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November 30, 2014 at 05:31PM


Mi viene inviato un messaggio. Contiene una foto. All’improvviso: la mia famiglia paterna negli anni Cinquanta. Posano davanti al complesso delle case popolari al quartiere popolare. Attorno il quartiere è in costruzione. L’ultimo a destra è mio papà, Vito. E’ il più piccolo di cinque fratelli. Lo abbraccia il più anziano dei miei zii, Gino, partigiano. Al centro è Italo (di cui ho qui scritto:) e adesso comprendo perché passava per bel gagà. La signora all’estrema sinistra è mia nonna, vedetta veneta che scrutava il mondo con la tenerezza di una bimba e la postura del collo e del volto di un’aquila abituata allo scorrere del tempo e del mondo. A lei accanto è lo zio Dante, l’ultimo vivente di questa schiatta paterna, il penultimo dei fratelli. La signora al centro deve essere una mia parente, e parente di chi mi ha inviato questa foto, per me struggente.
Da quel tempo io sono venuto, mi sono trovato in molti tempi, a volte anche contemporaneamente, ora attraverso questo, con la furia letteraria che non è spenta e il sogno dell’amore mitralico inesausto.

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November 27, 2014 at 11:50PM

La lotta di classe è l’unico atto politico che è dato oggi. E’ dato sempre, ma oggi più che mai. Per classe si intenda latamente, laddove bisogna ricollocare la nozione di borghesia e quella di economico, di sociale, di cognitivo ed emotivo. Se ancora si avverte la necessità del politico, non c’è altro che la lotta di classe, più che sempre. E’ l’unica prospettica che fa esistere il tessuto sociale. E’ l’unica sorgività di responsabilità indifferentemente individuale e collettiva. Il cosiddetto potere della cosiddetta “delega di rappresentanza” ha mostrato ben presto la corda, conducendo non tanto dolcemente il consorzio sociale ad accettare l’implicito delle democrazie parlamentari: lo slittamento verso le tecnocrazie, di qualunque genere. E’ dalla metà degli Ottanta che si può osservare con puntualità come è stata messa in atto una politica globale di smantellamento dei diritti, cioè dell’assunzione diretta di responsabilità rispetto alla vita vivente in cui siamo inscritti. Ciò è stato detto con un anglismo: “welfare”. Era una menzogna, lo è tuttora. Non c’è nessuna assistenza pubblica e tantomeno esiste ambiguità, semantica o storica, con il “benessere”. E’ un gran bene che i diritti vengano perduti, è la potenza positiva del negativo: saranno riconquistati. Lo saranno a patto che venga dato corpo non a un atto di resistenza, ma a un atto attivo: di conquista, daccapo. Questa conquista continua si chiamò: rivoluzione. E’ necessaria una rivoluzione globale, che eserciti consapevolezza anche in merito al cognitivo e all’emotivo, cioè al fenomeno psichico, che è un terzo del fenomeno umano tutto. Non soltanto c’è bisogno di sindacati di classe globali (lavoratori o salariati male di tutto il mondo si uniscono), ma si avverte la necessità che queste organizzazioni (ovviamente si tratta di un tipo nuovo di organizzazione: che non sia una macropersona e nemmeno una macchina dissociativa) prima aumentino la pressione e poi la canalizzino, la veicolino. E’ la pressione che il fenomeno umano sempre oppone all’ingiustizia, la quale non è per nulla un disvalore, poiché è soltanto una particella: dis-. Non esiste altro socialismo contemporaneo che questo, così rozzamente accennato, con parole probabilmente sbagliate e sicuramente insufficienti. La lotta non è locale, eppure è localissima: dal traforo di una montagna deve rischiare di venire giù una coppia di continenti. La lotta deve essere ovunque nel pianeta, poiché ovunque è occidente. Il nemico di tale lotta è, anzitutto, l’interiorizzazione della tecnologia, con la quale diventa infinita la “delega di rappresentanza”: tra me e l’oggetto della mia azione si frappone un’infinitudine che diciamo: “macchina”. La macchina è immateriale e materiale al contempo, così come l’interiore è al contempo l’esteriore. Il materialista era da sempre e per sempre la stessa cosa dello spiritualista, ma per più di un secolo entrambi hanno fatto finta di non essere la stessa persona. Per interiorizzazione della tecnologia intendo: l’assunzione di un paradigma dell’interpretazione del mondo che dà l’inorganico, divenuto capace di “capire”, quale destino, inflessibilmente già presente, nemmeno più un destino (del resto “destino” è un protocollo alienante da subito: l’ineluttabilità come norma, la deresponsabilizzazione rispetto al tempo). Non un destino: un presente già realizzato – ecco il lascito di un’epoca appena conclusasi, che fu quella dello Spettacolo. Chi oggi pensasse che ancora si vive nello Spettacolo è un inavvertito nel migliore dei casi, nel peggiore è un irresponsabile o un malizioso. Bisogna studiare, tutto, essere responsabili del momento. Oppure fidarsi di chi è capace di studiare laddove le nostre capacità non giungono. L’ineluttabilità dice che l’inorganico è più efficiente dell’organico. Bisogna combattere tutto ciò: l’idea di ineluttabilità (rovesciandola così: è ineluttabile che le popolazioni unite conquistino il compimento dei diritti), quella di efficienza (che va irrisa e smontata di continuo, a ogni occasione si presenti) e, infine, quella di organico e inorganico. Questo ultimo è il passo più difficile da compiere per quel fenomeno di massa che è il fenomeno umano, poiché distinguere e unificare inorganico e inorganico è questa ineffabilità imprendibile: la coscienza. La coscienza non è la psiche, è la materia, è dappertutto, essa è simile al dormire. Un atomo “sente che è”, una pietra “sente che è”, un cerbiatto “sente che è”, Giuseppe Genna “sente che è”. E’ questa l’unica radice, formidabilmente inalienabile, di ciò che intendo per comunismo. L’empatia si appoggia al “sentire che si è”, senza la coscienza non c’è empatia. La coscienza non è la consapevolezza, ma la consapevolezza è fatta di coscienza.
La ricapitolazione della storia nella coscienza è la sostanza dell’epoca che stiamo vivendo, epoca di altissima alienazione, quindi di altissima chance.

