Promesse poetiche già mantenute: Damiano Scaramella

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“Il mondo della poesia”, inteso come scena, quindi anche attoriale, in cui si incrociano quei visionari linguistici che sono i poeti, almeno in Italia, non esiste e forse è un bene. Esiste un paesaggio estremamente frastagliato, sociologicamente secondario, terziario forse, dove un presente che dura da una ventina d’anni si dà quale canone di riferimento: nomi transeunti, via via evaporati senza lasciare deposito salino, lingue inesistenti, tradizioni non assimilate e dunque mai trascescese, combriccole cattoliche o laiciste, con la loro spuma di metafisica mal compresa, i versi che non lo sono, sicche uno a quarantacinque anni verifica che forse davvero ha sbagliato tutto, ha sbagliato a non amare Auden che osservava: “Fare versi liberi è come giocare a tennis senza rete”. Queste genti, che non sanno, sono intente ad ammirare il proprio ombelico, molto stretto e per nulla bellissimo. A latere, nessun critico, nessun teorico. I grandi vecchi hanno al massimo sessant’anni e fanno volontariato, delusi e drammaticamente intristiti da questa involuzione che si paventava, e però non la si paventava così meno che radicale, priva appunto di una radicalità, di un segno, di un gesto, di un urlo.
L’osservatore che si trovasse, per caso o per diletto o per necessità, a solcare questa arena periferica, in terra battuta e poliesteri, osserva i gonfiori di una razza momentaneamente estinta eppure che è lì, cammina, discetta, un po’ come i filosofi tedeschi secondo i Monty Python, che lasciano il pallone a metà campo e pensano come si debba e possa giocare a calcio, visto che si trovano ad affrontare i filosofi greci in un incontro di football: dovrebbero dedurre le regole, ma non ci riescono per parecchio, ci si acconteterebbe anche di un Kant che muovesse il pallone e segnasse un autogol: già sarebbe qualcosa… Ho più volte enunciato la personale sensazione di avvilimento che questa “scena” mi commina ogni volta che ci penso, ogni volta che scruto tra i versi. Traggo predilezioni per via di competenze altrui incalcolabili e altissime. Non è che sta messa male, la poesia italiana, dagli ottantenni ai quarantenni – ma dopo già diluvia. Disporre di Milo De Angelis, Patrizia Valduga, Franco Loi, Nanni Balestrini, Mario Benedetti, Maurizio Cucchi, Antonio Riccardi, Aldo Nove, Umberto Fiori, Andrea Ponso, Marco Giovenale e altri, essendo da pochissimo deceduti Zanzotto e Sanguineti e Giudici – è un privilegio: ecco una falange che assicura un farsi della lingua poetica, un’immagineria potente, un metabolismo della tradizione e un’avanguardia di sguardi e balbuzie che esprimono una giustezza, una misura aurea spesso violata secondo ulteriori oltranze. E dopo? Si piomba in una sorta di caos calmo, di fantasticheria da strano metalivello, un metalivello che fa della minuta vita vissuta male l’unico criterio epistemologico e morale e, quindi, linguistico.

Poi accadono incroci esistenziali che illuminano e squarciano il buio da cecità individuale – la mia, in questo caso. Ho incontrato una poesia sorprendente, nutrita all’ombra e alla luce di un’umanità inderogabilmente sofferta, il che è un crisma, se non sufficiente, comunque necessario per essere spostati dalla norma dei codici e deragliare negli sguardi, accompagnati da quello psicopompo indesiderabile che è l’ossessione. In questa scarto che tocca a tutti i poeti quale bagaglio o repertorio cicatriziale sta il giovane Damiano Scaramella, classe 1990, attivo su riviste, in festival poetici, in Rete. Si tratta di una personalità delicata e forte che ha scelto, quale cifra, la tensione, il campo di forze, per definire l’immagine, secondo canoni di classicità contemporanea (Milo De Angelis, essenzialmente da Somiglianze e Millimetri), e conduce questa ricerca a partire dall’atmosfera che segue alla deflagrazione nominale, versificatoria, ritmica e linguistica in generale. Questo dopobomba in cui crescono e sempre cresceranno i poeti è un grande momento della geometria più complessa che fa un mondo, forse incapace di comminare a lessico e sintassi e ritmo un legame silenzioso ma efficace, di costruirsi uno strumento conoscitivo che sta tra il sistema apparentemente stabile delle norme e quello apparentemente instabile di un in grande interiore collettivo, in cui oramai si fatica a registrare una sintomatologia (e, di conseguenza, a praticare una lettura sintomale), poiché l’inconscio, questo garante novecentesco, sembra dato per scontato o, peggio, non disporre più di accentuazione, di significatività.

