blog · Il nuovo libro

Una nuova terza cosa

Non può esistere, per me, se non “una terza nuova cosa”, che non è sintesi di nulla, ed è invece sghemba e strana, è uno spazio alieno ed esiguo in cui il fenomeno continua. Vale per la scrittura così come per ciò che si produce e per come si vive. Nel suo facimento, una terza nuova cosa sembrerà discostarsi da qualunque ortodossia metafisica, anche se pensare a un’ortodossia metafisica significa non avere compreso nulla di metafisica. Nel pensare e nel realizzare una terza nuova cosa, invece, ci si troverà costretti a conoscere il proprio campo, a essere contadini di se stessi, a toccare i propri limiti e le altrui limitazioni. A fronte del collasso trasformativo a cui economia, politica, lavoro ed esperienza del senso stanno andando incontro, addirittura anticipandone le evenienze, la nuova terza cosa è l’irregolarità fatta norma di azione, ovvero di distacco pratico da ciò che si fa, mentre lo si fa. Questo passaggio è introdotto da una somma incertezza e da una tenebrosa paura, da un sisma interiore e dalla disperazione di una riuscita qualunque. Sembrerà che nulla abbia senso e tutto sia incapacitante. Tale nichilismo non lo è: è soltanto terrore ed è il carburante per la trasmutazione del piccolo “io” che tutti siamo.

Annunci
blog · Il nuovo libro

Il nuovo libro, ora facentesi

031

Il nuovo libro, ora facentesi, che sarà mondadoriano, mi sembra assuma i caratteri dell’accelerazione che, soltanto come occasione narrativa, racconta in modo intermittente. L’accelerazione, tecnologica e profondamente antropologica, non è riguardata quale momento faustiano e neppure messa in connessione con eventi o svolte della storia. Per chiarire: ritengo che l’apparizione Hitler abbia determinato una svolta tecnologica imprescindibile, che condiziona i nostri giorni e i decenni recenti che abbiamo trascorso, tutti vissuti sotto il segno di una supposta sconfitta di Hitler stesso. Nel libro nuovo, facentesi, questa è una funzione che non spiego, anzitutto perché non sto scrivendo un saggio. Che mi ponga il problema di come raccontare non elude la questione di cosa racconti. Mi ha fatto riflettere una conversazione con uno scrittore che stimo tanto e che ho incontrato per qualche ora a Milano l’altro giorno. Mentre enunciava che l’autentico scrittore non utilizza la letteratura per indagare o escavare il presente, mi avvertivo in una colpa fetida e in un’insufficienza personale davvero radicale. Inizialmente il nuovo libro, ora facentesi, si sarebbe svolto all’incirca come un “romanzo” che nel frattempo è uscito – ho dovuto mutare tutto. Intendevo occuparmi della smaterializzazione dei canoni, degli immaginari. Volevo raccontare l’inoltramento di noi tutti in una zona esigua e strana, che viene dopo l’umanismo in cui sono cresciuti i pre- o para-digitali, una fascia anagrafica a latitudini geografiche in cui sono cresciuto. Non intendevo ovviamente redigere in tempo reale il digesto di un’epoca storicamente nuova. Mi interessava altro. Mi interessava denudare l’uomo, spiritualmente e fisicamente, denudando i personaggi, mettendoli a contatto con una materia caustica che trascende la storia. Sarebbe come dire, altrimenti, che Burroughs si occupava dei drogati o Dick della telepatia nel futuro. Questo presente è privo di generi, narrativi anzitutto (poco importa che nelle classifiche di lettura trionfino prodotti di genere). Sempre il fenomeno umano ha esplorato la possibilità di non essere fenomeno e, quindi e forse, non essere umano. Il presente è sempre servito come chiave per la penetrazione di questo movimento. Oggi la domanda arriva diretta, proprio dal presente storico, nella sua costumanza mainstream: è fondamentale, per la tecnologia che sta accelerando, la domanda su cosa sia la coscienza. Quella domanda è il filo non tanto rosso di tutto ciò che ho pubblicato (lasciamo perdere il valore eventuale dei miei libri: intendo ravvisare un movimento che c’è nel testo) e quella stessa interrogazione era ricavabile da qualunque presente o passato del quale andavo occupandomi. Il residuo, cioè cosa resta della pagina, era ciò che mi interessava e, per quanto sentivo facendo i testi, si trattava di qualcosa che, pur avendo a che fare con le parole e le frasi e i versi nascosti e i timbri e i ritmi e le vibrazioni foniche, nelle parole non stava. Io tentavo di raccontare quello che nelle parole non stava, poiché faceva le parole stesse. Questa è la materia pura di cui vado a occuparmi nel nuovo libro, facentesi. Non so se sia esotica o letteraria a pieno titolo. Non so se sia appassionante. Mi pare che si ponga in uno svolgimento a iperbole: ogni iperbole inizialmente pare una linea retta, si scosta progressivamente molto poco dall’ascissa – poi all’improvviso, ma in continuità con il percorso antecedente, impenna, va asintoticamente, in convergenza parallela con l’asse delle ordinate. Questo andamento è certamente strutturale tanto quanto storico. Il punto, tuttavia, è cosa sia l’origine da cui emergono ascissa e ordinata. Potevo raccontare con qualunque genere. Potevo studiare l’impossibile, per discostarmi fantasticamente dal fatto avvenuto storicamente, accertato cronachisticamente, registrato da ogni tipo di media. Ho invece preferito partire dalla prima persona, che avrà una sua storia, chissà che gran storia che avrà, vero? L’andamento, inizialmente sembra lento, in realtà è acceleratissimo, ma è trascorso, è passato, e la sedimentazione del passato conferisce un’idea di stabilità e immobilità tipica delle statue più icastiche e sapienziali, che sono mute. Poi la narrazione si scompone, inizia a pullulare di molecole “io”, non sembra esserci un disegno generale. A questo punto inizia una storia, che forse continua ciò che in precedenza si è dato, magari ordina ex post quel movimento disordinato e molecolare che si sviluppava dopo l’esordio. Ecco, all’incirca va così. Siccome temo di perdere la consistenza del me stesso che scrive, siccome il tempo stringe,siccome mi è utile il dialogo tra me e me stesso, magari in forma diaristica pubblica, l’ho scritto qui, l’ho pubblicato qui – sperando di accedere in qualche modo a una dignità anche se sembra che mi occupi del presente e di ciò che sta accadendo, che sta per accadere.
Buonanotte, bambino – buonanotte, Giuseppe.

