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July 31, 2015 at 01:08PM


Dall’introvabile “Anno luce” (il Saggiatore), fondamenti della decadenza occidentale in epoca d’oro: “L’onda anomala e potente dei les Italiens a Saint Tropez. Tempi d’oro. L’età dell’oro. Il mattino della vita ha l’oro in bocca. Dopo: afte e alito cattivo. Ma allora: la corsa all’oro. Erano giorni freschi, conclusivi, scolpiti nel diamante. Anthony era a Saint Tropez per motivi differenti da quelli che spingevano les Italiens a sbancare all’Esquinade, al Papagayo, all’hotel Yaca nella zona della Ponche. Les italiens: i giovani tigre avevano inventato uno stile, una metafisica. Una generazione diversa da quella capitanata da Porfirio Rubirosa, che si scontrava senza subire l’inferiority complex dell’italiano medio di fronte alla calca europea. Belli, sfrontati, bronzei, dinamici: infernali. La seduzione di un sillogismo fisico. Misero fuori gioco Gunther Sachs e le sue trovate da buffone: l’ex marito di Brigitte Bardot, playboy e miliardario, scendeva da un elicottero di sua proprietà vestito da Dracula. Di lì a poco, la tragedia: les Italiens avrebbero detronizzato l’imperatore nudo, con crudele e lucida determinazione. Il sangue nuovo scorre aureo nelle vene. La nuova Gerico era Babilonia. Babilonia era Saint Tropez.
Gunther Sachs spadroneggiava: un tavolo perennemente riservato al Byblos, un tuffo orizzontale e che durava tutta la notte nel più fiorente mercato di carne umana del pianeta, come lo definiva Robert, il proprietario del Pirata. A Saint Tropez si consumavano in ogni possibile varianza tutti i rituali della corruzione e del vizio, i partouzes più ingegnosi, le mode più folli e sfrenate. Lo charme è una vocazione, la griffe divina che ti fa incedere a piedi nudi sulla sabbia umida la notte, lasciando orme dorate, nella salsedine tenuta a bada dal brillio dell’avorio scoccato con un rapido sorriso. Al New Esquinade, una boîte affittata genialmente da Beppe Piroddi, nacque il mito Gigi Rizzi, si impose lo standard di eccellenza italiano. Exit Gunther, enter Rizzi. La germinazione tropeziana: un uomo che fa sventolare il tricolore alla Mandrague, il punto più alto e inarrivabile, quello su cui erano concentrati gli sguardi bramosi del mondo intero: la villa di Brigitte Bardot.
C’era poco da fare: Françoise d’Orleac era sbarcata dallo yacht del rampollo Reanult, Pascal Petit ciacolava luminosa con Annette Stroiberg, Alain Delon e la Demongeot (Demon-geot) facevano struscio fino alla Caves du Roi – ma nulla poteva eguagliare l’immensità del passo di Brigitte quando scendeva all’Epy Plage dei fratelli de Barges. BB era Elena che aveva conquistato la sua Troia. Miami invidiava la plage azzurra, la Sodoma mediterranea, la città di Dio in Terra. Saint Tropez staccava tutto e tutti dal luogo naturale: non si camminava a terra, si incedeva in cielo, lasciando dietro di sé scie luminose e scambiando quattro chiacchiere con esseri numinosi ma sessuati, archetipi fatti di carne e oro, mai consumati dalla lascivia che li lambiva come un balsamo naturale. Il vizio cuoce, ma non quella carne. Quella non era carne: era una sostanza adamantina, incorporea, inscalfibile. I fratelli de Barges, miliardari arroganti, privi del tocco mercuriale che distingue l’animale dall’essere semidivino, erano assediati all’Epy Plage, la spiaggia privata e inarrivabile. C’era gente che tentava a suon di milioni di strappare un invito. Philippe Junot era ospite fisso dei due fratelli debosciati e viziosi. Alix Chevasseaux, pure. L’odio li alimentava: l’odio nutrito con l’esporsi all’irradiazione ultravioletta che promanava da les Italiens.
Era “Gigi l’amoroso”, come cantava Dalida, con i suoi moschettieri: Franco Rapetti detto “il Principe”, Rodolfo Parisi “il Tenebroso”, Beppe Piroddi che aveva praticato il ratto definitivo: si era preso Odile Rodin, la vedova di Porfirio Rubirosa, il Rizzi antelitteram: un passaggio di consegne che allibiva, la relazione amorosa intrecciata come una mossa di geopolitica scaltra e ultimativa. Erano velenosi, inconfondibili, trascinanti. Les Italiens. Ad ampi passi sull’Esplanade avanzavano statuari, per l’ubriacatura delle folle che si aprivano in due ali, li applaudivano in un’ebetudine frizzante e contagiosa. I cinturoni di pelle dalla grande fibbia, le catene a maglia larga che scintillavano sulla pelle ambrata, i ciondoli e gli anelli appesi alle catene a ricordo di speciali conquiste dai nomi altisonanti, i capelli lunghi, le camicie bianchissime aperte rigorosamente sul petto, le basette, l’immancabile golfino in cachemire. Gigi Rizzi aveva lanciato la moda della bandana a fascia.
Il 23 giugno 1968 il mondo sospese il suo corso. Scena: il Café des arts, sera inoltrata. Le stazioni nei locali di élite le avevano imposte les Italiens. Se vai a mezzanotte all’Esquinade è un errore mortale. Se vai alle due al Papagayo è un altro errore mortale. A mezzanotte o all’una, all’Esquinade non trovi nessuno, alle due al Papagayo è l’assedio di milioni di persone venute a toccare il lembo del mantello. E’ necessario smarcarsi. Sempre. Ovunque. Dinamica, network, rete, passaparola. Il Café des arts era il luogo perfetto per la cena di compleanno di Gigi Rizzi. Era povero in canna, non aveva il cambio di calzini, li rovesciava per indossarli due giorni di fila. Arrivava alla periferia di Saint Tropez in Fulvia, non in Ferrari. E mise ai suoi piedi il mondo intero, ai suoi piedi rivestiti con calzini usati.
