blog · Gennealogia

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Mentre cercavo un documento che avevo pubblicato anni orsono su web, mi trovo improvvisamente una fotografia dell’archivio Getty, scattata dieci anni fa, nel 2006, in cui appaio abbastanza beato, in uno dei momenti più felici e intensi della mia esistenza, quando partecipai come membro della giuria Orizzonti al Festival del cinema di Venezia. Sono qui immortalato, già bello bolso e distante dall’immagine che avevo di me giovane, insieme agli altri componenti della giuria, cioè il presidente della giuria, Philip Gröning, regista de “Il grande silenzio”, che sta al centro, tra la produttrice giapponese Keiko Kusakabe e il regista egiziano Yousry Nasrallah, autore dell’indimenticabile “Bab el Chams” (“La porta del sole”), mentre agli estremi siamo io e il regista italiano Carlo Carlei (“La corsa dell’innocente”). Fu un’esperienza magica per me, di enorme apertura intellettuale, giorni di dialettica fitta e sconvolgente per uno che tracheggiava nell’orrida soffitta italiana. Fu in quell’occasione, che incontrai David Lynch, alla prima mondiale di “Inland Empire”, quando gli venne consegnato il Leone d’Oro alla carriera. Siccome non smanio per il successo e non sono uno star fucker, le esperienze di questa cifra mi si riducono a poche, ma molto intense e significative, tanto che ho atteso dieci anni per sentire una simile vetta artistica, incontrando quest’anno Don DeLillo e parlando con lui del suo “Zero K”. Direi che è andata bene così, è stato bellissimo, è stato sufficiente e nemmeno era necessario: uno, nell’esistenza, ha in sorte magnifici doni, a volte, e ha il dovere di riconoscerli, almeno pari al piacere di riceverli.

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La formazione del Miserabile scrittore

10649958_10207533974854979_7785505970594627564_n[Questo articolo è parte della serie La formazione dello scrittore, curata da Giulio Mozzi sul blog vibrisse]

Non so nemmeno a quale formazione fare riferimento; per me, cresciuto negli anni Settanta e Ottanta e Novanta, è adesso più confusione e sbigottimento che ricordo il dire del me stesso, chi incontrò, cosa fece, come arrivò alla scrittura. Inoltre si tratta di “io” e qui sta un problema storico. Utilizzare questo pronome radicale è stato difficile nel corso dei due decenni in cui ho pubblicato. Ho tentato di costruire un ologramma, un avatar, che attirasse fulmini e saette, giusto livore e ingiusto rancore, lasciando in pace la persona in un silenzio e in un respiro ampi, secondo l’insegnamento di un poeta che annovero tra i miei maestri e che era Antonio Porta (così, noto al secolo; si chiamava Leo Paolazzi, in verità).
Prendo molto sul serio questo invito di Giulio, che certamente è tra gli scrittori e intellettuali i quali più stimo da tanti anni, con cui a me è parso di fare un po’ di strada insieme (vorrei citare, insieme a lui, tra i miei coetanei editoriali, quelli per me più decisivi: Tommaso Pincio e Aldo Nove). Dice Giulio: scrivi quello che vuoi sulla formazione tua, meglio se lungo il pezzo, anziché breve. Quindi scrivo questo autoritratto, sommario e forse un po’ peccaminoso, seguendo le metriche suggeritemi.

