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Da “Etere Divino”: Etere Divino Incatenato

Etere-divino

ETERE DIVINO INCATENATO

di ANDREA GENTILE e GIUSEPPE GENNA
[da Etere Divino, il Saggiatore, 2015 – http://amzn.to/1mLEIoQ]

Con tutti quelli che deve sopportare, inchiavardato alla roccia finale delle Scizie infernali dopo di cui finisce tutto il mondo e è vuoto, ridotto dalle chiavarde di Efesto e nudo al vento, infisse nella roccia dura insieme a Ermete, dopo tutto quello che ha fatto, per ordine di Giove Pluvio che lo vuole lì in castigo, e per di più i rapaci vanno a mozzicargli l’epa, ché tanto di fegato ce n’è sempre in sovrappiù, come dimostrano i fegatini dentro la minestra di brodo e di riso con i pezzetti di prezzemolo verde scuro tra i fegatini che non vuoi, bambina, e dopo che la vacca Iò è venuta a raccontare a lui, proprio a lui, che l’attizza un punziglione di bombo da qui alla fine del mondo solo perché con Giove Pluvio lei proprio non voleva dare la carne, ti pare che al Prometeo Incatenato dopo tutte queste cosalità gli arriva lì davanti, come se nulla fosse, e in effetti è nulla, e in effetti nulla è, il nostro Etere Divino, reduce da una escursione tra dolomie e da una curiosità di mitologia greca? No, lui è qui venuto su per il sentiero tra alpestri spezzettate e ciuffi di prezzemoli e si pianta lì, senza colpo ferire, davanti al Prometeo Incatenato e gigantesco, cui l’aquile non risparmiano il tessuto soporoso di sabbia di rognone e d’interiora che è il fegato: non sente niente, non ha l’innervatura, come il cervello, un falchetto può beccarlo spora per spora e lui non sente niente: è un organo cretino, come il cervello. Per di più è marrone e ci passa la vena porta. Si rigonfia se t’infurii, se lo invidii sprizza bile, tra l’erbe in un aere marzolino vedi le viscere verdiviola e screziate di rame di un qualche animale notturno tra stecchi a croce di legnetti e la vescica tutta d’oro: questa è la natura, delle cose. Per questo crescono comodi a tradimento i cancri. Si possono magnetizzare con terapia frazionata e cauterizzare con degli spilloni elettrici lunghi che ti si infilano per cauterizzarli quei pallini epatici così morbidi e letali, così a vedersi, nelle ecografie. Forse Etere Divino Prometeo Incatenato lo scambia per una roccia un poco adunca a forma grezza umana del granito scizio: sta lì e non gli dice niente. Ma la scoscesa d’un K2 per caso urla così? Fa rimbombare le brezze verso la conca del metallo in Cielo, con quelle urla epatiche di dolore vero, eschileo, Incatenato, Prometeo. Che cecità quando si urla, quando si prova il dolore vero. Bada te che non si pensa niente, quei gravi istanti che dura. Lo scorticano strigiformi con i becchi adunchi che indagano tra i fegatelli e l’urlo arriva fino a Crescenzago e oltre, rimbalzando dalle colze occluse dei cieli a bitumi, sopra le città degli uomini, cui rubò il fuoco. Vedi: il brando mistico lo portava a noi e, fedele spennato arcangelo, cade nel vano. Ghiacciato è il fulmine, le Meteore pallide, pianeti spenti, piovono tutti gli angoli da tutti i firmamenti nella materia che mai non dorme e tiene l’impero nel lampo tremulo e umido provoca e insiste. Questo era Prometeo prima che fosse Incatenato.

Il momento è drammatico, che c’entra Etere Divino in tutto questo? E come curvo tutto, io, Gentile Gennaio, che offre i suoi fiocchi migliori e i cristalli di rocca di traverso ai quali fiochi fuochi vedi e state lì, bambini, non agitate il vento: questa è natura delle cose oh, le fiabe!, oh, inverno.

Ogni momento un dramma, una letteratura.

Il Prometeo Incatenato è lì sul monte Scizia e ha alle spalle il buco Sagittarius A* e agli òmeri ha Etere Divino e non urla cose come

o divo ètere, o snelle ali dei venti, fonti dei fiumi, e dei marini flutti infinito sorriso e te, che madre sei d’ogni cosa, invoco, e te, che tutto miri, orbe del sol vedete! Celeste dai Celesti soffro! Ora, vedete da quali travagli lanïato, per mille e mille anni patirò davanti a Etere Divino.

 

O dire

 

della mia sorte né dire né io posso tacere.

 

E che avrà fatto mai per strepitare tanto e meritarsi l’odio e il patimento, onorando e innovando l’arte? La furtiva predava fonte del fuoco nascosta entro la fèrula, che agli uomini   maestra fu d’ogni arte utile sommo. Di un tale misfatto paga il fio nei lacci a cielo aperto turpemente avvinto. (Si ode una soave musica lontana).