Quella sera improvvisamente apparve l’Avvocato. Un lupo, non un agnello: giovane, rampante, stratosfericamente ricco, un puttaniere che aveva già dato prova di sé e costretto gli altri a dargli prova di sé. Jeans, blazer, camicia bianca aperta sul petto, era arrivato a Saint Tropez con la flotta, prontamente ribattezzata da les Italiens l’Invincible Armada: il GA30, il GA50, velocissimo, e l’Agnetta, un due alberi in legno che era entrato in porto a vele spiegate, una manovra spericolata e precisissima, una precisione inarrivabile. Molti avevano tentato di imitare quell’approdo fantastico e mozzafiato, tutti erano andati a sfracellarsi sulla banchina. La manovra viziosa si addice agli dèi, soltanto gli dèi possono praticare il vizio senza esserne intaccati. L’Avvocato fece il suo ingresso nel locale accompagnato da Dino Fabbri, Renzino Avanzo, Paolo Vassallo. Fu subito invitato al tavolo delle meraviglie. Gigi Rizzi veniva festeggiato con dissipazione di materie alcoliche e proteiche. Jacqueline de Ribes, seminuda, si strusciava un cosciotto di agnello sulla pelle stralucida. Marina Cicogna cinguettava alticcia. Florinda Bolkan consumava i suoi albori. Gigi usciva da una storia con Nathalie Delon, conosciuta a Cervinia cinque anni prima: lo aveva baciato nelle cucine del Gallia, quando ancora si chiamava Nathalie Bathélemy. Era partita per Avoriaz, col figlio Tony, prima dell’ultimo addio a Rizzi.
Quella sera Gigi tentava di dimenticarla. Si faceva coccolare da Elsa Martinelli, ignorando le occhiate in tralice dell’uomo di lei, Willy Rizzo, il fotografo che aveva conquistato la Francia con scatti di geniale intuizione napoletana. Quando l’acme era stato toccato e l’insinuante malinconia della fine iniziava a serpeggiare negli animi (la fine mai! Via dalla fine…), Gigi Rizzi diede la sterzata decisiva: tutti al Papagayo! Il Papagayo di Frangines, il club des allongés, senza sedie, materassini di gomma sistemati a semicerchio, l’imitazione riuscita del banchetto pagano. L’Avvocato era sfinito. Le risate scoccavano da una parte all’altra del locale. Gli sguardi erano acuminati e lucidi come frecce letali, dirette al cuore e ai genitali. C’era odore di sesso. Frangines voleva bene a les Italiens. Forniva loro prodotti d’annata. Soddisfaceva gusti complessi, palati abituati alla manna. Frangines era l’amfitrione che cercavano. Il locale era buio. A un tratto si illuminò. Si vide accendersi un arto indistinto, tanta era la luce che ne irradiava. Pelle bianca, seta umana. Lo sciabordio di voci tacque.
Era Brigitte Bardot.
Capirono subito tutti di trovarsi sulla faglia della Storia.
Gigi Rizzi accennò a un boogie. Brigitte alzò le braccia, scosse il bacino, compì l’enorme promessa. Un accenno, nulla più. Il mondo era mutato irreversibilmente.
Il mondo cambiava. La rivoluzione divorava il corso del pianeta. Le sigizie ideologiche non influivano sull’orbita quanto la mutazione dell’asse di rotazione, che Gigi e Brigitte stavano sensibilmente spostando. La marea assetata di borghesia disselciava Parigi. Scontri cupi, pietons noir, soltanto il maggio precedente avevano dato origine a sogni imbruniti. Il crepuscolo del mondo. Idioti. Avrebbe vinto l’altro Sessantotto, quello di Gigi Rizzi e Brigitte Bardot. Misuriamo a oggi le conquiste, le sagome aeree e luminose che affollano le menti imbiancate degli utenti occidentali. Sono i figli legittimi di quel rapporto più che sessuale, salso e immaginifico, con cui Rizzi si apprestava a cavalcare il mondo. Sotto i fari che irradiavano occhi di bue accecanti, al Papagayo si consumò un rito che surclassava la tragedia classica. Era l’ipostasi del sesso e del consumo, la merce seduttiva prendeva coscienza di sé, le cose iniziarono ad animarsi, la materia inerte si fece elettrica e creativa.
“Se ti piace lo sci d’acqua, domattina vieni a fare colazione alla Mandrague. La baia è splendida, ideale per planare” disse Brigitte.
“Ci sarò” si limitò a rispondere Gigi.
Era il crollo dell’America. Frank Sinatra espropriato da se stesso, la sua voce irradiata sul pianeta veniva fatta a brandelli in Europa. Il futuro era del Vecchio Mondo, che procedeva a velocità suicida verso lo schianto finale. Assaporavamo tutti il gusto stanco e mieloso di una fine eternamente postposta. L’America l’abbiamo inventata noi, due volte.
Fu tutto calcolato. Fu tutto spontaneo, immediato. La compagnia di Gigi Rizzi abbandonò il Papagayo per ritagliarsi la calma che precede il combattimento. Il rito di iniziazione veniva preparato al Gorille: solleticato da Babette, la cameriera, Gigi Rizzi si preparava all’evento. Dormì due ore di sonno artificiale. Alle undici del mattino era alla Mandrague. Aveva portato a Brigitte un vassoio di croissant.
“Cosa vuoi per colazione?”
“Due rosé” rispose Gigi. Fu servito. Uscirono in mare aperto. L’attesa consumava i loro corpi investiti da spruzzi di salsedine. Il motoscafo assordava. Gli sguardi brillavano. Sulla battigia della Mandrague, fu Brigitte a carezzargli il polpaccio.
Il pomeriggio, i quotidiani francesi uscirono in edizione straordinaria, per cantare l’epica dell’Era del Gossip: il nuovo amore di BB, il playboy che capitanava les Italiens…”

