“Poltronieri” e la morte della referenza

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E’ morto il giornalista sportivo Mario Poltronieri, una delle voci della mia pubertà. Era vestito sempre di marrone cammello, con una faccia a gonfiamenti e degli occhi con un esoftalmo, qualcosa di bovino e rassicurante, un bravo zio che ti racconta non una favola, ma una storia vera. La sua voce tra i motori era una presenza, la domenica del gran premio. C’era questa voce marrone di Poltronieri, non efficiente e comunque capace di una competenza che spiegava i misteri tecnici e il lato umano, e che diceva che moriva infinitamente Gilles Villeneuve e gli incidenti di Pironì, le stranezze artigianali della Formula1 e molte mitologie che trapassavano, veloci a una velocità di cui non mi accorgevo, bambino che ero e sempre in cerca dello scoop di una sorpresa, una morte improvvisa di un eroe malinconico o un sorpasso da inserire nel museo della memoria di tutti. Era un tempo diverso, andava così. La voce del telecronista amplificava l’estasi del momento, creava una mitologia, degli accoliti, l’adeptato di noi tutti in una leggenda immaginaria, sportiva e politica, cronachistica, era una voce complessa. Poi, adesso, mi ritrovo: solo. Tu dici “Poltronieri” e nessuno capisce più, la parola mi muore in bocca, nessuno riconosce il nome e la referenza mi è morta. Come comunico con l’altro ora? Se mi riferisco a una storia, che fu comune, misuro che la distanza è abissale. “Poltronieri” non è il trentennio che è passato, è molto di più, è come un secolo addietro, nessuno lo ricorda, l’oblio ha dilagato sulle radure della mente e della storia: mie e di tutto. La storia pare un autismo. Di questo, anche, mi occupo nel libro che ho appena consegnato a Mondadori: di uno svisamento della storia, di un autismo nostro che cresce, di una musica astratta e strana in cui siamo immersi, sempre più accelerando verso cosa?: verso cosa?

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