Damiano Scaramella con Franco Loi
Damiano Scaramella con Franco Loi

Le poesie di Damiano Scaramella non enunciano questo dato sociale e intimo, politico. Esse naturalmente sembrano reagire, con un’effervescenza di cui si possono cogliere, appunto, sintomi, intenzioni, accenni di direzionalità e prospettive. Si tratta di una finta lirica, scabra generalmente, che accetta una condizione mediana (si direbbe: grigia), da cui emerge la figura, la sagoma, il ritratto in bassorilievo di una vita segreta che sta tra le cose. Lo statuto delle “cose” è messo in discussione attraverso una convocazione generale di frammenti desunti dal gergo scientifico o illuminati a sorpresa da una lingua arcaica, prevalentemente dialettale (non posseduta: il milanese che serve a segnare un apparentamento con il Cucchi de Il disperso), poco o per nulla ludica (ma il lusus linguistico, inteso nella sua valenza metafisica, cioè di Lila, per dirla secondo la tradizione gnostica orientale, ancora deve vedere riconosciuta la propria potenza, essendone il migliore interprete Aldo Nove e risultando soltanto che chi milita in questa percezione del “gioco universale”, e dunque linguistico, è capace di praticare il tragico a tutti gli effetti, come dimostra lo splendido A schemi di costellazioni di Aldo Nove). Situazioni icastiche: sarebbe un ossimoro, ma è quanto viene utilizzato da Scarabella in modo preciso e coerente. Questa atmosfera che è fatta forma definita, ferma, tracciata nell’aria, è una delle caratteristiche di una poesia che si può finalmente dire contemporanea in ogni ordine e grado: “Che dolore saperti vivo e scomposto”, “Fermati lì, dopo arriverà il messia”, “millenni” “malchiusi” come “le costellazioni”). Rimangono tracce della stupefazione di fronte al gergo scientifico (algebra, geometria, microfisica) e la sua riduzione a estetismo arcaicheggiante, accanto a solecismi specialistici (Palinopsia si dice quell’attardarsi di immagini / nella pellicola degli occhi), che permettono di riallineare l’etimo e il lessico e la retorica (metafore che si rattrappiscono e incominciano ad assumere lo statuto di componenti fossili di un’allegoria forse pronta a narrare), una direzione che il cosmismo di matrice pascoliana ha impresso a certo Novecento e di cui Sereni è stato in qualche modo erede. Proprio la lirica sereniana, la sua tentazione fallita di sporgersi verso il poemetto o perlomeno la concatenazione narrattiva, quella compattezza di cui è esempio ultimo il “Composita solvantur” di Fortini, costituiscono la piattaforma su cui, al momento, fare ruotare il percorso verso l’idioma, in itinere, si presume verso una verticalità, che porterà all’edificazione di un’accorta verticalità, un po’ come accade in quel testo matriciale che è Il profitto domestico di Riccardi, libro che ritengo cruciale per un certo sviluppo di una poesia italiana possibile.

Mi pare, se non certo, comunque assodabile dai lettori che Damiano Scaramella, lirico antilirico intriso di filosofia e attento alla prosa d’eccezione di certo Ottocento e Novecento, sia già un’acquisizione per il comparto accidentato del nostro contemporaneo poetico. E’ un sollievo.

 

Sei poesie di Damiano Scaramella

 

Non si vive per miracolo me l’ha detto

il Naviglio stanotte. È dura sintassi la mano

che tiene le mie parole

alle tue -un segreto da omettere alla specie.

«Come quel lì, quel che faseva el magüt

puerett…la Renault lasciata in via Valenza…

i buoni pasto in tasca, magari viene fame

nell’attesa…i settantacinque centimetri

di mattone ben calibrati tra femore e tibia…

(che spreco di precisione e millimetri,

che prossemica oscena nell’acqua, come se

anche morire esigesse una qualche

premura geometrica).

