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Finisce l’esperienza al Saggiatore. Un ringraziamento ai saggiatoriani

saggiatore_twitter_400x400Termina la splendida esperienza che mi è stato permesso di compiere al Saggiatore. Da fine marzo non sarò più consulente ed editor della narrativa italiana. Sono stati anni esaltanti, a contatto con un gruppo umano eccezionale, sotto la regia accorta del presidente Luca Formenton, l’editore, personalità capace di un illuminismo d’eccellenza e di intuizioni folgoranti, oltreché dotata di un amore sconfinato per la letteratura e la sua declinazione editoriale: un intellettuale che non smetterò mai di ringraziare per le possibilità datemi e le esperienze concessemi. Ho avuto l’occasione di lavorare con autori diversi tra loro e ognuno capace di segnare la narrazione con profondità e stile, lavorando sui generi e oltre: desidererei ringraziare ciascuno scrittore saggiatoriano, ma la lista, dopo più di cinque anni, sarebbe troppo lunga per un post. Mi sia permesso di ringraziare lo staff del Saggiatore, dal direttore editoriale Andrea Gentile agli editor Andrea Morstabilini e Matteo Battarra, così come i componenti della redazione e dell’ufficio stampa e diritti, di quello tecnico e di quello commerciale, oltre che dell’amministrazione. Un ringraziamento ammirato e grato va alla mente che concepisce la grafica d’insieme della casa editrice. Si è trattato di uno dei periodi più arricchenti e dinamici della mia vita professionale. Il Saggiatore, lo dico senza remore e sospetti di malizia, mi sembra in questo momento una delle realtà migliori e più continue del panorama italiano, non c’è cedola editoriale che non contenga testi fondamentali e/o interessantissimi. Un ringraziamento finale, ma che non è ultimo in importanza, alle lettrici e ai lettori che hanno scelto di seguire le scelte e il lavoro che sono state effettuate in questi anni presso i tipi de il Saggiatore.
E ora? Ora si va in mare aperto, intuendo i contorni dell’isola che non c’è e che sta per esserci.

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“Questo è Kafka?” di Reiner Stach

9788845931239_0_0_1590_80Sono 99 reperti dalla vita e dagli scritti di Franz Kafka, tratti da una biografia che esorbita il monumentale, un’opera memorabile firmata da Reiner Stach: “Questo è Kafka?” (Adelphi) lascia a bocca aperta chiunque abbia desunto da Kafka il torbido e livido e soffocante kafkismo. Lo scrittore stesso sembra atteggiarsi secondo le linee minute dei celebri omìni che disegnava, apparendo in tutt’altra luce, rispetto all’imbrunire perenne in cui lo si immagina, seduto alla scrivania, intento a disperarsi. Si comincia con un passo celebre, il ricordo di un’offerta a una mendicante, parabola esilarante di una mente che si arrovella nel calcolo e nella grazia:

“Una volta, quand’ero giovinetto, avevo ricevuto un Sechser e avevo una gran voglia di darlo a una vecchia mendica che si trovava fra il grande e il piccolo Ring. Quella somma però mi pareva enorme, una somma che probabilmente non si era mai data a un mendicante, perciò mi vergognavo di compiere davanti alla mendica un atto così mostruoso. Eppure glielo dovevo dare, perciò andai a cambiare il Sechser, diedi alla mendica un Kreuzer, girai tutto l’isolato del municipio e dei portici sul piccolo Ring, apparvi a sinistra come un nuovo benefattore, diedi alla mendica altri due Kreuzer, ripresi la corsa e feci così felicemente dieci volte. (Forse anche meno, perché credo che la mendica perdesse la pazienza e scomparisse.) In ogni caso però mi trovai alla fine così esaurito, anche moralmente, che andai subito a casa e piansi finché mia madre mi rimborsò il Sechser.”

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Del disagio giovanile contemporaneo

