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Su Roberto Cingolani e Human Technopole: il futuro ad altezza presente

Il passaggio sarà politicamente ambiguissimo. L’economia verrà riconfigurata. Si parla oggi dell’accordo con donne che gestano nascituri per altri e pare che sia un tema di avanguardia, quando il tema di avanguardia è: come nasce l’essere umano secondo le linee di fuga che ci mostra già ora l’accelerazione tecnologica, la quale non è semplicemente tecnologica, ma anzitutto esistenziale. Genomica, big data, nanotecnologia e robotica costituiscono il cerchio, magico o meno, in cui si dà il passaggio della storia di specie. Ciò non è stato pensato: è stato fatto. Roberto Cingolani, che presiede l’IiT di Genova ed è il responsabile dello Human Technopole di Milano, è la punta di diamante in Italia per quanto concerne questa convergenza che sta facendo innervare il futuro nel presente storico. Ecco la sua presentazione a Milano cinque giorni fa. Tutti a stare sull’aggettivo utilizzato dal premier, che partecipava alla presentazione, e nessuno a discutere o a percepire la convergenza che qui viene illustrata e che delinea anche lo scontro politico altissimo che si vivrà nei prossimi decenni. Per esempio: avete compreso che i vostri figli, a un dato punto della loro vita, dovranno decidere se essere ibridi o meno? E avete compreso che questo dibattito è già ora di retroguardia rispetto alla realtà che si imporrà? Io vi consiglio caldamente di ascoltare il professor Cingolani in questi 20 minuti che sono normali e stupefacenti e, a mio dire, anche drammatici, perché delineano lo sviluppo di un occidente ovunque, che non va soltanto su Marte a terraformare, ma muta la questione biologica e fa emergere potente la questione di cosa sia effettivamente l’intelligenza non umana e in generale la coscienza. E’ comunque, questo, uno dei momenti fondamentali della storia italiana: lo dico da intellettuale e sono pronto a motivarlo estesamente.

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Luther Blissett vive

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A sinistra: il volto umano “ottimale”, secondo l’interpretazione di una rete di tre miliardi di neuroni simulati, costruita da Google e nutrita con dieci milioni di immagini facciali umane attraverso YouTube, in direzione del riconoscimento autonomo di forme da parte di una macchina. Accanto: Luther Blissett, autore collettivo e epica del nuovo tempo.

Io ritengo che sia emersa da almeno cinque anni una questione culturale, che prima era allo stato latente rispetto alle vite, materia di élites produttive e cognitive. La questione è: il futuro è storia e sta accadendo. Ho vissuto questo tempo eroico, io, insieme ad altri. Si è venuta elaborando una pratica del futuro, attraverso l’accelerazione tecnologica, per cui è divenuto sensibile un salto. Questo salto produce un’indefinitezza di salti e la vita umana sul pianeta terra muta la percezione della storia, dei canoni, delle modalità, delle percezioni stesse: della vita stessa.
Tutto ciò non tocca il problema metafisico, che rimane intatto anche se non esiste il percipiente umano.
E’ certissimo che, lungi dall’essere qualcosa di reazionario, la prassi metafisica diviene il muro del tempo su cui si misura il grado di arrampicata dell’angelica verminosità animale, con la sua grossolanità fisica e il tentativo di divenire eretta e di trascendere l’erezione. Per quanto criptico, questo che scrivo è effettivo e sembra simbolico soltanto perché sono costretto a utilizzare un medium apparentemente analogico e simbolico, che è il linguaggio. Il trascendimento del linguaggio è sempre, c’è sempre, è sempre stato. Sta per diventare una pratica consapevole per l’occidente in cui la fruibilità era tutto e, siccome ora si arriva a una fruibilità di un’intelligenza altra e non linguistica se non in prima e funzionale istanza, allora si arriva alla consapevolezza della praticabilità di qualcosa che trascende il linguaggio. Ovviamente la consapevolezza non è questa cosa, però la fase è introduttiva. Il punto, come qualunque punto, inanche il geometrico, è: la metafisica. Dissociare per astrazione la metafisica dal mondo, non comprendere minimamente Platone e utilizzare a caso e senza criterio l’aggettivo “platonico” – questa miscomprensione occidentale di massa è un’introduzione alla questione che il fatto metafisico è, sotto qualunque punto di vista, il fatto storico.