Ho iniziato a pubblicare in prosa, un po’ per scherzo, un po’ per provocazione, nel 1996, da Mondadori. Venivo dalla poesia. Mi ero avvalso dell’insegnamento di Antonio Porta e, in generale, della compagnia che vorticava attorno alla Cooperativa Intrapresa e al suo fondatore Gianni Sassi, e che aveva creato l’etichetta Cramps, pubblicava Alfabeta e La Gola e, più tardi, organizzava MilanoPoesia. Giovanissimo (un bimbo, in pratica, ma il ricordo è netto) stetti al biliardo con Demetrio Stratos, in piazzale Salgari a Milano; e ascoltavo John Cage, mi pare nell’inverno 1980 o forse nell’83. C’era Jo Squillo incredibilmente. Io ero un bambino che si strappava a un quartiere popolare feroce, sgambettando tra via Caposile (dove stava l’Intrapresa, due vetrine di un ex negozio, con l’ufficio bianco gesso e disordinato di Gianni Sassi) e i libri di Milo De Angelis, Somiglianze e Millimetri, letti riletti e mandati a memoria in piazzale Martini, tra amici tossici. Mi ricordo uno strano spilungone che era Gian Emilio Simonetti di Fluxus, fidanzato con la sorella del mio migliore amico, imparai del situazionismo. Andavo nel frattempo alla sezione del Partito Comunista della mia zona, recitavo il Kesserling di Calamandrei e apprendevo le differenze tra Mao-Tse-Tung e Lenin, in un seminterrato delle case popolari.
Poi facevo il liceo classico Berchet, a Milano luogo di élite cielline e semifasciste, luogo infame, da cui si propagava il contagio ottantino di “paninari” e “yuppie”. Erano ricchi, io mi iscrissi a Democrazia Proletaria, ma Mario Capanna lasciò, a Russo Spena, lasciai anch’io.
Antonio Porta mi insegnò la metrica, discusse le mie cose in versi, poi morì all’improvviso, a Milano pioveva quella notte tantissimo, mi sembrò di spegnermi. Mi arrivarono ondate di umanità da Primo Moroni, che poi andò ad abitare a duecento metri dalla casa popolare che abusivamente occupavo, stava in via Ciceri Visconti e parlottava signorilmente con mio padre.
Approdai a Poesia, la rivista creata e edita da Nicola Crocetti, il quale pietosamente mi raccolse in un momento in cui non sapevo cosa fare nella vita e non avevo un soldo. La facoltà di filosofia alla Statale di Milano, a cui mi ero iscritto in quanto interessato a San Tommaso, era una realtà orrenda, sia per via dei docenti sia per via dei miei compagni: li disprezzavo e mi formavo per i cavoli miei, approfondendo i metafisici e i novecenteschi, Husserl e Benjamin in particolare. René Guénon e L’uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta, un Adelphi che lessi forse nel ’92, fu per me un testo decisivo.
Avevo iniziato la facoltà di filosofia pensando di intraprendere la professione di psicoterapeuta, ma un dispositivo del governo presieduto da Giuliano Amato (a mio parere il peggiore dell’intera età repubblicana, perfino peggio di Monti e di Tambroni) venne a interdire questa possibilità. Avrei dovuto cambiare facoltà, impegnarmi per anni senza lavorare. Non avevo una lira, non se ne parlava. Mi ero formato su Freud e su Lacan, avevo studiato Reich e Assagioli, avevo iniziato a sottopormi a un’analisi kleiniana e fornariana. Tenevo per ridicolo l’approccio di Jung. Ritenevo prossimo al collasso il paradigma psicoanalitico, mi pareva urgente elaborare un protocollo teorico e clinico che si opponesse al crescente riduzionismo. L’emergentismo non bastava. Mi formai lì, a quell’incrocio, stupendomi in seguito quando scoprii che lo scrittore Valerio Evangelisti aveva attraversato in modo notevole la psicosintesi di Assagioli.
Nel frattempo, verso il ’91 o il ’92, avevo incominciato a impratichirmi di reti telematiche, di BBS. Quando nacque il Web ero un entusiasta che navigava in Tiber (il browser tremendo lanciato da un editore sardo, Niki Grauso) e mi piaceva tantissimo lavorare a contatto con quella che mi pareva evidente essere un’ondata anomala, che tutto avrebbe travolto. Era, questo interesse per le reti e i network, un’ovvia conseguenza della formazione presso la Cooperativa Intrapresa. Anche all’università, stimavo i logici matematici e per me la scuola di Bonomi e di Mangione (post-Geymonat, dunque) fu centrale.
Nel frattempo Antonio Riccardi mi aveva salvato dalla disoccupazione. Riccardi era un poeta che lavorava agli Oscar, mi presentò Ferruccio Parazzoli alla Mondadori, mi fece esordire, sotto pseudonimo, con un libretto che non era saggio né racconto. Da lì seguì ciò che seguì.
Quindi non ne seguì l’attività poetica. La frequentazione di poeti contemporanei per me molto “alti”, Mario Benedetti e Stefano Dal Bianco, mi indusse a seguire i loro consigli, cioè smettere di scrivere versi per una certa carenza di ordine stilistico.
Venni, insomma, su, a questo modo: per incontri e studi non tanto matti, ma certamente disperatissimi. Andò così la gioventù.
Le direttrici di questa formazione sono riassumibili, un po’ velocemente e cripticamente. Non so davvero se questo possa essere di aiuto o di interesse per qualcuno. La mia formazione è anzitutto poetica (i classici e la linea novecentesca Beckett, Eliot, Celan, Stevens; più il secolo italiano, da Montale a Sereni fino a Raboni e De Angelis), poi letteraria (ruotando sempre allibito intorno al corpus di Kafka), poi filosofica (con perno in Husserl e controperno in Benjamin, per quanto concerne la filosofia occidentale contemporanea) e psicoanalitica o psicologista (Lacan, la quarta forza, Maslow, Bion, Fornari), storiografica (il Novecento e gli studi su Hitler), tecnologica (anche sulla scorta di quella che, forzando, si portrebbe definire epistemologia derridiana, di moda in Italia a fine Ottanta) e, definitivamente e sotto qualunque genere di formazione, metafisica (il nondualismo, dalle Upanishad a Platone, fino a Ramana Maharshi e Nisargadatta).
Sono quindi mosso da altri io, a prescindere dallo spazio e dal tempo. Fu bellissimo, sarebbe strano non lo fosse.

