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★ di David Bowie è uno “stato”, è ciò che sta per arrivare, è imminenza pura – GIUSEPPE GENNA

Dunque era la fase finale di trascendimento dell’io che sta nella carne e nelle bianche dilavate ossa. L’elemento di distruzione del pop e di emissione di una frequenza inaudita, sempre inaudita, non aveva nulla, ma proprio nulla, a che fare con la musica, con l’immagine, con la voce, con le tecniche, con i paradigmi, con le memorie. Uno può dire: il pop non è arte. Uno può dirmi: qui Bowie si comporta centonando male, è grossolanità musicale. Ecco: il problema non era la musica: era piuttosto il fatto che sempre il popolare ha a che vedere e fare con la morte. Il popolare muta, muta violentemente i paradigmi, anticipa spesso certe rivoluzioni artistiche. La rivoluzione artistica che ultimamente David Bowie ha emblematizzato è un passaggio violentissimo da paradigmi a *fuori dai paradigmi*. Nel trascendimento dei paradigmi, che stiamo vivendo in questi anni in occidente, si rischia il pittoresco. Non Bowie: il passaggio “Blackstar” non è pittoresco. O uno avverte che è un movimento di non rappresentazione dell’uscita dal corpo – oppure non lo avverte. So bene che gli intellettuali, per lo più, questa precisa cosa non la avvertono in occidente, c’è poco da fare, è la dannazione di chi ha bene presente quale prassi sia la metafisica, quale fonicità esprima, quale testualità informi. Ripropongo il post su “Blackstar”, a cui reagirono alcuni, parecchio irritandomi, perché non facevo un discorso tecnico e nemmeno musicale. Intendevo infatti dire che Bowie qui va avanti, fa uno scatto, impegna uno stato eterico. Impegnava proprio lo stato eterico, con tutta evidenza, visto che proprio lo stato fisico andava a perderlo o a trascenderlo, letteralmente e, quindi, musicalmente, immaginalmente, vocalmente e tutti gli avverbi di incarnazione che desiderate metterci. Chi fosse interessato, può rileggere appunto letteralmente ciò che scrivevo in proposito. Non perché avessi ragione, ma perché è per me abbastanza straziante sempre assistere allo spettacolo autentico che l’artista interpreta: non essere visto davvero. Per il resto, a questo signore e ragazzino e ragazzo e uomo, che parte del mio immaginario l’ha fatto, va il mio ringraziamento profondo, non essendo mai stato suo *fan*, così come non sono mai stato un *fan* di nessuno, di nessuno, di nessuno, ringraziando tutti coloro che sempre nella vicenda umana hanno cercato lo “stato”…
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