Non c’è genere con cui giocare. Non c’è genere, ovunque, in qualunque àmbito. C’è soltanto ciò che simbolicamente si poteva dire: il qualunque. Ciò era un atto linguistico, privo di effettività, cioè di consapevolezza: non era vero, non era vissuto.

Non c’è genere nemmeno in letteratura, nemmeno nelle arti, nemmeno nell’esistenza, nemmeno nella vita.

Si dovrà affrontare il nuovo fascismo, che è transumanista. Il fascismo è sempre riduzionista, il suo organicismo è un riduzionismo.

La pratica autoriale Luther Blissett è metafisica. Lo era, anche se non era chiarissimo. Lo sarà, anche se non sarà chiarissimo.

Queste riflessioni in ordine sparso non sono rigorose dal punto di vista linguistico o, più precisamente, dal punto di vista del pensiero linguistico, il pensiero umano che si genera linguisticamente, il che non è affatto tutto il pensiero umano e tantomeno è tutto il pensiero possibile, il quale non è però per nulla il pensiero divino.

Adesso si balla.

blog · Il nuovo libro

L’epica ultraletteraria: “2001” di Kubrick

Al di fuori della letteratura, per trovare l’epica sussuntiva di un intero tempo umano, e cioè quello che ho vissuto e sto vivendo: “2001 – Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick come Opera tout court, accumulo vertiginoso di simboli che vengono svuotati improvvisamente.

