Mese: gennaio 2014

Una poesia del 1992


Ho ritrovato alcune mie poesie scritte nel 1992. Stavano in un piccolo albo pubblicato nel 1995 da un’associazione culturale anconetana, per celebrare una manifestazione poetica. Mi ricordo che mi avevano invitato, ero andato, la noia del viaggio sull’Adriatico, questo treno lento, io sempre solo, che mi chiedevo perché ero sempre solo, e poi la finzione della contentezza con gli organizzatori, la cortesia e la gentilezza un po’ timida e nemmeno ostentata, la presentazione ai notabili poeti del loco, questa cena con i notabili medesimi e l’organizzatore mio coetaneo un poco brillante, la lettura in due minuti sotto un porticato umido. Ero ospitato a casa del giovane organizzatore, in un divano letto nel salotto, impiegai poco a rifugiarmi con certa disperazione in un sonno pesante, svegliato dalla luce bianca del primo mattino di quella città grigia, anonima, qualcosa di genovese non sviluppatosi. Me ne andai con una tristezza un poco rassegnata, riflettendo sull’inutilità delle occasioni di incontro che non lo erano e sulle poesie che scrivevo che forse non lo erano, e sulla scrittura: cosa avrei fatto? Quel falsarmi, quella fatica che sempre mi sfiancava… A ogni buon conto, ecco la poesia. Mi fa un po’ impressione pensare che ventidue anni fa scrivevo questi versi. Chi ero? Ero davvero io? Mi pare quasi impossibile abbracciare una sfoglia remota di me, una crisalide che ero, molte vite addietro, quasi senza commozione, ricordando male, in una luce bassa per penuria di volt. La raccolta si intitolava “Il cappotto di Mandel’stam” e questo è il testo che ho recuperato:

Come un ladro ho arato
tutti i quaderni della solitudine, intatti,
visitato il legno delle fronti, accolto i panni dell’età.
Fuori della casa, nel cortile del ciliegio,
ancora di notte Mandel’stam raccoglie
acqua fredda col mestolo. Lo vedi, è un poeta.
E’ una linea dentro, una spalla di luce,
la stessa trafila dei suoi abiti lisi, anni fa.
Non si allunga l’elenco dei minuti nani.
Continua a essere un padre, la buona credenza,
ripone ogni parola
in una stanza consumata, nell’incanto del passo
quando un piede tocca terra prima di lasciarla.

Solo allora è un angelo, lo siamo tutti.
Sulle labbra abita sempre l’angelo della parola ‘tutti’.

