Mese: agosto 2016

Amaca sul tempo esausto

Il pueblo desunido non ha bisogno di essere vencido. Irrorato da quote di falso benessere, grazie all’obolo che gli è stato comminato (come qualunque moneta, era infettato da virus senescenti e letali), il popolo ha ritenuto che la delega di rappresentanza fosse una rottura burocratica e si è accomodato a farsi i cazzi propri. Pochissimi hanno urlato e continuano a urlargli che è il caso di restare svegli: la notte sarà lunga. Friggono tutti come wuberoni: all’autogrill che illustra lo storytelling del territorio su cartellonistiche pressapochiste a illustrazioni degne di un decenne, con l’enogastronomico in cui si sente versato chiunque, festival colossali europei del cioccolato in location perugina, tensostrutture bianche che addobbano il tempo libero delle feste unitarie e delle sagre più surreali, indifferentemente, e ben che vada quelli che ragionano sul referendum, che sarebbero tipo gli illuminati e gli illuministi del tempo esausto: cioè l’occidentale. Io non ho mai visto il mio occidente così franto nei coglioni ontologici. Non esiste un conato che valga la pena di essere allargato. Si sono rinchiusi, quelli più recenti, nel loro piccolo guscio emotivo, rattrappiti, dediti all’efficienza, un mostro che non corrisponde a nulla, né di loro stessi né del vivente attualmente biologico, e se ne stanno lì, indifferenti credendo di essere partecipanti, in una solitudine devastante e in una ingenuità che è pure pavida, in quanto essi non hanno coltivato minimamente la consapevolezza di una possibile scelta alternativa, che sarebbe poi la radice di tutto il piacere: non gli piace nulla e, se gli piace, mi raccomando: è tutto piacere in solitaria, tutto buio, tutto piacere finzionale. La schiavizzazione se la sono introiettata a priori. Non gli puoi dire nulla, perché non si sporgono davvero, certo, ma sono indefettibili: guardargli il curriculum e trovare loro un difettuccio è impresa da scalata agli ottomila senza bombola dell’ossigeno – muore sempre un Kammerlander, in queste ascensioni, che non hanno nulla dell’ascesi, e loro sono quelli che sopravvivono, senza essere capaci di conferire un minimo di eroismo a se stessi e agli altri. E’ impressionante: appena sentono odore di epos, di mitografia, la quale è ovviamente sempre posticcia, essi si ritirano nella valva del “se stessi”, con le loro ubbie e il loro temperamento slacciato e fin de siècle, tra una tisi e uno sguardo al prossimo robot. Tutti gli altri non è che giocano a Pokémon Go: *sono* Pokémon Go. Nessuno vede, nonostante tutto sia visibilissimo. Nessuno chiede. Nessuno propone. La vita collettiva è essa stessa rattrappita in valve aeree, che la realtà aumentata intercetta: non esistono, le valve aeree, ma sembra di sì. Tra la supermassa che frigge, essendo al tempo stesso bovinoide entomologica invertebrata bradipica rettile microfaga (magrofaga mai), e i nuovi talenti che si propongono sulla scena, davvero, non saprei chi scegliere. Tuttavia la massa è stata sempiternamente più volgare che mai, a ogni rivoluzione storica si è dato lo sconcerto in chi la osservava; invece i talenti no, questo è ancor più sconcertante. Non che il presente non esista: esiste tantissimo ed è stupefacente, come in qualunque tempo. Soltanto ieri, vedevo un capolavoro cinematografico di cui scriverò parecchio – lo ha realizzato una persona giovanissima e antica, una che proprio non è né recente né liscia né light, come si suole dire. E’ stata un’esperienza da brivido: esiste il cinema, esiste l’arte, esiste la profondità e la vocazione al nulla, in età digitale contemporanea, un poco prima dell’impulso alla definitiva ibridazione, che metterà finalmente a nudo il fenomeno vivente, il quale non era soltanto biologico. Lungi dall’essere rassicurato da una simile epifania di ordine ben più che estetico, sulla circolare milanese mi ritrovavo, qualche minuto dopo avere assistito al fenomeno estatico, in un ben altro genere di estasi, che nemmeno è più del pecoreccio e del brianzolo, bensì è di un Lovecraft declinato alla Mario Monti o alla Mario Draghi, il che è lo stesso: la povertà più ricca che io abbia mai incontrato, del tutto indifferente a se stessa. L’indigenza emotiva del talento è omologa al polo opposto, costituito dall’indigenza politica della collettività. Il popolo, ciò che fu un popolo, è unificato dalla divisione, dalla sconcia disponibilità a essere vessato nell’indifferenza e nella stanchezza precostituita, nell’ammansimento praticato nei confronti del mammifero che si conduce ingannevolmente alla stalla, quando invece lì è il recinto del macello finale, laddove però il mammifero destinato al chiodo alla tempia presente la fine imminente e scalpita, mentre questi si assentano per scrivere su whatsapp. Fa schifo un po’ tutto, ma nemmeno in maniera netta, nitida, definitiva. E’ come se tu avessi da sorbire oramai soltanto questa bibita: tiepida e sgassata. Agli uni auguri buona efficienza, non smettendo intimamente di dargli dei coglioni, per il dono che nemmeno scialano (almeno ne facessero spreco!); agli altri augureresti quello che si meritano, cioè il tiranno che silentemente invocano, nemmeno tanto inconsapevolmente, se non fosse che poi il fascismo e il totalitarismo dovrei subirli io in prima persona, insieme a loro. Perciò ai primi si fa ciaociao con la manina e ai secondi si continua a somministrare quel minimo di rancore che fa il politico tutto, ovvero la lotta di classe.
Si perdoni questa cartolina dall’inferno ex piccoloborghese, una piccola amaca attaccata male all’albero, con cui si cade sul prato, non ci si fa niente, è tutto un po’ ridicolo, speriamo che nessuno abbia visto la goffaggine con cui sono caduto, non è però una tragedia.
Buonanotte, coetanei.

