 2013

“Alias” su “Fine Impero”: la complessa recensione di Fabio Zinelli

genna_fineimpero_3d_tn_150_173E’ per me sorprendente il ragionamento (complesso, strutturato, pertinentissimo, mai declinato al giudizio di gusto) che il critico Fabio Zinelli ha pubblicato domenica 24.11 su Alias, supplemento culturale de il manifesto, a proposito del tentativo testuale che va sotto il titolo Fine Impero. Si tratta, semplicemente, del rilievo fenomenologico e teorico più interrogante e intellettualmente profondo, che mi sia stato mosso da quando pubblico.
La temperie è tale che, muovendomi in quotidianità otturata da impegni lavorativi e personali, io non possa immediatamente rispondere, controdedurre, come di fatto vorrei. Al più presto, cioè appena possibile, lo farò, sebbene io non conosca Fabio Zinelli né abbia contatti con lui. Nel frattempo lo ringrazio, così come ringrazio i responsabili di Alias.
Ecco il testo in pdf:

icona_pdf_bigFabio Zinelli – Alias – Il manifesto | LA BABILONIA DEL NORD IN SALSA POSTMODERNA: UNA BALLATA ORFICA SUGLI ANNI ’80-’90

Prolegomeni a una fenomenologia del Letamaio

masterpiece27

Siccome faccio (non: sono) l’intellettuale e lo scrittore, osservo ovviamente da vicino la costellazione degli intellettuali e degli scrittori italiani. Va premesso che, secondo metri del tutto personali, ritengo siano autentici intellettuali e scrittori in Italia assai pochi figuri, generalmente lontani da certi attuali faretti Ikea con cui si intrattengono trasognanti salotti pubblici, in cui si dicono cazzate a maree. Ciò che ravvedo nei testi e nei comportamenti emblematici degli intellettuali e scrittori autentici è, nel tempo di una crisi antropologica e non economica, la quale fa emergere tutta la sugna antiumanista italiana, un’appropriazione della libertà di respiro, di gesto, di apertura; libertà che non smette di intrattenere rapporti con la tradizione, sussunta e metabolizzata, profondamente, per nulla problematizzata secondo qualche “angoscia d’influenza”. Il resto della torma, queste falene infrizzantite dal blog e dalla homepage e dalla struttura editoriale (non più dall’università, finalmente), mi pare preda di un avanspettacolo orrendo, di cui sono coresponsabili coi nomi e cognomi lorsignori e lorsignore falene. L’oramai allucinogeno Walter Siti con la sua “autofiction” a mo’ di slogan, che filoleggia senza fondamento né contesto in pubblici incontri e poi va al “talent” degli “scrittori” e giudica non si sa con quale metro, senza nemmeno ricordarsi l’identità dei concorrenti (“Il primo dei due, forse…”) o la livida Sveva Casati Modignani a “Ballarò”, che storce naso e bocca, riassumendo la puntata con un mugugno che si pone immediatamente come esito tragico delle apparizioni in video di Volponi o Pasolini o anche di Baricco – ecco due esempi che nulla hanno a che vedere col supposto malcostume, col supposto moralismo, con la supposta laus temporis acti: hanno a che vedere con la miseria della realtà. Il “tour” di Gianrico Carofiglio, per cui un bordo è “vertiginoso”, si annuncia a un terzo di pagina del Corsera: decine di date in cui dirà cosa?, farà cultura?, venderà le copie? Un contagio sterminato di stronzate paranarcisistiche: poiché non appartengono al livello dello “io” e quindi non si pone la questione del narcisismo (idem dicasi circa la questione dell’isteria o dell’isterismo delle “primedonne”, che non sono né donne né prime; e lo si dica di tutti e tutte, tranne che di Aldo Busi, il quale, essendo un grande scrittore, lo “io” non soltanto lo ha raggiunto e solidificato da lungo tempo, ma ha anche iniziato da decenni un processo di trascendimento dello stesso). In ciò, in limine, si pongono gli oramai cosiddetti “addetti ai lavori”: gente che suppostamente farebbe “l’editor” ed è dedita a sparare cazzate più volte al giorno tutti i giorni, lavorando freneticamente tantissimo, lavorano soltanto loro, sono anche orgogliosi di lavorare tanto (leggessero un bigino di Marx, nella vita…), pensano addirittura di segnare una stagione della gloriosa storia dell’editoria italiana, questa narrazioncella che ha retto per nemmeno un cinquantennio e soltanto per merito del capitale, dell’industria, investendosi dell’aberrante etichetta di “industria culturale”, tristissima espressione di cui soltanto il cretinismo universale può fregiarsi. Intanto arrivano i bimbiminkia, con la loro ignoranza ignorante di tutto e tutti, ignora persino se stessa, e così impone una strana grammatica, cognitiva ed emotiva e sociale, rispetto a cui tutti costoro, waltersiti e svevecasati ed editors ed editresses e gianrichi, sono automaticamente eliminati dalla storia o, meglio, dall’anticanone storico bimbominkia, di cui non potranno mai e poi mai avvertire il bordo vertiginosamente pop. Su questo punto, vorrei precisare: non è che sto criticando in nome di una “cultura alta” e sdegnosa del pop, così come non sto ragionando facendomi forza del “basso che corrode l’alto”. Semplicemente, esistono a legioni questi non miei colleghi italioti, che non sanno e non sentono le vibrazioni celesti e infernali del sistema linguistico e poetico italiano, o, se le sentono, non le praticano, partecipando alla vendita, non tanto delle copie, ma di se stessi e della lingua. La loro generosità non è tale: è lo smercio di se stessi. Per consentire questo smercio, gli altri (lettori o meno) dovrebbero pure pagare.
Sia chiaro che la poesia, poetica o prosastica, e l’intuizione intelligente italiane esisteranno traforando i nostalgismi e gli entusiasmi da trimalcioni del presente.
E’ fondamentale, almeno per me, vedere molto bene che il cane ha defecato lì sul marciapiede e questo è il motivo preciso per cui, a volte, mi concedo di esercitare la fenomenologia della merda.