PS. L’immagine allegata è opera del Professor Bad Trip, cioè Gianluca Lerici, di cui in questi giorni è aperta a Palazzo Velli a Roma una mostra a lui dedicata, a dieci anni dalla sua scomparsa. Gianluca Lerici diede copertina al mio esordio, avvenuto nel 1996 con il fake Luther Blissett e pubblicato negli Oscar Mondadori col titolo “net.gener@ation”.

blog

“Il codice” de i Camillas: il nuovo video

Su The Submarine, uno dei webmagazine più belli della nazione e sul quale mi piacerebbe scrivere intervenire e delirare, poiché è un luogo che permette profondità libere e libere uscite, appare il nuovo video dei Camillas, ovvero “Il codice”, brano incluso nell’ultimo lp “tennis d’amor”, in cui compare anche il sottoscritto in forma vocale e sonora, nell’incredibile brano “L’armata”, che si può ascoltare qui. Non abbiamo più codici, lo cantano ed enunciano loro, i Camillas stessi, ovvero una delle band più belle della nazione – sarà quindi non propriamente utile decodificare il video, come già ho fatto altrove con questo strepitoso pezzo (nel caso interessi, il mio peana si trova qui). Basti dire, comunque, ciò che ci consente il tempo in cui ancora non ci siamo innalzati e nemmeno gonfiati, stiamo iniziando ora, incertamente, come palloncini non del tutto pieni di elio, un poco sgonfi, ma non destinati a ricadere sul terreno metropolitano spoglio e sporco, poiché sono i primi conati di elevazione che stiamo vivendo. Il video è per me di una bellezza perturbante. C’è tutto. Una volta si sarebbe detto: “siamo oltre il postmoderno”. Quando ho notato, verso la fine del video, in una delle molte e inusuali finestre all’interno della cornice video, aprirsi una finestra ulteriore, che è una finestra da sistema operativo Windows, davvero, sono rimasto a bocca aperta. La bellezza perturbante, che negli ultimi anni mi aveva regalato il video di Gipi per “La cena” dei Massimo Volume, si è rinnovata nel suo disquassamento del sottoscritto, che si trova a scrivere un libro, avendo contatto con esperienze artistiche ulteriori, come questa dei Camillas. Una volta avrebbero detto “l’alto e il basso si contaminano”. Oppure avrebbero detto: “se la scrittura guarda a questo pop, siamo messi male”. Il tempo ha dato ragione a chi andava in cerca di semi di perturbante, aldilà del codice e del canone, mettendo nei testi quanto si può, a partire dalla propria storia, a partire da quanto i canoni lavorarono nell’interiorità in precedenza. In un’epoca che non è propriamente un’epoca, bensì un passaggio accelerato, e mentre non si sa se ci saranno ancora quelle che propriamente percepivamo come epoche, l’esperienza estetica è un’esperienza di verità: del rapporto tra noi stessi e noi stessi, tra noi stessi e il mondo, tra il mondo e un’alterità strana e sempre ulteriore. Sia lode a uomini di gloria e fama come i Camillas, che dell’indipendenza hanno fatto il libero gioco assoluto, l’attività più seria e teologica che l’umano abbia elaborato finora. “Finora” è tutto, è l’avverbio semifinale che è finale. E’ sempre per sempre: finora.