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The OA

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“The OA” è l’antagonista di “Westworld”. Bisognerà dare un taglio a queste serie, che valgono l’infinitamente piccolo rispetto al cinema che non ho visto e che devo vedere, anche su uno schermo 11 pollici come quello in cui sono digitate queste parole. Vedo un film anche in una pozzanghera, sono una bestia. Però le serie innescano un meccanismo di disimpegno, perché raramente sono arte. A mio avviso, tra tutte le serie, arte è soltanto la prima stagione di “True detective”, sfiora l’arte “The fall” con Gillian Anderson. Il resto è volizione, grandi prodotti, su cui ragionare, per l’immenso lavoro di struttura e destrutturazione narrative. Come “Westworld”, che arriva per nulla arrancando all’ultima puntata e, come prevedibile nel momento in cui bisogna chiudere o spalancare e a farlo sono dei nordamericani, la questione diventa una pappa spugnosa e al massimo muscolare. “The OA” si oppone per la carenza di mezzi e certa improvvisazione che stride contro la bella fattura e lo stilismo di molti prodotti seriali e, dunque, in questa stagione si propone come l’alternativa più efficace a “Westworld”. Se nel soggetto derivato da Chrichton parla un’epica applicata all’industria, è un tentativo apparentemente impressionista che governa la produzione Netflix l’impressionismo e la saturazione cinematografica assai singolare da cui sono fuoriusciti i due creatori, Brit Marling e Zal Batmanglij. Colpirà lo spettatore il genere non ascrivibile a nessuna poetica di genere, o ascrivibile a più generi, commistionati in maniera inventiva e spesso sorprendente, soprattutto per gli accostamenti (una narrazione à la Wachowski accanto a “Elephant” di Gus Van Sant, per esempio). Le interpretazioni sbagliate o sghembe, spesso azzeccate in contesti che consentono scelte che paiono mutuate da un improbabile budget basso, insieme all’imprevedibilità e alle cadute, che sono molteplici, sprigiona un fascino anodino ma penetrante, come se si stesse bevendo un ouzo deluxe, il che in natura non esiste. Questa obliquità scelta da Brit Marling, creatrice e interprete principale, è davvero una nota nuova sullo spartito dei seriali. Non siamo davanti a nessun capolavoro, ma certamente a qualcosa che finora non si è visto, anche laddove ci si prefiggeva di fare qualcosa di mai visto, come, che so?, producendo quell’abominio che è “Black mirror”. L’improbabilità narrativa alla lunga gioca a favore del perturbamento, il che oggi è raro. Nulla a che vedere con il grande cinema, è meglio rivedersi Tarkovskij, il che ho prontamente fatto. Tuttavia è un’esperienza, quella della visione di “The OA”, che mi sento davvero di consigliare, se ne esce conturbati gelidamente dal fascino enigmatico di una narrazione finalmente altra, fuori dai binari dell’esornativo e dell’estetizzazione a cui carrellate di prodotti ipertelevisivi hanno abituato, a partire dalla scelta, subito acclamata come rivoluzionaria, di proporre puntate a lunghezza variabile. Non c’è “starring” e questo è cosa buona e giusta. Sembra una vetta della produzione indipendente e invece è Netflix. Guardarlo male non fa, non fa neanche bene, ma, siccome un minimo non si riconosce la matrice, è anche questa è cosa buona e giusta. Ciao, vado a scrivere.