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July 30, 2015 at 11:55AM


Serena Vitale pubblica per Adelphi uno dei libri di prosa d’arte più impressionanti degli ultimi decenni italiani, “Il defunto odiava i pettegolezzi”. Sembrerebbe un saggio, non lo è; sembrerebbe un’indagine sulla morte e il successo della morte di Majakovskij, ma non è così. I moduli stilistici e gli sguardi impegnati e fatti collidere disegnano un ritratto della realtà che è delirio e storia. Il referto diviene cosmogonia o apocalisse, indifferentemente. La poesia domina e l’investigazione è una presa d’atto della psicosi e della febbre del mondo. Non si comprende perché non viene detto lippis et tonsoribus che la nostra più prestigiosa slavista è anche una delle più decisive scrittrici in un tempo in cui di autentici scrittori non si vede l’ombra o, se si vede, è quella di tre cactus nell’intero Mojave. Questa distruzione dell’epica è la costruzione di un’epica, la visione al contempo dall’esterno e dall’esterno, fondata sull’ambiguità assoluta della teoria percettiva nel “De Anima” di Aristotele e della pratica che fa coincidere la putrefazione universale e il vitalismo più trionfale, lo scetticismo da magistero storico e l’entusiasmo bambino che allibisce sempre il fenomeno umano sul pianeta Terra. Senza tema di smentita: è la letteratura. Sia grazie ulteriormente a Roberto Calasso per questo libro perturbante, per questa vetta artistica del nostro presente italiano, russo, internazionale: tutte maschere dell’apodissi letteraria.