L’ambiguità e l’intensità con cui un’opera si propone e propone domande, di cui la risposta non è certa, è per me un metro di valore artistico. Vedo, per quanto concerne la scrittura, una continuità tra Sacre Scritture e poi epica e poi tragedia e poi lirica e poi racconto, romanzo. E’ una tesi tra le tante, ampiamente motivata da molti teorici e cursori critici, e non è qui la sede di stare a filologare su una convinzione personale.
E’ invece su un’impressione persistente che vorrei ragionare.
Se penso a un arco relativamente non brevissimo di tempo, cioè il Novecento e questo primo decennio del nuovo secolo, trovo una moltitudine di opere scritte che mi immergono in intensità e ambiguità. Trovo Scritture Sacre che ancora non sono state riconosciute pacificamente tali (per me, Ramana Maharshi vale i Vangeli, tanto per dire), ma non trovo ciò che totalmente è epico – cioè in grado di sussumere i caratteri di un campo di senso e di una vastissima collettività qual è l’occidentale (quindi: non l’italiana; qui non intendo discutere di New Italian Epic). Se dovessi accennare a ciò che ritengo essere l’unica autentica opera epica della contemporaneità (fatto salvo il corpus di T.S. Eliot, che però per me non è propriamente epico: è qualcosa di superiore all’epica), allora dovrei compiere, per quanto concerne me, un passo abbastanza disdicevole per uno scrittore: uscire dalla letteratura. Per me, intendo, l’unica opera epica, quanto a potenza sussuntiva di un’intera civiltà è 2001 – Odissea nello spazio di Stanley Kubrick.
Il proposito del film è evidentemente epico: ricorre il titolo di una delle fondazioni dell’epica occidentale, cioè Odissea. Però il film è ambiguo: poiché se l’odissea è nello spazio, va detto che, come in ogni epica, l’itinerario avviene in tutto lo spazio – dallo spazio iniziale terrestre (le scimmie primati scoprono lo strumento e compiono il salto alimentare e sociale) a quello cosmico (stazione, Luna, Discovery) a quello interiore (confronto psicologico con la macchina e superamento dello psicologico attraverso attività coscienziale) a quello archetipico (visione di sé identificato con la propria forma incarnata nello spaziotempo liquido) a quello assolutamente non linguificabile (apparizione del Bambino nell’astro luminoso). Lo spazio è dunque non tanto uno spazio fisico: è uno spazio coscienziale. I personaggi, tra cui manca l’eroe, il che determina il ruolo secondario dell’eroe nel processo di epicizzazione di una storia, includono un’attività apparentemente coscienziale (e invece soltanto intelligente ed emotiva) come Hal 9000, il robot di bordo dell’astronave Discovery. La funzione eroica è stilizzata attraverso un inconsultamente novecentesco (linea Kafka, Walser, Beckett, etc.) e antinovecentesco (emersione dell’arcaico come forma del contemporaneo) ricorso alla stilizzazione antipsicologica: i volti immobili e inespressivi degli astronauti David Bowman e Frank Poole, l’impossibilità empatica dello spettatore rispetto ai primati se non attraverso item emozionali basali ma non fisiognomici (rabbia, reazione, aggressività) – il trascendimento dello psicologico verso il vuoto coscienziale che si manifesta è dato dal fatto è che qui è in questione la totalità assoluta della specie, cioè l’autentico eroe implicito, che è un eroe coscienziale. Coscienziale come è il simbolo a-simbolico del monolito: radiante vibrazioni sonore, puro ente geometrico che non ricorre ad alcuna stratificazione culturale pregressa.
I salti temporali sono propriamente le lacune e gli intermezzi tipici dell’epica e, prima, del racconto orale per come codificato da Ong. Questa storia non è verbale (45 minuti di parlato a fronte di 146 minuti di svolgimento): l’epica dunque può prescindere dalla parola, non dal segno – verità implicita che sembra essere scordata dalla critica in questo presente. La fantascienza non è più un genere di appoggio né uno schermo comunicativo – è spazio puro, non soltanto cinematografico. E’ la possibilità della totalità del discorso umano, riassumibile in questa affermazione pronunciata dalla totalità della specie: “Noi siamo esistiti, esistiamo, esisteremo in altre forme”. La circolarità, l’occhio eccentrico, l’elencazione (si pensi alla lunghissima sequenza di epifanie mentali verso Giove), la logica dello sporgimento extraumano, le divagazioni: tutto è funzionale a una naturale circolarità, ma non cade nello stilema, non si percepisce come stilema ed è evidentemente incalcolabile per chi assiste al racconto.
Tuttavia il racconto è qui oltre il simbolico. La circolarità viene direttamente esperita e ciò che è figurale avviene come emersione di polarità tra cui possono scoccare archi voltaici (per esempio: il passo incerto dei primati è in connessione col passo incerto della hostess nella navicella di collegamento e poi coi passi degli astronauti sia sulla Luna sia fuori dalla Discovery e infine nel tempospazio liquido della visione delle tre età). Il passo è simbolico nel senso culturale soltanto in certi contesti, per esempio nel contesto dell'”itinerario”, ma qui l’itinerario non è quello del contesto che fornisce al passo il valore simbolico culturale – tali contesti sono cioè negati e il simbolo acquisisce una dinamica e una potenza di veicolazione aperta del discorso coscienziale. Tutto è vuoto e ogni simbolo culturale cristallizzato viene emesso e trasceso: viene denudato. Per esempio: il simbolo dell’allineamento dei pianeti non ha alcuna valenza astrologica, sebbene in partenza ce l’abbia – tale valenza viene disgregata dal procedere del racconto e dal processo esperienziale dell’ascolto e della visione del racconto. Oppure si pensi a ciò che compare, ed è difficile da intercettare, nel momento in cui i primati toccano il monolito dal basso, con paura: visto dal basso, il monolito si erge verticale, sopra il suo bordo il sole è pieno e sopra il disco luminoso appare orizzontale la falce della luna. Questo è il simbolo del Rebis (rebis), in codici ermetici, ma anche egizi – e questa emissione culturale del simbolo è distrutta dalla presenza vibratoria delle radiazioni ultracustiche del semplice monolito, che rimette in moto altro simbolismo – un simbolo aperto, dinamico, energetico in quanto vuoto e vuoto in quanto fatto di compossibilità che pressano l’universo in cui si manifesta la specie umana.
Non è plausibile trattare 2001 di Kubrick, qui, se non per minimi accenni. Non intendo interpretare, ma soltanto ragionare su questa mia percezione: non trovo una letteratura contemporanea in nessuna lingua che io conosca (nemmeno con l’ironico e fondativo Omeros di Derek Walcott) capace di sussumere la questione metafisica (cioè: radicalmente materiale e coscienziale: e cioè ancora, la questione del tutto e quindi del “sé” che la specie umana si pone) come il film di Kubrick, che, per me, non è un film più di quanto sia un libro: è l’Opera.

