Pena di ciò che mi accingo a fare

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Ciò che mi accingo a scrivere e su cui sto lavorando, ovvero il nuovo libro, è sorprendente per me: già mi sono abituato alla sensazione di fallimento, di povertà della cosa che faccio, una povertà che non è per nulla povera in quanto è poverina, una povera cosa insufficiente, da subito sbagliata, del tutto fuori dal raggio di quanto avrei voluto dire e fare. Questo non ha nulla a che vedere con la mia psicologia e, quindi, con l’autostima. E’ proprio la prosa per come la sento, il romanzo per come lo sento, nella sua inenarrabile distanza dalla declinazione delle cose in poesia. Anche la poesia non va bene, è così fallimentare rispetto al nucleo di scaturigine della poesia stessa… Però non mi era capitato mai di entrare in un simile sentimento del mio disastro e della mia incapacità, come da quando mi sono messo sul progetto a cui attendo ora.
L’ho scelto precisamente perché di fatto esso rendeva impossibile qualunque letteratura, ergendosi su qualcosa di letterario e su un’opera d’arte desunta da quel qualcosa di letterario. Ieri lavoravo all’incipit, che poi so anche essere l’ultima cosa a cui lavoro, di norma. Subito c’è un personaggio, questa sagoma carnevalesca, con la sua finzione di umanità: già mi pare insuficiente il fenomeno umano, per rendere conto di quella sensazione e vuota e pienissima che chiamo letteratura, e oltretutto devo neanche stare al fenomeno umano: devo stare a un’analogia del fenomeno umano, che è questa mascherina che conosco bene, il personaggio! Come è sbagliato già questo punto esclamativo! Da giovane vivevo queste cose che sto qui scrivendo, mentre scrivevo. Ogni strappo era un trascendimento. Sapevo della poesia, della prosa, della narrazione. Però ora è diverso: non è quella disperazione, per cui mi trovavo davanti alla singolarità “Hitler” (una singolarità comune, ecumenica, antropica) e dovevo raccontarla non raccontandola, nemmeno scrivendo un poemetto in quanto nessun poemetto sarebbe stato all’altezza di “Io” e “Hitler” (forse Eliot, forse Celan: già Wallace Stevens no…): non è quello stridore interno che è pena acuta, di quando ancora esiste almeno *un* mondo… Ho visto l’angolo, che è ovunque, in cui la letteratura non c’è, non può esserci, perché non può esserci alcuna lettera e quindi non può esserci alcuna sillaba, parola, frase, verso, periodo, narrazione, sviluppo. Nel mio tempo, nel tempo che io ho vissuto, è Carmelo Bene che lavorava su questa “sostanza” e diceva molto apertamente di lavorarci sopra. Lui aveva il tempo come lo aveva, su cui lavorare: il corpo, l’attimo, lo sviluppo del gesto, la memoria. Era lo specifico di tutto, il particolare di tutto: mi struggevo, non sapevo come fare, lo aveva fatto Leopardi, lo aveva fatto Pascoli, lo aveva fatto Dante, ma non il Dante pieno e pesante che mi insegnavano, che mi avevano insegnato. E non certo lo “stile”, il Petrarca, il Petrarca nel Leopardi, il Petrarca nel Pascoli, e le incredibile cretinaggini degli sguardi piccoloborghesi di questi soloncini tutti italiani: gli strutturalisti italiani, i poststrutturalisti italiani, i decostruttivisti italiani… Nel “2001” di Kubrick, e soltanto in quel Kubrick, avevo visto quello che diceva di fare Carmelo Bene ed era chiarissimo che l’arte era e è e sarà proprio quello che diceva Carmelo Bene: la sostanza dell’arte, non la declinazione d’opera formale dell’arte… Sembrano seghe mentali: non lo sono affatto. Le ore impongono una tirannide di pena e gioia in forma di pena e gioia. Si scrive come uno che scrive, questo è tutto. E allora questo errore già alla prima riga, già al balbettio, e allora ti dici di *imitare* il balbettio, di *rendere* il balbettio: e non è questo… Cosa sono i quarantasei anni? Che consunzione, che struggimento, che vecchiezza del tempo tutto, come passa attraverso la sclera che si fa sempre più cheratina! Mi diceva ieri Francesco il parrucchiere che i capelli bianchi si cheratinizzano, sono micron di filamenti ossei, si sono trasformati in ossa sottilissime e pieghevoli, non sono più capelli: il cimitero che mi porto nella testa! Così io non dormivo, saltavano le cinghie che avevo approntato negli anni per la bufera della realtà, sperando nella continuamente rinnovata palingenesi, di me e dunque di tutto quanto percepivo e vivevo: stridore di chiodi che si strappano alla parete, scassinamento delle paratie, la nave va sentendosi di andare, aperta, sconvolta, si apre, la prua, si apre il ondaco e la città va giù, in un vortice di terra e vecchia lava concrezionata, che miasmi!, che malesorti!
Verrà fuori un libro di merda, mi scuso davvero con quelli che lo leggono poi.

PS. Nel caso interessasse, ho allestito una zona in cui eventualmente pubblicare materiali o riflessioni su questo nuovo libro: http://www.giugenna.com/category/il-nuovo-libro/

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