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November 25, 2014 at 09:46PM


Noi venivamo vestiti di orizzonti
il fegato una celeste
incorporazione di anima
moltitudine di infingimenti
fino ai nematelminti e ad afrori
tutti terrestri.
Cresce nel mio tempo come un cardo il corpo
della disaffezione nel campo dei suicidi
e insieme ai sassi sono stato
lasciato solo alla clinica delle parole.
Professore, tu eri
chino sopra il tavolo e la lampadina, vecchio,
di tungsteno ammetteva molto, molto
ora non più tu sei
crepuscolare dove
i poliversi accreditano mondi
in uno scansare di ali i fischioni ereditano
i cieli americani.
Persona vera, cadi.

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Di chi è la colpa della crisi dell’editoria – Italia

C’è una impeccabilità, il che è un valore di ordine etico e conoscitivo, in due interventi di Christian Raimo su Internazionale.it, in cui egli mi appare addirittura gemellare, intendo gemellare a me, rispetto a tratti esistenziali e pensamenti di natura politica: la crisi dell’editoria e la Juventus. Una volta questo accostamento sarebbe apparso pop o, nei casi più cerebrali, postmoderno. Invece oggi tali interventi assumono il corpo che sarebbe proprio in qualunque civiltà culturalmente all’altezza di se stessa: sono al contempo veri, emblematici, topici e universali. Non so francamente cosa di diverso, oltre che scrivere artisticamente, possa compiere uno scrittore nel comparto sociale in cui vive – o non ha desiderio di intervenire, arredando riccamente la stanza interiore con la dura materia spinale che è tutto il dialogo con la “realtà”, oppure fa così, scrive questo: qui della crisi editoriale, sacrosantamente: http://bit.ly/1rnfeug; e qui della Juventus: http://bit.ly/15lEdKg.
from Facebook http://bit.ly/1rnfeug

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November 24, 2014 at 05:05PM