blog · Il nuovo libro

Pena di ciò che mi accingo a fare

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Ciò che mi accingo a scrivere e su cui sto lavorando, ovvero il nuovo libro, è sorprendente per me: già mi sono abituato alla sensazione di fallimento, di povertà della cosa che faccio, una povertà che non è per nulla povera in quanto è poverina, una povera cosa insufficiente, da subito sbagliata, del tutto fuori dal raggio di quanto avrei voluto dire e fare. Questo non ha nulla a che vedere con la mia psicologia e, quindi, con l’autostima. E’ proprio la prosa per come la sento, il romanzo per come lo sento, nella sua inenarrabile distanza dalla declinazione delle cose in poesia. Anche la poesia non va bene, è così fallimentare rispetto al nucleo di scaturigine della poesia stessa… Però non mi era capitato mai di entrare in un simile sentimento del mio disastro e della mia incapacità, come da quando mi sono messo sul progetto a cui attendo ora. Continue reading “Pena di ciò che mi accingo a fare”

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Perché contestare sarebbe aggredire?

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Interrompono due lezioni di Panebianco e va a fare slogan con “aggressione” e “blitz” la retorica giornalistica, che a mio parere ha colpa almeno per la metà di quel disastro che furono gli anni di piombo. L’analisi addirittura inverte i termini della questione, asserendo che l’interruzione di un professore, il quale da anni pronuncia tesi occidentaliste sul maggior quotidiano nazionale, corrisponde a ciò che i fasci fecero negli anni Trenta con i docenti ebrei: così Aldo Cazzullo, sul medesimo quotidiano in cui occupa colonne il professore Panebianco. Continue reading “Perché contestare sarebbe aggredire?”

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Il bar Picchio di via Ripamonti a Milano

