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La poesia italiana fa schifo 2.0

"Murales, poeti" di Laura Accerboni: "Dino Campana" (2006)
“Murales, poeti” di Laura Accerboni: “Dino Campana” (2006)

Due parole sulla poesia italiana in questi ultimi due decenni: dov’è finita? Non c’è. Non c’è riconoscibilità. Le riviste sono poche, meste, prive di rappresentabilità in qualcosa di significativo che coinvolga, immaginalmente e linguisticamente. Gli ultimi libri dei pochi poeti italiani che seguivo sono a dire poco patetici, oltre che insignificanti. Nessun poeta ha colto minimamente la chance trasformativa di questi vent’anni, che non è soltanto “comunicazione”, ma anzitutto antropologia. Come stavano bene nella bambagia della prebenda garantita da un sistema che loro rivendicano come “culturale” e invece era meramente una bolla dell’odiato sistema capitalistico, in cui rimanevano al calduccio e gorgogliavano tra loro! Adesso la lingua non la lavorano artisticamente questi inetti del presente. Bisogna rivolgersi a scrittori come Nove (un caso anfibio: è poeta, anzitutto, uno dei due o tre italiani che reggono un presente che dura decenni…), Mari (ha pubblicato nella “bianca” Einaudi, Pincio (sta pubblicando poesia), Orecchio e tanti altri, per cui la lingua non ha semplicemente una dimensione piattamente storica, direi penosamente storiografica. Manca, ai “poeti italiani” che si autoetichettavano e a tutt’oggi si autoetichettano con maggiore tristo esito, una forza eversiva che è metafisica. O la poesia è metafisica o non è. Accade soltanto in Italia che si incontri questa penuria poetica. Fuori c’è una cinquantenne come Juliet Wilson, senza scomodare Geoffrey Hill al quale dovrebbero dare il Nobel, o Amy Gerstler o Enis Batur o Durs Grünbein o Steffen Mensching e potrei andare avanti pressoché all’infinito. Non hanno letto Husserl e Heidegger o, se li hanno letti, non li hanno compresi: solo così riesco a spiegarmi l’inanità del gesto in un presente in cui la tecnologia manifesta la sua metafisica. Il dato minimale o il visionario privo di lingua, un bellettrismo minuscolo o l’atteggiamento depressivo degno di un ventriloquo di paese emulo più delle crisi pomeridiane e casalinghe di Sartre che del titanismo di Leopardi. Grazie tante ai e alle signori e signore della poesia italiana, variamente antologizzati e antologizzate: ci avete fatto mancare un’esperienza decisiva per vent’anni, fortunatamente siete stati vicariati da romanzieri veri o presunti, collettivi, pseudonomici, narratori stilistici.
Nel 1992, quando lavoravo a “Poesia” non avrei mai detto che sarebbe divenuto possibile un simile stato di cose. Ma, si sa, sbaglio, clamorosamente, spesso. Spesso vorrei sbagliarmi.
PS. Ciò che ho qui sopra scritto non si attaglia a né riguarda minimamente Andrea Ponso e Marco Giovenale, gli unici coetanei che riconosco integralmente come poeti italiani autentici. Magari mi sbaglio.

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Arrigoni, da “Persona informata sui fatti”: ‘Massacrare un villaggio’