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Farsi pena, essere colpevoli

schermata-2016-12-23-alle-10-07-45Ieri ho fatto la figura più penosa e colpevole degli ultimi anni. Sono passato a una pompa di benzina, oltre al pieno chiedevo di gonfiare le gomme del vecchio motorino, l’addetto sudamericano o centramericano mi ha indicato la colonnina della pressione, si è diretto lì ad aspettarmi, ho rimesso in moto e in un colpo sono arrivato lì, in prossimità della colonnina con per ristabilire la pressione delle gomme, l’addetto scherzando chiede di non essere ucciso dalla frenata per l’accelerazione eccessiva che ho impresso al motorino e io ho risposto: no, ci mancherebbe se la uccido, poi mi arriva la pandilla e ammazza me. Evidentemente questo è il bambino Giuseppe, è quella tensione preadoloscenziale, quella sovraeccitazione, quella pulsione all’effusività isterica e istericamente ridanciana, utilizzare le parole per sorprendere il destinatario, sedurre con le parole, qui era fargli sapere che conosco il sostantivo “pandilla”, la parola che indica le bande di latinos. Capirai che grande, Giuseppe: condivideresti una parola con un ecuadoregno o salvadoregno. Pensa che lui ne condivide migliaia nella tua lingua nazionale. Pensa che è venuto qui da latitudini meno fortunate, stya lavorando a una pompa di benzina, ti gonfia le gomme gratis. Fa finta di non avere compreso, quella parola, “pandilla”, mi guarda dal basso con lo sguardo indio dei popoli estinti e inquietanti sudamericani, la zigomatura spessa e larga, non si permette nemmeno di scuotere la testa, mentre dice: “Ma se a lei dicessero che, se la si uccide, arriva la camorra o la mafia, come la prenderebbe? Io non ho niente a che fare con quel mondo, altrimenti non sarei qua a lavorare a una pompa di benzina…” dice, calmo, né surriscaldato dalla rabbia né gelido per l’iracondia, mi scruta franco dal basso, mi seziona all’istante, mi sloga, strappa i miei arti, mette a nudo il cuore e già qui mi verrebbe da scrivere “come negli antichi sacrifici umani dei suoi padri ancestrali”, ripetendo la gaffe, il tentativo di omicidio che perpetravo, l’indegnità del razzismo implicito e colpevole di cui mi sono macchiato. Sento una pena dura, al mediastino, dove le inquisizioni cattoliche elaborate dalla mia gente colpirono strappando in due i corpi degli eretici o supposti tali. Sono colpito nella mia metà, entro in una pena che ancora non sono riuscito a estinguere, a distanza di molte ore. Come sono niente o peggio che niente! Un’entità corrosiva, se non controllo a ogni istante io sono un omicida morale, capace di ridurre a zero l’altro, con la pavidità che si nasconde dietro e tra le parole, la mia pavidità augustea, tutta italiana, piccoloborghese, microfascista, il difetto d’origine del moralista più meschino che con tutta evidenza non dorme in me, non è sepolto in me: è in me assai attivo e vigile, pronto a colpire, esterno alla cultura del contenimento che pratico su di me senza accorgermi. Ho visto la mia radice nera e viscida, la mia anaconda interiore che stritola con placida incoscienza, la mia antropologia orrenda, la mia insinuazione… Lo scrivo, sapendo che la confessione non è nulla, è soltanto una piccola narrazione per mettere in linea gli istanti del mio peggioramento. Con una smorfia di schifo cerco di ritrarmi da me stesso e non basta. Ho preso il motorino e sono andato lontano, nella nebbia tumultuosa, sulla preferenziale, attaccandomi alla mia pena e alla mia colpevolezza ad altezza petto, nella mia metà, io sempre io, mai trasceso, mai abbandonato nemmeno un attimo, un cretino occidentale che pencola con il suo motociclo da pochi euro, sono andato via…

