blog

November 30, 2015 at 09:45PM

Questa “intervista” che Teresa Ciabatti ha fatto a Loredana Bertè, scrivendola, qui al link in incipit, apparsa su “La Lettura” del Corriere della Sera, è uno dei brani più convincenti per un’attualmente inesistente storia della letteratura italiana contemporanea.

blog

November 30, 2015 at 02:48PM

Esaurita la tiratura di “Io sono”, il saggio su terapia e metafisica e psiche e coscienza che ho pubblicato presso il Saggiatore. Ciò significa che sono centinaia e centinaia e centinaia le persone interessate alla prassi metafisica o al cambiamento di paradigma della psicoterapia, spostando l’azione dalla psiche alla potenza coscienziale. Ciò mi sorprende molto. Annuncio che farò prima o poi il terapeuta coscienziale, aprendo uno studio. Intanto, abbiate tutte e tutti la mia gratitudine!

blog

November 30, 2015 at 02:48PM


Esaurita la tiratura di “Io sono”, il saggio su terapia e metafisica e psiche e coscienza che ho pubblicato presso il Saggiatore. Ciò significa che sono centinaia e centinaia e centinaia le persone interessate alla prassi metafisica o al cambiamento di paradigma della psicoterapia, spostando l’azione dalla psiche alla potenza coscienziale. Ciò mi sorprende molto. Annuncio che farò prima o poi il terapeuta coscienziale, aprendo uno studio. Intanto, abbiate tutte e tutti la mia gratitudine!

da Facebook http://on.fb.me/1YD84UD

blog

COME SECONDO ME VIVI TU OGGI, VIVO IO . Delle impressioni.

Siccome non so scrivere in altro modo quello che mi è capitato in questa settimana negli ultimi cinque anni della mia vita, lo scrivo così, ma non è la letteratura, erano delle impressioni. Ero io che andavo nei bar negli uffici e nelle psicoterapie e in giro, con il motorino, entrando nei bar. E’ tutto vero di questo accaduto che è accaduto a me. Metto un titolo per dire che sei tu, càpita a te, ma non è vero: non è un titolo.
Questo è il post che ti dice come vivo io.

COME SECONDO ME VIVI TU OGGI, VIVO IO

Bambini, attenti: non è una prosa poetica, è una cosa vera.
Sono stato nei bar, negli uffici, nei laboratori, nei luoghi della psicoterapia, questa settimana: ne ho riportate le seguenti impressioni.