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Vedi Napolitano e poi muori


Nell’estate 1968, il 19 agosto per la precisione, i dirigenti del Partito Comunista Italiano erano tutti in vacanza. Il segretario Longo se ne stava nei dintorni di Mosca, Enrico Berlinguer, con i figli, tra cui la piccola Bianca, si rilassava sul Mar Nero, in compagnia di un alto grado comunista, Paolo Bufalini, per caso accanto a una villetta in cui risiedeva Georges Marchais, volto da Nouvelle Vague, cipiglio scettico, di lì a quattro anni segretario del Partito Comunista Francese. A Roma, a presidiare il Partito, nell’afa smottavano Armando Cossutta e Giorgio Napolitano. Un console sovietico convocò il primo in una residenza misteriosa, informandolo che le truppe sovietiche erano entrate in Cecoslovacchia, chiamate dal segretario comunista Dubček. Cossutta chiese la prova di quella chiamata di soccorso: ovviamente era pura fantasia, non esisteva nessuna richiesta d’aiuto, tantomeno di inviare carri armati. Il console sovietico aveva compiuto una cazzata memorabile: aveva dato l’invasione della Cecoslovacchia come avvenuta, quando il telex che lo informava era riservato e l’annunciava per il giorno successivo. Per qualche ora due uomini non sovietici, in tutto il mondo, seppero, loro e soltanto loro, che l’URSS sarebbe entrata con l’esercito a Praga. Non fecero niente. Si limitarono a fare passare le ore, studiando un’accorta reazione scritta da parte del Partito Comunista Italiano. Si mise al lavoro su questo documento il giovane Giorgio Napolitano. Fece il suo capolavoro: scrisse che la formazione dei comunisti italiani esprimeva “grave dissenso” all’occupazione ungherese da parte dei sovietici. Quando dall’Unità, nella notte, giunse la conferma che finalmente i mezzi armati sovietici avevano varcato i confini ungheresi, Cossutta e Napolitano contattarono il segretario Longo, che diede il suo placet a quell’espressione, “grave dissenso”, che il PCI avrebbe corroborato in seguito, grazie a un durissimo discorso di Enrico Berlinguer al Congresso Internazionale dei Partiti Comunisti, tenutosi a Mosca. L’enorme spregio del pericolo mostrato da Napolitano (“grave dissenso”…) si sarebbe convertito nella leggenda di un’opposizione senza quartiere all’intervento sovietico che causò la Primavera di Praga, ma non gli sarebbe valso comunque la poltrona da segretario, a cui aspirava secondo il temperamento ambizioso che da sempre ne caratterizzava le tattiche esistenziali. Giorgio Amendola, quando ci fu da discutere il nome del delfino di Longo – colpito da ictus – il quale avrebbe retto le sorti del PCI, così si rivolse a Napolitano (testuale): “Giorgino, tu non hai esperienza internazionale e non hai grinta. Nemmeno tu hai grinta, Enrico: quindi, tirala fuori”. Così andava la politica allora, secondo vergognosi bizantinismi verbali e semantiche improntate all’ipocrisia e all’irragione di Stato. Questo Napolitano, questo uomo che sta tra uomini e no, comunista e no, che è l’attuale capo dello Stato italiano, probabilmente, ha fatto mostra di un “grave dissenso” quando gli hanno riproposto, alla sesta votazione, di ricandidarsi al Colle, un po’ come, insieme a Cossiga, espresse “grave dissenso” rispetto al movimento dei Settanta, poliziotto e no, repressore e no. Sceglie saggi in nome di tecnocrazie finanziarie e politiche internazionali forse anche più irragionevoli del Brèžnev del 1968. Commina un governo all’Italia da circa tre anni, prima con Mario Monti, prontamente annoverato tra i senatori a vita, quindi benedicendo l’abbraccio tra componenti della famiglia Letta, non prima di avere fatto modificare la Costituzione, inserendovi il surreale obbligo di pareggio di bilancio, il cosiddetto “fiscal cap”. Da un punto di vista generale, la presidenza Napolitano notifica e vive per la fine del parlamentarismo, della democrazia parlamentare, ben più e ben oltre di quanto accadde con Cossiga. Fa specie, quindi, l’accusa di populismo a ogni assalto che viene formulato a questa interpretazione distorta e realmente autoritaria del ruolo di Capo dello Stato.
Oggi viene annunciato dal M5S che è presentato l’impeachment nei confronti di Giorgio Napolitano. L’incredula levata di scudi contro un simile affronto mostra la corda: se ne intuisce l’ipocrisia. Il parlamentarismo non è mai stato tale, è sempre esistito in Italia un avanzatissimo extraparlamentarismo, dove a decidere erano le centrali costituite dalle segreterie dei partiti e da organismi stranieri, queste ultime in veste di soffuso o diretto ingaggio militare. In un Paese a sovranità limitata ci sarebbe da chiedersi dove e come si esercita quel residuo non limitato di sovranità. L’irresolutezza di funzionari e gerarchie dello Stato è giunta a gradi intollerabili. Che la Presidente della Camera adotti per la prima volta nella storia l’istituto giuridico detto della “ghigliottina” per fare passare un decreto legge, la cui urgenza è tutta da valutare, è un sintomo di quanto debole sia oramai la tutela dei regolamenti democratici in questo Paese. Ho lavorato per più di un anno nella segreteria della Presidenza a Montecitorio e sono convinto di avere gli elementi per valutare la conduzione dell’Aula da parte della Presidente Laura Boldrini. Ella ha molte facoltà, tra cui quella di bocciare il capo designato di una commissione, la qual cosa è poco nota; può addirittura intervenire a reti unificate, per un discorso di emergenza; può accedere alla Cassaforte di Stato e divulgare alcuni elementi fondamentali della nostra storia, da Ustica all’Italicus alle privatizzazioni del 1992. Da ciò che fa e non fa, desumo un giudizio del tutto personale, che mi risulta perfettamente in linea con quello che formulo nei confronti del primo Capo dello Stato rieletto (ripeto: alla sesta votazione; per Pertini si andò al sedicesimo scrutinio, per Leone al ventitreesimo).
Non ho in stima minimamente il M5S. Ritengo che sia generalmente un movimento di destra, senza appelli, forse votato da ex elettori di sinistra, ed è il motivo per cui ritengo che, essendoci questo movimento, non abbiamo una Lega forte sul modello di Alba Dorata. Non mi scandalizza tuttavia la richiesta di impeachment. Ogni italiano avrebbe dovuto avanzarla al momento in cui Napolitano, chissà da quali allerte internazionali preoccupato, ha accettato il “pressante invito” delle forze parlamentari (essenzialmente PD, PDL e SC) di rimanere sull’alto scranno. Tra il “pressante invito” e il “grave dissenso”, come sempre, è propinata una felpata politica del controllo più acuto e aggressivo. Tutto è emblematico, in questo controllo: non sfuggirà che, mentre il 20 aprile 2013, Giorgio Napolitano riceve il “pressante invito” e viene rieletto, il 22 aprile 2013 siano distrutte le intercettazioni delle telefonate tra lui e Nicola Mancino, importanti elementi nell’indagine sui rapporti tra Stato e Mafia. Varranno quale sintomo o emblema suplettivo le parole di Bettino Craxi nel 1992, che, sui traffici di finanziamento occulto ai partiti, chiamò in correo lo stesso Napolitano, senza che da costui mai si sentisse una parola a propria discolpa.
L’anziano Presidente della Repubblica non se ne andrà certo per via di una richiesta di impeachment avanzata da questi onorevoli a dire poco pittoreschi. E’ certo, però, che prima o poi se ne andrà. E allora sarà il più autentico ed efficace degli impeachment a impedirgli di tutelare una storia repubblicana, cioè quella che lo riguarda, mediante pressioni, silenzi, connivenze. Gli storici sono, come si sa, già all’opera e comunque un posto accanto a Giovanni Leone e a Francesco Cossiga il presidente Napolitano se lo è già conquistato e sono certo che se lo godrà fino in fondo.

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Allocuzione dell’uomo di Neanderthal