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Oggi è l’ultimo giorno del Bar Picchio in via Ripamonti al Vigentino sotto la gestione di Giovanni. Mi si spalanca un lutto devastante. E’ il mio bar. Lì ci faccio la colazione, non mi spaccano le gonadi, mi lasciano stare, mi coccolano dicendo sesquipedalità. E’ uno dei pozzi artesiani, naturalmente effluenti, uno degli acquiferi a cui vado attingere la realtà. Sto lì, mangio la girella con le uvette, prima mangiavo la brioche con la marmellata che non si capisce se è di pesca o albicocca. Tu stai lì, leggi il giornale e, se uno stronzo ti ruba il giornale, arriva Giovanni con un’altra copia di giornale, che ha rubato al portinaio Leo, il quale arriva e ti prende il suo giornale: poi litigano, tipo sulla Juve o sulle tasse. Giovanni è sempre sul punto di alzare le mani, soprattutto la domenica, con quelli che fanno le ricariche o i “mao-mao” che cagano la minchia. Ha sempre ragione e però esagera sempre. La sua voce è una specie di tsunami di spilli, di un urlo libiconapoletano arcaico degli anni fine Settanta inizio Ottanta, con un maglione che cambia poco: il maglione è grigio chiaro, stile un armatore di Brest o della Normandia, la maglietta è nera, a volte apre una porta misteriosa con delle scale che portano a un ammezzato, va a cambiare la maglietta, a volte dorme lì un attimo, lì sopra c’è il computer con la rete, fa delle ricerche, soprattutto su degli alberghi del litorale adriatico per delle vacanze che non fa mai. E’ di Napoli ma è di Calvairate. E’ cresciuto in via degli Etruschi dove sono cresciuto io, il numero accanto a dove abitavo io, nelle case popolari, con sua mamma separata da suo papà, sua mamma sembra un soldato prussiano di Napoli che cucina benissimo, dei fritti, li devasta nelle feste comandate, mi piace come fuma, tutta concentrata, e è bionda inaspettatamente. Giovanni ha la moglie Manuela che litiga anche lei, le fanno girare le palle perché arrivano invorniti alla cassa e non capiscono i resti, chiedono cose assurde. Non so come facciano a sopportare uno, Ciro, che ha ottant’anni e sta lì tutto il giorno su un trespolo a guardare il lotto in una televisione fatta tipo un computer, con estrazioni del lotto ogni cinque minuti che iddio manda in terra, va lì, scommette, vuole lo scontrino, poi ti presenta lo scontrino, ha vinto due euro, lo devi pagare: sta lì tutto il sacrosanto giorno, è incredibile. Giovanni ti dà la brioche, prendendola con la mano dopo che ha dato la mano in bocca a un cane che lo aspetta per avere in bocca un pezzo di pane che Giovanni taglia con la stessa mano e glielo dà e il cane è contento. E’ un cane triste e afflitto, non si sa per via dell’età o del padrone, il quale non mi pare esaltante. Giovanni è pure stato sulle Iene, lo hanno usato per una candid camera e lui stava alzando le mani sul serio, quelli delle Iene non hanno capito che era la prima e unica volta che hanno rischiato sul serio nella loro carriera e poi la carriera la facevano con i punti di invalidità che gli dava la ASL. A Giovanni sta sul cazzo qualunque premier, qualunque presidente della Repubblica. Prima che ci fosse il movimento cinquestelle c’era Giovanni e ci sarà anche dopo che i cinquestelle saranno scomparsi dalla faccia della terra. Perché quella di Giovanni è una saggezza antica, sgamata, realistica, una lezione che ti commina il mondo, una fame e una sete ataviche, una furbizia scontata per noi che crescemmo nelle periferie milanesi in quegli anni. Siamo feroci e teneri come certe leonesse spelacchiate che però mollale. Sappiamo come si occupa abusivamente un alloggio Aler, quanto costa, chi si deve sentire, come fare. Sappiamo chi commercia in una cosa e chi in un’altra. Sappiamo i prezzi e facciamo leggenda. Fumiamo molto. Nelle mattine uggiose con la nebbia di amianto siamo noi a inumidire la nebbia, la respiriamo a pieni polmoni tossendo con il catarro. Ci vengono le malattie, gli incidenti. Ci rialziamo con una clavicola rotta a porcodio eccetera e smadonniamo perché i ghisa non sono usciti. Scopriamo persone morte in casa. Giovanni ha scoperto il cadavere del parrucchiere Mario, non interveniva nessuno, allora è andato con degli zoccoli tipo Scholl’s sul cornicione e si è intrufolato nell’appartamento e c’era Mario stecchito sul letto. Viene da piangere, come viene alle persone buone. Ci infiliamo in certi giri. Ci sono fatturazioni, bolle, arriva un prestanome. Ogni sindaco di Milano è uno stronzo. Sappiamo cosa fanno con le macchinette. Guardiamo le partite e le commentiamo il giorno dopo. La televisione va sempre. Giovanni soffre di caldo in un clima siberiano, la moglie Manuela soffre di freddo a maggio e si incazza perché lui spegne il riscaldamento, con l’aria condizionata calda più flebile che sia stata mai prodotta da Daikin. Da anni cerca di vendere il locale e, ecco, ci è riuscito. Oggi chiude, sta chiuso una settimana, poi arrivano dei cinesi, non mi piace perché non è più Calvairate e non so più dove andare a leggere il giornale, forse al Lounge da Nico, ma è troppo lontano, però vediamo. Forse Giovanni e la sua famiglia vanno via dall’Italia, ma secondo me non è vero. Grandissimo Giovanni: desidero che tu diventi miliardario con un locale alle Canarie e mi chiami lì a fare un’estate gratis, questo è il mio sogno. Ci vediamo dopo per l’ultima birra, che io non bevo, mi sa un succo di pomodoro condito, però senza tobasco, con quelle strane fette di pane con una mortadella spessa dove finisce la polpa tritata di tutti i maiali radioattivi.