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November 01, 2015 at 02:13PM

Camminando silenzioso per Milano che non si sveglia di primissimo mattino tra incerte luci e la luce certa, pensavo questo, le mani conserte annodate dietro il sacrale e il volto perplesso, tra i ragazzi della notte dei morti e le ubriacature e le carni. Scrivo qui, in questi giorni va che scrivo all’improvviso qui la prima volta.

«Rinnoviamo le luci per il mondo nuovo la mattina a un’alba gelida tra Corvetto e il trascorso malessere a Milano Sud. I tubi di acciaio conducono sogni, dentro il cervello in sonno degli uomini specchio, adagiati sui monti delle lenzuola, come forniture, come quel divano che è il divano, dentro le caserme in vetrocemento dei quartieri dormitorio. Qui procedevo nella mente il 1992. Qui incontravo una finzione d’amore. Qui una partigiana taceva lo sdegno contro il nuovo mondo. Qui la madre di mia madre lanciandosi dal nono piano raggiungeva la madre della madre della madre… Proseguire a passi secchi sull’asfalto in brecce terminando la notte in una conca indaco è vedere i panificatori svegli quando le altre persone sono piegate dalla disattivazione. Car2go limita la periferia a un giro di tangenziale intorno al parco dei dirigenti intitolato a Enrico Mattei e basta. Mio padre a piedi e passi secchi sull’asfalto sbrecciato tornava dall’appartamento del suicidio, era giovane e disperava che si potesse sussurrare che si disperava e allora inventava il comunismo. Sul ponte a cavo di viale Puglie rivedeva i casamenti popolari e il vecchio che smozzicava il pane secco, non bastandogli l’umanità intera, era il 1966. Sono calcinato dalla luce dentro. Lo sguardo trapassa trascendere e stare in una rigidità che flette a sé i fusti di papiro dell’universo. Sa disseccare le vene la volontà di essere una lingua che parla e una mano che flette il polso bianco, calcinato

all’interno di una cripta sotterranea dove tollera la volgarità di noi umani tutta
e pretende di sollevare il calice del corpo mio e di assaporare il sangue

quando la mente è sangue la notte alla fine dove sfreccia un taxi contro il mio muro di sonno e carne che va.
Sia lode a te, meditazione di primo mattino, il primo mattino, dove homeless avanzano studiando le bottiglie e i radiotaxi sono spirituali, vivi a nascere e rinascere il primo mattino degli steli bianchi nei prati di nessuno a Rogoredo in direzione padre, madre, sorella, e le modelle istantanee scattano alcoliche collassando tra sé e sé in un vuoto di sé che vomita e riprende il passo svenevole, caduco, floscio del cuio di luce che sono peste guardando niente a palpebre abbassatte molto, tra Photoshop e la fame, organizzando Halloween per sempre.
Venerazione mattutina continua è la parola che abolisce la parola l’ultimo mattino, un’imminenza, una strage.
E vado i pavé a corso Lodi e le sinuose curve di Sabotino tra i ragazzi morti fintamente e divorano i morti il fegato dei vivi tra le foglie di alloro delle coroncine magistrali alle lauree in Bocconi lunedì.
Spirito continuo è etere divino che mi fa di sale e se lo gusta, chimico, inacidito, controllando i gesti del corpo che le si dona spontaneo, affettato: fa così la luce, crea la luce stessa, divora la fame, asseta la sete, lei fa così la luce.
Alla svolta del polso bacio la trasparenza, l’unghia: prego la tua unghia che la vita vada da te finito l’umano, finita la persona, luce della parola intatta: reggimento interiore, scritture, indecrittabili canoni di codici in tracce rupestri alle tempie dentro, sorelle addio, o voi parole, addio. La luce calcina tutto, antagonista della parola la cancella.
Il McDonald’s è diventato verde pantone. Il suo marrone è un mogano di avi morti in una campagna bassa durante la piena del Po, pochi anni addietro i secoli.
Milo De Angelis tramava l’uva ramata, l’uva lugliena in una corsa sfinita ai crepuscoli delle Langhe tutte. Distava un padre che era morto e stava nella cenere a Chiaravalle a dirsi il comunismo, non era inventato era vero, come i flipper dell’infanzia e i Kiss.
Trascino da te la mia parola che trascolora o luce.
Strisciano le serpi e i sileni nella landa delle poesie distese di Milo De Angelis per me alla fine, all’inizio di me molti anni fa. Li conto, dall’uno all’indeciso, tremando, proteggendo la fiamma piccola delle candele, soffiando sulle mani a conca, mettendo il repentaglio nella disdetta. Questa, dunque, era la vita. Era stata questo…
“Ti venero”.
“L’adorazione è il prezzo privo di spesa che si deve pagare affinché finiscano le parole e cominci la mente”.
O mente, sia lode a te, tu che staffili le uova imperatrice nella vigna: i tuoi operai ti ringraziano.
Sentro l’Europa rivoluzionare dentro di me ad altezza sterno.
Vado, venerando la parola, nella Porta Romana: galassia, fame, luce che finisci tutto grazie »

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