Se per ventura a voi, che siete nati molti decenni fa, capitasse per ventura a voi di parlare con quelli di un nuovo mondo, fiorito come fiorisce il mostruoso cotone, in un vasto campo americano giallo dove nemmeno esistono più i negri a raccoglierlo, avvertireste la minaccia che non è sottile? Siete, infatti, tutti, annullati. La parola di un “giovane” è oggi un’insidia peggiore di qualunque zibaldone: il suo fulmicotone è lento, la loro voracità è da gasteropodi, persino la bava è infida, ravvolge, non fa scivolare verso la breccia del marciapiede dove è andata a rintanarsi la lumaca che la ha rilasciata: quella striscia di bava non si secca, non è argentina, non muta, ha liquidato una storia barattando da principio se stessa con un mondo inerte di una fantasia insepolta, che abolisce il passaggio dalla notte al dì, abolisce il passaggio.
Tu parli loro nel bar e ti dicono. Ti dimentichi, vai via.
Parli loro nel secondo bar, ti aboliscono, ti dimenticano, vanno via.
Parli loro in una stanza larga e diaccia, nessuno sente, sono concentrati a dimenticare ogni parola pronunciata nell’istante stesso in cui la pronuncia, o padre.
Ascolta: ho parlato con il mondo. Le sue frasi erano sprarire e la melassa dell’aria era un candore di cotone che ti va in gola e nei polmoni e leva l’aria e respiri cotone da ora in poi, non esiste aria, non più, esiste questo idrofilo da respirare.
Questa settimana ovunque ho parlato.
In una giornata di lena e fatica mi capita di incontrare le persone e di parlare loro e di chiedermi perché, chi sono, cosa dico loro, cosa fanno. In effetti non fanno niente, per loro è questo fare il giusto. Stanno tenendo pulito il monolocale che si portano appresso ovunque, privo di pareti ovunque, guscio grande inesistente attorno a loro, chiocciole che sono gasteropodi, grandi molluschi dentati, e suggono il latte di sangue da te. La loro parola è sempre un addio alle parole tutte. Che pensamenti sono queste trance in cui rifugiano, rintanano i loro corpi pallidi di carne molle, di carni efficientate di palestra e tumore delle luci al neon o U.V.A.? Non so. “Non so” è la loro risposta sempre, sei tu dall’inizio tuo, quando sei iniziato eri questa cosa, scappandone. In fuga da questo inizio di te da sempre, andavi a rotolare, dei bulloni, un santino nel greto sotto l’acqua limpida e fredda che lo distorce e distorce la sua immagine, una vite arrugginita, un balocco, lo smegma di un pesce trigliato di acqua dolce e, più in là, il cadavere di un libro di liriche di Camillo Sbarbaro, un turacciolo di metallo e gomma arancione consumato ai bordi, di plastica, i ricordi e tutte le idrolitine infilate nella bottiglia e esplose, nell’acqua, che ingurgitare era niente in un’infanzia così, in fuga. Ecco, basta, questo era lo stop, grande, di questi anni medicati male che furono la tua vita in forma umana e arriva questo basta, grande, stop, ecco: è il mondo nuovo, generato a immagine e somiglianza di un’immagine che somiglia all’immagine e scolora, trascolora: sono loro, quelli nuovi, nuovi umani, una forma transitoria e un poco spessa, con la fronte aggrottata e l’occipite ai suoi posti, che girano la testa e lo sguardo, hanno un rigore della spina dorsale oppure afflosciate nel corpo a pera, fatto a renitenza, nelle sere nelle palestre agli strumenti parlando, ascoltando le cuffie, correndo di qua e di là sui tapis-roulantes, che vanno, stanno fermi come vasi grossi di carne floscia, ticchettano, fanno i computer, fanno i reset, lo caricano, era scarico, le batterie, la sera, le domande, i sonni, i benessere, uno zero via l’altro, stando ovunque non in fuga, contrari a te. Il loro antagonismo è la natura principale. Spengono te, la coscienza. S’azzuffano? No. Che dentini!