 

blog

L’altissima velocità di “Un viaggio che non promettiamo breve”: il saggiopoema di Wu Ming 1

foto-del-16-11-16-alle-12-03

Oltre la narrazione c’è la realtà insieme allo stile. Oltre alla realtà e allo stile c’è l’epopea strana, complessa, collaterale e centralissima, collettiva, più che epica, scomoda, scalena. A una simile impresa ha lavorato Wu Ming 1 in “Un viaggio che non promettiamo breve”, edito da Einaudi. Non è la prima volta che esprimo ammirazione per WM1, ovvero Roberto Bui, scrittore in sé oltre che componente di un collettivo autoriale che anche i detrattori ammettono essere risultato protagonista in almeno due decenni di scrittura italiana (spesso debordata oltreconfine). Con questo libro, WM1 giunge evidentemente a un punto cruciale, e probabilmente un apice, del suo percorso letterario e conoscitivo. Ho appena accennato al limes, al confine, all’oltreconfine: questo è un libro su una clamorosa resa dei conti intorno ai confini e ai diaframmi, tra interno ed esterno, tra individuale e plurale, tra bene e male, tra solitudine e apertura, tra chiusura e osmosi. Lo sporgersi oltre qualunque genere, prima o poi, esige di sporgersi anche oltre l’ibridazione e l’ibrido che di volta in volta risulta, spora tra spore, che è il modello di filiazione più riuscito nel passaggio di epoche in cui consiste la narrazione e il canto di un quarto di secolo (porca miseria: sono venticinque anni di testimonianza, che mi includono in quella stessa storia parallela e coincidente con la mia traiettoria personale…). Qui WM1 arriva a volture liriche della materia letteraria, il che sembrerebbe inatteso, ma non da chi ha seguito la sua iperbole stilistica (e cioè anche strutturale) alla ricerca di una modulazione del canto. Potrebbe ovviamente sembrare un saggio, in parte è proprio un saggio, la provenienza dell’autore è quella della scienza storica, in “Un viaggio che non promettiamo breve” è addirittura parossistica la raccolta documentale e l’impiego di fonti e di stilemi storici. “Io una scena così non l’avevo mai vista”: ecco come, sinteticamente, si esprime questo uomo scrittore – apparentemente senza stile, con un’espressione all’altezza della società spettacolare in cui è maturata la lotta di cui narra e che canta, ovvero la società dello spettacolo, trascesa in questi ultimi tre o quattro anni. Era una società fatta di scene mai viste. I compagni, tuttavia, quelli in lotta, a migliaia e migliaia, non si può dire che non sappiano allestire uno spettacolo. Lo hanno fatto, fuori dalla luce falsamente confortevole e calda del riflettore – sono stati sempre sotto riflettori freddi, che emanavano una luce diaccia e feroce. La ricursione sui nomi di tutti, nessuno escluso, è un’opera impossibile, ma è un’impresa che uno scrittore tenta: WM1 l’ha tentata. Tenterò anche io un’impresa molto più piccina, trattando di questo libro più compiutamente, per come posso (questo che si sta leggendo è un post impressionistico, non è sede di recensione o ragionamento organizzato e complesso, sia chiaro). Sia detto nel frattempo che, come accade alla migliore letteratura, essa trafora ogni muro e corre ad altissima velocità: questa è la vittoria artistica e politica che il libro di Roberto Bui consegue, il supposto “no” all’alta velocità è formulato poeticamente, a una velocità che più alta non si può – e, nonostante questo, il viaggio resta non breve, come ci era stato promesso. Ci attacchiamo alla promessa: essa sarà mantenuta.

