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Andrea Gentile

Andrea Gentile sulle sparate di Alessandro Baricco e sugli impianti del dovere e della guerra schierati contro la fascia d’età di cui fa parte il Baricco medesimo. Da condividere e da approfondire, ampliare, fare esplodere.
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October 29, 2014 at 01:01PM

Ho deciso che mai più, se non in senso filologico e oramai antico, parlerò di “generazioni”. Non c’è la generazione passata. Chiunque abbia più anni di me apparterrebbe a un’altra generazione? Non è vero. Un tempo ponevo il discrimine tra una generazione e l’altra in base all’immaginario, che era e sarebbe storia e canone ed estetica ed esperienza formativa e persistenza della seduzione che il mondo esercita sulla mente umana. Si trattava di un fondamento mobile, del tutto storico, anche se includeva la sensazione della storia. Oggi esiste un’immaginario connotativo di generazioni differenti? No. Esistono modi. C’è una nube densissima e vaporosissima che è fatta della sostanza dell’immaginario, con indefinite possibilità di aggregazione delle molecole instabili che fanno la nube. C’è poi un’osservazione che coglie a mio parere più merito etico ed esistenziale. Al posto delle generazioni, ho deciso di parlare di “fasce d’età”. Ora, la fascia d’età degli attuali 70-80enni è corresponsabile dello stato di cose di cui si lamenta, lanciando un anatema contro le fasce d’età più giovani, protagoniste di una supposta decadenza, di un crollo umanistico. I 60-70enni suppongono di essere convocati nel consiglio di amministrazione in cui si decidono le questioni strategiche, e non lo sono, mentre c’è da dire che soltanto loro hanno pensato che le strategie si pensano in consigli di amministrazione, una miserevole realtà passeggera e organizzativa che loro hanno eletto a metafora per antonomasia, concependo perfino la sede del Fiudizio Universale in forma di consiglio di amministrazione. I 40/60enni sono in attesa di una chiamata, a chiamarli è il messia dell’Ebraismo, che non li chiamerà mai, e da ciò viene mutuata una disinteressante sindrome bipolare, per cui di se stessi e delle proprie cose parlano come segni di una sconfitta a priori, mentre al tempo stesso non fanno mistero di nascondere palesemente un’ambizione spropositata e fuori da ogni principio di realtà, ritenendo di vivere ancora in un regime spettacolare, cioè in un paradigma sociale in cui il successo di visibilità c’entra qualcosa con tutti e quindi è l’unico legame sociale, nozione quest’ultima che non sono in grado di elaborare. Questa è la sommaria antropologia, psicologia ed etica espressa dalle fasce d’età a cui appartengo e a cui non appartengo perché sono ancora giovane. Se dovessi valutare la cosa dal punto di vista degli immaginari, le cose non starebbero così. Ma le fasce d’età in questione mi hanno obbligato a percepirle così fatte, così schierate, così patologizzate o patologicamente patologizzabili. Esprimo con nettezza il mio schifo rispetto a questa classificazione e però anche a chi, in questa classificazione, ci sta (un esempio: il centenario Gillo Dorfles non vi appartiene, il novantenne Alberto Arbasino sta lì in quella nicchia anagrafica da cui pontifica). Fate l’esercizio: prendete un conoscente che sta tra i 40 e 50 anni, vedete se sta dentro la fascia d’età bipolare, debolista e ambizioso-schizoide.
La scrittura non ha nulla a che vedere con queste considerazioni, poiché ha a che vedere con l’origine da cui ho tratto la suggestione per cui il mio schifo si esprime con nettezza, e tale origine consiste in un verso del poeta @Millo De Angelis, uno che proprio non ci sta nelle fasce di età ed è di un’altra generazione rispetto alla mia, il quale in “Distante un padre” (e cianciano oggi di: “padri”…) scriveva questo tratto in una splendida e più lunga poesia:

Inceneriti si accanivano sotto la bella realtà
come poté qualcuno succedere
come poté la notte bevuta cruda
sono tutti i nostri atti di giustizia
contro l’istinto dell’arcobaleno
schifo sii netto.

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October 27, 2014 at 01:20PM

Mi chiedono: leggere perché? Me lo chiedono sul Twitter, quindi mi chiedono: #leggereperche’ (l’originale era: #leggereperchè). Risponderei: anzitutto per non scrivere l’avverbio interrogativo con la “e” accentata grave. E poi anche: leggere per stancarsi, per stancare la mente, perché si esaurisca la mente, per assorbire l’umano essendolo stati. I linguaggi e le immagini, le forme e le parole, gli stili e le strutture sono condensazioni del mentale, desideri che prendono questi corpi mentali. Quando i desideri sono soddisfatti, si esauriscono, da soli. Rimane la mente, con il tempo a disposizione per domandarsi cosa essa sia.