 

E Etere Divino non lo consola, che voce, che ineffabile fragranza alïa verso me, di Nume di uomo, o di ambedue commista?

 

Giunge qualcuno a vedere le mie torture? Che muoio?

Etere Divino: sempre Etere Divino: sempiterno l’Etere Divino, ti alita davanti mentre muori, che latri urli come un cane se ti toccano e se sfiorano la cancrena alle caviglie fiorita tremi a più non posso e lì è Etere Divino: la tragedia è questa. Sta lì cadavere ma non lo è, guardale le caviglie: ha calze colorate tramate di sagome di fiori di colori variegati, policromi. No, non ha nessuna calza indosso, è la caviglia.

L’etere sibila sotto i battiti fitti d’ali ed è terrore tutto ciò che si avvicina e non muori mai, mai che non muori, madre, quanto ti straziano le carni i fiorellini delle macchioline petecchiali che sei in vita, o per dire, ti attaccano al lavandino del vomito del cancro con un tubo sotto e lo dimenticano sul pianerottolo solo quando non avrai più bisogno del catino perché i denti avranno smesso di tremare e cadere nel bacile zincato come sali duri di terra bianca, di bicarbonato secco, e pochi capelli sulla nuca maculata, perché ti è venuta l’età, continuano con la crescina a crescere, le primarie si faranno e non sono più affare tuo, alle 21.23 ancora urli e urli e schianti con il gracidio di vecchietta le pareti e guarda se si disperano di là del muro dietro la tua nuca che gridi le nipoti, i nipoti, il cattolicesimo ti trattiene? Quando ti sporgi nel vuoto infinito dal limite del mondo si chiama: orrido, è orrido che una montagna intera Himalaya ti frana addosso, ma per adesso è una montagna enorme da scalare e soltanto gli appigli sono infiniti, non finiscono più, che urli. Artigli le unghie. Il crac che non arriva tuona. Come urli. Come si scala una montagna enorme che ti frana poi addosso se sei a una giogaia d’aspre cime inaccessibili della Scizia costretta alla parete dietro la testa calva quasi, con quattro peli ispidi un popo’ lunghi che fanno male sotto il cuoio capelluto sfatto di sfogliette di pelle morta farinosa a strati? L’alopecia sui crani e un preciso mangiare dolore laddove lo sia, che punta te e mugolii come una cagna, urlando che non muori. Mamma, il dolore, cos’è.

