Apocalisse con figure · blog · Hitler - romanzo

Da “Hitler”: il kaddish “Apocalisse con figure”

da “Hitler”

APOCALISSE CON FIGURE

(1941-1945)

Versione per lettura vocale

Porto a voi una preghiera diversa. Voi che siete gli innocenti dispersi. Gli innocenti concentrati in luoghi di non dicibile sterminazione, di ineffabile orrore. Voi che siete la nemesi della non-persona, che vi ha trascinati oltre fili spinati, per degradarvi, per disumanizzarvi con la scientezza di un boia colossale, che proviene da regioni esterne dell’universo. Voi sei milioni di nomi a cui si conduce un omaggio microscopico e inadatto: le parole di questo libro, le parole di tutti i libri. Voi i cui nomi, uno per uno, meriterebbero di abradere le parole che qui si stanno scrivendo, e di prenderne i posti e le vostre storie, e i volti che avete visto e le gioie che avete vissuto, e i dolori anche, anche le tragedie: sei milioni di nomi uno dietro l’altro, tornati individuabili, nel digesto finale della nostra storia.

Voi a cui porto una diversa preghiera. Con l’umiltà di chi dopo, grazie voi, è: ringraziando, rendendo la testimonianza impossibile. Oltre ogni possibilità, sempre, sia resa la testimonianza. Non la visione: la testimonianza.

Voi abbandonati inanimi in fosse dette comuni.

Non muti, continuate a parlare.

Parole vostre, e di chi riuscì a sopravvivere, compongano questo memoriale in azione.

La letteratura non redime, perché la letteratura ha creato lui, la non-persona che dispose il vostro genocidio. Lui, che letterariamente parlò alle folle invasate, inebriate, in ipnosi cieca e furiosa, desideravano quelle parole, e che in silenzioso segreto fece attuare per mani altrui, complici, lo sterminio. Continue reading “Da “Hitler”: il kaddish “Apocalisse con figure””

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L’ottava puntata del nuovo “Twin Peaks” è un capolavoro della contemporaneità

All’ottava puntata della nuova e sconvolgente stagione di “Twin Peaks”, David Lynch crea il capolavoro visivo della nostra epoca. Al momento non so nemmeno cosa scrivere, se non che si tratta del documento artistico più oltranzista e geniale degli ultimi anni di cinema, televisione e web, ma anche di arti e letteratura. Non si è mai dato un coraggio simile a fronte dell’orrenda committenza, che fa da produttore: Lynch si strappa una libertà totale, che lascia attoniti non soltanto gli spettatori suoi adepti, ma chiunque visioni quest’ora serrata di visione assoluta. C’è una profondissima meditazione sul cinema e sulla televisione (si osserva uno schermo a metà tra cinemascope e tv, sul quale scorrono le medesime immagini che avevano introdotto al salto quantico che Lynch pone intorno al decimo minuto di quella che mai come prima si deve chiamare: proiezione) e tuttavia il metalivello è distrutto almeno quanto i livelli in sé. L’interno e l’esterno sono in osmosi e originano un terzo oggetto, che è inqualificabile dal punto di vista della semplice narrazione, così come è ineffabile quanto allo statuto critico e teorica. Ci si sporge sull’interno: è questa la lezione surrealista che Lynch conduce a un grado di temperatura elevatissimo. Immagini su immagini, tutte memorabili. Suoni su suoni, tutti memorabili. Pochissime parole, tutte memorabili. L’apparizione dello spirito né morto né vivente di un tagliabosco fa strage del pregresso culto della Stanza Rossa e del Nano e del Gigante, che perturbarono le menti degli spettatori mondiali uniti, nel corso delle prime due stagioni della serie, e che qui vengono trattati alla stregua di elementi su cui si opera, per arrivare al risultato alchemico di un oro sopraffino. Le singole molecole di questo composto, che si vedrà risultare non organico e nemmeno inorganico, è la rappresentazione più estrema dell’impero della mente, in forma di visione occidentale. Si tratta di un’opera appunto alchemica, come mai si è data nella nostra contemporaneità (dico gli ultimi vent’anni), a parte, in letteratura, e sempre secondo il mio parere non vincolante, in DeLillo, in Pynchon, in certo Houellebecq, mentre nel cinema solo in Terrence Malick, in Béla Tarr, in un paio di opere di Bruno Dumont. Qui siamo in un unicum che lascia attoniti, in ogni caso: siamo all’invenzione, se non di un nuovo medium, di una nuova disciplina artistica.
Se si ha un minimo di tempo, si guardi attentamente il segmento da 4 minuti che linko da YouTube: si comprenderà parzialmente, ma si potrà sentire tutto.
Scriverò tra pochi giorni di questo capolavoro, che sarebbe poi una puntata di una serie, pubblicando le mie riflessioni su un magazine a me molto caro. Come dicono qui: stay tuned. Tanto si sta e basta, non c’è altro da fare che *stare*, come insegna il maestro Lynch.

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Una poesia di Mario Benedetti da “Tersa morte”

Il mio nome ha sbagliato a credere nella continuità
commossa, i suoi luoghi intimi antichi, la mia storia.
Le parole hanno fatto il loro corso.
Gli ospedali non hanno corsie. Dal cimitero dei cani
vicino alla discarica di Limbiate escono i morti al guinzaglio.
Non si addensa nulla, si disperde al telefono il mio petto.
Le parole hanno fatto il loro corso.
Sei solo stanco, ripete una voce qualunque.

(da “Tersa morte”, Mondadori, 2013)

blog · La vita umana sul pianeta Terra

Alla Triennale con “La vita umana sul pianeta Terra”.

Non mi ricordo da quanto tempo non leggevo in pubblico: secondo me, da anni. Ho letto ierisera un brano da “La vita umana sul pianeta Terra”, alla Triennale, dove ho partecipato a un incontro sulle periferie, organizzato da Milano Arch Week, sotto l’egida di Stefano Boeri (nell’immagine è la sagoma alle mie spalle), insieme a Paolo Vari (il regista di “Fame chimica”, realizzato insieme ad Antonio Bocola), ad Alessandro Robecchi e a Marco Philopat. La foto, che mi ritrae nelle improbabili vesti di rockstar, è di Enrico Sibilla, autore di uno dei testi per me fondamentali in questi anni, “Il libro dei bambini soli”.

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Una poesia di mio padre

Il tempo che era, in alcuni versi ritrovati di mio padre, Vito (nella foto, a una manifestazione, mano a mano con mia madre):

Quando la sera ci pasceva
di quei minuti muti
come le ombre che ci spiavano,
giocavano le nostre lacrime asciutte
l’obolo della disperazione.
Eppure era quello il tempo
che dicevamo delle intuizioni
che asciugava la nostra
forza contro il muro
dei giorni spesi vigliaccamente
a pensare di noi stessi.
Come quando affidavi le promesse
all’oro scarno di una tessera rossa
e agli esili trofei di una agit pros.
Era quello il tempo
che dicevamo delle intuizioni
e che sapeva di tutto.
Era il tempo che cristianamente
offendeva i lezzi delle nere
notti di Spagna.
Era il tempo che contava
le sue trepide ore
con dialetti angolesi,
che beveva le lacrime
inebbrianti di Guillen
di Machado di Neruda.
Era il tempo quello
che dicevamo delle intuizioni,
Quello era il tempo di adesso.