di GIUSEPPE GENNA

Signore e signori, vi ringrazio dello spazio che concedete all’ascolto di queste mie accorate e disperate parole. So di pronunciare male le parole. Questa novità, le parole, mi turba profondamente e tanto mi inquieta. Non ci dormo la notte. Non che non fossi abituato a non dormire la notte. Uscivo dalle spelonche, dopo avere limato i denti incisivi contro le pietre, utilizzate come còta, e avere tirato stringhe di pellame equivoco facendo leva sulla mia splendida mandibola. Questo prognatismo, la prominenza della mia mascella, il mio stupendo andamento da primate, il mio rapporto aurorale con gli utensili, signore e signori, rischia di andare perduto per sempre: per sempre! Porcodio! C’ero prima io e adesso si presenta questa mutazione, questo OGM che nemmeno è umano, poiché da millenni siamo abituati a considerare umano un certo tipo, anatomico e psicologico, e adesso spunta questo essere meno peloso, meno virile, che se ne frega della storia, per cui la storia non esiste nemmeno!, con tutte delle novità di ordine tecnologico, le quali hanno la pretesa di annullare tutta la storia precedente, che grava sulle mie spalle e che io e i miei padri abbiamo prodotto. Qualunque cosa di cui ci occupiamo o che facciamo: noi secerniamo storia. Sono ridicoli questi grafemi, questi esorcismi tecnologicamente atti a dare l’idea di una novità che è orrenda e antropologicamente senza senso! Cosa sono questi graffiti? Che speranza cieca e tutta scientifica ritengono di proporci? Noi sappiamo analizzare benissimo la realtà. Solo per me e per i miei padri la memoria ha un senso specifico, assoluto, trabocca di valore e quindi di speranza. Cosa viene questo tipo umano saccente, che si connota come sapiente, come Sapiens, quando è insipido, insipiente? Fa schifo tutto questo! E non tacciatemi di misoneismo! Io ho difeso, sempre postume, le novità di certi rivoluzionari di Neanderthal: addirittura pagavano con la vita e con la sofferenza certe innovazioni che per me, che venivo dopo di loro, avevano grande senso. Era così facile condannare i miei padri, che avevano emarginato e irriso quei grandi genii, quegli autentici rivoluzionari, che innovavano il senso del nostro stare sulla Terra! Pezzi di merda del passato che facevano disperare l’inventore della tecnica con cui poi abbiamo appreso a fare i nodi con i denti… Maledizione su quei conservatori! E così andavamo, una sfoglia dopo l’altra, il nostro “io” tumultuosamente, ma in un certo senso serenamente, era instradato su binari giusti e corrispondeva a un canone. Senza canone non si può fare nulla! Ma questo futuro disegnato da questa nuova specie, che è antropologicamente diversa, fa schifo a me e ai miei fratelli: non è cosa umana! Va bene guardare al progresso, all’evoluzione, ma entro certi limiti. Invece questa nuova specie ci lascia ignorati, nel fondo buio e umido delle nostre caverne, a discettare di quanto un padre neanderthaliano compiva quale atto di fede e opera di intelletto e corpo: e a questi nuovi non gliene frega niente della venerabile catena dei padri neanderthaliani! Il canone è tutto, il canone è soltanto neanderthaliano! Questi che vengono dopo stimolano in noi un razzismo più sottile ma anche più virulento. Non li consideriamo infatti un’altra razza; li consideriamo tout court un’altra specie. Essi sono fuori dell’umano. Forse dunque aveva ragione il più grande tra i nostri sterminatori. Il Grande Sterminatore Neanderthaliano protestava, il pugno alzato contro gli dèi tutti, che tra noi c’era qualcuno che non era umano: non dico neanderthaliano, ma addirittura umano. Aveva ragione, nonostante sia canonico l’orrore che in noi tutti suscita la sua memoria. Egli ha avuto l’impudenza di esibire un tipo speciale di orrore e di propagarlo tra noi tutti. Il Grande Sterminatore Neanderthaliano è l’immagine di quello contro cui noi abbiamo sempre combattuto. Egli è il male assoluto, il nostro male. Ognuno di noi neanderthaliani ha al suo interno, in un certo modo, un Grande Sterminatore Neanderthaliano. Abbiamo speso molti argomenti e molto tempo nell’elaborare un trucco, una cosmesi, che ci garantisse che noi eravamo i difensori contro il suo strapotere. Ma almeno egli era uno di noi, uno di Neanderthal! Il trucco consisteva in questo: bisognava asserire che il Grande Sterminatore era fuori dell’umano! Siamo ottimi prestigiatori ed ecco in cosa risiedeva il nostro illusionismo, che era un modo esteticamente furbesco per preservarci proprio dal pericolo che un’altra specie venisse a soppiantarci: noi avremmo accusato i posteri dell’altra specie di essere la genìa di quel Grande Sterminatore Neanderthaliano! Sì! E’ così! E’ lui il padre putativo di questa nuova e orrenda specie, che si pone fuori del neanderthaliano! Così riversavamo la nostra colpa su figli non nostri, ben al di là da venire, sempre di là da venire. Ma adesso sono arrivati! E perfino il nostro argomento, il nostro discorso sul Grande Sterminatore, viene annullato dalla loro novità stolida, imbecille, entusiasta, priva di memoria e di storia. Ah!, essi hanno vinto, ma almeno li disprezziamo! Sappiamo disprezzarli benissimo. Tutto il nostro canone, la nostra storia, infatti, era una variazione morbida del disprezzo. Oh!, noi ci abbiamo costruito una cultura (la Cultura!) sul disprezzo che provavamo per tutto, e che affondava le radici in un disprezzo elementale, basilarissimo, che era quello che nutrivamo per noi stessi!
Adesso arrivano questi nuovi, bianchicci, mi repellono financo fisicamente, essi si sporgono sul nostro stesso mondo con delle fisionomie indistinguibili e pallide. Arrivano con i loro piccoli strumenti, che è sicuro che diverranno strumenti di morte. Ogni strumento, in fondo, nasconde nel proprio intimo l’arma! Noi sappiamo bene interpretare questo fenomeno misterioso: abbiamo esperienza di strumenti e armi. Non significa nulla il fatto che non abbiamo saputo risolvere mai il grande problema della morte. Però siamo riusciti ad avvicinarci al problema, facendo germogliare le armi negli strumenti (bei vecchi strumenti pesanti, cosali, plumbei, che esistono; non questi nuovi strumenti leggeri, rarefatti, troppo nuovi) e attraverso l’uso delle armi abbiamo avvicinato la morte a tutti noi umani neanderthaliani! Sì! L’abbiamo invocata e lei è sopravvenuta, ci ha accostato, si è sistemata un poco più vicino a noi, facendoci ombra. In quell’ombra abbiamo prosperato per millenni. Era bello crescere all’ombra di quella morte, stando in panciolle come sotto un grande banjano, appisolati, a fare andare avanti lentamente le cose, secondo i nostri desiderii. Ah!, le nostre amache! I nostri sonni così significativi! Interpretavamo gli incubi, avevamo strumenti e armi dappertutto. Perfino l’interpretazione era una nostra arma prediletta! Lì, godendo di quella frescura ombrosa, noi assaggiavamo cibi per noi prelibati, che la nuova specie umana adesso schifa! E’ inconcepibile! E’ gravissimo! Loro vogliono eliminare me! Me! Capite lo sproposito? Io sono io, io solo esisto! Questi nuovi non ce l’hanno, l’io! Non sono niente! Propagandano una vita nulla, che pretende di annullare me! Vi prego di considerare bene la forza, l’assennatezza, la veridicità oggettiva del mio ragionamento: non mi estinguono, questi Sapiens, in quanto sono un loro padre e vivevo prima di loro; no!, essi mi estinguono in quanto sono proprio di un’altra specie!
Bene, mi pare sufficiente. Come è solito dire tra noi umani neanderthaliani: chi ha orecchie per intendere, intenda! Così ci si riconoscerà tra fratelli, tra noi, come dei sopravvissuti, come dei massoni, con cifrature segrete che testimoniano quanto tra noi fratelli è condiviso un sapere, il quale è immortale e sempre vero: la tradizione di noi neanderthaliani. Magari essa per qualche tempo si eclisserà, siamo disposti a concedere lo spazio a questa nauseante ipotesi; però poi vedrete come risorgerà, in un futuro, quando verranno a chiederci aiuto, questi innovatori antropologici, quando, non sapendo come si mangia, ci verranno a chiedere in ginocchio di insegnare loro a masticare, a ruminare per bene!
Pace a tutti, dal profondo del mio cuore, amiche e amici, fratelli e sorelle, poiché, qualunque cosa io dica, lo dico per amore e ve lo dico io che la dico per amore.