E urli, urli continuamente senza requie, questi sì che sono urli. Si avanzano Potere e Forza, tenendo stretto Promèteo. Sostano dinanzi ad una scabra erta rupe, il tuo petto che si alza parallelepipedo largo, violaceo o colliquativo non sapremo mai, quando esce il classico soffione del polmone, la notte quando hai perduto coscienza e non la perdi mai? Remissivo siilo, però come si fa a erompere il promontorio di dolore che non ti fa stare ferma (Etere Divino continua a vedere che lo fai con la faccia da schiaffo, che tremende e stolide sono le ceffone a chi sta morendo, farlo soffrire così per un infinito futuro e a te rimane la colpa, a Etere Divino no, lui sembra non morire mai, mai) e sembri non morire mai, in un’agitazione che scuote i mondi e in particolare i quadri alle pareti, allora ti muovi, con il corpo che urla e che festa le cellule dei carcinomi dentro di te spumanti, allora stai un po’ lì tra il cucinotto con i portavivande che non portano più le vivande perché è impossibile addentare con queste mucose urticate e suppuri la tetra libertà dello spettro che ancora non lo è, allora dalla cucina alla sala, urtando l’ibis di ferramenta antica e il potus che impallidisce se lo tieni discosto dal sole o usi questi vasti tendami pesanti violacei di panno pesante, cosa sono gli addobbi di morire o che è morto e ancora non è ancora morto, oh!, vivere è stato un grande sogno monarchico, come sbattono adesso pesanti le ali di pollo crudo le farfalle viola e le tarme a sublimare la pallina di naftalina e legno tek in un armadio mai più aperto in anni e anni. E il grido corrompe l’aria con il tuo alito di violetta a coprire il puzzo acre e coniglio di un coniglio crudo morto dietro il garage dove parliamo con un vecchio decomposto e non si accorge, dietro il muretto è acre la salma del coniglio spellato percorso dalle moltitudini, di formiche e in alto è aperta la finestra per fare aria al morto che non vuole morire e vibra, lendine da un metro e mezzo con la corruttela che gli avanza di istante in istante. L’abbrivio con cui, morta, ti affacci dalla finestra e ci urli che dietro quel muretto la carcassa fresca del coniglio puzza, la strada statale A4 riportava a dolce biscottume tutti i cani morti che sono riusciti a morire e l’hanno fatto. Tu non sai quale libertà di Giuseppe è essere cremato e padre. Tu non sai che da quattro anni ti ritiene di pensare Andrea il nipotino tuo, mi arrivi con una capra da nutrire con un bacile colmo di frattaglia. E si scuote, non è morta affatto, urla stendendosi sopra il corpo macro un tendame da addobbo di morte che pare un manto regale viola e come urla, continua a urlare che non muore, con una corona di cartapesta giallometallo in testa andando di cantone in cantone dietro infinito il colonnato dei sospiri, sarà noto così. Cosa me ne frega delle generazioni? I nipoti dei nipoti mi aiutano a morire forse mentre urlo il sabactàni e sono sola come una cagna monca? Quanto darei che si perdesse il braccio, cadendo come un’unghia morta di morte fungina, è un pezzo di carne fatta in brasato e chiunque ha una paura pari al dolore mentre gonfio baritonale l’urlo di questo dolore che se ne vada e potere morire e non muoio. Quanto dura morire, è troppo e urlo. Allora nel terrazzo a cercare l’alito del ribrezzo inebriandomi all’aliseo dolciastro della romana stagione dell’estate, sopra i tetti accecata senza distinguere sagoma da cielo, livido come l’edema nel decubito dei glutei flosciati, da dentro, divorati dai vermicelli delle tenie intestinali, che hanno forato, hanno forato gli intestini e vado!, urlando senza dare pace a chi si preme a sottovuoto i padiglioni auricolari nella strada e sui tetti e le terrazze (Etere Divino ti guarda) e nelle strade arriva l’olezzo e la gola fa pasta la glottide insalivando le pàpule e per rispetto alla specie protetta rientri nel padiglione di casa tua verso la stanza del capezzale, la stanza della morte, rosso il derma che si screpola sul petto e sulla tetta, tutta la radio che ti ha fatto adesso?, se non renderti contaminata e pericolosa per via dei liquidi di contrasto che insufflano Fukushima verde scientifico fosforescente dentro le vene dentro i bambini minori di sette anni di età, a sette anni raggiunti la contaminazione non li ha raggiunti più e non crepi, urli per morire e non lo fai perché non ci riesci. Allora sedersi urlando sopra la poltrona fatta a tessuto paltò, tu che sei stata madre e sei stato padre e sei stato un grumo di intolleranza e glutine per me celiaco e per lui bambino nella macchinina rossa, che ti guardava dritto e non sapeva dell’esistenza di Etere Divino, del Prometeo Incatenato e muori? No, non ancora, non è mai il momento, sarebbe troppo divino e angusto morire attonito in un letto sistemato per una morte pubblica al centro del peristilio e sotto le bombarde, tutte le guarnigioni a bocca aperta a sentire l’urlo della morte che non arriva, da ore da giorni, non se ne accorgono i figli, i caporioni festeggiano i forconieri, i fattori novecenteschi nelle brume del padronato sul delta saranno infilzati dai contadi che cercano di scannare il porco, sotto il tallone del porco stavi e con i denti del forco le apri gonfia la pancia di materia suina e di asbesto, rivendicando le rivoluzioni del fieno e delle siccità di balzelli e trabocchetti dello sceriffo, che pretende libbre di tasse e di seminagione in dei silos feudali sotto lo sforzo del cielo che romba meno del gutturale tuo voler morire e non riuscire a farlo, altroché incatenato e prometeica. Eri una vecchina così carina che soffiavi i pollini nella stanza la notte finché muori, ma non sei morta. E’ lì stremata e pare addormentata e tutti i cortigiani sono a lutto e i frombolieri. Etere Divino dov’è? Gioca alla palla di pezza a spicchi rossi e verde con in testa un cappello a punte medievali con campanelli rossoverde giullaresco, che chioccano e fanno i cardellini all’aria, non smette di guardare l’urlo di roccia con cui la frantumi perché stai morendo e non vuoi morire! Tu non vuoi morire: “Voglio vivere!” enunci urlandolo tra le rocche di transizione con la carne sfilacciata e bianchiccia di pollo lesso a filamenti di mocio che si scioglie, come si sciolgono all’ipetermia i pangolini abbandonati in auto sul sedile posteriore omologato per bambini di altezza inferiore ai 150cm e ai dodici anni, perfino ai 9 chili di peso del bambino, il seggiolino deve essere installato obbligatoriamente in senso contrario a quello di marcia, è bene mantenere questa posizione il più a lungo possibile, anche oltre i 10 chili in caso di urto, poi il bambino inizia a superare il poggiatesta. Ti sciogli come un bambino, come i liquidi che amavi un tempo ittico e un po’ salato, un po’ marino e un po’ di carne fresca, che era sessuale e urla, urla che non muore e deve morire e sta per morire e va contro i muri e sbatte contro tutti i muri che può del dolore e del suono e dell’architettura e urla.

Basta, basta.

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