Sono addolorato, costernato per la scomparsa di Luigi Bernabò. Tra i migliori agenti letterari italiani, aveva una capacità di ascolto umanistico rara, oggi tanto più sofferta per via delle procedure apparentemente impazzite, e invece realmente alienanti, del mercato editoriale per come lo interpreta l’editoria italiana. La comunità letteraria italiana, se esiste una cosa del genere e in un certo senso esiste, perde una persona integralmente tale. Questo è il lancio di agenzia con cui è stata data la notizia: “(AGI) – MIlano, 24 nov. – E’ morto a Milano Luigi Bernabo’, uno degli agenti letterari piu’ importanti del mercato italiano e internazionale, rappresentante, tra gli altri, di firme del calibro di Scott Turow, Michael Connelly, Jonathan Franzen, Dan Brown. Nel panorama italiano ha contribuito al successo di autori come Aldo Nove, Donato Carrisi, Tiziano Terzani e molti altri. Nato a Torino, aveva trascorso l’infanzia in Argentina, si era laureato in Filosofia a Roma e aveva trovato lavoro a Milano, da Erich Linder dell’Agenzia Letteraria Internazionale. Dopo una breve pausa come responsabile della narrativa Rizzoli, nel 1989 aveva fondato la Luigi Bernabo’ Associates insieme alla moglie, scomparsa nel 2012”.

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November 24, 2014 at 01:16PM

Adesso consideriamo la lingua. La lingua è una questione per chiunque. E’ una questione particolare per lo scrittore, sostantivo che non va messo “tra virgolette”. Facciamo insieme un esame linguistico di un piccolo pensierino scritto e pubblicato ieri in questa pagina (qui: http://on.fb.me/1v2xKfa)? Poiché la cosa, ho osservato, è tutt’altro che chiara a chi ha commentato indignato, su questa pagina e altrove. Non solo la cosa della lingua non è chiara: nemmeno è considerata una questione. Ecco un esame linguistico del pensierino ieri fattosi post su Facebook. Esso riguarda l’innovazione, la semantica della parola “innovazione”.

“La questione dell’innovazione”: significa che c’è un problema, una problematica e non una soluzione relativi a “innovazione”.
“, in Italia, nei termini in cui la mettono,”: significa che tale questione è declinata in una maniera particolare in Italia, oggi, da alcuni soggetti che la definiscono o “la mettono” senza definirla, la pongono senza consapevolezza.
“secondo me significa:”: un soggetto, che è lo “io”, in questo caso il “mio” “io” e, quindi, quello che verrà detto è idiosincratico e particolarissimo, in quanto afferente alla mia soggettività, anche se sembra avere la forma di apodissi.
“sfruttamento, alienazione,”: l’enunciazione presuppone un indirizzo analitico di matrice marxiana: marxista anzitutto e anche relativa agli scritti cosiddetti più “utopici” di Marx.
“assenza di lingua”: una delle eziologie è proprio ciò che motiva questa analisi linguistica minima, e cioè l’assenza di sentimento della lingua, sia in emissione sia in ricezione, il che permette la mancata elaborazione di una lingua attuale, totalmente agerarchica e asintattica (“piaceri: food, wine e design”, “genio!”, “adoro” o, al posto del “cuoco”, lo “chef”, tanto per intenderci).
“e ciclotimia socialmente dannosa.”: significa che si evidenzia un dato psichico, quindi possibilmente anche psichiatrico, che coinvolge un’intera comunità.
“E’ un fatto politico.”: è tale in quanto riguarda una comunità, la sua vita vivente, il suo inconscio, la realizzazione dei suoi sogni e dei suoi desideri.
“Quelli ‘dell’innovazione’ vadano a lavorare per un mese con braccianti meridionali e attivisti anarchici.”: significa che, per come “la mettono” loro, la questione dell’innovazione pone un frame che implica un’opposizione tra un supposto arcaico ideologico (e lavorativo di conseguenza) e una novità che tende a recuperare le forme arcaiche, per lanciarle in uno spazio non ancora conosciuto o sperimentato. E’ qui dato corpo a una figura retorica che è detta: ironia.
“Poi ne riparliamo, a partire dal premier, che fa la sua league.”: in quanto il premier attuale, Matteo Renzi, è evidentemente uno di coloro che “mettono” così la questione dell’innovazione, in un provincialismo che ritiene che l’americano e l’anglosassone siano più avanti nella novità e la facciano compiutamente e sicuramente meglio che in Italia, il che motiva l’ironia con cui il pensierino si conclude, cioè il premier italiano che gioca da solo in una sua serie A, ma anglosassone, come è “la premier league”, ovvero la prima divisione calcistica inglese, che oggi si dice essere migliore e più all’avanguardia e ricca del corrispettivo italiano.

Ecco dunque cose e come lo intendevo. Non è letteratura, come è chiaro e ovvio; non è provocazione; non è arretratezza o cecità; non è nemmeno un quiz da settimana enigmistica.
E’ un fatto linguistico.