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July 29, 2015 at 10:55AM

Specchio della mia vita professionale: lavorare all’Ortomercato faceva schifo; lavorare in UPS faceva schifo; lavorare in televisione in un’emittente privata è stato divertente; lavorare da Crocetti a “Poesia” è stato bellissimo; lavorare a Montecitorio è stato bellissimo; lavorare alla Mondadori dal ’96 è stato bellissimo; lavorare a Clarence è stato bellissimissimo; lavorare da autore Mondadori è stato bellissimo; lavorare con Vanity Fair è stato bellissimo; lavorare al Saggiatore è stato ed è bellissimo; lavorare al neurolaboratorio è stato ed è e sarà bellissimo.

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Giuseppe Pantò: “Chaturanga”

11148410_10153414100642232_8436628610206289520_nTramatura di logica spietata e umano caos, Chaturanga (Historica edizioni), il romanzo storico di Giuseppe Pantò è un esempio di letteratura affrontata per strutture combinatorie e serie di Fibonacci che stressano il genere. Di questo autore schivo e milanese, qualificazioni usualmente ossimoriche, mi pareva notevole Il cerchio del diavolo (romanzo edito per Rizzoli: http://bit.ly/1SbhwPo), per appassionante ricerca storica e abilità nell’incastro, capacità di controllo dell’arco narrativo e ficcante tempistica nell’inserire svolte sorprendenti. Questa pubblicazione, targata Historicaservizi Editoriali, è ugualmente appassionante: ogni capitolo, una mossa scacchistica, con l’intreccio che domina sullo stile e la possibilità di evadere dal mentalismo di tante operette comiche e paraletterarie che avanzano con saccenza l’ipotesi di essere suppostamente stilistiche. C’è Valerio Evangelisti che, da anni, ha svolto per tutti questo mestiere di pulizia e di apertura del fantastico che coincide con lo storico. Sul piano realmente linguistico è, a mio modestissimo parere, il romanziere Vittorio Giacopini, a portare avanti questo lavoro di critica fantastica alla percezione (o all’assenza di percezione) storica. La competenza compositiva e la capacità di trasformare la lettura in esperienza immersiva fanno di Giuseppe Pantò un autore su cui puntare, in questo mondo di devastazioni sottoculturali: si scrive anzitutto così, il romanzo; poi viene la poesia; poi la morte, che è vita.

La scheda editoriale
La leggenda legata alla nascita del gioco degli scacchi, il Chaturanga nell’India del VI secolo, nasconde un segreto e un enigma: la prima tavola costruita da un brahmino potrebbe rappresentare un tesoro inestimabile. Ma come è possibile attivare i poteri di quella scacchiera, in grado di donare ricchezza infinita a chi la possiede? Nel 1713, quando arriva in Sicilia Vittorio Amedeo di Savoia, si scatena una lotta tra due casati, quello del marchese di Serravalle e quello del principe della Grottiera, per la conquista della scacchiera del Chaturanga. La guerra, sulla scacchiera come nella vita, è forse destinata a non avere solo vincitori e solo vinti. A essere un gioco di riflessi illusori, in cui azione e casualità si mescolano senza soluzione di continuità, e a proseguire in eterno.

Schermata 2015-07-28 alle 19.24.07Giuseppe Pantò è giornalista dal 1991. Ha collaborato con diversi quotidiani e periodici (La Repubblica, Il Sole 24 Ore, Mondo Economico, Il Giornale di Sicilia) prevalentemente nel settore economia e finanza. Attualmente si occupa di comunicazione aziendale ed è caporedattore dell’area pubblicazioni e web dell’Università Bocconi. Il suo romanzo d’esordio, Il Cerchio del Diavolo (Rizzoli), ha vinto il premio Big Jump nel 2014, categoria Romanzo storico.