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December 31, 2014 at 03:31PM

Auguri di buon anno, fatti così.

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December 31, 2014 at 10:41AM


“Fa’ il dialogo dell’accreditamento”
“e il colloquio della semina andata, della prossima”
“creazione di te senza creare niente”

“La posizione del sofferente non si addice e continui a praticarla, il tuo pauperismo esistenziale è stonato, riempi il vuoto con un linguaggio, orpellato, enfatico, clamoroso, ma il tuo sguardo scruta in un silenzio che induce distanza e affetto”.
“Un conto è vedere, un conto è sentire”.
“L’istante in cui il tuo corpo si ricompone e si trascende è molto prosaico per te, ma è un’effettività, allora non hai più parole da pronunciare, non c’è pronuncia, ma consistenza, la questione dell’adeguatezza è obliata in una fantasia creatrice che riposa. L’attivazione è una stanchezza per te, la stanchezza è il tuo grande maestro”.
“Il mondo idrovora e tritacarne, per via della memoria e del suo correlato, l’apparente coerenza, esprime tutto il controllo che abbisogno. Per questo ricordo formidabilmente”.
“E questa immagine che non ti abbandona, bianca nel buio, vive di una universalità tutta sua, è un modo per esternalizzarti e convalidare una conoscenza imperfetta, che ti fa penare”.
“Ogni ricordo è andato a zero, in realtà, nella realtà. Ricordo una motoretta nel gelo, nella nebbia, sulla Rivoltana, o le mani ferme e calde del padre di una fidanzata guidare di là, certo silenzio stupito, la televisione nella penombra pomeridiana che debordava con le scene dell’Olimpiade spagnola, gare e gare e nomi senza ricordare”.
“Poiché la questione è l’attenzione e null’altra e l’attenzione ti affatica, pare un lavoro, tutta la natura pare un lavoro, tuo, quasi ne fossi il creatore”.
“Demiurgo di una pasta immaginale e sensitiva, che sia la carne o il sentimento o la miscellanea di elementi che fa la vita vivente e tumulo tutto, tutto, in un silenzio complice di un’accusa, reiterata in tribunale, interno, acclarato che esisto in una forma, mi muovo tra esistenti, solitario, tento il centro della desolazione”.
“Credi forse che un mutamento condurrà a una condizione orfana di fatica? La tua renitenza sarebbe sorprendente, se non fosse vana, quanto vano è il conato di fame o di amore. La monade monastica è questo trucco semifinale, che tu, animale, detesti e attui in una continua ipotesi di resistenza al mondo”.
“E commutavo il pensiero con la ragione datami dal consesso, sempre negata, disperando con iracondia e bene, traboccando, sempre, in emanazione, una coppa, uno strapiombo, una veridicità”.
“Devi trasformarti in quanto non è nato, non nasce più”.
“Ogni attenzione esige un’esperienza: chi verrà a reclamare tutto questo importo, questa acquisizione, questo dissesto dei suoli e dei cieli, questa indagine”.
“La maturazione impone tempo e io appartengo a quale tempo”.
“Si approdò alla domanda, quindi alla testimonianza. E ora?”
“Una spalla, bianca nel buio, da sfiorare con un tocco intimo e totalizzante, un frammento, una scheggia, qualcosa di colloidale, lo stato che è seguito ai defunti, niente è spento: un incendio è ancora in vigore”.
“Cosa alimenta il fuoco?”
“Il fuoco stesso”.
“Ecco: si estingue”.
“Quindi giungevo alle nozze e, morto il figlio, respiravamo assieme distendendo tra le lavande il lenzuolo sudato su cui moriva, in un’aria nuova, celeste e bianca, come se non avessimo più sagoma, vento in un vento, le lenzuola bianche all’aria svendolando verso alberi da pomo e le striature in cielo: terra, acqua, vapore, freddo buono, resistenza, spettro immaginato, coltre della vista, nitido e crebbe”
“questo: sentimento nitido, vista che vede la vista, luce illumina la luce”
“la divorò nel tempo un tempo”
“crepitando i fuochi la sera sul fiume, nero nel gelo la bruma ha traforato”
“senza immagina di sé scorrono le cose”
“senza no, senza re”

da Facebook http://on.fb.me/1xxp6GT

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December 30, 2014 at 02:08PM