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Il regime della comunicazione letteraria, della critica profonda, della teoria esemplare è oggi diffranto: uno spazio nebulare, particelle che saltuariamente fanno scattare una reazione chimica, elettrica. Quei bellissimi archi voltaici di un tempo! Durò soltanto cinque decenni, non più. Così, in assenza di comunicazioni dirette o indirette circa un capolavoro narrativo e poetico che è appena uscito per il Saggiatore (http://ift.tt/1kly43s) e sul quale mi sento di insistere senza scopi pubblicitari, ma in quanto è un’opera strepitosa, fornisco io una comunicazione esemplare. “Persona informata sui fatti” dell’anziano esordiente Arrigo Arrigoni (già autore di un saggio labirintico sul jazz: http://bit.ly/1nyNbtU) è secondo me il romanzo di questo decennio, una specie di “Infinite Jest” in lingua italiana e di ambientazione geopolitica terracquea, un po’ come le “Argonautiche”. Miliardi di personaggi fuoriescono dalla Memoria, che sia Breve o Corta poco importa, affollano uno spazio infinito, combuttano lottano amano muoiono o scompaiono: spie, dittatori, agenti metapsichici, mistress sofisticate cinesi, gesuiti, madri… Ne propongo un estratto minimo, il secondo dopo il brano sullo “Scisto”. Se amate la letteratura: leggetelo, fatelo leggere. Io ho già il mio bel da fare, perché questo super-romanzo mi pone problemi da narratore poetico: il suo campo di tensione ha un voltaggio che mi è difficile riprodurre. Ecco l’assaggio:

“MASSACRARE UN VILLAGGIO

Il predicatore conosceva quel villaggio da più di vent’anni senza che nessuno avesse mai immaginato di razziare la miseria di questi contadini, né di aggredire e calpestare i simboli e gli uomini del cristianesimo metodista.
Si chiamava Bannister, Roger Bannister, seminatore in buona terra.
Reverendo Bannister: sapeva parlare a quei cuori semplici nel loro dialetto e nella loro lingua.
«Reverendo…» Ansiosi di storie fantastiche i ragazzini più maliziosi invocavano il prete venuto da lontano, al di là delle montagne.
Il mulo di Padre Bannister si era allontanato seguendo la traccia di un’erba aromatica. I contadini salutavano appena, gli anziani riconoscevano Bannister e gli sorridevano, gli uomini sopraggiungevano alla spicciolata dalla faticosa aratura e dalla semina; le loro donne avevano fatto una buona raccolta di bacche di corniolo e di fragole selvatiche e ora conducevano le vacchette magre nelle stalle contigue alle capanne per prepararle all’esile mungitura dell’alba.
«Bannister… raccontaci le storie degli Otto Immortali del Tao…»
Guide Stravaganti, Santi Deformi, Angeli Svogliati di Paradiso, Abbracciati alla Natura, Il Flauto Fatato, Il Pescatore e il suo Cormorano, Il Ventaglio per rianimare le anime dei Morti, La Spada del Guerriero Cieco, Le Focacce dell’Elisir di immortalità: questi sono solo alcuni titoli delle favole che migravano, tramandandosi oralmente, ma che i bambini volevano ascoltare una volta di più senza nulla cambiare, neppure un accento.
«Cosa si salva del mio cristianesimo?» ruminava in sintonia con il suo mulo. «Forse qualche storia della Bibbia raccolta da Re Giacomo, raccontata a questi semplici, con tanti colori e tanti miracoli: il Diluvio… Daniele ammansisce le tigri, Davide e Golia… l’idillio di Adamo ed Eva… le Piaghe d’Egitto… Il Fabulario Biblico è infinito. Quanto ci sarebbe da scrivere… e da raccontare… Cristo sulla Croce può risultare incomprensibile a chi soffre…»

In piedi, davanti al fuoco che lo illumina di luce rossastra, lingue di fuoco, nell’istante in cui la parola «Salvezza» gli attraversa ancora una volta la mente, esplode la sua visione, proprio quando riflette sulla parola «Salvezza». Bannister riceve il colpo mortale sparato dal buio con precisione al cuore, e l’equilibrio del corpo svanisce ormai privo di vita; il corpo senza vita tenta di ribellarsi, ma crolla sul braciere sollevando nuvole di scintille. Dai boschi tutt’intorno escono le divise grigie gridando e sparando su qualunque ombra che si muove strisciando, o che cerca di fingersi morta nel silenzio che scende lentamente. Brandiscono i fucili con la baionetta innestata, per immergerla nei corpi, frantumando ossa. Teste decapitate e accatastate come piramidi sacrificali… «Sterminiamoli! Che non se ne salvi nessuno! A fuoco… a fuoco… A morte i comunisti…!» Sparano sul villaggio, sulle capanne; uomini, divise grigie e donne corrono come impazziti cercando i bambini. Prima che giunga il colpo fatale.