blog

Da “Il libro dei bambini soli” di Sibilla, la videoinstallazione di Magurno

Si sta muovendo ovunque, nelle vetrine di libreria e nelle menti, “Il libro dei bambini soli” di Enrico Sibilla, edito da Il Saggiatore. Gli episodi creano impassibilità a fronte del male e della grazia naturale terrestre? E’ l’avventura di noi tutti bambini soli, l’avanguardia estrema di noi stessi, ripetuta per episodi, uno innestato nell’altro, accanto all’altro. Marco Magurno, ench’egli autore saggiatoriano, del memorabile “Diorama”, ha prodotto ed esposto una videoinstallazione dedicata ai bambini soli. Così fiorisce una narrazione, si installano reti mobili, si crea la nuvola, che non è mai definitiva e sempre bambina e sola. A questa pagina, le info su “Il libro dei bambini soli”.

blog

Nel caso interessasse sapere cosa penso di Trump & Tutto

15032211_10210219445710072_3841109698942407039_n

Potrei dire che con la giornata di ieri si chiude il periodo della globalizzazione, per come è stata annunciata, quasi fosse un piano quinquennale enunciato all’indomani della caduta del Muro. C’era quella faccia di cartapecora anglosassone, dalle labbra sottili, che diceva di leggergli le labbra, “no more taxes”, i capelli di fibra plastica da manichino della Standa, un manichino vecchio, il ventriloquo che coincide con il suo proprio pupazzo, si chiamava George Bush, poi sarebbe diventato Senior, perché già urgeva uno Junior, da applaudire o contestare. Io ero al mio esordio. L’età adulta la toccavo in quei giorni, i prodromi della maggiore età erano risultati indigesti, tragici o semplicemente drammatici, sismici, in un vorticare di tentazioni suicidarie e angosce per il mio stesso futuro, lavoravo in nero. Ascoltavo le voci nella cornetta telefonica al fisso per le ricerche di mercato, stilando le dichiarazioni di compenso come finto lavoro continuativo, apprendendo a memoria il mio codice fiscale, che mi si inseriva nelle convoluzioni cerebrali, nella neocorteccia, si faceva algoritmo. Il comunismo si faceva algoritmo, deflagrando: il dopobomba è polvere dell’edificio deflagrato, penetra e satura tutto attorno, io vedevo questo. Il nuovo ordine mondiale era una bieca ottemperanza all’ingiustizia liberata, abile ora a scatenarsi ubiquamente. Era un liberismo che tentava di reggersi e librarsi grazie alla propellenza della pietà, dei ricchi verso i poveri, mentre i poveri apprendevano che l’alternativa alla lotta di classe era l’empietà. Le scatole si aprivano, molto cartone nominale spalancato o sbrecciato, e cominciava un’altra storia, o forse la stessa storia: avvertivo la nascita del digitale con la scomodità di chi porta un peso indesiderato e obliquamente assegnatogli insieme a quello del corpo: era una valigetta di finto cuoio nero, una piccola ventiquattrore, dentro albergava un telefono ubiquitario, un neotelefono, il prodromo alla maggiore età degli smartphone e dei device che seguiranno, intrudendosi e armonizzandosi nei nostri corpi non meno lievi, di cui ci sentiamo maggiormente responsabili, mentre si enuncia la liberazione dal corpo da perte dell’Algoritmo Del Tutto Immateriale. George Bush, questa secchezza di uomo ammansito dai privilegi e inchiavardato in un antico sistema di potere, che fa sempre di tutto per sopravvivere a se stesso e agli altri, mi rendeva alieno ai miei coevi. Essi apparivano liberati dalla recrudescenza dell’idea, del sistema, della lettura del mondo. Avevano affannosamente fatto a meno della lotta ideologica e pensavano fosse cosa buona e giusta divertirsi, pensare a se stessi, elaborare la più incerta delle metodologie interiori che approntano i sensi di colpa rispetto alla proprietà materiale. Gli scrittori scrivevano. Si discuteva sempre meno e sempre peggio. Le ovvie eccezioni, sempiterne, resistenti e più o meno virtuose, non avevano corso semplice, ma avevano comunque corso, così come ce l’hanno attualmente. Gli operai, di colpo, non esistevano più, sostituiti dall’eterno sottoproletariato, dalle fasce anagrafiche messe in reciproca lotta, una strumentazione barocca ma efficace per seppellire a occidente la lotta di classe, inclusa quella di classe cognitiva. Già i profeti del digitale e della neosociologia intitolavano i loro libri emblematicamente, alla fine di ogni emblema, in un modo inequivoco, né barocco né efficace: “La fine del lavoro”. Era molto peggio, quanto a profezia, de “La fine della storia”, un testo per nulla sacro che fu preso per sacro dai miei coetanei, i quali non hanno mai creduto al sacro o ci hanno elaborato sopra elucubrazioni indecenti. La deriva tra il laico e il new age portava a un acme storico, tuttavia, che provocò un brivido di piacere in tutti costoro, almeno quanto lo provocò in certe architetture: dico l’attacco alle e il crollo delle Torri Gemelle. La ripetizione televisiva di quelle immagini di devastazione nel mattino sereno e neoilluminista di New York fece osservare a molti che, se la fine della storia era stata un’enunciazione a dire poco avventata, forse bisognava