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Il social network

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Ad altezza 2009 mi trovavo in una casa editrice e dissi alla responsabile dell’on line questa sesquipedalità, di cui non riesco a non pentirmi negli anni: “Facebook non è fondamentale, è freddo, non crea e non creerà nessun immeginario”. Probabilmente stavo comportandomi da scrittore, avvertivo la pelosità di me stesso e ne sparavo una così, come se fossi un oracolo, blandito e coccolato dall’imperatore editoriale, che allora ancora poteva essere percepito quale imperatore, mentre oggi qualunque imperatore editoriale non è nulla, assolutamente nulla, esattamente come sono nulla io in quanto scrittore. Mi sono sempre vergognato di quella boutade, eppure non avevo del tutto torto, avevo infatti ragione per metà. Non esiste il minimo dubbio circa il contributo che Facebook ha apportato nel mutamento antropologico, subitaneo e devastante, che abbiamo verificato in questi otto anni. Tuttavia è anche vero che Facebook non ha contribuito di un grammo all’immaginario collettivo, costituendo la fase storicamente avanzata in cui l’idea stessa di immaginario collettivo è andata congelandosi o cadendo in un oblio che non può che apparire strano o estraneo a una bestia ibrida e parzialmente novecentesca come me. Il film di Fincher, “The social network”, ne diede una rappresentazione sintomatica l’anno successivo a quell’azzardo mio, pittoresco offensivo e ridicolo: Facebook trovò rappresentanza in una delle storiche sedi dell’immaginario collettivo, cioè il cinema, ma ci riuscì attraverso una grana gelida e un’esposizione dell’assenza di simpatia e umanismo, a partire dal dialogo iniziale tra Zuckerberg e la ragazza. In questi anni è collassato tutto ciò che riguarda l’immaginario collettivo: la possibilità di sedimentazione, e cioè di tempo, tanto quanto la percezione del libro come canale rivelativo di una qualche verità universale o interiore, l’informazione come sorpresa e scandalo della storia così come il curriculum vitae quale deposito esperienziale che filtra l’eventuale profondità dell’autore o della persona dedita a una qualche creazione. Sono i segnali di accelerazione, convergenza e singolarità tecnologica, che tuttavia è già una singolarità antropologica. E’ crollata la psicoanalisi come modello interpretativo della realtà e possibilità terapeutica, è crollato il giornalismo quale palcoscenico dello spettacolo serio, è crollata la televisione quale escamotage per perdere tempo divertendosi, è crollato il lavoro quale forza fondamentalmente inerente al tessuto collettivo, è crollata l’educazione quale strumento dell’accumulo di esperienza e di esposizione alla forza dell’esempio, è crollato il denaro quale potenza al contempo simbolica e pratica, è crollata l’idea stessa di storia come canone e come vicenda… Tutto ciò ha impiegato meno di otto anni ad andare in uno stato di sospensione strana, più che di crollo, attraverso un’esplosione del fenomeno in questione, che corrisponde a un allargamento e a una nebulizzazione colossali, a fronte dei quali cresce un’indifferenza abissale per la relazione tra se stessi e quel fenomeno. E’ la cifra della società che giunge dopo l’esplosione di quella spettacolare. In tutto ciò Facebook si sospende ulteriormente, strumento privo di capacitazione degli immaginari. Da mesi non c’è Facebook, i giovanissimi lo considerano un network per vecchi, uno che ha 40 anni fino a ieri in Italia era ancora un ragazzo, lo chiamavano “ragazzo”, mentre oggi è un vecchio. Questa senescenza va di pari passo all’impossibilità di intervento in termini di immaginario, a meno che non si considerino immaginario le creazioni culinarie, le bufale pentastellate, i milanesi imbruttiti e i bastardi dentro, le elucubrazioni a meno di 145 caratteri, la battutina semitroll. Ciò che sta avvenendo con Facebook, se posso azzardare una nuova previsione di cui presto avvertire l’insufficienza e la pena che ne consegue, è l’aumento di indifferenza rispetto al mezzo stesso, in attesa di un salto hardware del sistema, che non so francamente dire se sia il casco VR o la realtà aumentata o l’assistente a intelligenza artificiale. Sembra di stare in un impero post-Traiano, ecco che i confini elasticamente si contraggono, ecco che l’espansione è finita, si definisce che la distribuzione fisica è Amazon, l’esibizione caricaturale della professionalità parartistica sono le views su YouTube o i follower Instagram, la comunicazione è Whatsapp, e via così, tra cazzate sempre più grottesche in cui sono andati a infilarsi i reperti osteolitici di ciò che fu sentimento popolare e collettivo politico. Siamo dunque, se vedo bene, e può essere che veda malissimo, alla vigilia istantanea di un salto di qualità di un simile sistema accelerato: adesso deve arrivare un nuovo tipo di device, che siano nanobot o lenti importa poco. Nel frattempo va in evaporazione anche l’impiego di tempo che la ritrazione di Facebook lascerà libero. E’ quindi da prevedersi un sentimento di debosciatezza generale e confusiva, perché quel tempo sfruttato per il proprio narcisismo e l’eccitazione momentanea dei sensi non ha più un oggetto d’amore o un feticcio, non c’è più il libro, il videogioco c’è talmente tanto che non c’è proprio, forse non ci sarà nemmeno il narcisismo per come lo abbiamo conosciuto prima e durante e dopo questa impennata trepuntozero – probabilmente ci sarà un automatismo cognitivo e una paralisi dell’emotivo, come già si vede se si pone occhio a quando si va in giro per le città, sui mezzi pubblici o in quei templi istantanei e aerei che sono gli eventi. Aspettate e vedrete se non vi dà la buonanotte tutto questo, bambine & bambini.