Il pallore che hanno, sempre di ritegno senza prossemiche, con delle fisionomie spicce e quarti gradi, terzi gradi, che non ti fanno, ogni ritegno non è pudore affatto in loro e è una specie di pallore all’idea, è penultimo, sedimenta sale del senso che evaporava e ha lasciato giù queste molecole inerti, organiche e inerti, quindi inorganiche – e questo è l’umano, fenomeno, con cui ho a che fare qui da un lustro, Italia, nel piccolo cerchio fiocamente illuminato dalla fiammella della mia esistenza, un patetismo anche questa fiammella, ma di altro ordine e di altro senso…
Sono nuovi. La loro aggressività non è né fisica né spirituale: è qualcosa di ginnico, uno che fa ginnastica senza accorgersene, quegli esercizi introiettati muovendo l’esterno, il corpo a destra e sinistra, il minuscolo exploit che fa dire “oplà!”, senza nemmeno l’esclamazione, quasi che l’aria fosse densa, un immenso latte di bellezza, un dopotrucco universale, dove l’attrito consuma se stesso e si è di piombo essendo di gomma plasticata, come i bambolotti “moderni”, le braccia dei Big-Jim, quando gli arti sono più sensibili e vivi di quelli canonici in plastica dura e immobile, le braccia dei Big-Jim, quella gomma dovrebbe sembrare più vibratile e viva. Sono fatti così. Il loro occhieggiare attonito in un’indifferenza complice dello sterminio, che la realtà utilizza quale retorica principale e addirittura virtuosistica per risolvere il fenomeno umano, è la prova che non hanno appreso la silenziosa e spietata lezione che impartiscono le pietre: sono essi stessi pietre, pietre di gomma umana, di gromma umana. Aggiornano gli stati. Sono apparsi legione con il trascorrere dei documenti di identità. Il loro invecchiamento non è progressivo, è a balzi, il loro pallore è una radiazione di fondo, una costante, un’organizzazione di ciò che viene, il minuscolo messia laico e inconsapevole, la cui comparsa cambia il mondo in peggio e rende il miracolo un yogurt di psiche e lipidi e sebo dal cuoio capelluto al capello, dove l’errore è abolito con la stessa inconsistenza della loro empietà, con il travolgersi istantaneo in un mondo privo di tutto e non di fatica, una sfibratezza, un’occlusione aperta, frontale, silenziosa. Ti guardano con “occhioni” e ti sorridono con i “sorrisini” e manipolano due metri di mondo come se fosse una casa, ma è priva di porte, non si possono spalancare le porte, quale casa si abita senza spalancamenti?, da quando la casa è un tetto e un tepore? La casa è un’insidia, si muore sempre in casa.
Come si stempiano! Non esiste più una donna. Il “velo” è “islamico”, per loro, il pazzo è “pazzo”, la sete è “un sintomo”, l’acqua è un “rimedio”, la cosa è casuale, l’errore non c’è o è una rovina della casa antica che mi dirocca dentro e lascia il mondo scoperto di ogni madre, il padre è “cattivo”, l’istante è “niente”, il mondo è perplesso, l’anemia è “mediterranea”, questa psiche è sconosciuta e non è che “niente” anche la psiche, il corpo è larva, la memoria è insana, lo sparo è “terrorista”, il titolo è “giornale”, che bello è “essere bambini”, è tutto un “”.
E tu parlavi a Sbarbaro con loro, andavi in direzione Padre, per dimenticare i padri, nella riva di un ruscello a contemplare le screziature della ruggine e dei muschivi in una giada dentro la ghiaia del greto sotto l’acqua di vetro e gelo di un torrente in Slovenia con il poeta Mario Benedetti.