preoccuparsi della fine del lavoro: aveva più senso. Se ne occuparono in questo modo: si diede la stura al redde rationem finanziario, accorgendosi che la lotta di classe era stata fatta svanire a vantaggio di uno sganciamento del denaro dalla realtà, dalla produzione e, di fatto, dal denaro stesso. Erano indici, algoritmi, cifrature, saliscendi di curve digitali, numerazioni a equazioni stocastiche o applicate a partire da una teoria economica che si chiamava indegnamente “dei giochi”. Il mutuo insoluto di una casetta nel Maine sfilava direttamente la praticabilità della ricchezza conosciuta a Oderzo, facendo piangere i veneti tanto quanto i texani, che incominciavano a chiedersi se, al posto del petrolio, non ci fosse Google, con l’ovvia constatazione che il petrolio è dei ricchi e Google è di Google, cioè di due neoricchi. Da quel momento le tecnocrazie, sempre più accigliate e in istato di controebrezza e lividume, presero a predicare l’austerità come nemmeno certo francescanesimo: era, a bene vedere, la scimmia del francescanesimo, il diavolo che esorta alla nudità assoluta, mentre ancora si cercava di fare shopping nel Triangolo della Moda e non si poteva più. L’accelerazione era quindi maturata: sbocciava. Nessun paradigma sedimentava per il tempo necessario a esserlo. Gli imprenditori aumentavano il consumo di ansiolitici. Io restavo intelligentissimo, ma parecchio sfigato. Vedevo tutto e potevo poco, sicuramente meno di prima. Le comunità si autodefinivano nicchie, si straparlava di generalismo, i device incominciavano a farsi sentire davvero, non soltanto con la suoneria Nokia. L’avanzata dei nanobot era imminente. La delega di rappresentanza era ridotta a una sceltà di élite. La morale della favola, come tutte le favole, era crudele: non c’era il cattivo, dal bosco oscuro non si usciva. Intelligentissimo io, ma sempre meno incisivo per via della perdita di credibilità sortita da qualunque attività umanistica. Tutto si arruffava, tutto ribolliva. Fino a ieri. Con la vittoria di questo protofascista dai capelli grottescamente messi in piega per la stagione 2017 di “Twin Peaks”, un razzista bancarottiere che si fa votare a maggioranza da un quarto degli aventi diritto al voto, con la sorpresa di chiunque non avesse appreso l’antica lezione circa il fallimento dell’oclocrazia a cui hanno ridotto le democrazie occidentali in pochi decenni – con questo dramma che non spaventa nemmeno Oderzo, finché non gli tocca i depositi in banca, molti miei amici ritroveranno la gioia di un pupazzo dannoso a cui opporsi, come hanno vanamente e retoricamente fatto nell’arco di questo ciclo che va da Berlino 1989 a Washington 2016. Torneranno a parlare di geopolitica, gli sembrerà plausibile farlo. La finanza come reagirà? E tutto l’enfiamento dei commentatori sulla bugia palese che si sia trattato di un rigurgito popolare, di una presa di coscienza delle masse povere, che ne avevano pieni i coglioni dell’establishment? E le armi ai bambini? E i milioni di Columbine che ci attendono? E la Siria? Intanto è chiaro che, avendo speso 800 milioni di dollari l’angosciante avversaria elettorale di questo angosciante serial killer dello spirito e della prassi, viene constatata la fine della comunicazione e della pubblicità, il che non è poco: è dai tempi della propaganda di Goebbels che la bolla comunicativa si gonfia. Ciò vale anche per il giornalismo, tanto quanto per quell’editoria alla vana ricerca dei non-lettori, così pure per i sondaggisti, che restano in gioco in quanto a qualunque povero, e in fondo anche ricco, piace molto giocare al gratta & vinci, sotto forma di tetris, Candy Crush, AlphaBetty o, più recentemente, Pokémon Go. Non ho letto un editoriale, ma che sia uno, intorno alla fine del denaro, al post-denaro: inviterei gli spiriti accorti a ragionare intorno a questa prospettiva. C’è un bagno di lassismo nichilista che tutti, spiriti accorti o malaccorti, avvertiamo di fare giorno per giorno, incapaci di camminare sulle acque, poiché questa impermanenza mette a grave repentaglio la possibilità di essere stabili nella consapevolezza della realtà: essa muta, non muta chi se ne accorge. Devo scrivere il nuovo libro. Devo scriverlo? Sì, ma non può essere che una parola inserita nel contesto dell’accelerazione, la quale mette a dura prova qualunque percezione di qualunque parola. La secondarietà finale del tycoon bancarottiere, pronto a fare il comandante in capo con chissà quale capigliatura sul capo stesso, risiede nella primazia che l’accelerazione e la convergenza biotecnica stanno esprimendo: lì non serve nemmeno votare e si è al di là della democrazia e di qualunque dibattito. Chi non avverte che le cose vanno in questo modo, può continuare tranquillamente a indossare doppi cognomi, grisaglie da azzimato uomo di affari, piumini da tarro di periferia, maschere da gourmant. Non è più la civiltà di massa: ci si chieda di cosa è questa società occidentale, che proprio non mi sento di definire alla fine,perché è al suo inizio.
Buonanotte, bambine.