Povera moglie che aspetta sotto una croce

di forchette e coltelli -i piatti coperti

a nascondere tutto. Non lo sa ma anche lui

è adesso migrazione alcalina,

pastura protozoica per le scimmie del futuro.»

«E noi, che facciamo?»

«Nom? Nom tiremm innanz, piscinìn…»

***

I

Scrivere non è salvare, le mani

chiamano a raccolta e si vorrebbe credere

a tutte

o a nessuna.

Siamo prescritti alla deriva, ripete

il mappamondo mentre si gratta

i continenti dalla schiena.

*

(Dalla finestra su Wagner anche stanotte

la sconosciuta si è affrettata

in silenzio,

ma non ha fatto domande

mi ha guardato dormire, dal vetro …

«la morte è un taschino bucato, immemore

senza misura.

Chi resta

ci raccoglie dal fondo, aspetta che ancora

qualcosa ci trattenga al futuro»)

*

La cura è togliersi dall’aldilà, non

tracimare.

Inchiodare cartilagini e gambe

alla terra.

***

C’era un posto in cui stare, dove

dare nomi alle cose numeri

civici alle strade, e voci

per riempire i citofoni alla notte.

«Fermati lì, dopo arriverà il messia.

Si deve pazientare…ma i segni ci sono…

parlano chiaro…». Un giudizio universale

tenere incollate le case diritti

i lampioni, separare come un mare

i marciapiedi.

E noi aspettavamo a Parco Sempione

e il vecchio profeta dormiva

in un coronario di foglie e giornali «arriverà, certo

ma voi non lo vedrete, è già tardi. Gli uccelli

compongono strani algoritmi nell’aria, talvolta

chi è al centro collide, per sovraccarico» dice,

«per delitto dell’oltre-misura».

Palinopsia si dice quell’attardarsi di immagini

nella pellicola degli occhi –la vita si compie in ritardo,

è un sopravvivere alla dilatazione dei millenni

malchiusi.

Anche le costellazioni, dicono.

***

Per quale meridiano ti passa questa

malmessa cucitura di ore? Approssimati

al centro o alla deriva -ritrovati o dispersi

che importa, se nessuno riconosce l’uscita.

A Viterbo, su un treno, interroghi

le carte del tuo finestrino (la terra,

una traboccante vetriera…)

ma per dove ti chiamano le ombre, sei giuntura

o pupilla sospesa?

Nadir è il cassetto lasciato socchiuso

dove tenevi il tabacco e le pile,

si scende

a minuscole scale questo interstizio mancante

tra il restare e il partire.

***

STAZIONE CENTRALE

È un diavolo ossuto da fare paura e viene da Ziarat,

di poco sopra il metro e cinquanta, «ci sto comodo

dentro una scatola. Una fortuna con quello che costa

una bara».

Dice anche il nostro corpo (non lo sai?) è in usufrutto.

Si deve sfiancare le cartilagini fino allo schianto, poi

un giorno, piegarlo con cura e riporlo così

sottoterra.

A Milano ha scoperto l’astuzia del business, divide

e moltiplica con insperato profitto

mozziconi slabbrati nei posacenere

della Stazione Centrale.

Crede la terra sia piatta, che siamo sempre

tutti sull’orlo, e chi lo dimentica presto

o poi cade.

Forse ha ragione. (È per questo che di notte

sentiamo voragini, dormiamo sui fianchi

e sulle navi malfermi invochiamo aspirine

per il mal di mare?)

***

Si dovrà in fine cercare la cifra

per scoperchiare i millenni. Parlare

a quel babàu ficcanaso che da vent’anni

appiattato nell’ombra mi osserva.

«Ero io?»

sotto quale forma poi, quali innumeri

divaricarsi di secoli ci hanno disfatto

nel sonno…

(magari l’aracnide stecchito sotto

la suola, impensato. «C’era un’assonanza tribale

a guardarci, peccato…» «ma no, è solo tramortito,

respira»)

Che dolore saperti vivo e scomposto

aperto agli sgocciolii della razza, assommato

al capitare del tempo che ancora ti avanza.

«Damiano quell’uomo ti guarda…»

«Ancora tu?».

 

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