blog

November 28, 2015 at 11:30AM

Domande e risposte sulla scrittura e il me, su Nuovi Argomenti, grazie a Simona Dolce – tipo: “Quanto conta, oggi, l’apprezzamento dell’opera nel suo approccio al testo, e che rapporto ha con il mercato?” “Letteralmente: non me ne frega niente”.

blog

November 27, 2015 at 11:21PM

Non avevo minimamente considerato interessante “Her”, film di Spike Jonze, con un’interpretazione vocale strepitosa di Scarlett Johansson e attoriale di Joaquin Phoenix. Dal punto di vista cinematografico ero nel giusto: non è nulla di che. Dal punto di vista che ora non saprei definire, poiché non è concettuale semplicemente, ma è addirittura avant-storico, se così si può dire, concordo con Stefano Lanticina: è la migliore esposizione di cosa sia la singolarità. Se non si conosce la singolarità, c’è Google. Lo hanno riassunto così: uno si innamora della voce di sistema operativo. E’ in realtà questo: una macchina immateriale si innamora dell’umano e poi trascende l’amore e l’universo dell’umano. Ciò non è sorprendente, considerando che non esiste un’immagine del film capace di rappresentare il film stesso: non è mai ripreso il soggetto stesso del film, e dico quello qualificante, che è umano. La mente (qui analogizzata, per l’ultima volta, dalla voce) non ha immagine.
Si tratta della più didascalica, semplice, direi banale rappresentazione della legge dei ritorni accelerati di Kurzweil. E’ una questione che fomenta il lavoro di elaborazione per realizzare il nuovo libro ed è il punto cruciale di questi anni, accanto alla prospettiva e alla prassi metafisiche, le quali sono il punto cruciale di sempre. Anzi, si può dire che per la prima volta nella mia vita posso osservare un panorama realistico in cui storia e metafisica vanno a coincidere praticamente. Non so minimamente se Kurzweil sia attendibile o meno, è certo che solleva una questione: la pressione del futuro sul presente che viviamo, sul futuro immediatamente prossimo, fa precipitare l’immaginazione del futuro tra le categorie della storia – il futuro può realizzarsi ora, per la prima volta l’immaginazione del futuro può essere storicamente vista in vita. Questo determina l’eccezionalità delle generazioni attualmente in vita, il che dice che non esiste se non una generazione attualmente: quella, appunto, fatale, che rischia di assistere a o di vivere direttamente un salto di specie. Questo fatto possibilmente inedito non è attuale, ma potrebbe effettivamente divenirlo. Lo sproposito si fa realtà verosimile, quindi siamo già in una grammatica totalmente altra. L’accelerazione storica, che evidentemente veniva pensata e sentita come lineare a intensità crescente in senso algebrico è, a conti fatti, esplosa, mostrando uno iato decisivo tra percezione del futuro che si poteva avere qualche decennio fa e sentimento del futuro che si fatica a detenere oggi. Accelera come una curva esponenziale, questa velocità di informazione, che informa la materia. La mente sta per diventare più che umana. Se Ray Kurzweil non ha ragione, l’avrà di certo entro il 2150. Il tempo stringe, è già strettissimo: poi si esce dal tempo. L’umano si dimostra indifferente dal tecnologico: lo era già prima, ma, pensando il tecnologico come inorganico, e cioè non mentale, secondo la categoria di strumento, non si avvertiva pienamente questa unità in progressione sempre più rapida, appunto secondo l’accelerazione a curva esponenziale che, nel nostro tempo, stacca con un gomito di curva la linearità della progressione che per millenni l’uomo ha abitato. E’ nei fatti che noi stiamo per essere una specie molto diversa da quella che abbiamo conosciuto, nella quale ci siamo riconosciuti. Salterà il corpo: è certo. Si aprirà *un certo* multiverso e non è detto che non sia direttamente quello che all’istante conduca alla realizzazione metafisica. Questo universo fisico in cui siamo non sarà certamente l’unico che abiteremo. La lingua, per come l’abbiamo praticata, finirà prestissimo: non si trasformerà, finirà del tutto, si passerà a un’altra “cosa” che lingua non è, sarà grammatica degli stati, grammatica delle potenze. Il tempo saltando del tutto, non avrà alcun senso l’idea stessa di evoluzione, anche se ci sarà uno sviluppo, ma esso stesso indifferente al tempo per come considerato dagli umani attuali.
Ciò non accadrà immediatamente e tutto insieme. Si vivrà come si sta vivendo ora, all’interno di una fascia che, come accade per la singolarità fisica, per esempio nel caso del buco nero, è pura dimensione di accelerazione, spasmo, preparto, persistenza di una grammatica destinata all’abolizione nel momento in cui smette di lambire la singolarità stessa e la tocca, ci “entra” “dentro”: è questo il cosiddetto “orizzonte degli eventi”, in cui si distorce il tempo e anche la luce, prima del trascendimento storico, pratico, effettivo, vero. Da quel momento non c’è più altro che momento. Nulla sarà duale nel senso in cui noi abbiamo considerato la dualità. L’ooposizione individuo/totalità non avrà alcun senso. Crollo delle metonimie, del conflitto parte/tutto, dell’analogico. Inesistenza della psiche per come è configurata ora. Trascendimento fisico in un fisico “sottile”: una parodia degli stati sottili di cui sempre la metafisica ci ha fenomenologizzato l’esistenza, attraverso il ricorso alla grammatica delle potenze.
Che non si comprenda la crucialità di questo momento è a dire poco ridicolo. Ai miei coetanei cantori dell’inesperienza o della nostalgia del simbolo e del meno che umano, tipo Massimo Recalcati, non resta che la sconsolatezza che prende sempre l’artista circense a fine spettacolo. In tutto ciò la questione metafisica è continuamente presente: non si uscirà dall’essere e dalle sue leggi, bensì dall’essere fisico e psichico, per sperimentare con meno veli l’essere mentale: tutto è mente davvero. In un simile sommovimento della realtà che molti hanno considerato unica e univoca, è giusto dire che le generazioni che abitano e abiteranno l’orizzonte degli eventi sono le ultime politiche, anche perché è evidente che saranno le ultime a morire precocemente.
Intendo scrivere una letteratura all’altezza dell’orizzonte degli eventi.