schermata-2017-02-06-alle-10-23-41Tra le nuove antropologie, che sono sempre più nuove e recenti, vanno annoverate quelle relative alle popolazioni che cercano lo sballo (qui un emblematico articolo del Corsera), come sempre e ovunque è accaduto. In questo presente accelerato, tuttavia, mi sembra che siano cruciali la rilassatezza, il trascinamento e l’aumatismo per un tipo di noia tipicamente contemporanea – una noia da inermità, un’accidia da scontatezza della sopravvivenza. Il dato è più esistenziale che psicologico, poiché la psiche si rivela annichilita, in queste fasce di popolazione giovanile. E’ una psiche facilmente interpretabile, che si muove per poche categorie di disturbo e sintomatologia. E’ una sinopia di psiche. Il dato esistenziale e sociale schiaccia la lettura psicologica. “Capire” i “nostri ragazzi” è ormai un esercizio secondario, rispetto allo sforzo da effettuare per comprendere l’attualità in cui sono immersi. La realtà semplificata, che si traduce in norma storica nell’arco di cinque o sei anni di formazione scolastica e famigliare, induce a prendere in considerazione la categoria “futuro”, molto più che l’idea di psiche. Il nichilismo di fatto, che esprime la cultura delle droghe (sempre “nuove” e sempre inattese o scandalose), è il lascito che impone l’abbandono di un atteggiamento borghese al mondo, rafforzato dal crollo del futuro nel presente: l’accelerazione non dà scampo, se si affronta il mondo prescindendo dalla frenesia con cui si scambiano per memi i moduli che furono morali. La sottrazione di recettori dell’esperienza combina con l’offerta tecnologica di ricettori innovativi e capaci di mandare in soffitta l’antica e novecentesca disposizione all’esperienza, sotto forma di ideologia o di culture o di salita sociale. Bisogna carezzare questi vitellini nel macello che è stato loro approntato? Bisogna punire o schiaffeggiare? Cosa bisogna fare per amarli? Cosa significa amare? Si andrà avanti ancora per molto a evidenziare i “non” (non leggono, non desiderano, non si oppongono al consumo, non reggono la noia, non sanno scrivere, non studiano, non sono profondamente creativi, etc.)? Bisognerà riallinearsi forse alla lezione impartita da un grande ottocentesco: amare è la metà di credere. In cosa ha creduto e crede la generazione precedente, che si faceva di semplici MDMA e di cannoni? Quella generazione è genitoriale e si merita la reazione che questi giovani strascicanti comminano ai propri padri e alle proprie madri, il modo precipuo con cui svolgono i compiti edipici.
C’è una risoluzione? In questa domanda si gioca il confronto tra la ricchezza della ricerca di una presenza e la storia accelerata tecnologicamente. Tutte le pedagogie vanno aggiornate all’emersione dell’accelerazione tecnologica e alla sua proposta esistenziale, che vicaria funzioni e potenzialità dei modelli umani precedenti. Bisogna vedere l’inoculazione del principio stupefacente a partire da questa svolta della storia umana, accelerata tecnologicamente. Bisogna allargare lo spettro emotivo percepito e interpretato. E’ una battaglia senza soluzioni prestabilite, una chiamata in correo di tutta la mia generazione va rovesciata in una convocazione generale all’analogico, come alternativa sempre possibile al digitale. I nativi digitali eravamo noi, non questi ragazzi. La grande responsabilità era questa e, ovviamente, la mia generazione ha tradito questo compito, ha dimostrato tutta la sua incapacità ad amare e a credere, a capire.

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Un poliziesco: Béla Tarr e “L’uomo di Londra”

Mi domandavo: e se scrivessi un piccolo poliziesco? Di fatto, ciò coinciderebbe con metà delle mie radici di prosatore, quelle più narrative e coinvolte in un corpo a corpo con il genere nero. E’ possibile che, dopo la pubblicazione del nuovo libro mondadoriano, a settembre 2017, io riprenda la scrittura di un poliziesco, o noir che dir si voglia. Si tratterebbe di trapassare del tutto il genere, senza tuttavia modificare gli stilemi del genere stesso. E’ qualcosa di diverso dall’allargamento dei generi, che fu un tratto delle poetiche a fine anni Novanta. Si deve autogenerare un nucleo interno all’opera, che trascende l’opera stessa. C’è un esempio che fa al caso, in àmbito cinematografico. Anche il grande regista Béla Tarr ha fatto un poliziesco, ricavandolo da un testo di Georges Simenon: “L’uomo di Londra”. La sceneggiatura è di Béla Tarr stesso, insieme allo scrittore László Krasznahorkai. E’ davvero il culmine di qualunque poliziesco. Il poliziesco non c’entra più nulla. Non è un lavoro sul genere noir: è proprio un’opera altissima e indipendente, a cui ci si accosta come se si assistesse a una tragedia greca. E’ uno dei capolavori estetici degli ultimi vent’anni.
Se facessi un piccolo poliziesco, vorrei tanto raggiungere l’apice a cui Tarr arriva con questa scena: di colpo compare un ispettore, anzianissimo, che convoca il colpevole e svela improvvisamente il crimine, con tutti i suoi corollari. E’ arte pura. Se avete qualche minuto, vi consiglio di vedere questa scena, ai limiti dell’impossibile e totalmente inaudita. E’ arte. E’ l’arte.