Personaggi e azioni nel “Kaspar Hauser” di Manuli

“Non esiste chi uccide, non esiste chi è ucciso”: l’adagio di uno dei sutra fondamentali della Bhagavad Gītā presiede al regno in cui prendono vita i personaggi e le storie del cinema di Davide Manuli, che con La leggenda di Kaspar Hauser tocca probabilmente uno dei vertici possibili nell’utilizzo dei suoi stili. I personaggi, anzitutto. La loro presenza è tanto più intensa quanto più vengono sollevati da carichi che pertengono alla composizione secondo la psicologia o l’evoluzione nell’arco temporale della rappresentazione. Essi sono Il Prete, Lo Sceriffo, Il Pusher, La Prostituta, La Contessa. Sfrondandoli da questa muffa del supposto “realismo” (cosa pensa davvero Vincent Gallo? Cambia idea dalla terza alla trentesima scena del film? Sta soffrendo intimamente mentre fuori finge spensieratezza? E come è arrivato a questa conclusione emotiva?), Manuli si pone immediatamente a livello del canovaccio: ogni singolo istante, ogni unica azione è quell’istante e quell’azione. Avviene un’opera di trasmutazione non del personaggio, ma dello spettatore, il quale si ritrova a essere spazio vuoto, non mentalmente ruminante sui vari compossibili dello spettacolo stesso. Si è spazio in cui accade una scena. Non è che, al di là del regno delle otto varianti possibili demoniche di Macbeth, noi spettatori ragioniamo sulla sua infanzia, sulla sua istruzione, su quanto l’ambiente abbia giocato nella sua formazione. Interessa la mossa assoluta di Macbeth: uccide o non uccide e, se uccide, perché lo fa, o perché non uccide – per pavidità?, perché la colpa è abnorme?, perché l’amore non era amore? Il grafema tragico, la sua interpretazione attraverso gesti iconici, semplici e slogati, forniscono gli autori tragici di chance notevoli – e Manuli è indubitabilmente un autore tragico. Il gesto assoluto è una sorta di metonimia totale, talmente pressante da non essere nemmeno più una parte che rappresenta il tutto. Il gesto dell’attore è un fendente che innesca un’ambiguità assoluta. Un esempio di questo processo è lo strepitoso duello tra Pusher e Sceriffo nel Kaspar Hauser: sono due caratteri interpretati dal medesimo attore, Vincent Gallo. Il Pusher indossa un casco e cioè Manuli rinuncia perfino all’espressività del volto di Gallo. Il duello avviene ballando un pezzo di Vitalic scatenato. E’ una scenetta comica. Quando Lo Sceriffo fa il gesto di sparare, cade ferito, come se non fosse stato abbastanza lesto e avesse estratto troppo tardi la pistola. E’ a terra, finto ferito, e Il Pusher allora estrae la sua improbabile arma e fa il gesto di sparare, gesto troppo posteriore all’effetto ottenuto, cioè quello di colpire l’antagonista. Tuttavia nessuno muore. Non si capisce quale Tao dovrebbero comporre i due personaggi, poiché non è vero che uno sia l’opposto dell’altro. Di quale antagonismo si tratta? Di nessun antagonismo: Lo Sceriffo infatti chiede una dose al Pusher. Il garante della legge e l’eversore della legge che permette la vita del sistema sono due unicum compatibili. Dominano l’isola in cui si verifica l’avvento del messia Kaspar Hauser. Insieme a loro, dominano tutti i personaggi. A parte Kaspar Hauser, che non esercita nessun dominio, anzi è proprio *l’estraneo* al dominio, chiunque è un’autorità: il Prete, La Contessa, Il Banditore, La Prostituta stessa. Questa confusione tra messianico e autorità era effettivamente molto percepibile in BEKET, il film precedente di Manuli. La ricerca del messia che non c’è o tarda a venire o si è nascosto culmina con il ritrovamento della Prostituta e di una morte finta, che rimette in moto un ciclo di finzione, una ruota karmica che non lascia respiro. Lo spazio del respiro giustifica l’esigenza di una griffe tipica dei film di Manuli e cioè l’esplosione di una musica liberatrice, a un volume metafisico, che scatena i corpi in una danza locale o generalizzata, facendo dimenticare la situazione o il problema o la soluzione, poiché in quella danza la mente non rumina alcunché, ma esiste in un qui e ora tutt’altro che statico, molto fluido, creativo, saturo di sensualità e gioia, trasfigurante eppure realistico, materiale, concreto. E’ proprio la desunzione dalla struttura scheletrica, minima nel senso della tragedia classica, e dal mascheramento degli attori, altro lascito della tragedia antica, che mostra quanto i film di Davide Manuli siano realistici: è un realismo del se stessi, dell’esporsi all’altro che è noi stessi. Chi taccia di surrealismo questi lavori è fuori strada, è anche fuori pianeta, fuori universo: per costei o costui il film rimane un cosmo chiuso, precluso.