Nel 1992 disponevo di un telefono cellulare: era una valigetta nera, con una cornetta da fisso, molto pesante e scomodo, mi aggiravo per Milano con la tipa, che ne era terrorizzata. Ai tempi svolgevo un lavoro giornalistico per una testata televisiva più grottesca che ridicola, e dovevo garantire una reperibilità 24/7. Ovunque andassi, ovunque fossi, ovunque, dovevo portarmi dietro questo cassonetto per la raccolta differenziata della mia attenzione. Quel telefono mi guardava. Non ho mai avuto difficoltà a sperimentare, tutto tranne certi allucinogeni e certe sessualità, ma quel telefono andava oltre la sperimentabilità: era patentemente un allucinogeno e una sessualità. Mi pareva l’embloema di un tempo a venire, che dal mio tempo di allora appariva allucinogeno e sessuale. Quel portatile così difficoltoso da portare esigeva una fatica, che droghe e sessualità occultano in forma di piacere. Chi mi contattava era un emissario di Emilio Fede e di “Studio Aperto”, telegiornale storico di Italia 1. Esprimeva i propri desiderata in forma imperativa, secca, afona, catatonica. Il suo ecumenismo era sonoro, era la sua specificità. Un cattolicesimo fonico (la comunicazione, il trillo, l’attesa nello spazio di rumore bianco, le discussioni con la tipa che aborriva quella comunicazione pressante, missionaria) irradiava da un apparecchio che sarebbe stato inerte, ma era addivenuto a uno stato di magnetismo e, quindi, di mesmerismo e, quindi, a una condizione spirituale: una spiritualità della materia, una spiritualità giornalistica, una spiritualità del tempo che manca, del tempo libero che si fece schiavo e mi si ribaltò in ondata anomala, prevedibile ma inevitabile come qualunque fatalità: un’opera umana a favore delle cose, per esternalizzarsi e per divenire in qualche modo sacerdotale. Il telefono non portatile del 1992 era un’eventualità storica, si tramutava in un’eternità psichica, sembrava di uscire da se stessi per immettersi in un’etere, se non visibile, almeno auditivo: ronzava, mi allarmava… Le sue funzioni erano templari: c’era un pontefice vocale che regnava con gossip e sottocultura, sotto quell’aggeggio nero, cuoiato nero, plasticato a satinatura grigio canna di fucile. Giravo armato, mi percepivo come una forza dell’ordine vagante: un’ordine universale, ma al momento soltanto casuale e topico, però pronto a farsi norma sociale, disposto a intossicare l’aere con il suo fascismo pragmatico, con la sua insolenza a chissà quanti hertz. Quella tastiera dura, ma morbida, non confliggeva soltanto con le ghiere dei telefoni immobili, con lo zigrinio sonoro dei morse, dei fili, dei silenzi che avevano murato epoche immani, che lo precedevano temporalmente eppure già ne annunciavano il successo, il debordare sociale, la capacità di dissolvere il testo, i contratti, il lavorio umano che è all’opera instancabilmente sulla crosta corrugata del pianeta… La sua comodità era scomoda, il linguaggio che imponeva era povero, la sua semantica era a zero, l’emotività si irrigidiva e stabilizzava in un’insensibilità glaciale, il volto marmozziato in un amimismo da statua di carne. La metafisica della statua trionfava con il mobile, con la pervasività e l’ubiquità, la diffusione e l’atmosfera. L’atmosfera prediligeva una forma di sostituzione della democrazia con il clima, misurabile in gradazioni di intensità umidità rapidità e raggiungimento delle superfici. Il gossip irradiava come il precellulare, l’osmosi apparente era appunto un’apparenza, poiché la sostanza era la medesima. L’automatismo del clima annullava il peso della responsabilità, di ogni delega, di ogni rappresentanza. Il secolo reagiva con l’orrore pallido e deformativo che si stampava sul volto della tipa, quando esaminava con volatile gravità quell’oggetto attivo, azionabile e, quindi, azionato. Lo strumento era un grano di senape nella terra dell’umano: effersceva, germogliava, frizzava, esfoliava, spaccava il suolo, fruttificava nell’immensità del cielo, diventava esso stesso cielo…
Così, privo di amore, nella pena, penoso, penalizzato, in una penuria appena appena penitenziale, pentendomi, sempre pentendomi, dispnoico, in ipnosi e pensiero, esibivo le mie insufficienze che sarebbero state, decenni dopo, le medesime?
Luce su questo stato.

da Facebook http://on.fb.me/1y3HhH2

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December 30, 2014 at 11:25AM

Mi ero scordato di affermare, risolutamente e senza tema di smentita, che la sigla dell’eccellente serie inglese “Broadchurch”, composta da Ólafur Arnalds per la voce di Arnór Dan e intitolata “So close”, è risolutamente e senza tema di smentita: stratosferica e ultrasonica.
(Qui in un videoediting interessante)