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Wallace Stevens: da “Trasporto all’estate”

Wallace Stevens (che era gigantesco, come si desume dalla fotografia in basso, ritratto insieme a Faulkner), da “Trasporto all’estate”:

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Una panchina fu la sua catalessi, Teatro
del Tropo. Egli sedeva nel parco. L’acqua
del lago era piena di cose artificiali

come una pagina di musica, come un’aria superiore,
come un colore momentaneo, in cui i cigni
erano serafini, erano santi, erano essenze mutevoli.

Il vento occidentale era la musica, il moto, la forza
a cui i cigni balzavano, una volontà di mutare,
di increspare l’immoto specchio di iridi.

C’era una volontà di mutamento, un modo
imperioso e presente, una presentazione, una specie
di mondo volatile, troppo costante per essere negato,

L’occhio d’un vagabondo nella metafora,
che cattura il nostro sguardo. Ma il casuale non basta.
la freschezza della trasformazione è

la freschezza di un mondo. È la nostra,
siamo noi, la nostra stessa freschezza,
e quella necessità e quella presentazione

sono sfregamenti con le unghie sul vetro appannato da cui spiamo.
Di questi esordi, ingenui e gioiosi, presentate
i confacenti amori. Il tempo li trascriverà.

X

A bench was his catalepsy, Theatre
Of Trope. He sat in the park. The water of
The lake was full of artificial things,

Like a page of music, like an upper air,
Like a momentary color, in which swans
Were seraphs, were saints, were changing essences.

The west wind was the music, the motion, the force
To which the swans curveted, a will to change,
A will to make iris frettings on the blank.

There was a will to change, a necessitous
And present way, a presentation, a kind
Of volatile world, too constant to be denied,

The eye of a vagabond in metaphor
That catches our own. The casual is not
Enough. The freshness of transformation is

The freshness of a world. It is our own,
It is ourselves, the freshness of ourselves,
And that necessity and that presentation

Are rubbings of a glass in which we peer.
Of these beginnings, gay and green, propose
The suitable amours. Time will write them down.

Wallace Stevens and William Faulkner receiving National Book Awards, 1955
Wallace Stevens e William Faulkner alla premiazione del National Book Awards, 1955