Mese: maggio 2014

La formazione dello scrittore, 2 / Mario Benedetti

Giulio Mozzi pubblica la formazione di Mario Benedetti: “Ramat mi parlava del perché e del come fossi portato a scrivere un diario perpetuo, umbratile ma pure sfrontato nell’esercizio della confessione, ed anche della sua lettura, o mia rilettura, che non dovrebbe servirsi dell’avarizia di un metro eccessivamente analitico e limitato al rilievo dello stile ma dovrebbe interrogarsi sugli oscuri tramiti che avrebbero reso possibile una tale vocazione testamentaria. Pensavo alle sue parole, e mi chiedevo: già, lo stile! La mia formazione è stata anche questo…”
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#LVUSPT: “La vita umana sul pianeta Terra” on line

Sono allestiti, come estensioni e autoriflessioni e allontanamenti, alcuni mulinelli di immagini e testi e video e suoni che nascono da e tornano a “La vita umana sul pianeta Terra” (Mondadori Strade Blu). Si tratta di Tumblr, Pinterest e di un blog, oltre all’area dedicata su questo sito. Ecco i pulsanti, su cui cliccare per visionare le diverse iniziative:

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David Peace Reads from ‘Red or Dead’

Non so se è chiaro: David Peace, uno dei massimi scrittori viventi, non scrive romanzi – scrive poemi. Questa è la sua lettura dell’incipit di “Red or dead”, la cui traduzione esce dopo quest’estate per il Saggiatore. Uno lo ascolta e si dice: questa è la lingua, questo è stato sempre e non sempre sarà il fenomeno umano sul pianeta Terra.

Subcomandante Marcos: il Personaggio

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Il Subcomandante Marcos «non esiste più». Lo ha rivelato all’opinione pubblica il Subcomandante Marcos. Spiegando le motivazioni del suo «addio», Marcos ha scritto che il subcomandante è sempre stato un «personaggio» creato per trasmettere un messaggio al mondo perché i media non avrebbero mai ascoltato le voci dei guerriglieri indigeni. Tuttavia, col tempo, è diventato una «distrazione» dal messaggio stesso trasformandosi in un «personaggio non più necessario». Anzi di più: «una pagliacciata», ha detto Marcos. «Non ci sarà nessuna vedova – ha detto l’ex leader zapatista – non ci sarà nessun funerale, niente onori, statue o musei. Nulla che possa promuovere il culto della personalità a discapito del collettivo. Questo personaggio è stato creato e ora i suoi creatori, gli zapatisti e le zapatiste, lo distruggono. Comprendere questo significa capire qualcosa di fondamentale per noi».
Che scrittrici e scrittori italiane e italiani imparino, quando parlano dei personaggi dei loro libri.

 

Jaruzelski


Gli anni Ottanta hanno un colore preciso, per me. E’ il colore sovietico che accede allo spettacolo, un caleidoscopio seppiato e militaresco, dove l’elemento centrale è costituito dalle lenti fumé di Wojciech Jaruzelski, presidente dittatore polacco insediato da Mosca e in disperata, preperduta battaglia con Karol Wojtyła e Lech Walesa. I suoi ultimatum mostravano una cifra di empia inermità, una nota troppo vaga e sussurrata, un’assenza di sforzo muscolare prossima all’astenia che coglie quando si giunge alla potenza massima e si avverte un indebolimento fatale. Non c’era rabbia né ideologia in Jaruzelski. Era tuttavia chiaro che egli sarebbe sopravvissuto alla lunga sequela di eventi e personaggi che contraddistinsero quel tempo e i tempi successivi. E’ morto oggi, dopo avere seppellito perfino Eltsin, ma non Gorbaciov: avrebbe meritato di spegnersi dopo il grande dismissore dell’URSS. Quegli occhiali da cieco anni Sessanta hanno costituito un’avanguardia performativa e formativa, almeno per me. Si ergeva con potenza il nanismo di Comunione Liberazione e l’Orso polacco non era all’altezza di quello russo. Nel frattempo veniva surclassato anche Simon Le Bon e Jaruzelski durava, durava… Ha visto morire e annullarsi l’accoppiata gemellare degli orrendi perfidi fratelli Kaczyński, uno presidente e l’altro premier di quel Paese martoriato di cui già nell’Ottocento si diceva: “Finis Poloniae”. Sono cresciuto in questa boscaglia muschiva, in questa fungaia mostruosa e morirò, o prima o durante o poi, esattamente come il generale Wojciech Jaruzelski.

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