Mario Benedetti legge dal vivo “Che cos’è la solitudine”

 

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Da Umana gloria (Mondadori, 2004) il poeta italiano Mario Benedetti legge una poesia, trasmessa da ‘Fahrenheit’, su RadioTre, il 2 novembre 2004.
Qui un autocommento dello stesso Mario Benedetti su questi versi.
Di seguito, il testo della poesia:

 

Che cos’è la solitudine.

Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:
un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.

Ho freddo ma come se non fossi io.

Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo con un libro, ingenuamente.
Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.
Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come un suo spessore.

Che cos’è la solitudine.

La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.

L’ho letto in un foglio di giornale.
Scusatemi tutti.

Addio, Tommaso

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E’ morto all’improvviso Tommaso Labranca. La notizia lascia senza fiato non soltanto Gianni Biondillo, ma anche me. L’ho appresa all’interno di un autogrill della catena italiana: a Tommaso, credo, sarebbe piaciuta la situazione.
Non lo vedevo da anni. Aveva scazzato con moltissimi. Ero dispiaciuto per il fatto che scriveva su “Libero”, ma l’ultima volta che abbiamo parlato mi aveva detto delle condizioni economiche e, quindi, io penso: si inculino tutti, ma proprio tutti, coloro che potevano dare lavoro a una delle persone più inventive, acute, sintetiche della nazione e la hanno lasciata sola o hanno avanzato proposte umilianti, indegne e a volte pure barbariche: questa persona era un uomo che aveva uno stile. Lo ha sempre avuto, del resto. Soprattutto sulla pagina, poiché scriveva da dio.
Negli anni Novanta, ma a partire da prima, distrusse a colpi di ironia e di postmoderno il tondellismo: di ciò non smetterò mai di ringraziarlo.
Aveva una cultura vastissima. Non si smetteva di ridere e di frizzare, in sua presenza. Telefonammo a Maria Giovanna Elmi. Parlavamo della psoriasi di Cossiga, una psicosomatosi che manifestava molti nascondimenti. Ti attaccava al golfino una spilla del monoscopio Rai prima della nascita del terzo canale.
Era un figo.
Mi frega zero di quanti ha insultato. Poteva anche insultare il sottoscritto, non lo fece mai, gliene sono tanto grato. E gli sono grato di quell’apertura in un decennio orripilante, come tutti i decenni, quando si inventò la sintesi di un intero immaginario: l’ultimo immaginario a essere unico.
Aveva 54 anni. Sono dispiaciutissimo: dispiaciutissimo.
Ha sempre risalito la corrente, come i salmoni e coloro che considerano spazzatura se stessi prima degli altri.
Gli volevo bene, continuerò a volergliene.
Si va via. E’ così.

“LO STATO DELLA STRAGE”: una poesia

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LO STATO DELLA STRAGE

Carriere italiane unite, vi sovviene un’eternità.
L’angelo Tutti viaggiava già unito, sovente, assolato,
nell’autostrada di Sole,
dove le mafie e i terroristi azzeravano
tempo che “fugit”. Azzurri meriggi estivi,
febbri d’agosto io vi ho amato tanto.
E specialmente, e specialmente, quella
ad agosto deflagrazione dei musei intimi rotti
azotati dentro intensi i vapori del dopobomba,
delicate le mutilazioni collettive,
le vostre, i risguardi
del Sole un allibimento e nell’odore
di stagno di zinco di sangue di sole
il due di agosto alla stazione di Bologna dimenticando
organi, catarifrangenti di taxi alla deriva tra le macerie
chiamando me a testimonianza nella tv di Stato
e mia sorella decenne nemmeno, dispersa in dell’acciottolato
che era stata la sala attesa, senza messia o sfoglia
l’acciaio dei travi quasi petalo dopo petalo
non disperando di ritrovare il filo rosso sangue
tra una rovina e una mano dissepolta
che è il nostro tragico memento:
è italiano.
Non disperare in italiano.
E’ una lezione, è un ravvedimento
nazionale che i video rimbalzavano
in frame tra le galosce e i pedali
e le pareti scrostate e magre
erano le insegne bolognesi, i ravvedimenti.
Questo fascismo noi ve lo inculcheremo
secondo voi tragico e secondo noi normale
e lo insedieremo sui troni dove vostri animali
spritualizzano che è famelico
ritenendosi re non italiani
noi, gente sicula, o ubriachezza di azzurri
striati da cirri e deità innumeri
dove la repubblica è olimpo e partenone
è l’occhio di Plotino
fisso tra le Calabrie fantastiche, verdazzurre, e i lincei
del mondo unificato alla radice centrano
lo sguardo non iniquo dei cadaveri prodotti
in pietà ardore malattia
finché non si contino nei calendari altri dì
che il 2, agosto, 1980,
un’esito magistrale, un’azzurrità immensa
è italiana la forma della morte.