È una grande contraddizione offrire la Salvezza attraverso la Sofferenza. Le divise grigie hanno acceso due cellule fotoelettriche che li costringono a di-fendersi bendati dal buio più nero, mentre la luce abbaglia intermittente. Siamo arrivati solo all’alba mentre i pochi feriti ancora vivi erano preda dell’orrore.

L’alba sorprende un centinaio di cadaveri sparpagliati in un raggio di duecento metri, lungo sentieri insanguinati, colpiti mentre inascoltati invocavano di non fare loro del male, di risparmiare i loro bambini; incendiate le capanne, gli animali legati erano stramazzati uccisi dal fumo degli incendi. Avevano cercato di inginocchiarsi e di correre verso la boscaglia per diventare immortali. Quasi tutti i cadaveri portavano l’evidenza di un colpo di rivoltella alla tempia. Ora solo qualche voluta di fumo umido sale al cielo perdendosi nella parola «Salvezza»; solo un cane senza focolare sembra riconoscere con lunghi guaiti e profondi ululati il dolore. Due maialini corrono verso il truogolo.

Chi sono? Da un villaggio vicino giungono fantasmi silenziosi, ammutoliti, cercano corpi riconoscibili, e li trovano irriconoscibili, senza più amici, senza futuro. I morti non cercano i morti.
Che cosa rimane della religione di Bannister? Il Cristianesimo è forse una religione elitaria che però non protegge nessuno? Forse che il popolo va lasciato nella sua opaca ignoranza? Solo gli Otto Immortali del Tao raccontano.”

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SANGUINOSO MARI

Nutro un’abnorme stima per alcuni scrittori. Due di costoro sono implicati in un attentato alla malagrazia dei tempi e alla pubblica sciattaggine in fatto di letteratura. Tale cospirazione risiede in una recensione, che è in realtà un ringraziamento. Sono, tra i due artisti italiani del presente poetico e narrativo, forse i più distanti per stile. Incrociano qui i propri atti d’amore linguistici. Si tratta di Tommaso Pincio che scrive di Michele Mari e del suo ultimo libro, “Roderick Duddle”. A entrambi va la mia gratitudine e la mia ammirazione.
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Dies Irae

Ritorna in libreria il “Dies Irae”

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Il 6 maggio esce “La vita umana sul pianeta Terra” (Mondadori). Il 9 maggio torna in libreria “Dies Irae” (Oscar Mondadori). Era esaurito da anni. Questo è il testo dell’aletta: “Giugno 1981: a Vermicino il piccolo Alfredo Rampi è incastrato in un pozzo artesiano. Diciotto ore di diretta televisiva raccontano la sua fine e lo trasformano in un’icona mediatica – Alfredino. L’Italia non lo dimenticherà mai più. È l’alba di una nuova nazione, pronta a varare il suo decennio più patinato e contraddittorio, gli Ottanta. Percossi dalla Storia che stravolgerà l’Italia stessa e il mondo — la P2, la caduta del Muro, Tangentopoli, le guerre di Bush, la crisi — si muovono i protagonisti di questo libro. Paola, in fuga da un trauma indicibile, attraversa il sottobosco tossico di Berlino e la scena psichedelica di Amsterdam. Monica vive la parabola della buona borghesia, prossima all’estinzione. Lo scrittore Giuseppe Genna tiene a bada gli spettri della sua famiglia e quello di Alfredino, che lo condurranno al centro di un mistero impensabile. Romanzo epico, che porta in scena un teatro umano vastissimo, ‘Dies Irae’ è la narrazione di un terribile trentennio italiano. Una resa dei conti letteraria e civile, che non fa
prigionieri”.

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