Kabobo


Esistono a miliardi le cazzate e sono quelle di cui si discetta qui tutti, tutti i giorni, tutti i giornalisti e tutti gli ospiti, i rappresentanti del popolo e il popolo, tutti quelli che non hanno percezione che stanno vivendo una storia, che vivono in una storia, e che fuori di qui, dove si sta come in una bolla di liquido prostatico, esiste la lotta, la sopravvivenza, il dominio della tragedia, la morte autentica, il sogno e l’incubo, la ferocia e il freddo e l’umanità, l’altissima ambiguità. Si sparano cazzate a un ritmo vertiginoso, come sempre si sono sparate le cazzate, però oggi pensando che qualcuno stia attento alle cazzate di chiunque le spari. Questo finto narcisismo meschino e ingenuo è sovrastrutturale da un lato, nel senso che non tocca la vita vivente, ma è strutturale dall’altro, è la materia del rumore di fondo che dà l’idea di potere scegliere qualunque frequenza. Lo stile di vita occidentale produce drammi che, quando appaiono, fanno rimbalzare sul duro fondo dell’esistenza, sulla sua peculiare universalità, dolente, sofferta, lancinante. E’ il caso di Adam Kabobo, denominato “il picconatore di Niguarda”. Mi appoggio alle cronache di quotidiani (“Fatto”, “Corriere”, “Repubblica”) per riassumere la sua storia. Eccola.
11 maggio 2013, alle 04.30 alle 06.30, a Milano, quartiere Niguarda. Sette persone aggredite e tre morti, a sprangate prima e a picconate poi. Un’ora e mezza di terrore per le strade. Il killer è Adam Kabobo, anno di nascita 1982, di origine ghanese. Dopo che a fatica si riesce a recuperare un interprete che conosca il dialetto in cui Kabobo si esprime, emerge il racconto della sua vita e dei motivi che lo hanno portato a massacrare milanesi in una mattina di autunno. Descrive martellanti voci che gli rimbombano in testa, in una solitudine devastante: “Queste voci mi dicevano che la popolazione africana, la parte del Nord, anche loro stavano uccidendo le persone a picconi quindi mi sono sentito anche io di fare la stessa cosa e che io sono il Creatore”. Ricuce il racconto della sua esistenza. Parte da quella data di nascita: 1 gennaio 1982. E’ falsa, se l’è inventata “per poter fare i documenti”. Descrive la sua infanzia in Ghana: “In un piccolo villaggio della zona di Wa, che si chiama Lora”. Padre, madre, due fratelli, tutti contadini, poverissimi. “Papà è morto, ma mia mamma è ancora viva”. Kabobo va a scuola. Non si comprende se arriva alla quinta elementare. Non aver studiato resta, per lui, una voragine, un senso di colpa perenne. Non legge né scrive. Adam Kabobo studia per seguire l’esempio di suo fratello Kuako che “voleva fare l’insegnante”. A dieci anni, però, lascia studi. Il fratello muore e morirà anche il secondo, Santu, che, rivela Kabobo, non è sano di mente e tenta di uccidere la madre con un machete, in mezzo al villaggio, e viene travolto e ucciso dalla reazione della folla. Secondo Adam, suo fratello “è impazzito, solo un matto compie questi gesti”.
Adam si sposta in un città più grande del Ghana. Fa il contadino. Raccoglie pomodori. Non si sposa, ma incontra una ragazza, una delle lavoratrici che portano l’acqua dal fiume per bagnare i campi. La ragazza rimane subito incinta. Ne nasce una figlia, che oggi dovrebbe avere circa cinque anni.
Kabobo ha vent’anni. Arrivano le minacce della famiglia della ragazza messa incinta: sono minacce di morte. Kabono ha paura e fugge dal Ghana. Arriva in Nigeria, dove sta clandestino tre anni e s’ingegna a fare il gelataio. “Ma la mia meta era la Libia”. Si sposta dunque dalla Nigeria, approda in Libia, dove vivrà tre anni facendo il muratore. “Lavoravo da clandestino, mi davano una commessa per costruire a mano una casa e io dormivo nel cantiere”. Sorgono problemi e Kabobo pensa di migrare anche da Tripoli. Sceglie l’Italia: risparmia e si mette nelle mani dei mercanti del mare, sale su un barcone per Lampedusa, affronta giorni e giorni in cui pare di morire. Giunge in Italia.
L’approdo a Lampedusa fissa finalmente un punto cronologico nella ricostruzione della vita di Kabobo. Arrivato al centro di accoglienza, Adam viene trasferito a Bari. E’ l’agosto 2011. Qui, racconta, si trova in mezzo agli scontri fuori dal Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara). Fermato, viene trasferito nel carcere di Lecce. La cartella clinica messa agli atti è decisiva per comprendere la deriva che porterà Adam Kabobo, nel maggio 2013, a uccidere per le vie di Niguarda. Il 24 gennaio 2012 la visita psichiatrica registra “disturbi della sensopercezione”. Prescritte: 20 gocce di Haldol, un medicinale antidelirante per eccellenza. Il 31 gennaio 2012 le gocce salgono a 30. Il 5 febbraio 2012 Kabobo tenta di impiccarsi in cella. Il 7 febbraio si provoca, volontariamente, un trauma cranico. Nel carcere di Lecce distrugge tre televisori. Dichiara: “Iniziavo a pensare come una persona che sta impazzando”. E ancora: “Mi davano le medicine ma non andavo a posto”. Ecco, poi, le voci. “Quando guardavo la tv qualcosa nella mia mente mi diceva che le persone a me vicine erano quelli che mi provocavano le cose che avevo nella testa”. A Lecce, Kabono non stringe amicizia con nessuno, è del tutto isolato. Quando mangia inizia ad avvertire un odore di feci “oppure quello dei cadaveri”. Le voci interne lo tranquillizzano: “Tutto va bene – spiega – perché l’odore dei morti è come quello dei vivi”. Scarcerato, dalla Puglia va in Svizzera. Adam Kabono arriva a Berna nel maggio 2012. Qui incontra un medico. Deve curarsi un dolore alla gamba, è in suppurazione. Dopodiché viene messo in un centro per rifugiati. Continua a percepire ovunque l’odore dei cadaveri.
Nel settembre 2012 arriva a Milano e qui resterà fino al massacro del 13 maggio 2013. In tasca ha un una richiesta di asilo che, per la legge italiana, rende impossibile l’espulsione. “Non conoscevo la città – racconta Kabobo – e quindi dove mi trovavo chiedevo le elemosina”. Dorme dove capita, cerca i vestiti nei cassettoni del comune. E quando ha qualche euro in tasca si compra del pane. “Cercavo di chiedere alle persone che incontravo, nessuno mi dava retta e ognuno andava per la sua strada. Tutti giravano la faccia”.
Il suo stato confusionale prosegue. Sale in treno per andare a Foggia. Poi per andare a Parigi. Gira ore ma si ritrova sempre a Milano. Le voci continuano a farsi sentire.Gli dicono di camminare, che troverà da mangiare e da dormire. Kabobo ubbidisce a quei comandi mentali: cammina, ma non mangia per giorni. La deriva è sempre più grave: “Le voci mi dicevano che io sono il creatore del mondo (….) che (…) venendo qui in Italia avrei sofferto di più”. Riduce tutto a questo, è la sua spiegazione: quei tre morti abbattuti, massacrati, derubati (Adam gli porterà via soldi e cellulari) sono l’ultimo atto di una “lotta per la sopravvivenza” di una persona che “non ha le capacità di organizzarsi i bisogni primari”. Niguarda, dunque, diventa l’Africa. I marciapiedi quei terreni del Ghana di cui Adam dice di “essere il Creatore”. E visto che lui “è il Creatore” e visto “che avevo freddo, non dormivo e non mangiavo, tutti questi problemi mi hanno portato a fare quello che ho fatto”.