blog · Il nuovo libro

Prodromi difficoltosi del libro n°16

delillo_2-644x362

Il nuovo libro, il sedicesimo da autore singolo: si sta facendo? Come è difficile confrontarsi con una genialità contemporanea! Sono nella fase in cui infuria lo scrittore – e tace. Tace anche perché si doveva confrontare, quello scrittore, con una materia e una modalità che un genio ha sbaragliato, scrivendo un capolavoro. Avvertire la propria insufficienza è una medicina, è un avviso della salute. La propria individualità si mette a vibrare sulla soglia che distingue ciò che non è da ciò che è: una piccola meteora, trascorsa in pochi anni. Il senso di fare poetica, dopotutto, è anche questo: vivere nella scrittura, di momento in momento, facendo il senso, non solo per se stessi, ma per i coevi, eventualmente, ed eventualmente pochi, pochissimi. Vivere in questa crema di latte, che emerge in superficie nella bottiglia, sarebbe un privilegio, se non fosse poco gioiosa la rivelazione che si può crollare ben sotto l'”io”, anziché trascenderlo. Vivere nel divenire con le parole che si supponevano scolpire il proprio divenire: è un’umiliazione, ma è una nudità. Il denudamento in sé è un’umiliazione per il moralista, per il piccino attaccato alle proprie pudenda o che sta apprendendo a esserlo. E’ francescanesimo ineluttabile: sei sempre nudo, anche sotto i vestiti. Fare questo libro, essendomi schiantato contro il padre che non sa di esserlo e nemmeno gli frega un bruscolino del fatto che esisti, ecco un’impresa degna in ogni tempo, prima del trascendimento finale del parto, della nascita, di ciò che chiamavamo biologia – il che precisamente è l’oggetto su cui si misura quel capolavoro che è e fa il padre, e al contempo ciò su cui si esperisce ciò che tu avverti insufficiente, drammatico, senza che nessuno veda o ritenga che sia minimamente degno esercitare lo sguardo, Giuseppe.