In morte di un anarchico

img35Provo un’intensa, ma non retriva, nostalgia per il tempo in cui c’erano i comunisti. Mi manca tutto, di quel tempo. Non posso fermare il tempo, ma il tempo può fermare me – e lo fa, mi ferma. Il desiderio di stare in un tempo abitabile, per quanto feroce, che mi viene tolto di sfoglia in sfoglia, come accade a tutti, crea in me uno sconcerto penoso, che è paragonabile a quello sconvolgimento con cui una civiltà orrenda accoglie il ragazzo cresciuto dai lupi in una foresta, comminandogli un’educazione e urbanizzandolo, cioè inserendolo in un contesto che non comprende e in cui non si inserirà mai. Così vivo io oggi. Nulla mi può tuttavia smuovere dalla stabile certezza che ovunque io sia, davvero, sono: questo è il rifugio e questo l’assalto al tempo, che è sempre devastato e vile, mentre il fatto che sono, anche quando non esisto, non è né devastato né vile, intuisco che è glorioso, so che è stabile e è ovunque sempre. Mentre salutavo il nuovo tempo tacciandolo di caratteristiche infami e reagendo con l’astio, poiché dell’amore non sapevo nulla, ora non sono in grado di enunciare alcun benvenuto, se non nel momento metafisico, che ora mi dà pena alla parola, il che, come sempre, è un dato per nulla permanente. Sono le certezze solide ad appartenerci, poiché a esse apparteniamo: ci trascinano, ci scuotono, ci percuotono nell’ovunque sempre: ne siamo trasportati. A un tempo che mi disarciona dalla possibilità di appoggiarmi continuativamente a un testo, che sia da scrivere o meno, è possibile per me sperimentare cosa significhi spogliarmi – non dico restare nudo, perché non ne sono capace ancora, tuttavia esfoliarmi sì: è questa la sensazione. E’ dolorosa come se un parto coincidesse con il premorte. Il fatto di riuscire molto lucidamente a valutare gli altri e il mondo che mi circonda, ovvero di avvicinarmi quanto più possibile al momento presente, poiché non esiste altro momento se non il presente, mette in luce che la nostalgia di un tempo comunista fornisce soltanto l’occasione per levarsi di dosso un ulteriore strato epidermico. Questa finzione per cui la pelle si pensa suddividere interno ed esterno mi è insopportabile, la avverto innaturale. Tale avvertimento è l’inizio di qualunque cura. E’ solo vivendo a fondo, quanto si può cioè vivere e non quanto si dovrebbe farlo, ed è solo apprendendo cosa significhi “il fondo”, che l’uomo si cura, si prende cura di se stesso, magari scalmanandosi, magari tacendo, magari scrivendo, parlando, facendo la nanna. Che “è che è” resta una suprema verità, cioè il fondamentale del vivibile in ogni forma, compresa la mia, la nostra, ed è alla mano, è davvero vivibile. Spesso il suo inizio è il perturbante. Spesso la sua amarezza è la clownerie che si vive. Con odio o senza odio, con amore o senza amore (chi di noi ha davvero conosciuto cosa è amore?), con rabbia e livore o esercitando la pietà fino ai suoi insondabili residui, noi procediamo mentre siamo proceduti e la grande paura è il maestro che ci accompagna. Pare che la specie umana abbia scelto il dolore come mezzo di conoscenza e sviluppo, di avanzamento verso se stessa, verso il residuo insondabile, verso l’insondabilità. Ciò per dire, anche, che quell’uomo che non ho mai apprezzato, era ed è apprezzabile, dico Dario Fo, cioè la mia infanza, la rabbia della mia giovinezza…

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