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Intervista a Michel Houellebecq su “La carta e il territorio”


Realizzai questa intervista a Michel Houellebecq nel novembre 2010, in una mattinata luminosa e gelida. Mi ritrovavo davanti un corpo svuotato e assente, intabarrato in un improbabile eschimo verde militare, tra i tavolini dell’Hotel de Milan in via Manzoni. Lo scrittore francese, a Milano per promuovere il suo “La carta e il territorio” (Bompiani), aveva finalmente vinto in Francia l’ambìto premio Goncourt. Poche ore prima, alle 4 a.m., stava impazzendo dal dolore per l’ascesso a un dente ed era stato catapultato in uno studio dentistico che gli aveva sistemato tutto, tranne la sbronza di dolore e sonno mancato. Non capiva niente, in pratica. Mi rispondeva a caso. La sua lentezza esasperava la traduttrice. La tappezzeria e gli arredi del prestigioso hotel mi davano la nausea. Dimenticai la mia copia del libro sul tavolino, a tutt’oggi non l’ho ricomprata. L’intervista mi lasciò sorpreso e stanco, tanto che infilai questo incontro in “Fine Impero”: il protagonista va a intervistare Houellebecq che non lo bada, in maniera squallida e depressiva. Non è che Houellebecq non dicesse cose interessanti: le diceva eccome, nell’arco improprio di un’ora. Tornatomene a casa, mi misi a dormire. Ecco la lunga intervista, che apparve su il manifesto del 19.11.2010.

Intervista a Michel Houellebecq: LA CARTA E IL TERRITORIO | di Giuseppe Genna

Michel Houellebecq ha appena vinto il premio Goncourt con il suo ultimo romanzo, “La carta e il territorio” (Bompiani, 20 euro). Una vicenda, quella del premio, che si trascinava da anni. Le plurime candidature di suoi libri sono sempre state bocciate e avversate dalla giuria. Il Goncourt è molto più che il nostro Premio Strega ed è stranissimo che l’autore francese, molto lontano da qualunque mondanità letteraria, ci tenesse in maniera così maniacale. Eppure, incontrandolo, si torna a quote più normali: Michel Houellebecq è un uomo gracile, tremulo, apparentemente inoffensivo, uno dei massimi scrittori viventi che ostenta indifferenza a tutto, mentre in realtà assorbe ogni evento, ogni mutamento di atmosfera. Il suo sguardo è felino. La sua gentilezza sfiora l’inermità. Sembra non coincidere con il personaggio dipinto dai media, una sorta di narcisista isterico e nichilista che divide i lettori in nemici e adepti, o uno scribacchino che ottiene successo e denaro con provocazioni ben calibrate.
Come quella che lo condusse a processo per via del suo romanzo “Piattaforma nel centro del mondo” (del 2001, edito in Italia da Bompiani, come tutti le opere di Houellebecq), in cui l’io narrante si lasciava andare a gesti insultanti nei confronti dei talebani e degli islamici in genere. A seguito di un’intervista in cui aveva dichiarato che “l’Islam è la più stupida delle religioni”, associazioni mussulmane lo hanno portato a processo — lui ha vinto la causa e il libro è stato un successo. Le particelle elementari risalgono a tre anni prima e a tutt’oggi questo è il libro culto che ha imposto Houellebecq all’attenzione planetaria. Poiché c’è da dire che anzitutto Houellebecq non sembra uno scrittore francese, piuttosto apparendo come uno dei geni del capitalismo e del consumo, oggetti di un attacchi spietati e lucidissimi nei romanzi, nei saggi (folgorante quello su Lovecraft), nelle raccolte di poesia.
Questo cinquantaduenne che fuma intensivamente sigarette con posa femminea, i capelli radi ma arruffati, uno pseudonimo a coprire il nome anagrafico Michel Thomas (Houellebecq è il cognome della nonna paterna, a cui fu affidato perché indesiderato dai genitori), questo ex informatico che ha conosciuto la disoccupazione e la fame — è in Italia per un giro di conferenze e promozione de La carta e il territorio. Incontrandolo si teme il suo silenzio, lo sguardo che parrebbe psicofarmacologico, le rare battute sussurrate, la cautela nei confronti del mondo e le apodissi di cui è capace. La sua gentilezza non è affatto sofferta: è sofferente, piuttosto. Non uno dei temi cruciali dell’esistenza e della letteratura viene esentato dal conflitto con Houellebecq e questo sin dall’esordio, Estensione del dominio della lotta. Si tratta di un grande scrittore massimalista: il rapporto col padre, lo statuto dell’arte, l’amore, la morte, l’eutanasia, il mercato, il denaro, il divertimento spettacolare di massa — sono soltanto alcuni dei temi affrontati dall’autore francese. Tanto che si potrebbe leggere il libro come una guida Michelin (la carta) che illustra per astrazione il reale (il territorio).

