“Alfredino Rampi”, 35 anni dopo

Il 10 giugno, nel canone privato, che sta vaporizzando come tutti i canoni e le memorie, è l’inizio del mio centro di gravità impermanente, che è stato Alfredino Rampi. A lui è dedicata la convoluzione testuale che ho intitolato “Dies Irae”. Lui è stato rinnovato nell’ultima delle immagini sostenibili per me, quella del volto disfatto dalle torture di Stefano Cucchi, nell’evoluzione testuale che ho titolato “Fine Impero”. In quel poemetto impazzito che è “Etere Divino”, Alfredino è arrivato a essere il Babau, il Bambino che è la fine di tutti i bambini (al video qui sopra, la mia lettura del breve brano). E oggi, mentre vanamente penso al movimento testuale a cui non riesco a lavorare, è ancora Alfredino il centro: che sparisce. Ovvero: mi trovo per la prima volta nella mia vita orfano di lui, della maglietta a righe che è l’immagine postuma scattata prima. La sua tragedia centrale, il buco nero delle immagini in cui andò a infilarsi, il grafema primo e definitivo della memoria generazionale, oggi, non è più: c’è, ma ne è impedita la centralità, diviene un fatto grave tra fatti gravi, per la sostanza del tempo che da Alfredino è nata ed è andata sviluppandosi. Se non fosse ancora chiaro, Alfredino fu partorito nel morire, in quell’utero strettissimo di terra diaccia, ma partorì, materno e aureo, e partorì un intero mondo: questo che viviamo oggi. Fu l’incipit della presa di vita delle immagini. I ricordi si affollarono e fecero legione con le immagini e divennero indipendenti e, dunque, automatici.La folla si angelizzò, indemonendosi. La carne, che è essa stessa un corpo di gloria, si glorificò, rendendo indifferente ciò che era materiale da ciò che era immateriale. Padre e madre e baricentro e big bang di questo processo evolutivo assai veloce fu il “fatto Alfredino”. Il 10 giugno, a sera, nella ferocia selvatica dei più dolci declivi e delle più occulte dimenticanze di Italia, si inabissò nel futuro. Ora tento di scrivere partendo dal fatto che mi ha reso orfano di Alfredino, questo tempo che vivo e in cui mi sento spaesato, eroso da panico occasionale e ansia costante, attaccato alla vita di cui ho paura, così come ho paura della morte e temo il futuro come un tempo temevo il passato. Non è riproponibile testualmente, quella “vicenda”, poiché la ripetizione è l’ennesima morte, l’ennesimo rifiuto della persona, l’ennesimo meccanismo che rende debole l’ultimo tentativo di fare centrale il mito. Dove è ora il Bambino Del Mondo? Dove ora la centralità della tragedia? Dove si gioca ora ciò che è grave e cruciale? C’è forse una croce? Il passaggio di stato delle cose (da solide a vapori, a forma nebulare) esige che la narrazione e la lingua nemmeno ritualizzino più, non si pongano a fondamento personale, anche se non ha senso alcuno *imitare* lo slacciamento e la ricomposizione che il nostro presente sta praticando, tra l’altro a una velocità che ogni imitazione non può sostenere. Intatte restano la pietà e l’amore per quel corpicino tremulo e quell’immagine del passato, sulla spiaggia, con la maglietta a righe e il sorriso di denti di latte appena cagliato. Però non resta intatta l’identità, se eretta su quella memoria, oscena come tutte le memorie. Lo scoprii d’oro, “Alfredino”, lo ritrovo aereo e diffuso, confuso tra gli altri frame di male e amore che sono la vita duale e umana sul pianeta di terra e sangue. Come scrivere una genesi finale? Non è il mandato che quella tragedia bambina trasmette, poiché l’ultima vergogna e l’ultima violenza, praticata dal trascorrere delle trasformazioni automatiche e imbecilli, è stata strappare il mandato, morale e dunque artistico, a quel fantasma di noi che fu lui. Non c’è necessità di scrivere: scrivi in questo, erede di Alfredino, privato della tua eredità, reso povero e assediato dalla paura. Il testo non consiste più in alcun luogo esterno, se non nello spazio in cui si vede se stessi e si abbandona se stessi, in direzione di una sensazione, dapprima tanto vaga e pallida e all’apparenza priva di utilità, che è stare nel fatto che si è, che dura che si sente che si è. Detto ciò, che senso ha abbellire il ciò? Gravido di domande, dunque, hai da sentirti prossimo a un parto, temendo che sia isterico e vuoto, anche se pieno di parole e di silenzi: il parto isterico testuale rischia di essere il parto di te nel futuro, imminente e remoto, che ti atterrisce attendendoti.
Di tutto ciò sia grazie alla potenza infinita e angelica di Alfredino Rampi.

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