Prodromi difficoltosi del libro n°16

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Il nuovo libro, il sedicesimo da autore singolo: si sta facendo? Come è difficile confrontarsi con una genialità contemporanea! Sono nella fase in cui infuria lo scrittore – e tace. Tace anche perché si doveva confrontare, quello scrittore, con una materia e una modalità che un genio ha sbaragliato, scrivendo un capolavoro. Avvertire la propria insufficienza è una medicina, è un avviso della salute. La propria individualità si mette a vibrare sulla soglia che distingue ciò che non è da ciò che è: una piccola meteora, trascorsa in pochi anni. Il senso di fare poetica, dopotutto, è anche questo: vivere nella scrittura, di momento in momento, facendo il senso, non solo per se stessi, ma per i coevi, eventualmente, ed eventualmente pochi, pochissimi. Vivere in questa crema di latte, che emerge in superficie nella bottiglia, sarebbe un privilegio, se non fosse poco gioiosa la rivelazione che si può crollare ben sotto l'”io”, anziché trascenderlo. Vivere nel divenire con le parole che si supponevano scolpire il proprio divenire: è un’umiliazione, ma è una nudità. Il denudamento in sé è un’umiliazione per il moralista, per il piccino attaccato alle proprie pudenda o che sta apprendendo a esserlo. E’ francescanesimo ineluttabile: sei sempre nudo, anche sotto i vestiti. Fare questo libro, essendomi schiantato contro il padre che non sa di esserlo e nemmeno gli frega un bruscolino del fatto che esisti, ecco un’impresa degna in ogni tempo, prima del trascendimento finale del parto, della nascita, di ciò che chiamavamo biologia – il che precisamente è l’oggetto su cui si misura quel capolavoro che è e fa il padre, e al contempo ciò su cui si esperisce ciò che tu avverti insufficiente, drammatico, senza che nessuno veda o ritenga che sia minimamente degno esercitare lo sguardo, Giuseppe.

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