“‘La carta e il territorio’ è la storia di tre personaggi: l’artista concettuale e poi formale Jed Martin, lo scrittore Michel Houellebecq, il commissario di polizia Jacelin. Vivono un disincanto assoluto, ognuno declinandolo in direzioni differenti. Si è per caso esteso ancor più il dominio della lotta?”

Anzitutto va detto che c’è un personaggio femminile, Olga, la responsabile della comunicazione di Michelin, russa, fatale per Jed che la ama. E’ molto importante per il mio percorso avere centrato parte dell’attenzione su un personaggio femminile forte. E’ sotto gli occhi di chiunque la situazione della vita reale: si è molto aggravata. Non sono in grado di essere un testimone diretto di una torsione così forte della società occidentale, visto che ho perso il contatto col mondo del lavoro, che è fondamentale per il ciclo di consumo e per le psicologie che subiscono mutazioni a fronte di nuovi scenari. Non so se la carta sia più importante del territorio. I temi di cui tratto, che non coincidono con la totalità del romanzo, derivano da uno sguardo letterario. Finché questo sguardo reggerà.

“E’ un po’ difficile credere che il Goncourt 2010 sia stanco di scrivere. Le questioni à la Hoellebecq sono universali. In ‘Piattaforma’ si prevedeva addirittura il terrorismo di nuova forma che avrebbe imposto Al Qaeda. Un tema topico, come la frustrazione sessuale, ha la forza di persistere.”

Io invece credo sinceramente di avere esaurito gli argomenti. Prendiamo proprio la sessualità. Ormai l’ho descritta in ogni modo, non penso sia più il caso di entrare in una questione artisticamente già chiarita. Sarebbe pura ripetizione, manierismo. Poiché per me il punto è proprio questo: io scrivo se descrivo. La descrizione è per me la forma più potente di intensificazione letteraria. Basta pensare alle descrizioni precise e refertuali di H.P. Lovecraft: nitidamente viene messo sotto il nostro sguardo mentale un cosmo inesistente. La descrizione è una delle modalità del fantastico. Lo sguardo diventa vitreo. Si potenzia l’attenzione sull’oggetto. Poi, certo, è questione di stile o di piacere: a me descrivere piace moltissimo. Descrivo lasciando buchi: le opere artistiche di Jed Martin sono descritte parzialmente, non in modo esaustivo. La letteratura non è l’algebra. Non in quanto prodotto di massa veniva buttato nella spazzatura un libro di Grisham, in “Piattaforma” — veniva scartato in quanto non è letteratura perché è calcolo, è algebra. Quanto a me, ora si tratta di vedere se ancora esistono questioni e fenomeni da descrivere.

“Questo sguardo consapevole, lucido, che è disposto a percepire il mondo nella sua cruda nudità, ricorda in parte metafisiche come quella buddhista. Sia nel precedente ‘La possibilità di un’isola’ sia in questo nuovo romanzo, si accenna al buddhismo.”

Non si tratta di buddhismo, bensì di metodo buddhista. La capacità di svuotare lo sguardo da pregiudizi che inquinano la percezione non è in sé una metafisica. Ne “La possibilità di un’isola”, a un certo punto, il protagonista entra in una installazione artistica di specie particolare. Quest’opera consiste in una camera di compressione. Le pareti sono bianche, tutto è bianco. Dopo un periodo di esposizione a questa luminosità candida, ecco che si vede il bianco stesso tremolare, lattescente, opaco. Vibra, è incerto, non ha una forma, ma non è il vuoto: è il bianco, non il vuoto. E’ un possibile generatore di forme. La questione del vuoto è centrale anche ne “La carta e il territorio”. Basta osservare l’installazione finale di Jed Martin: un’opera di segmenti video sovrapposti, vegetali in assenza del fenomeno umano, materiali trattati con Photoshop e altri software. L’incertezza della forma e la vaga liquidità delle linee dicono che non siamo di fronte al vuoto o nel vuoto.

“Da questo si comprende che la lettura sociologica, spesso effettuata dai critici e soprattutto dai detrattori, è una lettura parziale. Viene spesso avanzata l’accusa di nichilismo. E’ una tesi infondata, non c’è nichilismo.”

Il nichilismo ha una storia assai nota e certificata. A fronte di un movimento di volontaria distruzione del reale, si può affermare che si tratta di nichilismo. Se invece ci si trova davanti a un tentativo di salvare ciò che sta andando male, allora la pulsione non è nichilista. Il tentativo letterario non è nichilista. I miei personaggi sono liberi, per questo la loro psicologia è semplice e decisiva soltanto nel campo magnetico delle leggi sociali. In questa libertà risiede il carattere politico del romanzo, e non solo di quest’ultimo mio.

“Il protagonista de ‘La carta e il territorio’, Jed Martin, artista le cui opere ottengono uno strepitoso successo, vive un disincanto totale, non gli interessa niente né del denaro né dell’esperienza elitaria e spettacolare.”

I tre personaggi maschili hanno in comune un certo successo nella vita professionale. La differente importanza che viene conferita a questo successo li rende diversi. Il più disinteressato è Houellebecq. Non parla mai dei suoi romanzi. E’ vero che si scorge la sua “officina” — la scrivania strapiena di appunti e connessioni tra fogli e schede. Tuttavia ha appena stappato e bevuto una bottiglia di vino pregiatissimo. Preso quasi da un senso di colpa fa accedere Jed al suo laboratorio creativo. Non parla, Houellebecq, di come procede effettivamente alla scrittura di un romanzo. E’ talmente disinteressato che nemmeno bada al ritratto che gli regala Jed — un quadro che ha una quotazione elevatissima. Prende il ritratto, lo mette sul camino e nient’altro.

“La presenza di Michel Houellebecq personaggio ha molto attratto la pubblicistica. Si è di fronte a tre Michel Hoellebecq: lo scrittore che è autore de La carta e il territorio, lo scrittore che è un personaggio de La carta e il territorio, l’uomo ritratto che con uno sguardo feroce osserva dal quadro di Jed e finisce per innescare una spirale narrativa inaspettata. Si pone il quesito su dove o cosa sia l’’io’”.

A scandalizzare non è tanto l’apparire di personaggi reali, come gli scrittori Philippe Sollers o Frédéric Beigbeder. A perturbare superficialmente è il destino del personaggio Houellebecq. Non è un personaggio vuoto, poiché è caratterizzato anch’egli da un determinato rapporto con il successo professionale. Quanto all’individualità va detto che, per come avverto io la questione, è sufficiente constatare lo stato degli organi, che fanno l’individuo singolo. Poi evidentemente c’è anche un dato psicologico, anche nell’eventuale sviluppo del personaggio. E’ ciò che preoccupa, la psicologia. Un evento mentale nella vita di ognuno può scatenare modifiche in altre parti della vita. La psicologia è legata a un meccanismo causale ed effettivo dell’esistenza.

“Un’evoluzione, uno sviluppo, comunque, esistono in Jed Martin. Dapprima è l’artista che fotografa manufatti inorganici, poi le mappe Michelin, poi passa a dipingere persone singole che rappresentano mestieri, infine crea dipinti di situazione, come il geniale ‘Bill Gates e Steve Jobs discutono del futuro dell’informatica’, che altrettanto genialmente è noto come ‘La conversazione di Palo Alto’. Mi sembra un percorso che dall’inumano conduce all’umano.”

No, bisogna tenere presente l’opera finale di Jed: la vegetazione che erode tutto, occupa il mondo, il che effettivamente accadrebbe nel giro di pochi anni ovunque sul pianeta, se l’umanità si estinguesse. Non c’è evoluzione, c’è uno slittamento dal reale al simbolico. L’idea delle carte Michelin proviene dal fatto di non averne mai vista una. Il passaggio alla rappresentazione di esseri umani accade in ragione della tristezza per Olga. La fase dei dipinti come quello su Damien Hirst e Jeff Koons, invece, è proprio un allargamento logico. Perché si dia un’evoluzione, deve esserci una fine di una situazione pregressa e l’inizio di una nuova situazione, e non è così per Jed. Tra fine e inizio non succede quasi nulla e comunque ci si trova di fronte a una sostanza che il linguaggio non può descrivere. Soltanto l’evento è descrivibile.

“Recentemente Philip Roth ha dichiarato che la fine del libro è già avvenuta, poiché manca ormai l’attenzione e la devozione necessarie alla lettura. Non serve chiamare in causa Kindle o gli e-book.”

Il problema è un altro. E’ ovvio che, se va a incrementarsi il livello di produzione, non c’è più tempo e si avverte il crollo culturale. D’altro canto non si può essere ottimisti circa la digitalizzazione, che comporta un serio problema, cioè l’evoluzione verticale dei formati, per cui i documenti digitali di oggi possono risultare illeggibili tra un secolo, un po’ come è oggi quasi impossibile leggere un dischetto del pc. La dichiarazione di Roth, comunque, mi sembra toccare un altro punto interessante, che è lo stile. I personaggi cloni de “La possibilità di un’isola” guardavano, come modello stilistico, a un manuale per l’utilizzo di un videoregistratore. Credo che Roth non accetterebbe mai questo tipo di approccio, che invece per me è fondante.

“Tahar Ben Jelloun ha comminato a ‘La carta e il territorio’ una molto inelegante stroncatura. Tra i vari elementi che non digerisce del romanzo, ce n’è uno abbastanza cruciale: è l’onnipesenza dei brand, dei marchi. Un amnio in cui si muovono i liberi personaggi del libro, disincantati e marchiati. E’ l’etere del XXI secolo occidentale.

I marchi sono leggende moderne. Acquistando un marchio, si compra una leggenda. La Mercedes è una bella storia, ha determinati attributi, c’è il lusso, il potere, la distanza sociale. La Kia è il Sol Levante. L’Audi significa edonismo e certo rigore tedesco. Vale per tutti i marchi, non soltanto quelli automobilistici. Non sono affatto ironico quando scrivo ‘Qualche volta aveva l’ipermercato tutto per sé — e gli pareva fosse un’approssimazione abbastanza buona della felicità’. In senso letterale deve essere intesa questa frase. Il luogo del consumo è ambiguo come ogni residuo mitologico. E’ la favola che l’umano continua a desiderare: quella che fa paura, dove c’è il lupo.

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Una poesia di Umberto Bellintani


Bocca di balena dai centomila denti d’oro
per ingoiare stanotte la terra,
io sono un pescatore di anguille sulla barca
per lasciarle poi libere ondulare
nella corrente del fiume sino al mare.
Bocca di balena dai centomila denti d’oro
il tuo occhio di luna m’ha seguito quando scesi
a sciogliere la barca questa sera
dalla riva e abbandonarmi alla corrente
della vita notturna e poi solare.

(Umberto Bellintani, “Nella grande pianura”, Mondadori, 1998)

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